Forza Nuova a Catania manifesta contro gli immigrati da: sud giornalismo d’inchiesta

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Forza Nuova a Catania manifesta contro gli immigrati

di Antonio Torrisi

Forza Nuova  ha sfilato ieri per le vie di Catania manifestando contro l’immigrazione: tra i presenti anche bambini e adolescenti, “forze nuove” del partito.

Il corteo, autorizzato dalla questura di Catania, aveva come titolo: “Stop immigrazione, fermiamo l’invasione!”

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Forza Nuova lancia chiaro il proprio messaggio e in un comunicato Stampa afferma:

“L’operazione “Mare Nostrum” è una mostruosità che sta sperperando solo in questi mesi 100 milioni di euro per agevolare l’invasione incontrollata della Sicilia e di tutta Italia, chi la ha concepita e la sostiene è un nemico della Patria ed andrebbe messo al muro per alto tradimento .
Basta solo pensare quanti aiuti, opere pubbliche ed infrastrutture potevano essere costruite in Africa con quei soldi ( 100 milioni di euro) e che invece sono utilizzati per alimentare disperazione, diffusione di mugiati politici” perché questa eventuale qualifica potrebbe essere applicata forse al 5% di questi immigrati clandestini che giornalmente sbarcano sulle nostre coste”.

Partito alle 18 di Sabato da Piazza Roma, tra polemiche e critiche, il corteo del movimento nazionalista ha sfilato per la Via Etnea di Catania accompagnato dagli sguardi perplessi dei passanti.

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Attività illegali come lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione e l’evasione fiscale, diventano così opera, da quanto si legge nel testo della protesta, dell’immigrazione clandestina.

Il clima respirato ieri al corteo era surreale, quasi paranormale, da film post-apocalittico: per due ore, infatti, sono riemersi vecchi fantasmi dall’oltretomba, di un’Italia che non c’è più da un pezzo.

Tra le bandiere del movimento sventolate in strada spicca, infatti, anche una croce celtica: fortuna che, almeno stavolta, le camicie fossero bianche.

Le  Forze dell’ordine presenti al corteo e  alcuni esponenti del partito, hanno invitato i passanti ad allontanarsi e mettere giù le macchine fotografiche.

Tra i presenti anche una minoranza di bambini e ragazzi, adolescenti ad urlare contro chi ha un diverso colore di pelle al ritmo di “boia chi molla”.

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Tra le espressioni “smarrite” dei cittadini che, in un sabato pomeriggio, avrebbero voluto godersi una passeggiata in centro, il corteo si avvia alla fine.

Un episodio divertente, in conclusione: in Via Umberto, punto d’arrivo della manifestazione, un’anziana signora si è affacciata e ha buttato giù un secchio d’acqua. Forse può servire ad alcuni a rinfrescare le proprie idee.

Ma intanto il Sindaco di Catania Enzo Bianco, commentando la manifestazione di Forza nuova contro i migranti, ha detto:

“Quello dell’immigrazione è un dramma e non un’invasione, le manifestazioni di ispirazione xenofoba rappresentano la maniera peggiore di rispondere alla catastrofe umanitaria che si sta consumando tra le due sponde del Mediterraneo”.

“Catania – ha aggiunto Bianco – è la città dell’accoglienza, dell’integrazione, del confronto tra diverse culture provenienti da tutto il Mediterraneo. La città che non si è mai tirata indietro nel momento del bisogno, durante gli sbarchi sul nostro territorio, con momenti tragici come la morte di bambini, donne e uomini che hanno attraversato il mare per cercare una vita migliore e giusta. Catania ha voluto dare il suo ultimo saluto a queste vittime innocenti con i funerali interreligiosi del 28 maggio scorso”.

“Per tutte queste ragioni – ha concluso Bianco – non possiamo accettare manifestazioni razziste e xenofobe.

Catania promuove la cultura della solidarietà e della tolleranza ed è orgogliosa di aiutare, in sinergia con le autorità nazionali e locali, chi fugge dalla fame e dalle guerre”.

Ma intanto il corteo continuava in via Etnea…

Palermo, sbarcati nel porto 800 migranti naufraghi da: il manifesto

Immigrazione. Arrivano dalla Costa d’Avorio, Mali, Guinea e Ghana. Nella scialuppa di salvataggio anche 10 corpi senza vita, di cui una donna. Il racconto fotografico

Porto di Palermo, molo dei quat­tro venti, le nove del mat­tino. La nave “Etna” della Marina Mili­tare ini­zia le ope­ra­zioni di attracco; sulla ban­china mille voci si uni­scono in un unico suono, con­fuso. Medici, soc­cor­ri­tori e poli­ziotti indos­sano le masche­rine, tutti sanno cosa fare, dove andare. Come fosse ormai un’abitudine. Ha ini­zio una pro­ces­sione di corpi in pre­ca­rio equi­li­brio, visi stra­volti dalla fatica del lungo viag­gio, madri che potreb­bero essere le nostre, si guar­dano attorno spae­sate, la paura del prima si mescola alla paura del dopo. Un’unica con­sa­pe­vo­lezza, essere sopravvissuti.

Sono quasi tutti a piedi nudi, chie­dono dell’acqua, una donna anziana sviene sulla sca­letta, pron­ta­mente soc­corsa dai volon­tari della Croce Rossa, regala loro un mezzo sor­riso, li abbrac­cia e rin­gra­zia Allah aprendo le mani in un gesto deciso rivolto al cielo. Subito dopo i primi accer­ta­menti medici, molti di loro sal­gono sui bus messi a dispo­si­zione dal comune di Palermo e por­tati nei cen­tri di acco­glienza alle­stiti nelle scuole in disuso o nelle parrocchie.

Fuori, la città è ancora addor­men­tata, le strade semi-deserte, sem­bra di essere in una bolla, fuori da ogni realtà, l’impatto è scon­vol­gente, migliaia di pen­sieri si agi­tano nella mente ed è impos­si­bile, fis­san­doli negli occhi, man­te­nere un certo distacco, rima­nere freddi davanti a que­sta tra­ge­dia che ogni giorno si ripete sulle coste sici­liane. Se c’è una cosa che pos­siamo fare, è docu­men­tare il più pos­si­bile il gesto eroico di que­sta gente che con grande tena­cia e deter­mi­na­zione inse­gue un sogno.

Dalla Costa d’Avorio al Mali, dalla Gui­nea al Ghana par­tono cer­cando la sal­vezza, dalle guerre, dalle care­stie, dalle sevi­zie. Affron­tano, sti­pati nei camion di chi spe­cula sulla spe­ranza, inim­ma­gi­na­bili sof­fe­renze. Molti non arri­vano nem­meno a sal­pare, muo­iono nel deserto, lì ven­gono sepolti. Un muc­chio di ossa senza nome e senza storia.

Sono sbar­cati quasi otto­cento migranti, soprav­vis­suti al nau­fra­gio di ieri, a poche miglia dalle coste Libi­che, fra loro anche chi non si è sal­vato. Qua­ran­tuno i dispersi, Il Mar Medi­ter­ra­neo è un cimi­tero senza fine, di tanto in tanto resti­tui­sce qual­che corpo che va ad are­narsi sugli scogli.

Dalla poppa della nave i mari­nai calano sul molo una scia­luppa di sal­va­tag­gio con­te­nente i corpi dei dieci migranti, chiusi nei sac­chi bian­chi. Nove donne e un uomo. Fra le lacrime e le urla stra­zianti dei fami­liari, le bare ven­gono sigil­late, cari­cate sulle mac­chine delle ono­ranze fune­bri e por­tate al cimi­tero. Un lungo e silen­zioso cor­teo di sguardi le accom­pa­gna fino all’uscita, qual­cuno prega, altri hanno sguardi persi, perplessi.

Una nuova tra­ge­dia che tocca tutti, pre­senti e non, che non può e non deve asso­lu­ta­mente lasciare indif­fe­renti, immo­bili. Pur­troppo non pos­siamo più con­tare solo sulle nostre forze, le risorse sono al ter­mine, i cen­tri al col­lasso, ser­vono rispo­ste chiare e misure ade­guate per far fronte a que­sta emer­genza che ogni giorno di più assume pro­por­zioni enormi.

Chi può, ha il dovere di fare qual­cosa. L’Europa sta a guar­dare, sem­pre più stretta nella sua auto-referenzialità sca­ri­cando tutto il peso sull’Italia che a sua volta inve­ste la Sici­lia di ogni respon­sa­bi­lità come fosse un pro­blema locale, un mero feno­meno di costume. Dall’una all’altra sponda del con­ti­nente rim­bal­zano le accuse e le minacce, nel frat­tempo però, cor­riamo il rischio che ci si abi­tui a tutto que­sto, che ven­gano meno parole come rab­bia e indi­gna­zione o che addi­rit­tura ci si arrenda get­tando defi­ni­ti­va­mente la spu­gna. C’è biso­gno oggi più che mai, di tor­nare ad essere umani.

Iran-Usa, la strana alleanza in Iraq da: il manifesto

Escalation di guerra. Di fronte all’avanzata delle milizie qaediste, Teheran si dice disposta a scendere in campo

Forze armate dell’esercito iracheno mobilitati contro le milizie qaediste

La tra­ge­dia ira­chena potrebbe avere come risul­tato la più impre­ve­di­bile delle alleanze: Teheran-Washington. Impen­sa­bile, vista la guerra fredda che ha carat­te­riz­zato i rap­porti tra Iran e Stati uniti dal 1979, anno della rivo­lu­zione kho­mei­ni­sta. Impen­sa­bile ma oggi più pro­ba­bile. Ieri il pre­si­dente ira­niano, Has­san Rowhani, si è detto pronto a inter­ve­nire in soste­gno di Bagh­dad con­tro l’avanzata jiha­di­sta. E se que­sto si dovesse tra­durre nella discesa in campo accanto agli Usa, il nemico di sem­pre, la Repub­blica isla­mica se ne farebbe una ragione.

Il post-Ahmadinejad sta tra­sfor­mando il volto dell’Iran, ma è ovvio che gli inte­ressi in gioco sono ben altri: sul piatto ira­cheno non c’è l’apertura o meno verso l’Occidente, quanto piut­to­sto la neces­sità di bilan­ciare l’offensiva sun­nita in Medio oriente e il grande burat­ti­naio del Golfo, l’Arabia sau­dita. Non è un mistero il ruolo che i sau­diti – e, con loro, le altre petro­mo­nar­chie sun­nite – gio­cano con­tro i nemici sto­rici, il regime di Assad in Siria e quello ira­niano, e a pagarne le spese è oggi l’Iraq. Il pre­mier Maliki non è mai stato ben visto da Riyadh e Doha e l’occasione di un’avanzata qae­di­sta di simili dimen­sioni fa il gioco dei monar­chi sunniti.

Dif­fi­cile che Tehe­ran restasse a guar­dare. Ieri, il pre­si­dente Rowhani ha annun­ciato un aiuto che, quando Bagh­dad lo doman­derà uffi­cial­mente, avverrà «nell’ambito del diritto inter­na­zio­nale», smen­tendo quanti vole­vano le guar­die rivo­lu­zio­na­rie già attive nella pro­vin­cia ira­chena di Diyala. Al Mini­stero degli Esteri, però, indi­scre­zioni insi­stono: il gene­rale Sulei­mani, capo delle unità spe­ciali dei pasda­ran, è stato man­dato giorni fa a Bagh­dad per coor­di­nare l’assistenza mili­tare, alla guida di due com­pa­gnie (noti­zia ripor­tata da nume­rose testate euro­pee che par­lano di 2mila mem­bri delle guar­die rivo­lu­zio­na­rie già in ter­ri­to­rio iracheno).

Più mor­bida per ora la rispo­sta sta­tu­ni­tense: il pre­si­dente Obama ha pro­messo un inter­vento imme­diato e fatto rife­ri­mento a raid aerei con i droni, stile Yemen, ma nes­suna truppa met­terà piede sul suolo ira­cheno dopo il ritiro di due anni e mezzo fa. La con­fu­sione regna nelle stanze dei bot­toni Usa: l’invasione e l’occupazione dell’Iraq nel 2003 hanno fram­men­tato il paese in etnie e sette, sra­di­cato l’identità nazio­nale su cui Sad­dam cemen­tava le diverse anime ira­chene e impo­sto una classe diri­gente sciita cor­rotta e disfun­zio­nale. Otto anni durante i quali le mili­zie sun­nite vicine ad al Qaeda hanno creato una rete comu­ni­ca­tiva e stra­te­gie mili­tari senza pre­ce­denti, faci­li­tati dall’alleanza tra Washing­ton e i paesi del Golfo che hanno potuto, indi­stur­bati, far mol­ti­pli­care tali milizie.

Sul campo, la situa­zione resta com­plessa e c’è chi comin­cia a par­lare di vera e pro­pria guerra civile dopo le migliaia di civili sciiti che si sono arruo­lati a fianco del governo di Bagh­dad, in rispo­sta all’appello del pre­mier e alla fatwa dell’Ayatollah al-Sistani. Il con­flitto è radi­cato, ma a scon­trarsi sono per lo più ira­cheni sciiti da una parte e sun­niti stra­nieri dall’altra. Se è vero che sono tanti i sun­niti ira­cheni che si sono uniti alle forze dell’Isil, gui­date da Al-Baghdadi, del gruppo fanno parte anche mili­ziani pro­ve­nienti da fuori, men­tre gran parte della popo­la­zione sun­nita in que­ste ore è più impe­gnata a lasciare le pro­prie case per avere salva la vita che a imbrac­ciare le armi con­tro il regime di Maliki. Si cal­cola che, a quasi una set­ti­mana dall’inizio dell’operazione qae­di­sta, siano un milione le per­sone in fuga verso nord, verso il Kurdistan.

Ieri il governo ha lan­ciato la con­trof­fen­siva con­tro i mili­ziani isla­mi­sti dell’Isil, padroni di un terzo del paese. Il campo di bat­ta­glia è Samarra, città sciita alle porte di Bagh­dad, vero tar­get dei qae­di­sti: «Samarra non è l’ultima linea di difesa – ha detto il pre­mier – ma la rampa di lan­cio» verso la vit­to­ria finale. Nella gior­nata di ieri, il governo ha messo a segno alcuni risul­tati: ricon­qui­stata la zona di Mutas­sim, a nord della capi­tale, e la città di Ishaqi nella pro­vin­cia di Salah-a-din, dove le truppe rego­lari hanno tro­vato i corpi bru­ciati di 12 poli­ziotti. Oltre alle defe­zioni di cen­ti­naia di sol­dati, sono tanti quelli uccisi dagli isla­mi­sti: secondo le Nazioni unite, l’Isil avrebbe giu­sti­ziato più di 1.500 militari.

Pro­se­guono anche i bom­bar­da­menti aerei nelle aree dove la pre­senza dell’Isil è più radi­cata, a nord e ovest del paese. In uno dei raid con­tro Tikrit è stato ucciso Ahmed al-Douri, figlio di quel Izzat Ibra­him al-Douri vice pre­si­dente ira­cheno durante il regime di Sad­dam e una delle “carte” del famoso mazzo usato dagli Usa per elen­care i ricer­cati dell’allora governo di Bagh­dad. Ahmed Al-Douri, al momento della morte, si tro­vava con altri 50 mili­ziani dell’Isil, ulte­riore prova che molti fede­lis­simi del rais e nume­rosi ex gene­rali baa­thi­sti si stanno unendo alle file degli islamisti.

Attilio Manca, il “suicidio sinistro” di un mancino da: antimafia duemila

lodato-c-giorgio-barbagallo-2014di Saverio Lodato – 15 giugno 2014

Uno guarda le foto dell’urologo Attilio Manca, che ormai giace cadavere nel suo letto, devastato in volto e sanguinante, e si chiede perché mai un tossicodipendente mancino dovrebbe preferire il suo braccio sinistro per iniettarsi il micidiale mix di eroina e sedativi che di lì a poco causerà la sua morte (Correva la notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004).
Uno guarda le foto di Manca e si chiede perché mai presenta il setto nasale spezzato (gli avvocati dicono: “deviato”), come se si fosse ripetutamente accanito contro lo spigolo del comodino prima di “bucarsi”.
Uno legge il libro del collega Luciano Mirone, un “Suicidio di mafia” (editore Castelvecchi), che martedi pomeriggio sarà presentato a Palermo in Municipio, e comincia a farsi un’idea di quanto è accaduto.
Si apprende così, da non addetti ai lavori che ancora non lo sapevano, che l’urologo Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, curò e operò Bernardo Provenzano, in una clinica di Marsiglia, mentre il boss latitante, e sedicente “Gaspare Troia” grazie a una falsa carta d’identità rilasciata per “mano di mafia” dal Municipio di Villabate, era costretto a ricorrere a cure mediche clandestine per i suoi problemi alla prostata. E questo, verrebbe da dire, sino a prova contraria.

Si apprende, dal libro di Mirone, che Gino, il padre; Angelina, la madre; Gianluca, il fratello di Attilio Manca, non hanno mai creduto alla tesi del “suicidio” e che da anni pretendono verità e giustizia affermando che le cause autentiche della morte del congiunto sono avvolte da un indicibile “segreto di Stato”.
Si apprende, altresì, che proprio loro, i familiari, misero a disposizione della Procura di Viterbo (è in quel territorio che si verificò la morte di Attilio Manca) – dove si sta celebrando un processo “anni sessanta”, quanto a lentezza, cavilli burocratici, notifiche sbagliate, depistaggi non svelati, con persino l’unica imputata, che avendo avuto la geniale idea di eleggere domicilio presso lo studio di un avvocato morto, per il momento è riuscita a bloccar tutto – una gran messe di informazioni sugli ultimi giorni di vita di Attilio Manca, sui suoi spostamenti, le sue paure, le sue confidenze a persone che gli erano vicine. E si apprende, altresì, che tutto questo fin’ora non è servito a nulla.
manca-attilio-genitoriSi apprende, infine, che il pubblico ministero Michele Prestipino, che all’epoca ebbe magna pars nelle indagini sul caso, ascoltato in proposito dalla commissione antimafia ha rilasciato le dichiarazioni che seguono: “Quella vicenda (l’operazione di Provenzano a Marsiglia n.d.r.) è stata ricostruita, passatemi il termine, minuto per minuto, e tutti i soggetti coinvolti che hanno commesso reati sono stati condannati con sentenza passata in giudicato grazie alle intercettazioni, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e agli atti acquisiti con una rogatoria presso l’Autorità giudiziaria di Marsiglia, alla quale ho personalmente partecipato.”
E ancora: “Di tutti questi fatti, della partenza, proprio con orario e data, al ritorno, con orario e data, e riconsegna delle valigie di Provenzano, non c’è mai stata traccia di Attilio Manca”. Insomma: tutto fu a norma di legge, nessun particolare tralasciato, persino “le valigie di Provenzano”.
Attilio Manca allora – e ci pare l’unica conclusione possibile -, si “suicidò” con le carte a posto, con i timbri al posto giusto, con le date in regola. Si suicidò con mano sinistra sul braccio sinistro dopo essersi spaccato il naso?
Solo i “suicidi” sono imperfetti. Gli “omicidi”, di solito, sono “capolavori burocratici”.
Secondo voi, la morte di Attilio Manca, in quale dei due “casi di scuola” va annoverata?

saverio.lodato@virgilio.it

In foto: Saverio Lodato (© Giorgio Barbagallo) e Attilio Manca insieme ai genitori

Vertice del G77, la Bolivia capitale dei paesi del sud Fonte: Marx 21 | Autore: Angel Guerra Cabrera

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Il 14-15 giugno, a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia si svolge il Vertice del Gruppo dei 77 più la Cina (G77). Riunisce la maggior parte degli stati membri dell’ONU, che formano il sud politico, poiché al gruppo appartengono 133 dei 193 paesi partecipanti all’organismo internazionale, con quasi il 60 per cento della popolazione mondiale.

La celebrazione di questo appuntamento nel paese andino è un riconoscimento dei paesi del Sud all’enorme sforzo di trasformazione, decolonizzatore e solidale con i popoli del mondo promosso dai suoi popoli indios e meticci, e dal suo prestigioso leader indigeno Evo Morales, che lo ha guidato dal momento del suo arrivo alla presidenza nel 2006. Da uno dei paesi più poveri e subordinati a Washington dell’America Latina di allora, la Bolivia è oggi un vigoroso Stato plurinazionale, degno difensore della propria sovranità ed esempio di equità, interculturalità e inclusione sociale che, con il prodotto della rinazionalizzazione delle sue risorse naturali e l’organizzazione dei suoi movimenti sociali ha elevato in modo sostenibile i livelli di educazione, salute, benessere e riduzione della povertà, mentre conserva un’apprezzabile crescita economica. Possiamo affermare senza dubbio che in questi giorni è la capitale del Sud.

Il G77 ha acquistato un meritato prestigio in difesa degli interessi politici, economici e culturali dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Denominazione eufemistica ed eurocentrica poiché dietro a questi vocaboli si nasconde l’esistenza della maggioranza degli stati e delle regioni del mondo sottomessi al colonialismo, al neocolonialismo, allo sfruttamento e al saccheggio da parte del piccolo club delle potenze imperialiste sorto nel Nord Atlantico e in Giappone alla fine del XIX secolo. Gli stessi che oggi, guidati dagli Stati Uniti, pretendono di continuare a dominare il mondo appoggiandosi sul controllo delle nuove tecnologie della (delle) informazione con le loro ingannevoli attrattive edoniste e consumiste e parallelamente su una strategia di conquista e ricolonizzazione dei popoli che non esita a ricorrere a sanguinose e distruttive invasioni o alla feroce violenza destabilizzatrice mascherata da protesta sociale, come in Venezuela e Ucraina.

L’appuntamento in Bolivia, di per sé stesso, assume un’importanza inusitata dal momento che la visibile tendenza al transito dall’egemonia degli Stati Uniti a una riconfigurazione multipolare mondiale osservata nell’ultimo decennio si è espressa recentemente in una frattura tettonica dell’ordine internazionale.

All’esistenza di un forte polo di resistenza all’imperialismo statunitense che ha il suo nucleo nelle alternative liberatrici in America Latina e nei Caraibi si aggiunge il rapido consolidamento della proiezione di potere e rafforzamento di alleanze economiche, politiche e militari da parte di Russia, Cina, Iran e altri paesi della zona asiatica che rifiutano di subordinarsi alla politica estera di Washington.

In tal senso, sono stati decisivi l’atteggiamento della Russia e della Cina per impedire un intervento imperialista in Siria e la reazione russa alla rozza ingerenza della NATO in Ucraina con la reincorporazione della Crimea nella Federazione Russa. Allo stesso modo, il consolidamento dell’alleanza tra Russia e Cina con la nuova visita di Putin in questo paese e la firma del contratto del secolo per la fornitura di gas, la vendita di sofisticato armamento strategico russo al gigante asiatico e i multimilionari investimenti reciproci accordati da entrambi.

La presa di posizione boliviana ( http://www.comunicacion.gob.bo/sites/default/files/media/publicaciones/CARTILLA%20G77.pdf ), con il suo pensiero latinoamericano ispirato all’anticonsumista “buen vivir” andino, augura al vertice del G77 risultati favorevoli per continuare ad avanzare con l’agenda internazionale antimperialista, anti-neoliberale e anticoloniale. In opposizione alle violenze del capitale finanziario, per il diritto dei popoli a controllare le loro risorse naturali, per la democrazia partecipativa e protagonista non limitata al voto, difensora dell’ambiente e, di conseguenza, anticapitalista. Nello stesso tempo, rivendicatrice della dichiarazione per la Celac dell’America Latina come zona di pace, in opposizione ad ogni intervento straniero e, in particolare, a quello degli Stati Uniti in Venezuela e con il blocco di Cuba, reclamando la sovranità dell’Argentina sulle Malvine, e dando nuovo impulso all’unità e all’integrazione latino-caraibica rappresentate da Alba, Unasur, Mercosur rinnovato e Celac. E, naturalmente, per il diritto inalienabile della Bolivia ad avere uno sbocco al mare.

(Angel Guerra Cabrera è giornalista cubano residente in Messico ed editorialista di La Jornada)

Traduzione di Marx 21

Sel continua a dialogare con Renzi. Messaggio di Tsipras: “Lottare contro la barbarie dell’austerità” | Autore: fabrizio salvatori

All’assemblea nazinoale di Sel Vendola incassa il sì della stragrande maggioranza del partito. Migliore impone a dieci dei suoi l’astensione. La linea di forte mediazione lo convince a metà. Questa la formula usata da Vendola: “Dobbiamo proseguire nella strada che abbiamo gia’ incominciato a percorrere, dialogando con Matteo Renzi e sfidandolo nello stesso tempo, in primo luogo sui vincoli dell’Unione europea”. Niente di nuovo, quindi. Secondo il leader di Sel, in autunno i nodi verranno al pettine al di la’ degli spot televisivi e noi dovremo svolgere il nostro ruolo se non vogliamo essere destinati a ridurci la mummia di una speranza. Stiamo dando una cattiva notizia a chi si aspetta
oggi il de profundis di Sel”. All’assemblea ha mandato un suo messaggio Alexis Tsipras. Questo il testo della lettera. 

Carissime compagne e compagni dell’Assemblea Nazionale di SEL,
volevo ringraziarvi per la vostra determinazione e coerenza con cui avete condotto la battaglia delle elezioni europee. “L’Altra Europa” è riuscita di superare difficoltà e avversità e ha ottenuto un risultato elettorale significativo. Ha fatto cadere la legge elettorale antidemocratica, ha superato la censura e grazie allo spirito di sacrificio di migliaia di compagne e compagni e attiviste e attivisti è riuscita a eleggere tre eurodeputati in un scenario politico e sociale difficile in Italia e in Europa. L’aiuto dei militanti e amiche e amici di SEL in questo sforzo collettivo era determinante.

Il nostro successo nella battaglia delle elezioni europee ha dimostrato che in questa difficile lotta, per far fronte alle sfide, non deve mancare nessuno e che nonostante le difficoltà è importante continuare la strada dell’unità con pazienza, insistenza e dialogo. Conosco molto bene, dalla esperienza di Syriza in Grecia, che questa è una difficile strada. Ma è l’unica strada che può portare alla luce. Le notizie che mi sono arrivate dall’Italia negli ultimi giorni sono molto tristi. Il posto della speranza, dell’ottimismo, dell’altruismo e della lotta comune e disinteressata è stato preso da contrapposizioni e disaccordi per la ripartizione della rappresentanza e dei seggi al Parlamento europeo. Credo che la presenza di Barbara Spinelli al Parlamento europeo è positiva, come credo che potete ù importanti di quelle che ci dividono, specialmente in tempi di crisi. In ogni caso vale la pena di continuare la sfida del progetto de “L’Altra Europa”, come una figura collettiva e plurale, che potrà rappresentare per i prossimi cinque anni tutta la Sinistra Italiana al Parlamento europeo, ma contemporaneamente anche una piattaforma di democrazia diretta e di azione collettiva all’interno.

Pochi giorni fa a Bruxelles ho avuto l’occasione di incontrarmi con Nichi Vendola, Nicola Fratoianni, Arturo Scotta e Francesco Martone e riaffermare la nostra volontà per continuare il nostro comune cammino. Non ho alcun dubbio della sincerità di queste intenzioni. A Bruxelles, come ad Atene e Roma, da qualunque posto, siamo pronti a lottare contro la barbarie dell’austerità neoliberale e di difendere la dignità e i diritti dei nostri popoli, specialmente dei lavoratori del precariato, dei disoccupati e dei giovani. Ho piena fiducia che in questa battaglia la Sinistra Ecologia Libertà e “L’Altra Europa” saranno in prima linea. Vi auguro di cuore buon successo al lavori della vostra Assemblea Nazionale e a tutti voi di essere forti.

Ecco il piano per uccidere Maduro | Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Caracas. L’intelligence avrebbe anche sventato un attacco all’ambasciata del Brasile

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Mili­tari, alti fun­zio­nari e per­so­na­lità poli­ti­che di oppo­si­zione. Il governo vene­zue­lano ha illu­strato ieri un altro capi­tolo del piano ever­sivo, denun­ciato lo scorso 28 mag­gio, volto a ucci­dere il pre­si­dente Nico­las Maduro. Un’operazione da rea­liz­zare nell’ambito delle pro­te­ste vio­lente, scop­piate il 12 feb­braio, e ancora par­zial­mente in corso. Ieri, il mini­stro degli Interni Miguel Rodri­guez Tor­res ha detto che l’intelligence ha sven­tato anche un attacco all’ambasciata del Bra­sile. Nello stato Lara, un gruppo armato ha assal­tato una caserma mili­tare, ferendo un tenente e alcuni sol­dati. Gio­vedì, un gruppo di incap­puc­ciati ha attac­cato un auto­bus di linea a Puerto ordaz, aggre­dendo l’autista, in un copione già visto spesso in altre parti del paese.

A mag­gio, i diri­genti del Par­tito socia­li­sta unito del Vene­zuela (Psuv) hanno pre­sen­tato alla stampa alcune inter­cet­ta­zioni, dispo­ste dalla Pro­cura gene­rale alla posta elet­tro­nica di noti impren­di­tori, diplo­ma­tici e lea­der dell’opposizione oltran­zi­sta, come la ex depu­tata Maria Corina Machado. Gio­vedì sera, in un pro­gramma tele­vi­sivo con­dotto dal pre­si­dente dell’Assemblea, Dio­sdado Cabello, è stato dif­fuso un video e sono state rese pub­bli­che altre inter­cet­ta­zioni tele­fo­ni­che e ambientali.

La voce prin­ci­pale è quella di Pedro Burelli, un ex impren­di­tore che ha occu­pato i ver­tici dell’impresa petro­li­fera di stato Pdvsa ai tempi del ten­tato golpe con­tro Hugo Cha­vez e che da anni risiede negli Stati uniti. Parla a più riprese con un mili­tare non iden­ti­fi­cato affin­ché con­vinca altri suoi com­mi­li­toni a unirsi ai piani gol­pi­sti. Si dice con­vinto che le vio­lenze di piazza, sca­te­nate dall’opposizione oltran­zi­sta, pro­dur­ranno un’insurrezione all’interno della Forza armata nazio­nale boli­va­riana (Fanb): «Altri­menti – dice la voce – ci saranno altri Leo­poldo Lopez nelle Forze armate che coglie­ranno il momento giu­sto per spaz­zar via la sco­ria del cha­vi­smo». Leo­poldo Lopez è il diri­gente di Volun­tad popu­lar (una delle forze che par­te­ci­pano al car­tello di oppo­si­zione Mud) in car­cere in attesa di pro­cesso con l’accusa di aver gui­dato le vio­lenze, che hanno finora pro­vo­cato 42 morti. Insieme a Machado e al sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma, Lopez ha pro­mosso la cam­pa­gna «la salida» per pro­muo­vere l’espulsione dal governo di Maduro a furor di piazza.

La Pro­cura che indaga sulla rete ever­siva, in cui è coin­volto anche un ex amba­scia­tore Usa in Colom­bia, Ricardo Koe­sling, ha emesso alcuni ordini di com­pa­ri­zione. Nes­suno, però, si è pre­sen­tato e così, oltre a Koe­sling, sono ora ricer­cati dall’Interpol anche Diego Arria, ex gover­na­tore del Distretto fede­rale (Cara­cas), e Burelli. Lunedì deve com­pa­rire davanti al giu­dice Maria Machado, e nel corso della set­ti­mana saranno sen­tite anche diverse altre per­so­na­lità coinvolte.

Ieri, la Pro­cu­ra­trice gene­rale della Repub­blica, Luisa Ortega Díaz, ha pole­miz­zato con Gabriela Knaul, rela­trice spe­ciale all’Onu, che ha mani­fe­stato «pre­oc­cu­pa­zione» per l’indipendenza della magi­stra­tura in Vene­zuela. «E io, signora, sono pre­oc­cu­pata per la sua man­canza di infor­ma­zione», ha ribat­tuto Ortega, snoc­cio­lando cifre e dati. Secondo una recente inchie­sta dell’International Con­sul­ting Ser­vi­ces (Ics), l’82,5% dei vene­zue­lani è con­vinto che gli Usa com­piano inge­renze in Vene­zuela. Pur dicen­dosi pre­oc­cu­pato per l’insicurezza e per l’inflazione, se si votasse oggi, il 54,3% sce­glie­rebbe di nuovo Nico­las Maduro.

Il pre­si­dente vene­zue­lano arriva oggi in Boli­via, per par­te­ci­pare al ver­tice del G77 più Cina (e con l’Onu), che si con­clude domani. Sul tavolo i temi per le pros­sime Mete del Mil­len­nio che si rin­no­vano nel 2015.

La corruzione in Italia, ecco perché il sistema non è riformabile | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Imper­ver­sano le notizie-shock sul dila­gare della cor­ru­zione e ogni giorno ci si domanda quale altro nome eccel­lente lo tsu­nami tra­vol­gerà. La realtà supe­rando la fan­ta­sia, si atten­dono sor­prese. È un déjà vu, il gioco di società che dise­gna il ritratto più fedele della società ita­liana ai tempi della nuova moder­niz­za­zione. Se al Vimi­nale è stato il capo di un’associazione a delin­quere e ai ver­tici della Guar­dia di finanza i garanti di un gigan­te­sco sistema di tan­genti, non potrebbe darsi che tra i regi­sti di una mega-frode fiscale spun­tino un mini­stro delle Finanze, un giu­dice della Corte dei conti, un alto diri­gente della Ragio­ne­ria dello Stato?Non accadde già ai tempi del gene­rale Giu­dice o con lo scan­dalo delle banane del mini­stro Tra­buc­chi? Si assi­ste per­plessi alla marea pro­vando repul­sione, incre­du­lità, indi­gna­zione. Dopo­di­ché capita di chie­dersi per­ché. Per­ché, tra i paesi euro­pei «avan­zati», la cor­ru­zione abbia eletto domi­ci­lio pro­prio in Ita­lia. E per­ché con que­ste dimen­sioni, que­sta potenza, que­sta incoer­ci­bile forza di radi­ca­mento. La Corte dei conti parla di 60 miliardi l’anno, più o meno dieci volte il costo del mira­co­loso bonus Irpef. E que­sto ad appena vent’anni da Mani pulite, quando si pensò che la bufera avesse spaz­zato via, col per­so­nale poli­tico della «prima Repub­blica», un’intera genìa di mal­fat­tori. La quale invece non ha sol­tanto con­ti­nuato imper­ter­rita, ma ha evi­den­te­mente figliato, si è mol­ti­pli­cata e ha pure raf­fi­nato le pro­prie com­pe­tenze cri­mi­nose. Insomma per­ché in Ita­lia la cor­ru­zione è sistema? Al punto che il sistema sele­ziona i cor­rotti e discri­mina gli one­sti, met­ten­doli in con­di­zione di non nuo­cere con la pro­pria improv­vida, ana­cro­ni­stica, anti­si­ste­mica onestà?

C’è una prima ragione di lungo periodo. Che non è meno vera per non essere una sco­perta dell’ultim’ora. La cor­ru­zione è un reato con­tro la col­let­ti­vità, una ferita ai suoi beni mate­riali e imma­te­riali. Ma si dà il caso che la nostra sia da tempo imme­more – già dall’eclissi dell’Impero romano – una società pul­vi­sco­lare, di pri­vati e di par­ti­co­lari. Nella quale la pas­sione civile non ha messo radici, fatta ecce­zione per qual­che spa­ruta cer­chia intel­let­tuale. Si capi­sce che qui la cor­ru­zione sia tol­le­rata e per­sino ben vista, anche da chi ha sol­tanto da per­dere non potendo pra­ti­carla in prima per­sona né trarne bene­fici. Se per un verso (in pub­blico) si storce il naso, per l’altro (in pri­vato) si è pronti ad ammi­rare e magari, potendo, a emu­lare chi la fa franca e su que­sta ambi­gua virtù costrui­sce for­tune. Si fac­cia quindi atten­zione alla dia­let­tica del con­trollo, che quanto più è severo, tanto più gra­ti­fica chi rie­sca a vio­larlo. Con­trol­lare è indi­spen­sa­bile, ma non ci si illuda: non ci sarà con­trollo che tenga fin­ché somma virtù sarà la valen­tia del fili­bu­stiere. Ma pro­prio in una società sif­fatta la poli­tica è il cuore del pro­blema. Non per­ché sia neces­sa­ria­mente l’epicentro della cor­ru­zione, come si ama ripe­tere nei salotti buoni e nelle reda­zioni. Anche se non va di moda dirlo, la cor­ru­zione sgorga spesso dalla benea­mata società civile: per­vade i mondi dell’impresa, del cre­dito e dell’informazione, il pri­vato non meno che il pub­blico. Il cuore del pro­blema è la poli­tica per­ché, tale essendo il costume, dalla poli­tica sol­tanto – in pri­mis dal legi­sla­tore – può muo­vere il riscatto.

E per­ché quindi, dove invece la poli­tica non si distin­gue dal costume e quindi lo asse­conda, ne deriva ine­vi­ta­bile un disa­stro. Il rove­scia­mento dei valori ne trae vigore e i com­por­ta­menti anti-sociali, già legit­ti­mati dal sen­tire comune, ne risul­tano lega­liz­zati, di nome o di fatto. Anche da que­sto punto di vista la sto­ria ita­liana offre un qua­dro deso­lante. Si pensi ieri alla Banca Romana, ai governi della mala­vita, alla cor­ru­zione dila­gante nel regime fasci­sta, la cui denun­cia costò la vita a Mat­teotti. E si pensi, nella sto­ria della Repub­blica, alla folta teo­ria degli scan­dali demo­cri­stiani e socia­li­sti, con al cen­tro il sistema delle par­te­ci­pa­zioni sta­tali, le casse di rispar­mio, la manna dei lavori pub­blici. Ciò nono­stante, que­sta sto­ria non è la notte delle vac­che nere. In un pae­sag­gio pres­so­ché uni­forme c’è stata una felice ano­ma­lia. E un pur breve tempo – tra gli anni Ses­santa e Set­tanta del secolo scorso – in cui le cose par­vero andare altri­menti. Si può leg­gere la sto­ria del Pci, nei primi cinquant’anni della sua vita, come quella di una pre­ziosa dis­so­nanza: del vet­tore di un’etica civile laica e di una cul­tura poli­tica nuove, per molti versi estra­nee alle tra­di­zioni di que­sto paese. Per non dire al suo carat­tere nazio­nale. Gram­sci lo dice a chiare let­tere: il moderno prin­cipe è il cata­liz­za­tore di una «riforma intel­let­tuale e morale» per l’avvento di una demo­cra­zia inte­grale. E dav­vero, fino agli anni Set­tanta, i comu­ni­sti ita­liani per­lo­più lo furono, con­ce­pendo e pra­ti­cando la poli­tica come impe­gno volto a far pre­va­lere un’idea. Come una pro­fes­sione in senso webe­riano – un «saper fare» fatto di com­pe­tenza, disin­te­resse e senso di respon­sa­bi­lità – con­sa­crata alla tra­sfor­ma­zione della società. Poi, nel corso degli anni Set­tanta, le belle ban­diere furono ammainate.

In que­sti giorni ricor­diamo l’ultimo grande segre­ta­rio del Pci scom­parso trent’anni or sono. La figura umana e morale di Enrico Ber­lin­guer è nel cuore di noi tutti. Ma non si dice abba­stanza forte che durante una prima lunga fase della sua segre­te­ria il par­tito cam­biò volto. Si buro­cra­tizzò e divenne il par­tito degli ammi­ni­stra­tori, seco­la­riz­zan­dosi nel senso meno nobile del ter­mine. Rimango dell’idea che anche di que­sto, che per lui fu un dramma, Ber­lin­guer morì. Quando – avver­tita la neces­sità di alzare il tiro con­tro l’arroganza dei padroni e le discri­mi­na­zioni di genere, con­tro l’acquiescenza all’imperialismo ame­ri­cano e, appunto, il dila­gare della cor­ru­zione – sco­prì che la bat­ta­glia era da com­bat­tersi già den­tro il par­tito, e che nem­meno qui il buon esito era acqui­sito. Sta di fatto che, morto Ber­lin­guer, il Pci si nor­ma­lizza e, ancor prima di chiu­dere i bat­tenti, cessa di essere una con­trad­di­zione. Per que­sto non regge all’implosione della «prima Repub­blica» né, tanto meno, si mostra capace di gui­dare una rina­scita. Anzi viene tra­volto, senza un’apparente ragione. Lasciando che Ber­lu­sconi, cam­pione di mora­lità, si fac­cia, dopo Tan­gen­to­poli, inter­prete della nuova moder­nità ita­liota. Siamo così ai nostri giorni. Chi fa poli­tica oggi in Ita­lia? E per­ché e come? Nella migliore delle ipo­tesi – scon­tate le debite, inin­fluenti ecce­zioni – il poli­tico è un tec­nico senza visione. Più spesso, un addetto ai lavori che cono­sce soprat­tutto e ha a cuore la rete di rela­zioni che gli ha per­messo di acqui­sire posi­zioni e influenza. Un esperto nella pra­tica del potere che vive tut­ta­via senza patemi il depe­rire del ruolo a fun­zioni ese­cu­tive o esor­na­tive. Sin­daci, pre­si­denti di regione, asses­sori si bar­ca­me­nano nei vin­coli posti dall’esecutivo, le cui deci­sioni i par­la­men­tari rati­fi­cano. Capi di governo e mini­stri si atten­gono alle diret­tive euro­pee e dei mer­cati. Sullo sfondo, un sistema di par­titi che vivono per ripro­dursi senza nem­meno più ven­ti­lare l’ipotesi di sot­to­porre a cri­tica que­sto stato di cose e di modificarlo.

Que­sto signi­fica essere cor­rotti? In larga misura sì. E ad ogni modo si capi­sce che la cor­ru­zione si svi­luppa molto più facil­mente quando la fina­lità del fare poli­tica è fare poli­tica: restare nel giro, par­te­ci­pare ai riti del potere, riti­rare i divi­dendi dello sta­tus, uti­liz­zare le isti­tu­zioni per intrat­te­nere rap­porti utili con la società civile. La quale, dal canto suo, ha tutto l’interesse di tro­vare inter­lo­cu­tori isti­tu­zio­nali com­pren­sivi e dispo­ni­bili a esau­dire i suoi non sem­pre irre­pren­si­bili desi­de­rata. Se è così, non c’è da stu­pirsi che dopo Tan­gen­to­poli le cose non siano cam­biate affatto, se non in peg­gio. Né vi è ragione di con­fi­dare – reto­ri­che a parte – in un’autoriforma del sistema o in una spal­lata rige­ne­ra­trice. Non che le masse si iden­ti­fi­chino entu­sia­ste con il governo in carica, come pre­tende la fan­fara di gior­nali e tv. Il 25 mag­gio e ancora il 9 giu­gno hanno vinto sopra tutti la disaf­fe­zione, l’astensionismo, il vaffa stri­sciante. Ma con­trad­di­zioni serie attra­ver­sano il “popolo”. Il risen­ti­mento qua­lun­qui­stico del «così fan tutti» è spesso solo la maschera dell’assuefazione. Il “popolo” per un verso stig­ma­tizza que­sti com­por­ta­menti e invoca la gogna per i cor­rotti. Per l’altro, è incline a com­pren­dere e a giu­sti­fi­care. A con­ce­dere atte­nuanti alla pro­pria parte (sem­pre meno cor­rotta delle altre) e a taci­ta­mente invi­diare il cor­rotto baciato dal suc­cesso. Anche per que­sto il “popolo” rifugge come la peste il poli­tico uto­pi­sta e visio­na­rio, l’ideologo idea­li­sta, il cat­tivo mae­stro di un tempo che fu. Dio ci scampi. Meglio, molto meglio gli uomini del fare, pro­prio per­ché senza idee e un poco mascalzoni.

L’ennesima strage nel Mediterraneo non impressiona più nessuno | Fonte: Il Manifesto | Autore: Luca Fazio

Andare a pren­derli. Por­tarli qui. Assi­sterli. Que­sta è la sola cosa da fare per non par­te­ci­pare a un delitto col­let­tivo. Ma non c’è con­danna, né ver­go­gna, per cui basta avere un po’ di for­tuna per non dover assi­stere ogni giorno alla penosa conta dei morti: se le navi dell’operazione “Mare Nostrum” arri­vano per tempo, bene, altri­menti gli anne­gati riman­gono fan­ta­smi e distur­bano ancora meno. Ormai si rimane nel vago, oggi una decina, o decine, forse un cen­ti­naio. Pro­prio in que­ste ore, nel tratto di mare tra la Libia e le isole Pela­gie (Linosa e Lampedusa).Ma non si impres­siona più nes­suno, nem­meno coloro che per dovere sareb­bero chia­mati ad espri­mere la solita com­mo­zione di rito. I poli­tici. Dun­que, non si capi­sce per­ché que­sto governo (come gli altri) dovrebbe farsi carico di que­sta immane tra­ge­dia che lascia l’opinione pub­blica del tutto indif­fe­rente. La mitica società civile ha altro cui pen­sare. Certo, il mini­stro dell’Interno, per dovere, ogni giorno è costretto a sbrac­ciarsi per farsi sen­tire, ma il suo è un pen­siero che ha il respiro di una con­fe­renza stampa che non inte­ressa nessuno.

Ras­si­cura i sin­daci sici­liani, pro­mette risorse per l’accoglienza, ipo­tizza piani per gestire l’emergenza, come se la siste­ma­zione digni­tosa dei migranti (quasi tutti pro­fu­ghi) non fosse un “pro­blema” che andava gestito e risolto per tempo, mesi fa, distri­buen­doli su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale. Di più non può. Ma soprat­tutto ce l’ha sem­pre con l’Europa Ange­lino Alfano, e ha pure ragione. Nes­suno lo ascolta. Lo lascia solo anche il governo, soprat­tutto il suo pet­to­ruto pre­si­dente del Con­si­glio Mat­teo Renzi, che non ha mai spre­cato una parola per quella che viene deru­bri­cata come “la tra­ge­dia dell’immigrazione”. Prima o poi dirà la sua, magari quando altre decine (o cen­ti­naia) di corpi gia­ce­ranno sul molo di qual­che porto nostrano.

Ma non è que­sto il caso. L’altro giorno i corpi recu­pe­rati sono stati “solo” dieci. Rou­tine. Anche se il sin­daco di Lam­pe­dusa Giusi Nico­lini, la stessa per­sona che il Pd voleva can­di­dare in Europa prima di riman­giarsi la parola data, è stata la prima a ripor­tare le testi­mo­nianze dei soprav­vis­suti che resti­tui­scono alla cro­naca i con­torni dell’ennesima strage nel medi­ter­ra­neo. I morti sono più di dieci. Molti di più.

Que­sti i fatti. Nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum”, una unità della marina ha tro­vato in mare, a 105 miglia da Lam­pe­dusa, 39 nau­fra­ghi alla deriva su un gom­mone, e suc­ces­si­va­mente, 12 miglia più a sud, una nave mer­can­tile ha rac­colto un uomo solo (due dei nau­fra­ghi erano gra­ve­mente ustio­nati e per soc­cor­rerli è stato neces­sa­rio uti­liz­zare un eli­cot­tero). Dalle loro testi­mo­nianze — come ripor­tato da Nico­lini e con­fer­mato dalla marina mili­tare ita­liana — i gom­moni rove­sciati sareb­bero due, e su ognuno si sareb­bero imbar­cate circa 80–90 per­sone. Quindi, nella peg­giore delle ipo­tesi, nel pome­rig­gio di venerdì sono morte 140 per­sone, nella migliore gli scom­parsi sono 120.

Non c’è lutto nazio­nale, non c’è nulla. C’è solo Ange­lino Alfano che dichiara tutto e il con­tra­rio di tutto, senza timore di con­trad­dirsi. Prima ha detto “siamo qui per tro­vare solu­zioni con­crete e imme­diate, la nostra prio­rità è dare acco­glienza e sal­vare vite”, poi ha riba­dito che l’operazione “Mare Nostrum” non può durare all’infinito, anzi ha minac­ciato di sospen­derla, anche se oggi tirare i remi in barca signi­fica con­dan­nare a morte cen­ti­naia e cen­ti­naia di persone.

“Il medi­ter­ra­neo è una fron­tiera euro­pea — ha spie­gato — e noi sal­viamo le vite di chi vuole andare in Europa non di chi vuole venire a Poz­zallo o a Ragusa, e quindi o l’Europa si fa carico di una ope­ra­zione di ricerca dei pos­si­bili nau­fra­ghi oppure la mia pro­po­sta sarà di non pro­se­guire l’operazione “Mare Nostrum”. Ha alzato la voce, e deve essere que­sto il tono che l’Italia cer­cherà di assu­mere durante il seme­stre euro­peo per chie­dere aiuto (cioè soldi) all’Europa: “L’Italia non può più farsi carico del disa­stro creato in Libia dagli altri paesi occi­den­tali, que­sto disa­stro non può essere più solo in carico agli italiani”.

Vero è che la stra­grande mag­gio­ranza dei migranti che rie­scono a sbar­care non ha alcuna inten­zione di fer­marsi in Ita­lia. Pro­ba­bil­mente sarà così anche per gli ulti­mis­simi arri­vati. La notte scorsa, circa 260 per­sone, quasi tutti eri­trei, sono arri­vate nel porto di Cata­nia su un mer­can­tile bat­tente ban­diera di Anti­gua e Bar­buda. Ieri mat­tina, invece, due moto­ve­dette della Guar­dia costiera hanno sal­vato 281 siriani che erano a bordo di un pesche­rec­cio lungo circa venti metri. Altri 700 migranti rac­colti in mare nei giorni scorsi oggi arri­ve­ranno nel porto di Palermo.