Libri & Conflitti. La recensione di IDEARIO BERLINGUER. PASSIONI E PAROLE DI UN LEADER SCOMODO | Autore: carlo d’andreis

Libri & Conflitti. PRESENTAZIONE: lieti di invitarvi alla presentazione oggi, 10 giugno,  ore 19,30 Libreria Altroquando via del Governo Vecchio, 80 – Roma – introduce Germano Panettieri, direttore editoriale intervengono Giovanni Russo Spena, giurista Emiliano Sbaraglia, autore – Letture di Isabella Borghese

l’estratto QUI

A trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer, avvenuta l’11 giugno 1984, la coraggiosa ed elegante casa editrice italo portoghese Nova Delphi Libri, già nota al pubblico di lettori italiano per aver tradotto Mauricio Rosencof, scrittori inediti in Italia come Tabish Khair, e pubblicato il talentuoso Filippo Manganaro, torna in libreria con Ideario Berlinguer. Passioni e parole di un leader scomodo, di Emiliano Sbaraglia. Ad arricchire il libro un’intervista a Luciana Castellina e la prefazione di Emanuele Macaluso.

Ideario Berlinguer, già edito nel 2004, in questa edizione è stato riproposto sempre come “strumento di conoscenza” – per usare le parole dell’autore – e per consegnare ai lettori la vita personale e politica del segretario del Partito Comunista a partire da una prima parte in cui il libro diventa un’occasione per meditare sulla sua stessa personalità, dagli anni della sua adolescenza fino a ripercorrere quelli della sua ascesa in politica, fino al 1969 quando è diventato vice-segretario del partito.

“Il viaggio e il mare; il coraggio e la sfida; la compagnia e la solitudine; il senso di libertà: tutte componenti delle personalità di Enrico Berlinguer, in ogni momento della sua vita”. E’ questo il miglior passo del libro per sintetizzare chi fosse stato quest’uomo, prima ancora di essere un leader politico.

La particolarità di Ideario Berlinguer è la sua seconda parte, quella che Emiliano Sbaraglia sceglie di consegnare non solo a stralci di interviste, interventi, dichiarazioni, estratti di articoli firmati da questo leader “scomodo” – per riprendere il titolo del libro -, ma soprattutto per permettere ai lettori di sfogliare un vero compendio che, dalla A alla Z possa presentare, seppur brevemente, con estrema chiarezza il suo pensiero.

E’ possibile così immergerci in parole non estranee alla nostra contemporaneità e che invece permettono di intraprendere un confronto con la politica e la vita dei cittadini di questi anni.

Si va allora da “austerità”, termine utilizzato oggi in economia, che nel concreto incide negativamente nella vita dei cittadini, e per cui già allora Berlinguer paventava la necessità di dover costruire un modello di vita individuale e collettivo diverso, in grado di diventare “l’occasione per una distribuzione più equa, e più umana, di beni materiali e valori etici”.
Ritroviamo poi in “Brigate rosse”, la critica ferrea del leader attraverso un discorso di Berlinguer del 16 marzo 1978. “Informazione e Intellettuali” contiene anche uno stralcio di un’intervista sulla Rai.

Ideario Berlinguer chiude con un’intervista a Luciana Castellina, “pagina” fondamentale de Il Manifesto, che conobbe Berlinguer nel 1947, quando era segretario della Fgci.

Ideario Berlinguer. Passioni e parole di un leader scomodo
di Emiliano Sbaraglia

Nova Delphi Libri
Collana: passatoprossimo
euro 9,00
Codice ISBN: 978-88-97376-33-0 

Sulle leggi Fornero e Poletti la Cgil deve cambiare passo Fonte: il manifesto | Autore: Mirco Rota, Massimo Braccini

Subito dopo le ele­zioni, il mini­stro dell’Economia Pier Carlo Padoan, par­lando di pen­sioni ha affer­mato di «non essere d’accordo con una dimi­nu­zione dell’età pen­sio­na­bile, ma piut­to­sto con un gra­duale aumento». Secondo il mini­stro del governo Renzi, nel paese in cui in que­sti anni, da parte dei pre­ce­denti ese­cu­tivi, sono state intro­dotte le peg­giori norme pen­sio­ni­sti­che di tutta Europa, sarebbe ancora pos­si­bile inter­ve­nire per peg­gio­rarle. Affer­ma­zioni gravi ed irre­spon­sa­bili, con­si­de­rando la situa­zione del paese, dove i disoc­cu­pati con­ti­nuano ad aumen­tare e quasi un gio­vane su due non trova lavoro. Così facendo non si risolve nulla, ma si peg­giora quanto di nega­tivo oggi c’è.
Sulle pen­sioni le parole del mini­stro con­fer­mano una sola novità da parte di que­sto governo rispetto ai pre­ce­denti; la fur­bi­zia di par­lare dopo le ele­zioni e non prima, come spesso acca­duto, ma la logica e la sostanza non cambiano.La crisi non la si affronta con le solite fal­li­men­tari ricette che col­pi­scono il mondo del lavoro: il diritto ad andare in pen­sione con una retri­bu­zione digni­tosa dopo un numero con­gruo di anni deve essere garan­tito. Lo stato sociale ed i diritti dei lavo­ra­tori hanno rap­pre­sen­tato e rap­pre­sen­tano la miglior forma di pro­gresso civile. Se que­sto governo intende real­mente cam­biare segno alle poli­ti­che pre­ce­denti, pro­ponga inve­sti­menti pub­blici e una ridu­zione degli orari di lavoro.
A breve sca­dranno anche gli ammor­tiz­za­tori sociali quali la Cassa inte­gra­zione gua­da­gni straor­di­na­ria in deroga, cosa che com­por­terà un ulte­riore aumento dei disoc­cu­pati, che si andranno ad aggiun­gere agli oltre 9 milioni di per­sone in dif­fi­coltà per le carenze di lavoro o per la pre­ca­rietà. Il paese sta sem­pre più aumen­tando i livelli di dise­gua­glianza e spetta allo stato rimuo­vere gli osta­coli di ordine eco­no­mico e sociale che impe­di­scono alle per­sone di essere uguali, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Dopo la libe­ra­liz­za­zione del mer­cato del lavoro attra­verso il decreto Jobs Act, il rischio di nuove mano­vre sulle pen­sioni, la disoc­cu­pa­zione e la disu­gua­glianza dila­gante che rischiano di met­tere in discus­sione la stessa demo­cra­zia for­male, è neces­sa­rio che la Cgil cambi passo e avvii una ver­tenza gene­rale, avendo un pro­prio pro­getto auto­nomo e lot­tando per rea­liz­zarlo nell’interesse dei lavo­ra­tori, disoc­cu­pati, pre­cari e pensionati.

Biso­gna cer­care allora una stra­te­gia per affron­tare le tra­sfor­ma­zioni di un’epoca così trau­ma­tica che sta inve­stendo interi seg­menti di popo­la­zione. È una sfida, quella che riguarda il mondo del lavoro, prima vera emer­genza nazio­nale, che va colta subito e senza indugi, con­tra­stando le poli­ti­che del Moloch del pen­siero unico, che vedono nel neo­li­be­ri­smo e nell’austerity le uni­che forme pos­si­bili di decli­na­zioni per restare a galla.

Serve altresì avviare una discus­sione demo­cra­tica interna sul ruolo del sin­da­cato, che non deve inge­rirsi in que­stioni di cal­colo e di alchi­mia par­ti­tica, ma deve con­cen­trarsi sulla per­dita del potere delle retri­bu­zioni, sui con­tratti di soli­da­rietà, sulle misure a soste­gno dei licen­zia­menti.
Su que­sti temi un sin­da­cato auto­re­vole, che non teme di essere subal­terno rispetto alla poli­tica, deve far sen­tire la pro­pria voce, senza esi­ta­zioni, riven­di­cando anche la crea­zione di lavoro vero, non pre­ca­riz­zato in forme per­ma­nenti, senza nulla cedere sul piano della lega­lità, come pur­troppo potrebbe avve­nire per Expo 2015.

Le strade seguite da altri paesi (Ger­ma­nia in pri­mis) indi­cano che si può addi­ve­nire anche ad un pro­gres­sivo decre­mento dell’età pen­sio­na­bile, non­ché alla rimo­du­la­zione della Legge For­nero, che ha dimo­strato tutte le sue falle, con la crea­zione di un eser­cito di eso­dati e l’allontanamento di fasce sem­pre cre­scenti di gio­vani dal tes­suto occu­pa­zio­nale e pro­dut­tivo che dovrebbe fare da spina dor­sale al sistema paese. Il governo indi­vi­dui piut­to­sto le giu­ste coper­ture finan­zia­rie per non elu­dere il pro­blema ed eviti di fare cassa mas­sa­crando lo stato sociale, com’è stato fatto in passato.

Mirco Rota è segre­ta­rio gene­rale Fiom Cgil Lom­bar­dia
Mas­simo Brac­cini è segre­ta­rio gene­rale Fiom Cgil Toscana

Rossana Rossanda: Tutte le ombre del voto europeo Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda

Lo spostamento a destra del Parlamento europeo ha di fatto annullato lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione Ue. Mentre in Italia è fallito l’obiettivo della Lista Tsipras di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per tentare una riunificazione di tutti i frammenti delle sinistre radicali

Il mio giudizio negativo dell’esito delle elezioni europee ha suscitato una serie di cortesi contestazioni che mi obbligano a riflettere e precisare. Ingenerosa è apparsa soprattutto la mia critica alla gestione della Lista Tsipras, che ha mobilitato molte forze da tempo paralizzate o anche nuove, fino a superare lo sbarramento del 4 per cento, pur nel silenzio opposto da tutti i media.

Tuttavia mantengo un giudizio sfumato. Il primo obiettivo che la Lista si era posta era di svolgere un ruolo nell’elezione del presidente della Commissione europea; per questo occorreva un successo politico assai più ampio, raccolto in diversi paesi, lavoro che non è stato neanche cominciato. Fuori dalla Grecia e dall’Italia le forze delle sinistre radicali hanno continuato a presentarsi ognuno con la propria sigla, impegnando semplicemente i propri eletti a far votare Alexis Tsipras come presidente, quando sarà venuto il momento. Di più, la previsione di un testa a testa fra Juncker e Schulz è caduta per l’avanzata delle forze di centrodestra e di destra estrema nell’intero parlamento, e siamo già a una diversa interpretazione dei trattati perché il Parlamento europeo vuole essere non solo l’elettore (a maggioranza qualificata), ma l’organismo che propone gli eleggibili, mentre la Germania esige che questo sia il Consiglio degli stati europei.

E qui gioca la mia convinzione, sviluppata dopo le elezioni cui concorremmo come Manifesto nel 1972, senza ottenere nessun seggio e disperdendo circa seicentomila voti: è utile partecipare alle elezioni in un sistema rappresentativo solo dopo aver bene calcolato il rapporto fra le forze in campo. La sinistra partiva dalla premessa che il candidato del centrodestra, Juncker, sarebbe stato superato da quello socialista, ma Schultz è stato abbattuto dallo spostamento a destra del Parlamento europeo. Lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione europea si è così annullato. Sul fronte italiano, il secondo obiettivo che si poneva la Lista Tsipras era di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per ricostruire attorno a una nostra Syriza una unificazione dei frammenti delle sinistre radicali. Questo secondo obiettivo avrebbe presupposto una discussione responsabile ma aperta dei maggiori punti di consenso e dissenso nell’arcipelago a sinistra del Pd, ma questo non è stato nemmeno tentato, ogni discussione essendo giudicata pericolosa ai fini della raccolta dei voti. Per cui a elezioni concluse il quadro italiano è rimasto quello di prima. Perdipiù ostacolato dal clima diffuso dai grillini, per cui la Lista Tsipras doveva essere indenne da qualsiasi residuo della vecchia politica, inclusi i moltissimi consiglieri comunali, anche dei comuni minuscoli. Con il risultato di aver disperso un grande serbatoio di esperienze, difficile da accusare di formare la famosa “classe politica privilegiata e separata dalla gente”. E lasciamo perdere l’orientamento dei dirigenti più noti di sottrarsi esplicitamente a un’elezione per cui chiedevano il voto, una scelta dovuta allo scrupolo di abbattere ogni sospetto di essersi dati da fare per sé – salvo poi cambiare idea a voto avvenuto – dando all’elettore l’ennesima prova di non contare nulla.

Alle “larghe intese” in arrivo al parlamento di Bruxelles si opporranno anche i Verdi europei, ma non si vedono ancora tentativi di convergenza tra loro e la sinistra.

Mantengo anche il rifiuto di considerare Matteo Renzi un candidato di sinistra. La sinistra non si misura se non nei contenuti e nel metodo. Non hanno nulla a che fare con la sinistra la propensione del giovane segretario del Pd di essere un uomo solo al comando assieme ai suoi fidi, né il merito delle sue proposte, sempre ultimative. Così è quella di avere rapidamente una legge elettorale, l’Italicum avendo difficoltà a passare, anche di fronte alle indicazioni della Corte costituzionale, così sono le riforme del mercato del lavoro delineate nel Jobs Act, che liquidano fin dall’inizio il contratto a tempo indeterminato in un mare di precariato, più volte ripetibile, così è l’intenzione di passare la formazione del Senato dalla elettività alla designazione da parte delle maggioranze regionali. “Tutto e subito”, dichiara Renzi, “ci metto la faccia”, ma non per caso quel che egli propone non si realizza nei tempi previsti, poiché implica di fatto delle modifiche nello spirito e nella lettera della Costituzione. La confusione non è poca e finirà col rafforzare la diffidenza verso la politica, non meno che del curioso argomento “non sono d’accordo con Renzi ma auguriamoci che non fallisca nei suoi intenti, perché non c’è alternativa”.

Cosi’ il “trionfo” sventolato in Italia dalle forze che si autodefiniscono di sinistra non ha avuto alcun effetto sugli equilibri europei, ha semmai rafforzato l’importanza tedesca e quella della Nato. Lasciando irrisolti tutti i problemi di quale Europa si sarebbe dovuta ottenere: oggi come oggi non si vede come invertire la scelta dell’austerità, che pure fa soffrire non solo i paesi dell’Europa del sud. Le sole voci che moderatamente gli si oppongono sono quelle, appunto, di una Syriza forte in Grecia ma isolata e quelle, non senza ambiguità, del governatore della Bce, Draghi.

E non parliamo delle irresponsabili nostalgie di guerra fredda, a direzione americana, tedesca e polacca, emerse dal nodo ucraino, proprio nei giorni in cui si celebra lo sbarco in Normandia.