Catania antifascista è solidale con i migranti Tolleranza zero con il razzismo

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Le associazioni firmatarie esprimono la loro indignazione nei confronti della manifestazione razzista promossa il 14 giugno in città dal partito neofascista di Forza Nuova e nei confronti della Questura di Catania che l’ha autorizzata, in barba alla legge Mancino.
Invitiamo gli antifascisti ed antirazzisti catanesi ad esprimere la loro Solidarietà ai migranti, che ancora oggi continuano a morire in mare ed a subire gli effetti di vergognose leggi razziali, partecipando alla manifestazione che si terrà:
SABATO 14 giugno Sit-In dalle ore 17,30
in Piazza Stesicoro, lato statua Bellini

ANPI, Rete Antirazzista, Città Felice, LILA, Cobas Scuola, Comitato NoMuos/NoSigonella, GAPA, redazione de : I Siciliani giovani- I Cordai- Le Siciliane/Casablanca, , area Kerè, rete la RagnaTela, UDI-Ct, Sinistra sindacale Cgil-Sicilia, SEL fed.prov, Sunia, ARCI, Azione Civile,Associazione Rita Atria,prc catania

Nessuno spazio al razzismo! da: anpi catania

 

La Costituzione della Repubblica Italiana sancisce l’uguaglianza di tutte le persone “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e vieta la riorganizzazione in Partito di chi “propugna la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigra la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolge propaganda razzista o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. La Legge Mancino inoltre vieta e condanna “chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.
Negli ultimi mesi forze di chiara matrice neofascista stanno producendo feroci attacchi xenofobi e razzisti, spesso violenti, ai danni di migranti, costretti alla fuga da guerre e gravi disastri umanitari, che si trovano a vivere una condizione di estrema marginalità sociale e di segregazione. Tale propaganda rischia di generare ulteriore violenza e di innescare un’insensata guerra tra poveri.
Il 14 giugno a Catania è stato annunciato, proprio da queste forze, un corteo razzista contro i migranti in aperta violazione dei principi costituzionali.
Catania deve essere una città aperta all’accoglienza, multiculturale, antirazzista. Le Istituzioni hanno il dovere di garantire il rispetto della Costituzione.
Pertanto chiediamo al Comune, alla Prefettura e alla Questura di Catania di operare al fine di impedire lo svolgimento di iniziative razziste e neofasciste e, a chi compete, di revocare ogni autorizzazione che consenta ai soggetti promotori di tenere la manifestazione xenofoba del 14 giugno.
Sarebbe assurdo che la stessa città che ha proclamato il lutto cittadino in occasione del naufragio dei migranti siriani giunti nell’agosto 2013 e le stesse Istituzioni che hanno celebrato i funerali di 17 migranti morti al largo di Lampedusa possano accettare di ospitare e autorizzare un corteo razzista e xenofobo.
Aderiscono e Promuovono
ARCI Comitato Territoriale Catania; A.N.P.I. Catania, C.G.I.L. Catania, Rifondazione Comunista Catania, S.E.L. Catania, Partito Democratico Catania, Centro Astalli Catania, Ass. Manitese Catania, Coop. Prospettiva, CNCA, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, ARCI Gay Comitato Territoriale di Catania, Azione Civile Catania, Confederazione U.S.B. Catania, Comitato Viva la Costituzione Catania, Comitato lista TSIPRAS Catania, Osservatorio si Catania, Ass. ALBA Catania.

No Tav, dopo De Luca un altro intellettuale alla sbarra. Oggi udienza preliminare per Vattimo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

E dopo l’incriminazione di Erri De Luca, un altro intellettuale alla sbarra a causa delle proteste No Tav. Si apre oggi a Torino l’udienza preliminare del procedimento che vede indagato Gianni Vattimo, filosofo ed ex europarlamentare, per il reato di falso ideologico. E’ accusato dai pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo di avere condotto i due leader No Tav Luca Abba’ e Nicoletta Dosio all’interno del carcere di Torino, il 15 agosto dell’anno scorso, durante la visita a un detenuto arrestato per episodi di violenza al cantiere della Torino-Lione. Entrambi erano stati indicati come suoi consulenti nel modulo di ammissione nel penitenziario e, per questo, indagati per il concorso nello stesso reato. Vattimo, Abba’ e Dosio erano stati poi convocati in procura come persone informate sui fatti e avevano confermato l’accaduto, sostenendo che tra loro esistesse realmente un rapporto di consulenza relativamente all’alta velocita’ ferroviaria. I magistrati, tuttavia, non avevano creduto a questa versione iscrivendoli nel registro degli indagati. Vattimo, dopo avere ricevuto l’avviso di garanzia, aveva parlato di “una scandalosa persecuzione giudiziaria verso il movimento No Tav”.
Intanto, proprio sulla criminalizzazione del movimento di protesta, personalita’ del mondo della cultura e della scienza, dal premio Nobel Dario Fo all’ispiratore del movimento della decrescita Serge Latouche, dall’attivista del movimento dei beni comuni, David Bollier, al regista cinematografico Ken Loach, hanno firmato l’esposto che il Controsservatorio Valsusa ha presentato al tribunale Permanente dei Popoli.
Il centro di documentazione chiede di verificare se nelle questioni relative alla linea Tav Torino-Lione “siano stati rispettati i diritti fondamentali degli abitanti della valle e della comunita’ locale ovvero se vi siano stati gravi e sistematiche violazioni di tali diritti”.
Il tema dell’esposto “travalica – sostiene il Controsservatorio Valsusa – il caso concreto e pone questioni di evidente rilevanza generale: dalle crescenti devastazioni ambientali lesive dei diritti fondamentali dei cittadini attuali e delle generazioni future fino alla drastica estromissione dalle relative scelte delle popolazioni piu’ direttamente interessate”.
“Vicinanza totale” a Erri De Luca e’ stata espressa oggi dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris che ha commentato il rinvio a giudizio dello scrittore sottolineando che “spiace vedere un grande scrittore sedere sul banco degli imputati per una libera manifestazione del pensiero”.
Ieri al processo No Tav c’è stata la testimonianza di un altro intellettuale, Marco Revelli, che sui fatti del 3 luglio 2011, ha parlato di “un fittissimo lancio di lacrimogeni, anche ad alzo zero”. Secondo lo storico, “la composizione dei manifestanti era molto articolata, con nonni, padri, madri, figlie. In corrispondenza dello sbarramento era maggiore la concentrazione di ragazzi.
Qualcuno di loro tirava la fune posta ad ancoraggio dello sbarramento, ma nulla di piu’. Essendo sproporzionato il rapporto di forze e fitto il lancio di lacrimogeni, mi e’ parsa molto improbabile un’invasione del cantiere da parte dei No Tav”.
Revelli ha sostenuto che “i lacrimogeni raggiunsero tutte le persone che erano nell’area. Ho visto parecchia gente che stava male, con vomito e difficolta’ respiratorie. Io stesso non stavo di certo bene. Ne’ noi ne’ altri hanno lanciato pietre, anche perche’ le truppe di contrasto non sarebbero state raggiungibili”.

Fecondazione eterologa, la Consulta: «Divieto discriminante» | Fonte: Il Manifesto

Il diritto di una cop­pia ad avere dei figli e a for­mare una fami­glia è «espres­sione della fon­da­men­tale e gene­rale libertà di auto­de­ter­mi­narsi». È dun­que inco­sti­tu­zio­nale, il divieto di fecon­da­zione ete­ro­loga, cioè con gameti esterni alla cop­pia, che era impo­sto nella legge 40, sman­tel­lata ormai pezzo per pezzo nelle aule di tri­bu­nale, e la sua can­cel­la­zione «non pro­voca alcun vuoto nor­ma­tivo». È quanto scrive la Corte costi­tu­zio­nale nelle moti­va­zioni, pub­bli­cate ieri, della sen­tenza 162 con cui lo scorso 9 aprile ha ripri­sti­nato la pos­si­bi­lità di acce­dere alle tec­ni­che di pro­crea­zione ete­ro­loga. Non solo: «La disci­plina in esame incide sul diritto alla salute» e, scri­vono i giu­dici costi­tu­zio­na­li­sti, «in rela­zione a que­sto pro­filo, non sono diri­menti le dif­fe­renze tra Pma di tipo omo­logo ed ete­ro­logo, ben­ché sol­tanto la prima renda pos­si­bile la nascita di un figlio gene­ti­ca­mente ricon­du­ci­bile ad entrambi i com­po­nenti della cop­pia». Ma, come nell’adozione, «la pro­ve­nienza gene­tica non costi­tui­sce un impre­scin­di­bile requi­sito della fami­glia stessa». Inol­tre, il divieto di fecon­da­zione ete­ro­loga creava una discri­mi­na­zione tra le cop­pie infer­tili «in base alla capa­cità eco­no­mica delle stesse, che assurge intol­le­ra­bil­mente a requi­sito dell’esercizio di un diritto fon­da­men­tale, negato solo a quelle prive delle risorse finan­zia­rie neces­sa­rie per potere fare ricorso a tale tec­nica recan­dosi in altri Paesi». «Una lezione al governo che con­ti­nua a difen­dere una legge indi­fen­di­bile – com­menta Filo­mena Gallo, legale della cop­pia che ha sol­le­vato il caso – e che per la pros­sima udienza del 18 giu­gno dinanzi alla Corte di Stra­sburgo sul divieto di dona­zione degli embrioni alla ricerca, pre­fe­ri­sce nomi­nare come esperta la prof. Assun­tina Mor­resi», molto vicina al movi­mento per la vita.

Fiat, dopo la rottura dei “firmatari” la Fiom pronta alle assemblee unitarie per discutere su tutto | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La Fiat umilia le tute blu con l’elemosina di quindici euro al mese di una tantum? La Fiom è pronta alle assemblee unitarie per ridiscutere tutto, anche perché a conti fatti “le buste paga di Marchionne sono più basse del contratto nazionale”. E quindi va aperta una vertenza che comprenda anche piano industriale e elezione dei delegati. Il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, nel pomeriggio ha tenuto una assemblea convocata in tutta fretta ieri di fronte alla rottura del tavolo di trattativa tra i sindacati firmatari e il Lingotto.

La notizia del raggiunto accordo sul reintegro dei 19 delegati di Pomigliano stempera appena i propositi belligeranti delle tute blu della Cgil.
La Fiom propone alle altre organizzazioni sindacali di avviare una campagna di assemblee unitarie nel gruppo Fiat per aprire una discussione sul piano industriale, discutere dei salari e andare alle elezioni dei delegati sindacali e dei rappresentanti alla sicurezza. La disponibilita’ a “mettere in atto tutte le azioni necessarie, comprese raccolta firme ed iniziative di sciopero” c’è tutta. Sulla rottura delle relazioni per l’una tantum, Landini rimarca che non solo l’azienda ma anche il governo si rendano conto delle esigenze dei lavoratori. “E’ necessario il confronto con tutti – ha dichiarato Landini – con il coinvolgimento della presidenza del Consiglio”; per avere garanzie sul piano industriale e certezze sul fatto che nessuno stabilimento chiuda e assicurazioni per la ricollocazione dei lavoratori di Termini Imerese e Irisbus. Secondo Michele De Palma, responsabile Fiat per la Fiom, le altre organizzazioni stanno facendo un negoziato “a carte coperte” e nessuno ha avuto un mandato per modificare anche le parti normative. “Vogliamo fare le assemblee – ha concluso Landini – per mettere tutti i lavoratori nelle condizioni di scegliere”.

Infine, per Landini l’accordo su Pomigliano è ”un fatto importante e positivo: consideriamo risolto e concluso il contenzioso giudiziario”. Il reinserimento al lavoro avverra’ nelle prossime settimane e si concludera’ i primi di settembre. ”Per quanto ci riguarda vogliamo aprire un nuovo capitolo delle relazioni industriali in tutto il gruppo Fiat e superare le discriminazione che ancora sussistono visto che ci sono tavoli separati”, conclude Landini

Palestina. L’Onu a Israele: “Liberate i detenuti politici”www.resistenze.org – popoli resistenti – palestina – 10-06-14 – n. 502

Le Nazioni Unite preoccupate dallo sciopero della fame di 125 prigionieri palestinesi. Le loro condizioni peggiorano, almeno 70 quelli trasferiti in ospedale. Netanyahu preme per costringere i medici ad alimentarli con la forza.

Redazione Nena News | nena-news.it

07/06/2014

Da sei settimane in sciopero della fame, trasferiti come forma punitiva in altre carceri israeliane e minacciati di alimentazione forzata: la protesta dei circa 125 detenuti politici palestinesi assume tratti drammatici, tanto da scatenare la reazione delle Nazioni Unite. Ieri il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso grande preoccupazione per il deterioramento delle condizioni di salute dei prigionieri palestinesi che rifiutano il cibo come protesta per la pratica della detenzione amministrativa applicata senza sosta da Israele. E chiede a Tel Aviv di rilasciarli o di garantire loro un processo equo.

A preoccupare l’ONU, aggiunge l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, è anche il disegno di legge in discussione alla Knesset che intende permettere l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero. Un trattamento medico che non solo viola i diritti umani del detenuto, ma che in passato si è dimostrato estremamente pericoloso: si sono registrati numerosi casi di prigionieri morti durante un simile trattamento. La minaccia arriva direttamente dall’ufficio del primo ministro Netanyahu che sta premendo per l’approvazione di una legge che permetterebbe ai medici di nutrire con la forza i prigionieri in sciopero. Una pratica che viola le regole base dell’Associazione Medica Mondiale e condannata anche dall’Associazione dei Medici Israeliani: “L’alimentazione forzata è una tortura e nessuno dei nostri dottori ne prenderà parte”.

Il consigliere legale di Netanyahu, Yoel Hadar, ha parlato alla stampa della proposta di legge. L’obiettivo è costringere i giudici ad autorizzare l’alimentazione forzata, non solo se la salute del detenuto è a rischio, ma anche se a rischio sono gli interessi dello Stato: la morte di un detenuto palestinese non sarebbe una buona pubblicità per le autorità di Tel Aviv a livello internazionale e potrebbe provocare reazioni da parte della popolazione palestinese. Netanyahu si è detto tranquillo, dopotutto si tratterebbe di una pratica utilizzata dall’amico Bush nel carcere di Guantanamo. Ma i medici israeliani dicono no e rispondono al governo: nessuno dei nostri dottori obbedirà a simili ordini.

Al nutrimento forzato si aggiunge una serie di altre punizioni inflitte ai detenuti in sciopero per far cessare la protesta: “L’Israeli Prison Service ha vietato le comunicazioni con il mondo esterno – spiega l’associazione palestinese per i diritti dei prigionieri, Addameer – Non permette le visite dei legali e continua a trasferire prigionieri da un carcere all’altro; li pone in isolamento e nega le visite familiari; li multa fino a 50 euro; li costringe in celle vuote senza vestiti, posso tenere con loro solo un bicchiere d’acqua”.

Lo sciopero della fame in corso dal 24 aprile scorso, in ogni caso, prosegue guadagnandosi il sostegno della società civile palestinese che, all’esterno, manifesta e scende in piazza in solidarietà con il movimento dei prigionieri, da sempre colonna portante della resistenza palestinese. Ieri si sono tenute manifestazioni in tutti i Territori Occupati, dalla Cisgiordania a Gaza. Il timore di un veloce peggioramento delle condizioni dei 125 prigionieri sta montando: almeno 70 sono stati trasferiti in ospedali civili dove, accusa Addameer, “sono ammanettati al letto 24 ore al giorno. Alcuni dei detenuti hanno perso tra i 13 e i 20 chili, molti di loro soffrono di emorragie intestinali e altri vomitano sangue”.

La protesta è stata lanciata in risposta alla sospensione da parte israeliana della liberazione del quarto e ultimo gruppo di detenuti politici, previsto a luglio del 2013, come parte integrante della ripresa del negoziato tra Autorità Palestinese e Stato di Israele. Tel Aviv ha bloccato il rilascio dell’ultima ventina di prigionieri, provocando la reazione di Ramallah che ha fatto ripartire il processo di adesione a 15 organizzazioni e trattati internazionali.

I prigionieri in sciopero della fame chiedono prima di tutto la fine della detenzione amministrativa, una misura cautelare prevista dal diritto internazionale ma utilizzabile solo in casi speciali. Israele, al contrario, ne ha fatto uno dei capisaldi della propria politica di repressione della resistenza palestinese: detenzioni fino a sei mesi, reiterabili senza limiti di tempo, che non prevedono né processo né accuse ufficiali. Si finisce in prigione per “motivi di sicurezza”, sulla base di file segreti che né avvocati né prigionieri possono visionare. A maggio, secondo i dati raccolti da Addameer erano 192 i prigionieri in detenzione amministrativa, tra cui otto membri del Consiglio Legislativo Palestinese.

L’inganno del lavoro retribuito come chiave di liberazione delle donne www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 05-06-14 – n. 502

Intervista a Silvia Federici

Ana Requena Aguilar | eldiario.es
Traduzione da liadiperi.blogspot.it

26/05/2014

Silvia Federici (Italia , 1942) è una pensatrice e attivista femminista, un’intellettuale di riferimento per le sue analisi sul capitalismo, il lavoro retribuito e riproduttivo, sempre dalla prospettiva di genere. Docente all’Hofstra University di New York , Federici fu una delle promotrici delle campagne negli anni ’70, che chiedevano il salario per il lavoro domestico.

“Il lavoro domestico non è un lavoro di amore, occorre de-naturalizzarlo”.La scrittrice è in tour in Spagna, riempiendo librerie e sale di gente venuta ad ascoltarla. Il suo ultimo libro pubblicato in spagnolo è “Rivoluzione al punto zero. Lavori di casa, riproduzione e lotte femministe “, edito da Traficantes de Sueños.

Questa crisi economica è anche crisi dell’uguaglianza?

Sì. E’ crisi di uguaglianza e minaccia soprattutto le donne. Ci sono molte conseguenze delle crisi che colpiscono le donne, particolarmente intense. Da un lato, i tagli ai servizi pubblici, la sanità, l’istruzione, la cura, l’assistenza all’infanzia … che porta nelle case tantissimo lavoro domestico, che continua a essere svolto in gran parte dalle donne. La maggior parte delle donne lavora fuori di casa, ma segue a incaricarsi di questo lavoro assorbendo anche quella parte di attività che una volta erano pubbliche. Dall’altro lato, la crisi dell’occupazione e del salario genera nuove tensioni tra uomini e donne. Il fatto che le donne abbiano più autonomia ha creato tensioni e un aumento della violenza maschile, visibile in ogni angolo del mondo.

Attualmente a che punto siamo?

Siamo in un periodo in cui si sta sviluppando un nuovo tipo di patriarcato nel quale le donne non sono solo casalinghe, ma dentro del quale i valori e le strutture sociali tradizionali non sono cambiate. Per esempio, oggi molte donne lavorano fuori di casa, spesso in condizioni precarie, ma che è una piccola fonte di maggiore autonomia. Tuttavia, le condizioni di lavoro salariato non sono cambiate, ciò comporta l’adattamento a un regime che è stato costruito, pensato, in direzione del lavoro tradizionale maschile: gli orari di lavoro non sono flessibili, i centri di lavoro non hanno incluso luoghi per la cura, come gli asili nido e non si è pensato a forme in cui uomini e donne possano conciliare produzione e riproduzione. E’ un nuovo patriarcato nel quale le donne devono essere due cose: contemporaneamente produttrici e ri-produttrici, una spirale che finisce col consumare tutta la vita delle donne.

In pratica, Lei sostiene che si è identificata l’emancipazione delle donne con l’accesso al lavoro retribuito e ciò le appare come sbagliato. E’ così?

E’ un inganno di cui oggi ci rendiamo conto. L’idea che il lavoro retribuito potesse liberare le donne, non si è realizzata. Il femminismo degli anni ’70 non poteva immaginare che le donne stavano entrando nel mondo lavorativo, nel momento in cui, questo stava diventando in un terreno di crisi. E comunque in generale, il lavoro retribuito non ha mai liberato nessuno. L’idea della liberazione è di raggiungere uguali opportunità con gli uomini, ma si è basata su un malinteso fondamentale del ruolo del lavoro salariato sotto il capitalismo. Allo stesso tempo, noi vediamo che molte donne hanno ottenuto più autonomia, attraverso il lavoro retribuito, ma attenzione, più autonomia rispetto agli uomini, non rispetto al capitale. E’ qualcosa che ha permesso di vivere per conto proprio alle donne o di trovare lavoro, se il partner non l’aveva. In qualche modo questo ha cambiato le dinamiche nelle case, ma in generale non ha cambiato i rapporti tra uomini e donne. E, quel che è più importante, non ha cambiato i rapporti tra donne e capitalismo, perché ora le donne hanno due lavori e ancora meno tempo per lottare, partecipare a movimenti sociali e politici.

Lei è anche molto critica con organismi internazionali come il Fondo Monetario , la Banca Mondiale o l’Onu. Alcuni di loro pubblicano rapporti incoraggiando la partecipazione femminile al mercato lavorativo, mentre al contempo, tagliano risorse che pregiudicano l’uguaglianza e la vita delle donne.

Sì, questo è fondamentale. E’ sbagliato non vedere il tipo di pianificazione capitalistica che si è sviluppata dentro il progetto di globalizzazione. C’è stato un massiccio intervento nelle agende e nelle politiche femministe con l’obiettivo di usare il femminismo per promuovere il neo-liberismo e per contrastare il potenziale sovversivo che aveva il movimento delle donne in termini, per esempio, di lotta contro la divisione sessuale del lavoro e contro tutti i meccanismi di sfruttamento. Da un lato, il lavoro delle Nazioni Unite è stato quello di ridefinire l’agenda femminista e ciò è stato molto efficace. Attraverso diverse conferenze mondiali, ha presentato se stessa come la portavoce delle donne nel mondo e ciò che è o non è femminismo. Dall’altro lato, il suo obiettivo era di “educare” i governi del mondo, per far cambiare qualcosa nella legislazione del lavoro, per permettere l’ingresso delle donne al lavoro salariato.

Come uscire allora, da questa trappola? Perché, ad esempio, lei è contraria all’entrata delle donne negli Eserciti?

No alle donne nell’Esercito in qualsiasi modo. Bisogna tenere conto che anche gli uomini sono sfruttati. Perciò, se ci limitiamo a dire semplicemente che vogliamo l’uguaglianza con gli uomini, stiamo dicendo allora che vogliamo avere lo stesso sfruttamento che hanno gli uomini. La parità è un termine che blocca il femminismo : ovviamente in senso generale non possiamo essere contro l’uguaglianza , però in un altro senso dire solamente che lottiamo per l’uguaglianza è dire che vogliamo lo sfruttamento capitalista che subiscono gli uomini. Io penso che possiamo fare meglio di questo, perché dobbiamo aspirare a trasformare l’intero modello, perché anche gli uomini non hanno una situazione ideale, anche gli uomini devono liberarsi. Perché oggetti di un processo di sfruttamento. Perciò, no alle donne nell’esercito, perché no alla guerra, no alla partecipazione a qualsiasi organizzazione che ci impegna a uccidere altre donne, altri uomini , in altri paesi con lo scopo di controllare le risorse del mondo. La lotta femminista dovrebbe dire in questo senso, che gli uomini dovrebbero essere uguali alle donne , che non ci siano uomini negli eserciti, cioè, no agli eserciti e no alle guerre.

E come uscire dalla trappola del lavoro retribuito?

Questo è diverso, perché in molti casi il lavoro retribuito è l’unico modo in cui possiamo essere autonome e non siamo nelle condizioni di poter dire di no al lavoro. La questione è di considerare il lavoro come una strategia di autonomia , non come grande strategia per liberarci. Per esempio, negli Stati Uniti il problema del lavoro riproduttivo non è preso in considerazione e anche quando le donne lottano per liberarsi dal carico del lavoro di cura, ciò è inteso come un modo per dedicare più tempo al lavoro fuori di casa. Il capitalismo svaluta la riproduzione e ciò significa che svaluta le nostre vite per continuare a svalutare la produzione dei lavoratori. E’ una questione fondamentale che non viene presa in considerazione. Non si tratta, quindi, di dire di no al lavoro retribuito, ma di dire che il lavoro retribuito non è la formula magica per liberare le donne. Le donne non sono fuori dalla classe lavoratrice, la lotta femminista deve essere pienamente integrata con la lotta del lavoro.

Quali lotte, quindi, bisogna adottare per ottenere questa liberazione?

Il lavoro che la maggior parte delle donne fanno nel mondo, che è il lavoro riproduttivo e domestico, è ignorato. Questo lavoro, però è la base del capitalismo, perché è la forma, con la quale si riproducono i lavoratori. Il lavoro di cura non è un lavoro di amore: è un lavoro di produzione di lavoratori per il capitale ed è un tema centrale. Se non c’è riproduzione, non c’è produzione. Il lavoro che fanno le donne in casa è l’inizio di tutto: se le donne si fermano, tutto si ferma; se il lavoro domestico si ferma, tutto il resto si ferma. Per questo il capitalismo per sopravvivere deve costantemente svalutare questo lavoro. Perché questo lavoro non è pagato se conserva le nostre vite? La prospettiva dalla quale provengo ha visto che se il capitalismo dovesse pagare per questo lavoro, non potrebbe continuare ad accumulare i beni. Se non ci occupiamo di questo problema, non produrremo nessun cambiamento a nessun livello.

Lei difende il salario per il lavoro domestico?

Sì. Molte femministe ci accusano di istituzionalizzare le donne in casa, perché lo intendono come un modo di bloccare le donne dentro la casa, ma è il contrario, è il modo in cui possiamo liberarci . Perché se questo lavoro è considerato tale, anche gli uomini potranno farlo. Lo stipendio sarebbe per il lavoro, non per le donne.

Sì , ma ancora oggi sono per lo più donne che fanno questo lavoro, questa è ancora la tendenza, anche se ci sono stati cambiamenti, che cosa farà cambiare questa inerzia ?

La tendenza è questa perché la mancanza del salario ha naturalizzato lo sfruttamento. V’immaginate se gli uomini facessero un lavoro industriale gratuito per due anni, perché è considerato un lavoro proprio degli uomini ? Sarebbe totalmente naturalizzato così come il lavoro domestico, che è legato alla femminilità e al fatto che è considerato un lavoro delle donne. In una società conformata per le relazioni monetarie, la mancanza di stipendio ha trasformato una forma di sfruttamento in attività naturale, perciò diciamo che è importante denaturalizzarla.

Ed è il salario è il modo?

Sì, perché è il primo passo da fare. Non dobbiamo, però, guardare il salario come un fine, ma come un mezzo, uno strumento per iniziare la rivendicazione. Chiedere un salario ha già il potere di rivelare un’intera area di sfruttamento, di portare alla luce che questo è un lavoro vero e proprio,che è essenziale al capitalismo, il quale ha accumulato ricchezza attraverso di esso.

Non si corre il rischio di perpetuare la divisione sessuale del lavoro?

Al contrario è un modo per abbatterla. Si può dimostrare che la divisione sessuale del lavoro è costruita sulla differenza tra salario – non salario.

Tuttavia, in molti paesi come la Spagna, il lavoro domestico è già riconosciuto come tale (non con tutti i diritti) ma ancora il lavoro continua a essere nella maggior parte femminile , cioè, nonostante sia remunerato, non ha fatto sì che gli uomini s’integrassero in quest’occupazione. Perché pensa allora che pagare per i lavori in casa gli uomini s’inserirebbero in questo settore?

In una situazione in cui il lavoro domestico non è riconosciuto come lavoro e milioni di donne lo fanno gratis in tutto il mondo, le donne che lo fanno per denaro si trovano in una posizione debole , incapace di negoziare condizioni migliori. Io mi auguro che si costruisca un nuovo movimento femminista di donne che fanno lavoro domestico pagato a quelle che lo fanno senza essere pagate. Iniziare una lotta su ciò che è questo lavoro, esigere nuove risorse al servizio di questo lavoro e proporre nuove forme di organizzazione.

Questo lavoro è possibile separando le une dalle altre e manca, l’unione, nuove forme di collaborazione che ci permettano di unire le nostre forze per contrastare questa svalutazione del lavoro domestico. La connessione tra donne e il lavoro domestico è molto forte e non sarà facile, ma credo che si potranno ottenere delle cose. La rivendicazione del salario per il lavoro domestico è stata molto liberatoria perché tante donne hanno potuto comprendere così che ciò che facevano era lavoro, sfruttamento e non qualcosa di naturale.

Dall’Ucraina al Venezuela: mercenari e golpisti da:www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 10-06-14 – n. 502

 
Higinio Polo * | lahaine.org
Traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

04/06/2014

Uno dei tratti che appare con frequenza in diversi paesi è la nascita di movimenti di protesta che, a differenza di quelli di cui storicamente era protagonista la sinistra, esigono ora, insieme a confusi reclami di libertà e di onorabilità delle istituzioni e nella vita pubblica, un avvicinamento all’Unione Europea o all’ “Occidente”, identificato oscuramente con gli Stati Uniti. Queste peculiari ribellioni coesistono con altre che rispondono al tradizionale atteggiamento dei movimenti popoplari, benchè il suo carattere sia cambiato come anche molti dei suoi protagonisti.

Alcune di queste culminano in colpi di Stato e rovesciamento di governi. Il ricorso ai colpi di Stato non è nuovo, ma lo è invece la forma del cambiamento del governo: sanguinosi colpi di forza convenzionali, di cui erano protagonisti i militari come quelli del Cile con Pinochet, dell’Argentina con Videla e tanti altri simili, così poco presentabili e che smentivano recisamente il presunto appoggio degli Stati Uniti e dei loro soci alla libertà e alla democrazia, sembrano lasciare il passo a provocazioni, colpi di Stato mascherati da rivolte popolari: l’Ucraina è il loro modello più di successo fino ad oggi.

Queste provocazioni sono state organizzate in Serbia, Georgia, Moldavia; Bielorussia, Ucraina, Kirghisistan, Venezuela, come in altri paesi, e si sono incoraggiati movimenti di protesta in Russia (che non hanno nulla a che vedere con le richieste della sinistra), a Cuba, in Venezuela, in regioni della Cina con movimenti nazionalisti come lo Xinjang e il Tibet, sempre con diversa fortuna, ricorrendo al finanziamento di forze interne, all’intervento di organismi occidentali e a ONG quasi sempre dell’orbita nordamericana, e alla stimolazione di movimenti di opposizione da parte dei servizi segreti e della diplomazia.

Che Washington (e alcuni dei suoi soci: Polonia, Francia, Arabia ecc.) intervenga concretamente in un paese non significa che non esistano motivi di agitazione e di insoddisfazione a volte, anche, giustificati. Gli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati non creano dal niente i movimenti di protesta: agiscono sempre su un fermento di sfiducia, di stanchezza ma sviluppano e finanziano quelle proteste come un fattore in più della loro politica estera.

Così la cosiddetta “rivoluzione twitter” in Moldavia nell’aprile 2009 ebbe origine nelle proteste per la vittoria del Partito Comunista alle elezioni, una vittoria pulita ma non accettata dall’elettorato di destra (che arrivò ad assaltare e incendiare il parlamento), frustrato per quello che considerava un allontanamento dalla sua desiderata prospettiva di unione con la Romania e di ingresso nell’Unione Europea, che reclamò la ripetizione delle elezioni. A sua volta in Ucraina la stanchezza popolare per la corruzione del governo di Yanukovich era reale (una corruzione simile, d’altra parte, a quella prodottasi con i governi “arancioni” di Yushenko e Timoshenko, ora di nuovo al potere), così come la partecipazione alle proteste di alcuni settori che non si identificavano con il nazionalismo fascista di Svoboda o di Pravy Sektor, ma che erano più vicini ad una vaga sinistra … nonostate abbia finito pre prevalere la brutalità nazi e fascista che ora pattuglia le strade di Kiev.

Il colpo di Stato in Ucraina, che i grandi mezzi di comunicazione internazionali stanno trasformando nella “invasione della Crimea”, è la falla più preoccupante di quante ne appaiono oggi sullo scenario politico internazionale. L’Unione Europea e gli Stati Uniti non solo hanno appoggiato un colpo di Stato, ma hanno partecipato alla sua gestazione. I franchi tiratori che assassinavano i poliziotti e i manifestanti sono stati arruolati dall’opposizione, come ora sappiamo, dopo aver commosso il mondo attribuendo la responsabilità al deposto Yanukovich.

Non è la prima provocazione, nè sarà l’ultima, alla periferia russa. Nel gennaio 1991 a Vilna, Ucraina, ancora teritorio sovietico, una mattanza di quattordici persone davanti alla torre della televisione commosse il mondo e tutta la stampa accusò l’esercito sovietico e il governo di Mosca. Oggi sappiamo che si trattò di una mattanza provocata dai nazionalisti del Sajudis e dallo stesso governo lituano per accusare l’Unione Sovietica e, tra dolore e commozione, precipitare l’indipendenza (si veda l’intervista a Audrius Butkevicius, responsabile militare dell’allora governo lituano, in cui egli riconosce la paternità della provocazione).

Le prove sui franchi tiratori sospetti sono state ignorate, e nè l’Unione Europea nè gli Stati Uniti (meno ancora il governo golpista di Yatseniuk) esigono l’apertura di un’inchiesta.

L’arrivo di ministri di estrema destra nel governo ucraino, e la persecuzione politica di coloro che sono accusati di essere “seguaci della Russia”, con assassinii e roghi delle case delgi oppositori dovrebbe allarmare tutto il continente; non a caso dirigenti fascisti come Andrei Parubii controllano l’esercito, la polizia e i servizi segreti. Alexander Yakimenko. Responsabile dei servizi di sicurezza sotto il presidente rovesciato Yanukovic, egli ha rivelato che l’azione dei franchi tiratori che diedero vita ad una mattanza di manifestanti e poliziotti il 20 febbraio è stata una provocazione organizzata dal “comandante” di Maidan, Andrei Parubii, in coordinazione con l’ambasciata americana. Parubii è un veterano organizzatore di milizie fasciste e di gruppi neonazisti. Gli spari vennero dall’edificio della Filarmonica di Kiev che era controllato da uomini armati dipendenti da Parubii. Altri franchi tiratori ai suoi ordini erano appostati all’Hotel Kiev. L’edificio dell’hotel domina tutta la piazza Maidan, e l’edificio della Filarmonica si trova alla sua destra, nella vicina piazza Yevropeis’ka. Di fatto le parole di Yakimenko confermano la conversazione filtrata tra il ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, e Catherine Ashton, in cui incolpavano l’opposizione di aver assoldato i mercenari franco-tiratori che hanno causato la strage. Il nuovo governo golpista ucraino ha nominato Parubii segretario alla Sicurezza Nazionale, posto da cui controlla il Ministero della Difesa e le forze armate.

I servizi segreti nordamericani, d’accordo con la Polonia e in campi di addestramento polacchi, lettoni e lituani, hanno organizzato la logistica per dare impulso al colpo di Stato in Ucraina. Il generoso finanziamento della rivolta è arrivato dai paesi europei, dagli Stati Uniti e dagli oligarchi ucraini. Una lunga intromissione negli affari interni ucraini, attraverso le ONG, agenzie nordamericane e il finanziamento di gruppi violenti apertamente fascisti e nazisti, sono confluiti in Maidan.

La provocazione e la crisi hanno forzato gli accordi tra Yanukovich e l’opposizione, suggeriti dai ministri degli Esteri di Germania, Polonia e Francia … accordi che sono stati ignorati immediatamente dai teppisti di Maidan, diretti dall’ambasciata nordamericana. La passività dell’esercito, e la ritirata della polizia in applicazione degli accordi, hanno lasciato senza difesa il governo di Yanukovich, che ha assistito impotente all’occupazione del parlamento e degli edifici del governo da parte dei gruppi armati fascisti. Così il colpo di Stato ha trionfato.

Della stoffa dei nuovi dirigenti di Kiev parla con eloquenza la conversazione filtrata di Timoshenko, dove dice: “Bisogna prendere le armi e ammazzare i maledetti russi”.

Lo sbarco del FMI comincia già a farsi notare: 25.000 funzionari saranno licenziati, le tasse aumenteranno tanto quanto le misure di austerità e i tagli sociali, che verranno immediatamente approvati, e i soldati nordamericani e della NATO potranno entrare in Ucraina.

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L’Ucraina è una pedina importante della scacchiera internazionale, ma ce ne sono altre, nella complessa disputa per gli ambiti di influenza. Gli Stati Uniti, con l’opportunistica politica estera che stanno sviluppando, sempre in cerca di vantaggi, sono riusciti a trasformare per il grande pubblico il colpo di Stato ucraino nella “crisi di Crimea”, dove hanno guardato impotenti il fallimento del loro ambizioso proposito (non nascosto, ma poco evidente) di sloggiare l’Armata russa da Sebastopoli, privandola così di buona parte della sua capacità di manovra e rendendole difficile l’accesso al mar Mediterraneo.

Le relazioni tese tra Washington e Mosca non escludono il negoziato e la possibilità di accordi in altri scenari. Così succede  in Afganistan, con la ritirata delle forze nordamericane, dopo più di un decennio di occupazione che lasciano un paese distrutto che può finire in una situazione fuori controllo, nell’aumento dell’instabilità del paese e di buona parte dell’Asia centrale. Le elezioni presidenziale del 2014 non cambieranno in sostanza i rischi che il paese affronta: la ritirata nordamericana, dopo l’accordo sulla sicurezza raggiunto tra Karzai e gli USA, non garantisce l’inizio di un dopoguerra pacifico: nè tutti i talebani sono d’accordo a negoziare con Karzai nè le forze addestrate da Washington, che si faranno carico della sicurezza del paese, possono assicurare il controllo su tutto il teritorio. Karzai cerca garanzie nordamericane per evitare il vortice dell’inizio di nuovi scontri aperti con gli islamisti; a sua volta Washington pretende di mantenere un governo cliente (anche se Karzai persegue i suoi propri fini ed è pressato dalla situazioen interna) che salvaguardi i suoi interessi e che i talebani non rinuncino a recuperare il potere. L’ipotesi di negoziati di pace tra il governo Karzai e i talebani per una spartizione del governo e del territorio non può essere scartata. La Russia e la Cina temono una maggiore destabilizzazione del territorio e l’espansione dell’islamismo radicale. Gli Stati Uniti, che hanno giocato il ruolo di apprendisti stregoni spingendo il fanatismo islamista, non vogliono assumersi responsabilità.

In Siria, dove la guerra civile ha distrutto buona parte del paese, Washington ricerca il rovesciamento di Bashar al-Assad, la rottura dell’alleanza sirio-iraniana che influisce sull’Iraq, sul Libano e su minoranze del Medio Oriente e la resa dell’ultimo alleato di Mosca nella zona. Anche qui gli USA hanno fatto ricorso al finanziamento di gruppi terroristici, che si sono aggiunti alle iniziali proteste pacifiche, che erano una mescolanza di richieste civiche e economiche, e di gruppi diretti e finanziati dai servizi segreti occidentali. La trasformazione di proteste pacifiche linitate in gruppi armati e insorti finanziati dall’estero (Arabia, Qatar, Stati Uniti) e addestrati in Turchia, Arabia e Giordania è culminata nella sanguinosa guerra civile della quale Washington non riconosce alcuna responsabilità.

La possibilità di un intervento diretto statunitense non può essere ancora scartata. Di fatto gli Stati Uniti (insieme alla Francia) sono stati sul punto di attacare la Siria nell’estate 2013, attacco che si fermò grazie all’abilità diplomatica russa e all’apertura di uno scenario di negoziati a Ginevra che, nonostante il suo incerto futuro, Washignton non poteva ignorare. La distruzione dell’arsenale chimico siriano accettata da Damasco, e il giro di discussioni a Ginevra, è stata accompagnata dal retrocedere delle forze islamiste e dell’insieme appoggiato dall’Occidente e da alcuni paesi arabi. L’esercito siriano sta cominciando a controllare la situazione, anche se nulla è irreversibile: Bashar al-Assad affronta gruppi fanaciti di islamisti, gli USA non rinunciano al suo rovesciamento o, almeno, al suo ritiro patteggiato.

L’Iran concentra su di sè buona parte delle preoccupazioni di Washington. I negoziati aperti con Teheran, che hanno fatto affiorare differenze tra Stati Uniti da una parte e Israele e Arabia Saudita dall’altra, dipendono dall’evoluzione della guerra civile in Siria, dalla definizione di obiettivi da parte di Washington (con criteri diversi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato), dagli equilibri interni tra Alì Kamenei e Hassan Rouhani, e dall’atteggiamento di Russia e Cina. Senza dubbio Mosca, che mantiene buone relazioni con Teheran, terrà conto dell’opportunistica politica nordamericana che, in Ucraina, non ha tenuto in alcun conto gli interessi russi. Allo stesso tempo l’Arabia, discreto e potente attore regionale, è afflitta dall’abbandono di Mubarak da parte USA: la rivolta egiziana ha colto di sorpresa Washington, che non ha avuto esitazioni a prendere le distanze dal dittatore che aveva appoggiato per anni … per prendere posizione sul nuovo scenario: ci è riuscita, e il prevedibile arrivo al potere del generale Abdul Fatah al-Sisi ricompone la sua influenza in Egitto.

L’Arabia non ha fiducia nei risultati di negoziati incerti con l’Iran, e mantiene il suo rifiuto dell’emergenza iraniana nella zona, tratto che la avvicina a Israele, la cui attenzione è sempre centrata sull’oppressione del popolo palestinese e nel contenimento di Teheran.

In Iraq l’occupazione militare nordamericana, la guerra e la distruzione del paese hanno causato più di un milione e mezzo di morti, e milioni di rifugiati. Gli Stati Uniti hanno utilizzato armamento proibito: dall’agente orange all’uranio impoverito, violando le convenzioni internazionali. Il governo imposto di al-Maliki continua le pratiche nordamericane dei bombardamenti sulla popolazione civile, ma la situazione, con costanti proteste popolari, è volatile e uno dei paradossi di un decennio di occupazione militare nordamericana è il rafforzamento dell’influenza iraniana nel paese.

In tutto questo grande arco che va dall’Afganistan alla Siria, passando per l’Iran e l’Iraq, gli Stati Uniti hanno bisogno della buona volontà di Mosca e della sua collaborazione per il passaggio di truppe e materiali da guerra, come illustrano le facilitazioni concesse dal governo russo alla NATO a Ulianovsk, vicino al Kazakistan.

La Cina, un altro importante protagonista, ha mantenuto una posizione dscreta davanti alla crisi ucraina, preoccupata dell’intromissione nordamericana negli affari interni di altri paesi, ma anche per l’apparizione di nuove frontiere, con il seguito di scontri e instabilità internazionale che vuole evitare ad ogni costo, anche se questo non impedisce che tracci le sue proprie linee rosse.

Washington cerca di fermare il rafforzamento cinese, e disegna un nuovo equilibrio nella grande regione Asia-Pacifico che, per amore o per forza, non può ignorare la Cina. La politica di Washington passa per il rafforzamento della sua alleanza con il Giappone, la Corea del Sud e le Filippine, mentre prosegue con la sua strategia, non meno decisa per quanto cauta, di avvicinamento a India, Birmania e Vietnam, con l’obiettivo di unirli in un fronte anti-cinese e fa pressione nella penisola coreana con successive esercitazioni militari congiunte con Seul, che non contribuiscono alla stabilità e aumentano l’incertezza.

Tuttavia i suoi alleati hanno la loro propria agenda e i loro interessi: anche il docile Giappone affila il suo nazionalismo, provoca la Cina a Yasukuni e scommette sul rafforzamento el suo esercito e su una riforma costituzionale che chiuderebbe con il periodo aperto con la fine della II Guerra Mondiale. Washington sostiene il Giappone ma controlla i suoi movimenti perchè la preoccupa la possibilità che una poco calcolata scommessa gapponese danneggi la sua pianificazione strategica e i suoi interessi in Asia, mentre rafforza il suo dispositivo militare nella zona e manovra perchè il dollaro continui ad avere la sua funzione di moneta di riserva e di interscambio internazionale a fronte del raffrozamento economico dell’Asia orientale e della moneta cinese.

L’America Latina continua ad essere uno scenario secondario per le grandi potenze, anche se dall’esito definitivo della rivoluzione bolivariana in Venezuela discenderebbero molte conseguenze per il resto del continente e per il mondo. In Venezuela, in maniela simile a come hanno fatto in Ucraina, gli USA spingono una politica di minaccia contro il governo Maduro e hanno diverse agenzie che collaborano con l’opposizione venezuelana: la USAID, la CIA, la NSA o la NED, National Endowment for Democracy.

Washington ha già collaborato nel colpo di Stato del 2002 quando, dopo l’arresto di Chàvez, aveva preteso di imporre l’effimero Carmona. Ora lo fa non solo finanziando campagne, ma consigliando l’opposizione, spingendo una strategia controllata di tensione nelle piazze e di stimolo della ribellione tra i militari, dove Maduro non ha la stessa influenza che aveva Chàvez. Un aspetto della strategia di minaccia e del dominio dell’agenda politica internazionale è la disinformazione, che offre attraverso la sua potente stampa una visione distorta del paese, che viene presentato come una dittatura nonostante che il chavismo abbia vinto in modo limpido tutte le elezioni convocate nell’ultimo decennio.

La politica nordamericana opera su una parte della popolazione che rifiuta la rivoluzione bolivariana, mentre la scalata di violenza nel  paese favorisce la presentazione internazionale di un quadro di crisi acuta e spinge i settori che, a fronte delle vittorie elettorali chaviste, speculano su un colpo di Stato capace di sloggiare Maduro dal governo.

Gli Stati Uniti perseguono la disarticolazione dell’asse latinoamericano tracciato attorno a Cuba e al Venezuela, scommettono sulla stimolazione delle proteste civili in quei paesi, sull’approfondimento della scarsità di prodotti alimentari e di prima necessità grazie alla loro collaborazione con settori imprenditoriali legati all’opposizione di destra venezuelana, con l’intenzione di acutizzare la crisi in uno scenario dove non si scarta neppure l’ipotesi di un colpo di forza. Gli obiettivi sono tre: la distruzione della rivoluzione bolivariana, una nuova sconfitta della sinistra latinoamericana articolata ttorno all’asse Caracas-l’Avana e il controllo del petrolio venezuelano. La Bolivia ha un’importanza marginale nelo scenario strategico americano, anche se, insieme all’Ecuador e al Nicaragua, alleati di Cuba e Venezuela, entrano anch’esi nella pianificazione destabilizzatrice di Washington.

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Dopo il fallimento delle avventure militari in Afganistan e in Iraq, che non hanno risolto alcuno dei problemi della zona (nè il terrorismo, nè il narcotraffico, nè l’instabilità politica e militare, nè hanno fatto avanzare la libertà, i diritti delle donne o le istituzioni democratiche, come tante volte hanno proclamato i pubblicisti nordamericani), il governo statunitense ha deciso di utilizzare con più misura  le sue forze militari, anche senza rinunciare ad esse, e di promuovere i suoi obiettivi politici con altri mezzi: pressioni diplomatiche, ricatto di Stato, azioni mercenarie, provocazioni, colpi di Stato. Per conseguire i suoi fini, il governo nordamericano non ha la minima remora a mentire. Anche lo stesso Obama ha mentito quando, durante la sua visita a Bruxelles di fine marzo 2014, ha affermato che il Kossovo aveva acquisito l’indipendenza attraverso un referendum su cui ci si era accordati tra i paesi interessati e l’ONU; referendum che mai ha avuto luogo, visto che la secessione della provincia serba è stata dovuta ad un pronunciamento unilaterale del governo e del parlamento kossovaro, preceduta dai bombardamenti della NATO sui resti della Yugoslavia, senza l’autorizzazione dell’ONU.

La retorica libertaria di Washington nasconde un’azione che – nonostante non sia nota – non è meno pericolosa per la pace e la stabilità internazionali. L’utilizzo di droni per effettuare assassinii selettivi e bombardamenti sulla popolazione civile, il ricorso allo spionaggio, le intercettazioni illegali, il finanziamento di gruppi armati che possono favorire i suoi interessi all’interno di una concezione di “guerra non convenzionale”, presiedono a molti dei progetti del Pentagono e della Casa Bianca. Le loro forze di operazioni speciali, e i suoi gruppi di commandos, continueranno ad essere strumento della politica estera nordamericana, come dimostra l’attività dello United States Special Operations Command, commando di operazioni speciali con base in Florida, che agisce in diverse parti del mondo.

Resta peculiare che un paese come gli Stati Uniti, che mantiene un campo di concentramento illegale come Guantànamo, che ha organizzato una rete militare clandestina per il sequestro di persone in varie parti del mondo, che ha promosso la creazione di carceri segrete in paesi come Polonia, Romania, Lettonia, Repubblica Ceca, Egitto, Algeria, Thailandia, Afganistan, Pakistan, Libia, Marocco, in connivenza con i governi di quei paesi; che ha consegnato prigionieri ad altri paesi perchè fossero interrogati e torturati; un paese che ha una kill list segreta, che firma il presidente Obama, per compiere esecuzioni di persone in qualsiasi luogo del pianeta senza alcun controllo giudiziario; un paese che ha organizzato una rete di spionaggio mondiale, rivelata da Snowden;  che vulnera le leggi internazionali ed i diritti umani, e che ha violato la risoluzione dell’ONU sulla Libia per assassinare Gheddafi, come precedentemente aveva invaso l’Afganista e l’Iraq; che un paese così si attribuisca la funzione di severo giudice planetario sulla libertà e i comportamenti democratici è, quanto meno, sorprendente.

Nel complesso scenario internazionale, non si possono scartare accordi parziali, dovuti agli obiettivi di lungo periodo. Così Washington, senza rinunciare ad utilizzare tutte le sue risorse, continuerà il suo avvicinamento all’Iran, anche se questo danneggia le sue relazioni con Israele e con l’Arabia; vuole arrivare a patti per la Siria, senza cedere alla sua esigenza dell’uscita di scena di Bashar al-Assad e continuerà impassibile davanti alla sofferenza palestinese senza aumentare la sua pressione suTel Aviv e senza fare una scommessa seria sulla creazione di due Stati alle frontiere della Palestina storica.

Gli Stati Uniti sono disposti ad arrivare ad un accordo diplomatico in Ucraina accettando l’incorporazione della Crimea alla Russia ma senza rinunciare all’espansione della NATO, per conseguire a medio periodo l’avvicinamento di Kiev all’Unione Europea e la rottura definitiva dei suoi legami con Mosca, senza transigere con la federalizzazione del paese nè con il rispetto degli interessi russi. In Venezuela, al contrario, gli Stati Uniti continuano a spingere una politica aggressiva che ha un solo obiettivo: il rovesciamento del chavismo e la sconfitta della rivoluzione bolivariana, mentre osservano i movimenti di Raùl castro e le nuove opzioni aperte dal governo cubano, coscienti del fallimento della loro vecchia politica del blocco.

La crisi ucraina non è stata cominciata da Mosca. Ora il governo golpista ucraino, gli Stati Uniti e l’Unione Europea non vogliono nemmeno sentir parlare dela creazione di una commissione internazionale che investighi sugli assassinii per mano dei franchi tiratori di Kiev. Così se la marmaglia nazista può impunemente sfilare a Kiev e in altre città ucraine, non meraviglia nemmeno che veterani nazisti delle Waffen-SS sfilino a Riga, protetti dai ministri del governo lettone, come hanno fatto nel marzo 2014.

La responsabilità dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nell’aver reso possibile l’arivo di ministri apertamente fascisti al governo di un paese europeo è evidente, così come l’aver fornito copertura diplomatico e successivo appoggio ad un governo golpista, ma nè le denunce giornalistiche nè il ricorso alle istituzioni internazionali faranno sì che Washington rinunci all’utilizzo di compagnie di mercenari, gruppi terroristici e colpi di Stato patrocinati da “movimenti democratici”.

La retorica nordamericana ed europea sulla libertà e la democrazia sono solo una trappola per incauti, per quanto queste idee siano anche una giusta e onorevole aspirazione per la maggioranza dell’umanità.

La politica internazionale nonn  si spiega con le teorie della cospirazione, ma con brutali interessi nazionali che, a volte, si difendono con mercenari e golpisti.

Washington ha fra i suoi obiettivi l’ampliamento militare della NATO a Est, il controllo dei flussi di idrocarburi e la ricerca di mercati e opportunità di affari per le sue multinazionali, senza dimenticare che non ha rinunciato alla spartizione della stessa Russia.

Dall’Ucraina al Venezuela i mercenari preparano mezzi e arsenali, e il Dipartimento di Stato muove le pedine sulla scacchiera.

*) Docente di Storia Contemporanea dell’Università di Barcellona, saggista e scrittore.

Traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni