Basta Razzismo- Basta naufragi Catania antifascista è solidale con i migranti-SABATO 14 giugno Sit-In dalle ore 17,30 in piazza Stesicoro, lato statua Bellini

 

Basta Razzismo- Basta naufragi

Catania antifascista è solidale con i migranti

Consideriamo vergognoso che i neofascisti di Forza Nuova possano manifestare in città per urlare il loro odio contro i migranti; se fosse per loro il dramma dell’immigrazione lo risolverebbero con un’epidemia o mitragliando in mare i barconi che li trasportano.

Non è bastata la strage di migranti del 3 ottobre scorso a Lampedusa per abrogare le vergognose leggi razziali, che chi ci ha governato in questi anni ha emanato, che impediscono canali d’ingresso legali per chi fugge dalla miseria in cerca di lavoro e canali umanitari per chi fugge da guerre, provocate dagli Usa,dalla Nato e dalla Unione Europea per “esportare” la democrazia in Irak, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina… Gli effetti sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere la tragica realtà: le leggi proibizioniste hanno ingrassato le mafie mediterranee e i regimi corrotti e liberticidi del NordAfrica, mentre basterebbe un’applicazione estensiva della Convenzione di Dublino per permettere di concludere il percorso d’asilo politico, non nel primo paese d’arrivo (Dublino 2) ma in quello dove i richiedenti asilo (nella stragrande maggioranza) possono ricongiungersi con i familiari nei paesi nordeuropei . L’odio contro i migranti è stato alimentato in questi anni dal crescente razzismo istituzionale e da una pseudo-accoglienza che mira solo a fare business sulla pelle dei migranti (vedi il megaCara di Mineo), su questo terreno fertile attecchiscono le forze neofasciste per demonizzare sempre più i migranti in vista di una pulizia etnica, che ci precipiterebbe nel tragico ventennio.

Nella fiera di Catania da anni ci sono tensioni contro i migranti, ma nelle ultime settimane la lotta per la “legalità” si sta accanendo soprattutto contro i venditori ambulanti senegalesi, poiché oserebbero reagire. Anche noi diciamo “chi sbaglia paghi”, ma bisognerebbe accertare sempre le reali dinamiche conoscendo il punto di vista delle parti coinvolte, compresi i migranti. Non sono certo gli ambulanti senegalesi ad arricchirsi con il mercato del falso, ma chi sta dietro al business della contraffazione dei marchi e cioè il più delle volte la ricca e indisturbata criminalità organizzata nostrana, verso la quale si rischia anzi di spingere gli irregolari, se ci si ostina a criminalizzarli. Perché dunque non si persegue a monte chi produce la merce con i marchi contraffatti? L’economia italiana non è certo in crisi per via delle borsette vendute in corso Sicilia, e non è colpa delle scarpe da ginnastica taroccate se le industrie chiudono. Non ci risulta ancora che circolino imitazioni di automobili Fiat, eppure la Fiat chiude i suoi stabilimenti (come a Termini Imerese) lasciando a casa migliaia di lavoratori o ricattandoli (come a Pomigliano e Mirafiori): questo perché la Fiat con i finanziamenti del governo sposta la produzione nei paesi (come in Serbia) in cui è possibile risparmiare sui dipendenti e sui loro diritti. Per questo le industrie in Italia chiudono. Noi da anni lottiamo contro il lavoro in nero e la precarietà, nonostante le leggi (e gli interessi padronali che pretendono che gli effetti della crisi li paghino sulla loro pelle solo i/le lavoratori/rici) vadano in direzione contraria. Per questo bisogna saper individuare chi sono i reali responsabili della distruzione del diritto al futuro per le nuove generazioni: non certo i migranti, principali vittime delle maggiori ingiustizie planetarie.

La situazione degli ambulanti della Fiera di Catania, soprattutto senegalesi, è molto peggiorata. In una città dove l’abusivismo regna sovrano, dove le cosche mafiose controllano interi territori e settori centrali dell’economia e non solo, i lungimiranti rappresentanti delle istituzioni locali stavolta hanno scelto di dare carta bianca ai neofascisti per manifestare, alla faccia delle legge Mancino e dei funerali dei 17 migranti annegati un mese fa.

La nostra Europa non ha confini- Mai più clandestini ma cittadini

SABATO 14 giugno Sit-In dalle ore 17,30

in piazza Stesicoro, lato statua Bellini

ANPI, Rete Antirazzista, Città Felice, LILA, Cobas Scuola, Comitato NoMuos/NoSigonella, GAPA, redazione de : I Siciliani giovani- I Cordai- Le Siciliane/Casablanca, , area Kerè, rete la RagnaTela, UDI-Ct, Sinistra sindacale Cgil-Sicilia, SEL fed.prov,Associazione Rita Atria

Gratteri a Catania: “Basta sconti ai politici che favoriscono la mafia” da: livesiciliacatania

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Le nuove frontiere della lotta alla mafia raccontate da Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina, Saverio Lodato, giornalista e Nicola Gratteri procuratore aggiunto di Reggio Calabri

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CATANIA – Il cortile di Palazzo Platamone ha ospitato un confronto appassionato sulla lotta alla mafia. Un dibattitto vivace, organizzato da Addiopizzo Catania, che ha visto sul palco dei relatori Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina, Saverio Lodato, giornalista e Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria.

“Questo non è un salotto, è un dibattito – ha esordito Chiara Barone di Addiopizzo- come associazione siamo convinti che prima di parlare bisogna agire. Noi utilizziamo in questo convegno la parola antimafia perché qui ci sono i veri esponenti della lotta alla mafia. Non è facile parlare né definire la mafia, usiamo la definizione di Giovanni Falcone, è un fenomeno umano, fatto di uomini e donne”.

Barone si concentra sull’Agenzia nazionale dei beni confiscati e sul caso Riela, poi passa la parola a Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina.

“Catania -esordisce Ardita- non ha bisogno di antimafia gridata. Il fenomeno mafioso si è riorganizzato, a Catania in passato c’è stato un rapporto stretto tra mafia, politica e magistratura”. “Questa città grazie alla gente, a Cittainsieme, tutti coloro che si ritrovavano attorno al mitico presidente Scidà, si è ribellata alla mafia. Quando morì Pippo Fava chi poteva orientare le opinioni della gente si inventò la pista personale. E invece era l’unico che parlava dei Santapaola, stesso discorso vale per l’ispettore Lizzio, lottava per un risultato, faceva la guerra ogni giorno. Una brutta sera di settembre ricevetti la telefonata: avevano ucciso l’ispettore Lizzio, aveva portato i testimoni contro un capo decina di Cosa Nostra”.

La relazione di Ardita è stata accolta da lunghi applausi del pubblico, poco dopo è iniziato l’intervento di Nicola Gratteri.

“Sono stato consulente gratuito della commissione Letta -spiega il procuratore aggiunto di Reggio Calabria- per studiare quali fossero le riforme da realizzare in Italia, penso che è il momento di tirare una linea, non abbiamo bisogno di stabilire la temperatura, ma dobbiamo trasformare le relazione negli articolati di legge”. Il magistrato ha illustrato alla platea, densa di esponenti della società civile, magistrati di primo piano come Pasquale Pacifico e Alessandro La Rosa ed esponenti delle forze dell’ordine: Alessandro Casarsa, comandante provinciale dei Carabinieri e Ferdinando Mazzacuva, capitano della Guardia di Finanza.

“Noi -ha aggiunto Gratteri- dobbiamo fare tante modifiche fino a quando renderemo non conveniente delinquere. Solo due cose fanno paura ai delinquenti: l’omicidio o l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Per tutti gli altri reati l’arrestato resterà in carcere al massimo 5 anni. Dobbiamo creare un sistema di non convenienza.

I dibattimenti sono intasati di reati bagatellari. Dobbiamo preoccuparci dell’ordinario. Siamo indietro almeno di 30 anni, andiamo ancora in udienza con i fascicoli, i carabinieri vanno in giro per l’Italia a fare notifiche. Perché devo perdere 3 mesi a fare notifiche e non posso utilizzare la posta certificata nelle notifiche alle avvocati. La posta certificata dovrebbe essere obbligatoria per tutti i cittadini, a sostegno di chi non ha soldi interviene lo Stato. Per stampare un’ordinanza di custodia cautelare ci vogliono 30 mila euro. Ho proposto di comprare 20 mila tablet, da consegnare ai detenuti per le notifiche e la lettura degli atti”.

E ancora, insiste Gratteri: “Dobbiamo eliminare i reati bagatellari, se una casa è abusiva deve essere demolita subito, dal punto di vista amministrativo. Intervenire sulla prescrizione sarà molto difficile”.

Il procuratore aggiunto di Palermo punta l’attenzione sul rapporto mafia – politica, e chiede: “Perché è conveniente delinquere? Perché la politica è assente, la mafia interviene dove non c’è l’istituzione. La mafia fa lavorare i capi di famiglia per 20 giorni anche con piccoli lavori.
Ho proposto come pena minima per i mafiosi 20 anni”.

Lo scambio politico mafioso. “La pena del 416 ter -dice Gratteri- è più bassa dell’associazione mafiosa, il messaggio è che è meno grave e facciamo sconti al candidato politico che ha rapporti con la mafia.

Beni confiscati. “L’agenzia dei eni confiscati è un carrozzone, il Prefetto Caruso non sapeva quanti fossero gli appartamenti sequestrati. Io ho proposto di assegnare subito i beni sequestrati alle forze dell’ordine. È sbagliato mettere un prefetto all’Agenzia dei beni confiscati, ci vuole un manager, un imprenditore che capisca di bilanci, le imprese dopo il sequestro muoiono perché sono fuori mercato, le casse sono spesso scontrinifici per giustificare le fatture false fatte a monte, è la forma più rozza per riciclare i fondi provenienti dalla cocaina.

La sede dei beni confiscati deve essere a Palazzo Chigi, quando c’è una crisi deve intervenire il ministro del lavoro o quello dell’economia”.

Il giornalista Saverio Lodato ha puntato l’attenzione sul contesto politico italiano: “L’attuale governo è stato battuto in arteria di giustizia, ho la netta sensazione che stiamo regolando a un gigantesco regolamento dei conti della politica con la magistratura. Giovanni Falcone parlava di menti raffinatissime di una mafia che è riuscita a farsi Stato. Vent’anni fa si trattava tra politici e mafiosi, oggi non esiste più un mafioso duro e pure che fa solo il mafioso, oggi è un ingegnere, un architetto il cui nome non risulta alle indagini. L’antimafia vera c’è da circa 30 anni è molto più giovane”.

Appassionato anche l’intervento di Nino Di Matteo, che si commuove quando ricorda la prima volta in cui ha indossato la toga, durante i funerali di Giovanni Falcone e parla del ruolo militare della mafia e dei rapporti con le istituzioni.

Poi un lungo dibattito ha acceso Palazzo Platamone. Appassionato l’intervento di Elena Fava, figlia di Pippo, il giornalista ucciso perché parlava male dei potenti della città. Elena Fava ha puntato il dito contro il mondo dell’informazione, ricordando il ruolo del padre e l’impegno della Fondazione Fava per la formazione culturale dei giovani.

Berlinguer, la grande banalizzazione di un comunista scomodo Fonte: il manifesto | Autore: Luciana Castellina

Il trentennale della morte del segretario del Pci. Banalizzare la sua figura è la peggior sorte che gli si possa riservare. Berlinguer non cercava il consenso facile né era privo di spigoli. Le sue scelte furono molto contrastate, dentro e fuori il partito. Se ne esalta la memoria per rivendicare una continuità che non c’è

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Nei giorni scorsi ho scritto anche io sul sup­ple­mento che l’ Unità ha dedi­cato a Enrico Ber­lin­guer nel tren­ten­nale della morte. Do atto al quo­ti­diano un tempo “comu­ni­sta” di aver ope­rato un’apertura con­si­de­re­vole per­ché, come è ovvio, era impli­cito che avrei par­lato anche dello scon­tro che, come gruppo de il mani­fe­sto , avemmo con l’allora segre­ta­rio del Pci quando fu decre­tata la nostra radia­zione dal par­tito. Tempi oggi cam­biati rispetto a quelli in cui lo stesso gior­nale era arri­vato a pub­bli­care un arti­colo, a noi rivolto, inti­to­lato «Chi vi paga?», in cui si espri­meva il sospetto che si trat­tasse della Con­fa­gri­col­tori. (Chissà per­ché pro­prio la Confagricoltori).

E tut­ta­via, come mi è capi­tato in que­sti ultimi tempi di ripe­tere, quasi quasi rim­piango quelli pur duris­simi della nostra radia­zione: per­ché lo scon­tro aspris­simo pro­dusse un trauma in tutto il par­tito, se ne discusse a tutti i livelli, si aprì una rifles­sione in tutta l’opinione pub­blica della sinistra.

Oggi si può dire qual­siasi cosa che, vista la povertà del dibat­tito poli­tico, non suscita, non dico pas­sioni, ma nem­meno inte­resse. (Stento a defi­nirla “libertà d’espressione”).

Que­sto sta infatti acca­dendo con l’amplissimo fio­ri­le­gio di pub­bli­ca­zioni dedi­cate alla memo­ria di Enrico Ber­lin­guer: che susci­tano, come è giu­sto e natu­rale, grandi emo­zioni e nostal­gie — soprat­tutto quando si rive­dono le imma­gini strug­genti del dolore pro­fondo e sin­cero di un intero popolo al suo fune­rale — ma non con­tri­bui­scono affatto a chia­rire il pro­filo poli­tico di Ber­lin­guer. Un gio­vane nato negli ultimi decenni potrà desu­merne che si trat­tava solo di un uomo one­sto capace di susci­tare affetto e con­senso. Certo non è poco di que­sti tempi, ma pochis­simo per far capire dav­vero chi era.

Per­ché Ber­lin­guer è stato un diri­gente per nulla privo di spi­goli, che non ha con­cesso nulla alla ricerca di un con­senso faci­lone, non par­liamo delle sue capa­cità comu­ni­ca­tive: era il con­tra­rio dello sho­w­man. E che ha ope­rato scelte spesso con­tra­state e non solo dall’esterno del Pci.

Bana­liz­zarlo è la peg­gior sorte che gli si potesse riser­vare. (Avvenne del resto anche subito dopo la sua morte, con la pub­bli­ca­zione di un numero spe­ciale a lui dedi­cato di “Cri­tica Mar­xi­sta”, dove, se non sba­glio, fu solo Ser­gio Gara­vini a ricor­dare espli­ci­ta­mente que­sti contrasti.)

Non un’operazione inno­cente: serve a far cre­dere che anche quanto si fa oggi sia in defi­ni­tiva in con­ti­nuità con il suo pen­siero. Salvo il fatto che era un po’ troppo bac­chet­tone, un po’ troppo anco­rato al pas­sato, lento nel per­ce­pire quanto aveva invece colto Bet­tino Craxi: che il mondo era cam­biato e per essere con­tem­po­ra­nei biso­gnava spo­sare la moder­nità senza agget­tivi che il sistema proponeva.

(Per­sino il più quo­tato can­di­dato al pre­mio Strega, Fran­ce­sco Pic­colo con il suo “Tutti”, per­corre la stessa strada: ama Ber­lin­guer fino ad iden­ti­fi­carsi con lui, ma lo rende una figura pate­tica, un vec­chio buon nonno).

Luigi Pintor scrisse «E’ morto un buon comunista»

Il nostro giu­di­zio su Ber­lin­guer, per noi che siamo stati radiati, è molto più severo, e insieme molto più posi­tivo. Al momento della radia­zione i punti del con­tra­sto furono impor­tanti. In breve:la sua sor­dità rispetto ai movi­menti emer­genti, peg­gio: il suo sospetto verso il ’68, che privò il Pci della forza che veniva da una nuova gene­ra­zione che aveva cap­tato la valenza delle nuove con­trad­di­zioni del capi­ta­li­smo; l’insufficienza di un sistema tutto fon­dato sulla demo­cra­zia dele­gata e la neces­sità di intrec­ciarla con nuovi orga­ni­smi di rap­pre­sen­tanza diretta; la cri­tica al comu­ni­smo sovie­tico e alla coe­si­stenza fra le due grandi potenze mon­diali intesa come stru­mento dello statu quo .(Fu Luigi Longo, com­pa­gno lar­ga­mente e così ingiu­sta­mente dimen­ti­cato, a capire assai di più, e lo ripetè, ina­scol­tato, fin quando non fu defi­ni­ti­va­mente zit­tito dalla malat­tia. In un arti­colo su “Rina­scita” era per­sino arri­vato ad invo­care mag­giore plu­ra­li­smo, in con­tro­ten­denza con la rigida difesa dell’unanimismo invo­cato in nome di un’unità del par­tito già lar­ga­mente fittizia).

Poi venne il com­pro­messo sto­rico, obiet­tivo di lungo periodo, e il governo di unità nazio­nale come pas­sag­gio verso quella meta. Un’ipotesi che ridu­ceva il ben più com­plesso pro­blema del rap­porto col mondo cat­to­lico a quello con la Demo­cra­zia Cri­stiana. Per Gram­sci si era trat­tato della que­stione con­ta­dina, per Togliatti della que­stione demo­cra­tica per arri­vare più tardi alla com­pren­sione che una reli­gio­sità dav­vero sen­tita poteva con­tri­buire a supe­rare l’identificazione bor­ghese di libertà con indi­vi­dua­li­smo (vedi le tesi del 9° Con­gresso del Pci). Stra­na­mente pro­prio Ber­lin­guer, che cercò più di ogni altro un avvi­ci­na­mento alla Dc, aveva sem­pre mani­fe­stato incom­pren­sione per il ben diverso tra­va­glio di un mondo cat­to­lico che non si iden­ti­fi­cava affatto con il par­tito e che, dopo aver emar­gi­nato Dos­setti, aveva assunto il ruolo di pila­stro del neo­ca­pi­ta­li­smo ita­liano. Fu un rim­pro­vero che avan­zammo già ai tempi della Fgci, quando egli mancò di capire, e a trarne con­se­guenze in ter­mini di ini­zia­tiva poli­tica, la crisi pro­fonda della gio­ventù cat­to­lica per effetto di quella scelta e che portò alle dimis­sioni di ben due pre­si­denti della Giac e molti ade­renti alla Fuci a con­fluire via via nel Pci.

Non sono pochi né di poco conto, dun­que, i dis­sensi che ci hanno oppo­sto. E però c’è poi quanto accadde a par­tire dalla fine dei ’70. Su que­sto non fummo tutti con­cordi e il dibat­tito pro­se­guì a lungo ancora negli anni 2000 sulle colonne de “La Rivi­sta del Mani­fe­sto”, quella che ripren­demmo a pub­bli­care gra­zie all’incontro con gli ex ingra­iani che nel 1969 non ave­vano seguito la nostra scelta e al rein­con­tro fra tutti noi mani­fe­stini, fra cui il rap­porto si era incri­nato nel 1978, col distacco fra il Pdup e la reda­zione del giornale.

Per noi del Pdup si trattò di una vera svolta, la “seconda svolta di Salerno” fu defi­nita, per­ché prese corpo con un discorso di Enrico Ber­lin­guer ad un Comi­tato cen­trale d’emergenza che si tenne in quella città subito dopo il ter­re­moto dell’Irpinia; e dopo che nelle ele­zioni del ’79 il Pci aveva perso il 4% dei voti. In realtà il prezzo pagato alla poli­tica dell’unità nazio­nale era stato ben più pesante di quel pugno di voti: il par­tito stesso ne era uscito fatal­mente dete­rio­rato per effetto della pro­gres­siva iden­ti­fi­ca­zione con il sistema dei poteri locali.

La svolta, di nuovo molto sche­ma­ti­ca­mente, con­si­stette soprattutto:

  1. nell’abbandono del com­pro­messo sto­rico e nella pro­po­sta di alternativa;
  2. la aperta pole­mica con la linea adot­tata dalla Cgil di Lama (e una buona parte della dire­zione del Pci che l’appoggiava), che lo indusse a recarsi ai can­celli della Fiat a riaf­fer­mare il dovere di rap­pre­sen­tanza della classe ope­raia del Pci, e dun­que la pro­po­sta di refe­ren­dum sulla scala mobile azzop­pata dall’accordo detto di San Valen­tino fra sin­da­cato e governo Craxi;
  3. la rot­tura con l’Urss brez­ne­viana, certo fatal­mente tar­diva ma che con quella frase «è ces­sata la spinta pro­pul­siva della rivo­lu­zione di otto­bre» voleva dire una cosa suc­ces­si­va­mente negata: che era comun­que bene che quella rivo­lu­zione ci fosse stata, anche se era andata a finire male;
  4. il suo soste­gno al movi­mento paci­fi­sta, che si accom­pa­gnò al suo discorso sulla pos­si­bi­lità per l’Europa di una terza via, dun­que di un auto­no­mia dai due modelli, così come pur fra molte incer­tezze emer­geva anche nel dibat­tito della sini­stra social­de­mo­cra­tica europea;
  5. il suo discorso sull’austerità, che non voleva dire mona­cale rinun­cia ai pia­ceri della vita (come fu inter­pre­tata), né cedi­mento alle richie­ste padro­nali di “auste­rity”, ma assun­zione del moder­nis­simo pro­blema di un nuovo modello di sviluppo;
  6. e, infine, l’intervista sulla cor­ru­zione, che fu in realtà la denun­cia di una ormai gra­vis­sima crisi della democrazia.

Molti, anche fra le nostre fila, Ros­sana per esem­pio, di que­sto pas­sag­gio det­tero un giu­di­zio più severo, quelli del Pdup vi fon­da­rono invece il rein­con­tro con Ber­lin­guer, nella fase della più pro­fonda aggres­sione dell’anticomunismo cra­xiano. Fu lui stesso a pro­porci di entrare nel Pci, venendo pochi mesi prima di morire al nostro con­gresso a Milano, forse anche per­ché pur essendo noi un pic­colo par­tito ave­vamo qual­che migliaio di qua­dri capaci che pote­vano aiu­tarlo a rom­pere l’isolamento in cui si era tro­vato nel suo stesso par­tito. Noi accet­tammo: non si tratta di un rien­tro – disse Magri al Con­gresso in cui venne presa la deci­sine — ma un rein­con­tro, una tappa del pro­cesso che ave­vamo ipo­tiz­zato fin dalla nascita de “Il Mani­fe­sto”: aprire una dia­let­tica fra movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale e nuovi movimenti.

Credo sia stato giu­sto farlo, anche se la improv­visa scom­parsa del segre­ta­rio del Pci tagliò le ali a quella pro­spet­tiva. Altri com­pa­gni, la mag­gio­ranza della reda­zione del gior­nale, non seguì quella scelta e ebbero ragione sul fatto che il Pci che ritro­vammo non era forse più riformabile.

“E’ morto un buon comu­ni­sta” – inti­tolò il giorno dopo la morte di Ber­lin­guer il mani­fe­sto . E Luigi scrisse, affranto, nel suo edi­to­riale del 12 giu­gno che la sua morte «era una tra­ge­dia poli­tica», per via «dei grandi rischi che la demo­cra­zia ita­liana sta cor­rendo». Il titolo diceva: «Caduto in bat­ta­glia», il rico­no­sci­mento della durezza dello scon­tro in cui in quei suoi ultimi anni di vita era impe­gnato, uno scon­tro in cui, «lui che, per sua natura così pru­dente, ha tro­vato accenti estremi per espri­mere i suoi con­vin­ci­menti e susci­tare ener­gie capaci di rove­sciare l’andamento delle cose». Fino a riven­di­care orgo­glio­sa­mente “la diver­sità” dei comu­ni­sti: non per super­bia o arro­ganza, ma per sot­to­li­neare che quel che li distin­gueva era un di più di impe­gno, di mora­lità, di dispo­si­zione al sacri­fi­cio, in nome della lotta per una società non sem­pli­ce­mente “aggiu­stata”, ma radi­cal­mente diversa.

«Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento se si sman­tella quello che vi è alle spalle» Enrico Ber­lin­guer

Delle frasi pro­nun­ciate in que­gli ultimi anni da Enrico vor­rei ricor­darne soprat­tutto una, che oggi mi pare essen­ziale: «Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento, se si sman­tella quello che vi è alle spalle».
Per finire, la memo­ria di una bat­tuta di Lucio: «Pen­sate la sfiga dei comu­ni­sti, muo­iono tutti – Gram­sci, Togliatti, Ber­lin­guer, Andro­pov – pro­prio quando diven­tano più intelligenti»

Lavoro minorile: in Italia coinvolti 260mila bambini Fonte: rassegna

Sono almeno 260mila i bambini tra 7 e 15 anni coinvolti nel lavoro minorile in Italia, pari al 7% della popolazione in questa fascia di età, ovvero uno su 20. E’ uno dei dati che emergono dal dossier “Lavori Ingiusti”, indagine sul lavoro minorile e il circuito della giustizia penale realizzata da Save the Children in collaborazione e con il finanziamento del Ministero della Giustizia, e diffusa oggi a Roma in occasione della Giornata Mondiale contro il lavoro minorile.

Tra i settori che presentano le maggiori criticità su questo fronte il dossier segnala ristorazione, vendita, edilizia, agricoltura, allevamento e meccanica. E si mette in evidenza anche lo stretto collegamento tra lavoro minorile, abbandono della scuola e ingresso nella rete della giustizia minorile.

Si attesta al 66% infatti la quota dei minori del circuito della giustizia minorile che ha svolto attività lavorative prima dei 16 anni. Nel 73% dei casi sono giovani italiani mentre il 27% è costituito da ragazzi di origine straniera. Più del 60% degli intervistati ha svolto attività di lavoro tra i 14 e i 15 anni; tuttavia, oltre il 40% ha avuto esperienze lavorative al di sotto dei 13 anni e circa l’11% ha svolto delle attività persino prima degli 11 anni.

Il 71% dei ragazzi dichiara di aver lavorato quasi tutti i giorni e il 43% per più di 7 ore di seguito al giorno; il 52% ha lavorato di sera o di notte. Inoltre, la maggior parte afferma di avere iniziato a compiere azioni illecite tra i 12 e i 15 anni, parallelamente all’acutizzarsi di problemi a scuola, culminati spesso in bocciature e abbandoni.

Tra le raccomandazioni di Save the Children per far fronte al problema, l’adozione tempestiva di un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale, e in particolare delle peggiori forme di lavoro minorile.

Riforma pubblico impiego: proteste di Usb stamattina a palazzo Vidoni. Cobas: “Liste nere per gli esuberi”| Autore: fabrizio salvatori da controlacrisi.org

Momenti di tensione questa mattina a Roma, nella sede del ministero della Funzione Pubblica, dove i rappresentanti dell’USB Pubblico Impiego, convocati all’incontro con il ministro Madia sulla riforma della P.A., hanno fronteggiato le forze dell’ordine nel tentativo di far accedere nel palazzo anche un gruppo di lavoratori pubblici, riuniti in presidio dalle 9.30 sotto Palazzo Vidoni.“Renzi finge di parlare con i lavoratori, ma non li vuole dentro a discutere di una riforma che è contro i lavoratori stessi”, attacca Ermanno Santoro, dell’Esecutivo nazionale USB Pubblico Impiego. “La bozza di decreto prefigura infatti misure gravissime, che trasformano radicalmente la funzione della P.A., riducendola a servizio delle imprese”.

“Non solo si ribadisce il blocco dei contratti e si non prevede nessuna stabilizzazione per i precari – sottolinea il dirigente USB – ma vengono cancellati i diritti di rappresentanza ed imposta una mobilità selvaggia”.

“Chiediamo agli altri sindacati di svolgere insieme a noi una forte azione di contrasto a questa controriforma – conclude Santoro – unendosi allo sciopero generale del settore pubblico, già proclamato per il prossimo 19 giugno, che l’USB mette a disposizione di tutte le organizzazioni sindacali” .

Critiche all’ipotesi di riforma anche da parte dei Cobas. “La Pa procede alla risoluzione unilaterale dei rapporti di lavoro – dice Federico Giusti, dei lavoratori del Pubblico impiego – senza possibilità di sostituzione, del rapporto di lavoro di coloro che entro il biennio successivo maturano il diritto all’accesso” alla pensione ‘con conseguente corresponsione del trattamento’. Ma dopo la beffa della fornero, ne arriverà un’altra di dimensioni ancora più macroscopiche cosa vuol dire poi il limite di turnover solo sulla spesa non sulle persone, se tagli la spesa di personale sei impossibilitato ad assumere ? basti pensare alle migliaia di precari ai quali per anni hanno raccontato la favola delle stabilizzazioni, salvo poi rimangiarsi il tutto”.

“Ma siamo di fronte anche a situazioni paradossali – continua Giusti – come la possibilità di demansionare il personale in eccedenza, il che significa stravolgere lo stesso diritto del lavoro. lavoratori e lavoratrici scomode subiranno prima l’inserimento nelle liste nere degli esuberi e poi li ricatteranno con riduzioni salariali e demansionamenti. Ha ancora senso parlare di diritto del lavoro? Noi pensiamo di no, questa è barbarie”.

Rapporto Ecomafia 2014 di Legambiente Fonte: www.legambiente.it

Dedicato alla memoria di Ilaria Alpi, Milan Hovratin e Roberto Mancini, Legambiente presenta Ecomafia 2014: nomi e numeri dell’illegalità ambientale in Italia

29.274 infrazioni accertate nel 2013, più di 80 al giorno, più di 3 l’ora. In massima parte hanno riguardato il settore agroalimentare: ben il 25% del totale, con 9.540 reati, più del doppio del 2012 quando erano 4.173. Il 22% delle infrazioni ha interessato invece la fauna, il 15% i rifiuti e il 14% il ciclo del cemento. Il fatturato della criminalità ambientale, sempre altissimo nonostante la crisi, ha sfiorato i 15 miliardi.

E’ solo un anticipo delle storie e i numeri  di Ecomafia 2014, il dossier di Legambiente che monitora e denuncia puntualmente la situazione della criminalità ambientale. Il rapporto è dedicato alla memoria di Ilaria Alpi e Milan Hovratin e del sostituto commissario di polizia Roberto Mancini, recentemente scomparso per la malattia contratta a causa delle indagini sui traffici dei rifiuti condotte tra Campania e Lazio.

Intanto l’Italia attende ancora l’inserimento dei crimini contro l’ambiente nel Codice Penale. Il Ddl già approvato alla Camera, infatti,  giace in standby al Senato, ritardando ancora quella riforma di civiltà che il Paese attende da oltre 20 anni. Leggi tutto

Torino, l’11 luglio ribaltiamo il vertice sulla disoccupazione | Fonte: Rete della Conoscenza

In un decreto inter­mi­ni­ste­riale tra MIUR, MEF e MLPS messo a pro­to­collo il 5 giu­gno si rego­la­menta la spe­ri­men­ta­zione a par­tire dal pros­simo anno sco­la­stico dell’apprendistato come nuova forma di alter­nanza scuola-lavoro al IV e V anno delle scuole supe­riori. Si con­ferma dun­que l’indirizzo del Con­si­glio dell’UE sul rap­porto tra for­ma­zione e lavoro che richie­deva di raf­for­zare e ampliare la for­ma­zione pra­tica “aumen­tando l’apprendimento basato sul lavoro”.Que­sto prov­ve­di­mento farà spe­ri­men­tare la pre­ca­rietà lavo­ra­tiva già prima del diploma. Le scuole si pie­ghe­ranno som­mes­sa­mente agli inte­ressi del capi­ta­li­smo nostrano che oggi richiede forza lavoro scar­sa­mente qua­li­fi­cata, inter­cam­bia­bile e pronta a occu­pare le fasce basse del mer­cato del lavoro, senza diritti e tutele. Si attri­bui­sce all’istruzione la respon­sa­bi­lità della man­canza di occu­pa­zione (in par­ti­co­lare tra i gio­vani, oggi oltre il 46%), cau­sata invece dai prov­ve­di­menti di pre­ca­riz­za­zione del mer­cato del lavoro, dal Pac­chetto Treu al recente Decreto Poletti, e dalla man­canza di inve­sti­menti in istru­zione, ricerca e innovazione.

Ancora una volta i per­corsi for­ma­tivi ven­gono dequa­li­fi­cati in favore di una idea azien­da­li­stica dell’istruzione pub­blica, che, anche a causa della pre­ca­na­liz­za­zione pre­coce, perde la pro­pria fun­zione peda­go­gica per lasciare spa­zio all’insegnamento di mestieri piut­to­sto che di un com­plesso arco di com­pe­tenze cri­ti­che. Il 35% delle ore sco­la­sti­che in azienda rap­pre­senta un punto di non ritorno: si con­se­gnano le nostre scuole agli inte­ressi dei pri­vati, tanto che non saranno più le scuole a imma­gi­nare i pro­getti di alter­nanza ma le aziende stesse con pro­to­colli d’intesa con il MIUR e le Regioni.

Que­sto è solo uno dei tanti tas­selli utili a capire cosa suc­ce­derà l’11 luglio, quando a Torino si terrà il ver­tice euro­peo sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile, il primo dopo le ele­zioni euro­pee del 25 Mag­gio e il primo del seme­stre ita­liano di pre­si­denza del Con­si­glio dell’UE.

Cono­sciamo sin da ora il tea­trino media­tico a cui assi­ste­remo: dalle stanze blin­da­tis­sime in cui si svol­gerà il ver­tice tutti dichia­re­ranno prio­ri­ta­rio affron­tare il “dramma” della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile, descri­ven­dolo alla stre­gua di un feno­meno atmo­sfe­rico abbat­tu­tosi sull’Europa e non come il frutto di poli­ti­che ben pre­cise di pre­ca­riz­za­zione del mondo del lavoro, tagli al wel­fare e all’istruzione, ridu­zione dei salari e dei diritti.

Cono­sciamo anche quale sarà l’esito di quest’incontro: ci rac­con­te­ranno ancora una volta la favo­letta della fles­si­bi­lità, quella secondo cui dalla disoc­cu­pa­zione si esce sol­tanto pre­ca­riz­zando ulte­rior­mente il mer­cato del lavoro, ci spie­ghe­ranno che il pro­blema dei gio­vani è che siamo “choosy” e bam­boc­cioni, per poi dire che serve ancora più meri­to­cra­zia e sele­zione. Infine ci diranno ancora una volta che il pro­blema sono le nostre scuole e le nostre uni­ver­sità troppo poco col­le­gate con le esi­genze del mercato.

Non vogliamo né cre­diamo sia pos­si­bile arren­dersi alle mise­rie del pre­sente, cre­diamo serva atti­varsi per con­tra­stare gli attac­chi rap­pre­sen­tati dal Jobs Act, dal decreto Lupi e dal resto dei prov­ve­di­menti di que­sto Governo. Siamo una gene­ra­zione che vive sulla pro­pria pelle la pre­ca­rietà esi­sten­ziale che si sostan­zia in pri­mis come esclu­sione: dal lavoro, dal wel­fare, dalla casa, dai diritti. Siamo una gene­ra­zione votata alla subal­ter­nità, senza voce. L’11 luglio può costi­tuire un momento per ribal­tare anche le nostre vite, per ren­derci pie­na­mente protagonisti.

Ribal­tare il ver­tice è una neces­sità. Ribal­tare il pro­cesso demo­cra­tico, costruendo momenti di par­te­ci­pa­zione e mobi­li­ta­zione dal basso capaci di ripren­dere parola con­tro e oltre que­sto modello di Unione Euro­pea; ribal­tare l’ordine del discorso, rom­pendo la reto­rica della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile come acci­dente tec­nico o come incli­na­zione cul­tu­rale di una gene­ra­zione ignava; ribal­tare le prio­rità poli­ti­che, per met­tere al cen­tro del dibat­tito il radi­cale ripen­sa­mento della for­ma­zione, del wel­fare, della demo­cra­zia, del modello di svi­luppo a livello continentale.

Vergogna Renzi: un nuovo scudo fiscale è alle porte da: micromega

Se da un lato il premier Renzi tuona a parole contro la corruzione politica, dall’altra il suo governo pare abbia pronto un nuovo scudo fiscale. In molti negano ma un maxi emendamento in Parlamento parla di “voluntary disclosure”, modo gentile e camuffato per un ennesimo colpo di spugna nei confronti degli esportatori illegali di capitali.

di Alfonso Gianni

In una recente intervista, tra le pluriquotidiane rilasciate da quando è insediato, il Presidente del consiglio Matteo Renzi, in questo caso parlando nel ruolo di segretario del Pd, ha dichiarato che andrebbero cacciati a calci nel culo coloro che si fanno corrompere nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche. Riferendosi anche ai membri del suo partito colti con le mani nella mazzetta. L’espressione non era raffinata, ma, si potrebbe dire, quando ci vuole, ci vuole! Peccato che contemporaneamente indiscrezioni giunte alla stampa solitamente bene informata, ci rivelino l’esistenza del testo in definizione di un decreto che attuerebbe un nuovo maxicondono per favorire il rientro dei capitali trafugati all’estero. Un nuovo scudo fiscale.

Che ci sia ognun lo dice, di chi sia nessun lo sa. Come al solito la notizia è stata accompagnata da diversi non so, più che da vere e proprie smentite. Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, cui spetterebbe la titolarità della materia, dichiara di non saperne nulla. Qualcuno del suo entourage suggerisce maliziosamente di cercare dalle parti della ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi. In fondo non è stata proprio lei, intervenendo recentemente all’assemblea annuale della Confindustria a nome del governo, a dichiarare che bisogna smetterla di criminalizzare il profitto?! Ma sì, proprio lei, come titolava il Sole24Ore con malcelata soddisfazione. La materia non sarebbe di sua competenza, ma si sa tra ministri ci si aiuta, tanto più che la scusa per il condono è che i capitali rientrati in Italia vengano reinvestiti nelle aziende e quindi la cosa verrebbe presentata come una norma a favore dello sviluppo economico del nostro paese.

Quello che è certo in questa intricata faccenda, dove in troppi si sottraggono alle loro dirette e specifiche responsabilità, è che in Commissione finanze alla Camera è stato depositato un maxiemendamento al disegno di legge 2247 del governo, da parte del relatore Giovanni Sanga del Pd, che condenserebbe una discussione partita dalla normativa presente in un altro provvedimento, il decreto legge 4 del 2014, scaduto a marzo.

Naturalmente tutti affermano che non si tratta di un condono. Al punto che per definirlo si fa ricorso a una terminologia inglese: voluntary disclosure, che più o meno si potrebbe tradurre come “rivelazione volontaria”. Rivelazione del “nero” trafugato all’estero, si intende. Il maxiemendamento in questione già comprende l’allargamento della non punibilità all’omesso versamento di ritenute e a quello dell’Iva; l’estensione della non punibilità e delle riduzioni di pena per i professionisti intermediari ovvero verso tutti coloro che hanno commesso o concorso a commettere l’evasione internazionale; la forfetizzazione del calcolo dei rendimenti per gli importi minori (la cosiddetta minivoluntary); la possibilità di dichiarare anche capitali che sono occultati in Italia, con conseguente tana libera alla emersione “scontata” di quanto contenuto in cassette di sicurezza e di investimenti in oro e altri preziosi.

Il pezzo forte del maxiemendamento sarebbe poi costituito dal nuovo atteggiamento da tenersi verso i paesi black list, ovvero quelli che si comportano a tutti gli effetti come paradisi fiscali. Tra questi c’è la Svizzera ove si calcola che abbia trovato asilo ben più dell’80% del capitale in nero in fuga dal nostro paese. Il diritto di asilo per i proventi da illeciti finanziari come si sa è ben garantito, a differenza di quello per le persone in fuga dalla fame e dalle guerre. I capitali che rientrano da quei paesi verrebbero gratificati da un sostanzioso sconto sulle sanzioni, ridotte al 3% sull’ammontare degli importi, purché il paese di provenienza abbia stipulato un accordo con l’Italia per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali entro il settembre 2014.

Come si ricorderà la ricerca di un’intesa con la Svizzera per sottoporre a tassazione i capitali là nascosti è un vecchio leitmotiv delle promesse degli ultimi governi. Quante volte abbiamo sentito parlare di febbrili, quanto segrete e interminabili trattative in corso fra Roma e Berna su questo tema. Senza mai approdare a nulla, naturalmente. Almeno fino ad oggi. L’astuto Renzi ha capito che per chiudere la partita deve ungere le ruote del meccanismo e quindi gli è necessario e funzionale ricorrere ad una ulteriore pressione nella forma di scudo fiscale per i capitali che rientrano. Peccato che per fare tutto ciò punisca e mortifichi, al pari, se non peggio, dei suoi predecessori, la fedeltà fiscale dei cittadini onesti.

Ma le indiscrezioni circolate in queste ore sembrano indicare che il testo del maxiemendamento sia considerato troppo blando in quel di palazzo Chigi. Del resto gli emendamenti e soprattutto i maxiemendamenti – ulteriormente emendabili se il governo non ha interesse a porre subito la fiducia e se decide che il senso degli emendamenti risponde ai propri fini – sono un perfetto apriscatole tra i più usati nella tattica parlamentare. Non sempre il governo può infatti assumersi in prima persona la paternità di operazioni impopolari, troppo disinvolte rispetto all’etica più elementare e alle proprie stesse dichiarazioni di principio che in questo campo non mancano mai e vengono regolarmente contraddette.

In casi come questi, frequenti in materia finanziaria e fiscale, ovvero riguardanti la difesa della ricchezza privata, basta organizzare qualche parlamentare della maggioranza che presenta emendamenti che allargano ulteriormente le maglie di provvedimenti già molto generosi e il gioco è fatto. Se si vuole essere sicuri, solo a quel punto scatta l’apposizione della questione di fiducia, includendovi i nuovi “generosi” emendamenti, e il governo porta a casa il bottino magari senza essersi troppo sporcate le mani con un imbarazzante decreto legge.

Così si potrebbe arrivare a soluzioni ancora più favorevoli agli esportatori illegali di capitale, se nelle aule parlamentari non si verificherà un qualche sussulto legalitario in difesa non solo dell’erario dello Stato, ma soprattutto della fedeltà fiscale di chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo. Ma se questo non dovesse accadere non ci sarebbe da stupirsi che, con la scusa di convincere gli imprenditori a re-investire nelle proprie aziende, giungessimo ad annoverare l’ennesima mostruosità giuridica tale da cancellare la punibilità non solo delle omissioni nelle dichiarazioni, ma anche delle vere e proprie frodi fiscali e dei reati di falso, dalla scrittura privata al falso pubblico, fino all’occultamento e distruzione di documenti contabili e al falso in bilancio.

E’ questo il gioco in atto? Da qui lo scaricamento di barile tra Padoan e la Guidi? Difficile dirlo con certezza. Ma una cosa è sicura: governo che vai condono che trovi. Non basta l’inglese a mascherare la sostanza della questione. D’altro canto anche nel nostro paese sta per entrare in vigore con la fine dell’estate il nuovo Sistema europeo dei conti (SEC 2010), che permette di includere nel calcolo del Pil anche il volume di affari proveniente dal commercio della droga e dalla prostituzione. Tutto fa brodo per fingere che l’economia sia in crescita, malgrado siamo in recessione. Persino includere esplicitamente anche l’economia criminale e “scudare” i suoi proventi trafugati all’estero. Pecunia non olet. Lo sterco del diavolo è inodore. Specie se ci si tappa il naso.

(10 giugno 2014)

Trattativa Stato-mafia: le congetture di Fiandaca e i fatti di Travaglio da: micromega

Trattativa Stato-mafia: le congetture di Fiandaca e i fatti di Travaglio


di Angelo Cannatà

Ho sul tavolo due libri: La mafia non ha vinto, di Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo edito da Laterza; E’ Stato la mafia, di Marco Travaglio, Chiarelettere. Ho finito di leggerli da qualche giorno. Li riprendo in mano per evidenziare come la realtà possa essere manipolata nonostante le annunciate/ostentate/cattedratiche dichiarazioni di scientificità. Il tema è la trattativa Stato-mafia. Le conclusioni, opposte. Fiandaca-Lupo: Cosa nostra non è stata salvata. Travaglio: c’è stata una resa ai boss delle stragi. Dove sta la verità?

Il contributo dello storico – scrive Lupo – non può ridursi alla constatazione che la trattativa Stato-mafia c’è sempre stata. “La storiografia deve spiegare come le cose sono cambiate, indicare le linee di continuità ovvero discontinuità” (pp. 16-17). Lo storico mette le mani avanti, pone questioni metodologiche e si apre alla letteratura: Leonardo Sciascia, Filologia (pp. 12-14). Poi arriva al dunque: nel processo della cosiddetta trattativa mancano le prove. La reazione stragista? “E’ possibile che la leadership mafiosa sia stata incapace di calcolare gli effetti di questa iniziativa perché in preda a una sorta di coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora. Così d’altronde aveva conquistato il potere” (p. 22). Come dire: Lupo accusa i magistrati di partire da ipotesi precostituite, ma usa – di fatto – tesi (“E’ possibile che…”) aprioristiche… precostituite. Quando si dice la scientificità! Di più. Lupo “sa” che una parte d’Italia “ha bisogno di convincersi che nel passaggio cruciale del 1992-‘93 ci siano state non solo trattative tra apparati di sicurezza, gruppi politici, esponenti mafiosi, ma ci sia stata la Trattativa tra Stato e mafia” (p. 66). Siamo alla psicologia: al racconto dei bisogni (segreti) degli italiani. Il sospetto che vogliano semplicemente conoscere la verità sulle stragi non lo sfiora nemmeno.

Dal saggio di Fiandaca mi attendevo – lo confesso – maggiore scientificità. I presupposti c’erano tutti. Studi. Cattedra. Pubblicazioni. Prestigio accademico. Ma i conti non tornano. Troppa dottrina. Pochi fatti. L’avvio è (ancora) metodologico: “Il giudice e lo storico – scrive – anche quando indagano sulle medesime materie sono portati a impiegare – a causa della diversità del mestiere – criteri di giudizio in parte comuni, in parte divergenti” (p. 69). Dopo questo dato essenziale – si fa per dire – Fiandaca arriva alla sostanza: la tesi dell’inaccettabilità etico-politica di una trattativa Stato-mafia è smentita dalla storia. Trattare con la mafia non è reato (come se l’accusa – detto per inciso – trovasse qui il suo fondamento). Poi ragiona su “l’interazione tra condanna morale e paradigma vittimario”. Rimane aperta la domanda – osserva – “se e fino a che punto sia compatibile con i principi di un moderno Stato di diritto che la giustizia penale si atteggi in qualche misura a ‘giustizia di emozioni’ sotto la prevalente angolazione della opinione pubblica e/o delle vittime dirette” (p. 72). L’attacco è alle associazioni antimafia “Agende Rosse” che acriticamente, “fideisticamente” (è la tesi di Fiandaca) sostengono i magistrati dell’accusa. Domanda: sarà per giudizi come questo che i siciliani per bene – quelli che per davvero odiano la mafia – non l’hanno votato alle elezioni europee? Ancora: quanto suonano strane (rivelatrici?), dopo la candidatura nelle liste del Pd, le sue frasi sulla trattativa “utilizzata come un’occasione di grande notorietà spendibile in arene diverse da quella giudiziaria” (p. 127).

La verità è che Fiandaca ha una tesi da sostenere alla quale piega i fatti: è “verosimile – scrive – che l’inclinazione giudiziaria a rileggere gli anni ‘92-‘94 alla luce dell’influenza esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura impegnata nel contrasto alla criminalità mafiosa” (p. 88). E’ un’accusa pesante, esposta con cattedratica sapienza, ma priva di una prova che la giustifichi. E’ questa la sensazione che emerge dalla lettura di Fiandaca. C’è, nel libro, come un desiderio di occultare i fatti, coprendoli con la dottrina (leggiamo: Ingroia si è laureato con un docente di diritto penale, “il Fiandaca che del presente volume è co-autore”, p. 23). Siamo al principio d’autorità. L’auctoritas di Aristotele contro gli ottusi galileiani che si ostinano a guardare la realtà e indicare i fatti.

I fatti però ci sono. Ostinati. Basta aprire il libro di Travaglio, E’ Stato la mafia, per ritrovarli tutti elencati in rigoroso ordine cronologico. La prima trattativa. L’incipit è il 1991 (dicembre): “Cosa nostra attende la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, quello istruito dal pool di Falcone e Borsellino, il primo che ha condannato i boss della Cupola dopo decenni di impunità” (p. 17). Le condanne bruciano: “Dobbiamo fare la guerra per fare la pace”, dice Riina ai suoi. “Lo sventurato, cioè lo Stato, rispose” (p. 20). C’è stile nelle parole di Travaglio. Ma è ciò che conta meno. La narrazione si basa su fatti e documenti: una nota riservata del capo della polizia Vincenzo Parisi (p. 22); l’incontro del capitano dei Ros Giuseppe De Donno sull’aereo Roma-Palermo con Massimo Ciancimino (“lo prega di perorare la causa presso il padre per un incontro. Comincia di fatto la trattativa Stato-mafia” p. 28); eccetera. Il libro procede con rigore, citando fatti, circostanze, date: “21 giugno 1992: Riina, felicissimo per i primi contatti con il Ros, confida a Brusca: ‘Si sono fatti sotto’. E inizia a preparare il ‘papello’ con le richieste della mafia allo Stato” (p. 33). Non ci sono preamboli metodologico-scientifici nel libro di Travaglio. Si raccontano fatti. Quelli che mancano o sono oscurati/manipolati/distorti nel libro di Fiandaca. “15 gennaio 1993. Sorpresa: proprio nel giorno dell’insediamento ufficiale di Gian Carlo Caselli come nuovo capo della Procura di Palermo, viene arrestato Totò Riina. Da chi? Altra sorpresa: dagli uomini del Ros, gli stessi che fino a qualche mese prima trattavano con lui tramite Vito Ciancimino. Questi però si dimenticano di perquisire il suo covo. Guarda tu, alle volte, le combinazioni” (p. 54). E poi ancora le pagine sulla seconda trattativa, e il “Romanzo Quirinale” con le note telefonate di Mancino a D’Ambrosio e Napolitano, le intercettazioni, la guerra del Presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo… (pp. 98-153). Si evidenzia, tra l’altro, che la trattativa ha salvato la vita di qualche politico ma ne ha sacrificate molte altre, come quella di Borsellino considerato un ostacolo, e delle vittime delle stragi del ‘93. E’ un libro che parla, con ragionevolezza, a chi voglia intendere la realtà senza pregiudizi.

Ma è proprio questo il punto. L’impressione – molto forte – è che Travaglio racconti fatti; Fiandaca interpreti e faccia filosofia del diritto, alla luce di una tesi giustificazionista che, proprio perché procede “ignorando” scientificamente i dati reali, si scontra con la loro oggettività. L’esimio penalista cita un testo di Ferraioli, Nuove massime di deontologia giudiziaria. In verità, un libro molto utile – contro gli eccessi del giustificazionismo – è I limiti dell’interpretazione di Umberto Eco. Scrive: “Le congetture andranno provate sulla coerenza del testo e la coerenza testuale non potrà non disapprovare certe congetture avventate.” Si parla di ermeneutica dei testi, certo, ma il discorso vale anche in ambito giudiziario. Le interpretazioni non possono prescindere dai fatti. Lo consiglio per l’estate al professor Fiandaca.

(10 giugno 2014)

NO TAV, LO SCRITTORE A PROCESSO PER ISTIGAZIONE AL SABOTAGGIO da: micromega

Erri De Luca: “Difendo la mia libertà di parola, non chiedo di essere assolto”


“C’è immunità o impunità per i corrotti, mentre si vuole intimidire l’opinione pubblica”. Lo scrittore commenta il rinvio a giudizio con l’accusa di istigazione a delinquere per aver sostenuto in un’intervista la liceità dei sabotaggi al cantiere della Tav in Val di Susa. Rischia fino a 5 anni di carcere.

intervista a Erri De Luca, di Ottavia Giustetti, da Repubblica, 10 giugno 2014

«Non sono stupito, me l’aspettavo, e non voglio nemmeno essere assolto. Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare ma solo per difendere la mia libertà di parola». Erri De Luca, il poeta operaio che sfila ai cortei No Tav, ha atteso la decisione del giudice di Torino in Grecia dove aveva «in programma un viaggio che non poteva rimandare».

Ha ricevuto la notizia del rinvio a giudizio dal suo avvocato ma sui social network e sui siti di informazione già tutti ne parlavano. De Luca rinviato a giudizio: risponderà in aula dell’accusa di istigazione al sabotaggio. Lui non è spaventato ma, piuttosto, preoccupato. Non per sé ma per il significato profondo che attribuisce a questo processo.
«Non mi riconosco in questo ruolo di scatenatore di eventi che mi vogliono attribuire visto che non ho alcuna responsabilità politica né collettiva».

Però l’accusano di aver incitato con le sue parole a fatti poi concretamente avvenuti.

«Sì, diciamo che hanno utilizzato un trucchetto sofistico che veniva utilizzato già nella scolastica medievale, ma che è facilmente smascherabile. La teoria è: “Post hoc ergo propter hoc”. Significa: “Dopo di questo e perciò in conseguenza di questo”. Mettono in relazione causale due eventi che hanno solo una relazione temporale».

È certo che la frase da lei pronunciata pubblicamente – «la Tav va sabotata» – non abbia ottenuto l’effetto di un invito?

«No, non lo credo. E poi se ci pensa è curioso che abbiano deciso di partire proprio da lì e di dimenticare tutto il resto. È come se la mia intervista fosse diventata l’anno zero della lotta alla Tav, tutto ciò che è successo prima non ha più alcuna rilevanza».

Se si tratta di un trucchetto verrà smascherato in tribunale.

«Il fatto che lo impieghino dimostra l’assenza della sostanza nell’incriminazione».

Non sarà l’anno zero della lotta alla Tav ma il suo processo è l’anno zero di una stagione nuova: a processo non vanno coloro che agiscono alle reti del cantiere ma anche chi la sostiene a parole, pubblicamente.

«È questo lo spartiacque. Segna il momento in cui si vuole incominciare a intimidire l’opinione pubblica e la libertà d’espressione della parola condannandola penalmente. Loro credono che scoraggiando me ne scoraggeranno cento».

Lei però non ha mai rinnegato le sue dichiarazioni. Ora che si tratta di difendersi in aula di tribunale che cosa farà?

«Sono titolare solo di una piccola parola pubblica quindi la difendo, non la uso a sproposito e non la ritiro dopo che qualcuno la contesta. Non sono come questi politici capaci di ritrattare il giorno dopo come se dovessimo tutti continuamente dimenticare. Sono le mie opinioni e le difendo».

Da come parla sembrerebbe quasi che consideri più onorevole una condanna che una assoluzione in questo processo.

«È così, non mi interessa essere assolto, mi interessa esclusivamente difendere la mia libertà di parola. Semplicemente. E intendo a mia volta accusare di abuso, di intimidazione chi mi ha formulato questa incriminazione ».

È un’accusa ai magistrati?

«I magistrati di Torino sono troppo impegnati a perseguitare il movimento No Tav. Ci sono più di mille procedimenti giudiziari a loro carico, evidentemente i giudici trascurano i piani alti. Sarebbe curioso che fenomeni di corruzione, che questa malversazione del denaro pubblico, questo sistema di appalti pilotati e di uomini corrotti che ha mosso Expo e Mose non riguardi anche la Tav. Ma qui si gode di una certa immunità, di impunità, perché i magistrati si occupano di altro».

Perciò lei è sempre convinto che la Tav debba essere sabotata?

«Beninteso».

(10 giugno 2014)