Sui ballottaggi nei comuni lo tsunami renziano non arriva Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Affluenza in vertiginoso calo; il Partito democratico conquista quattro ‘piazze’ ma ne perde qualcuna di significativa; il centrodestra crolla; il M5s conquista Livorno e Civitavecchia. Questo il quadro post-ballottaggi nei comuni chiamati al voto.
L’avanzamento del partito-renziano delle europee, spiega Massimo Franco nel suo editoriale di oggi sul ‘Corriere della Sera’, viene sostanzialmente frenato dall’astensionismo e dalla perdita di piazze importanti come Livorno.
Sulle testate nazionali si fa largo la notizia di come una città come quella toscana citata poc’anzi, che ha dato i natali al Partito Comunista Italiano, sia ora amministrata da una giunta a ‘cinque stelle’.

L’occhio di Massimo Franco è molto attento e scrive che: «Il quadro che emerge è più sfaccettato di quello regalato di recente dalle urne europee. Ieri non c’è stata una replica della valanga renziana. […] la battaglia all’ultimo voto a Bergamo, risolta con la vittoria del Partito democratico, il successo dei Grillini in un bastione rosso per settant’anni come Livorno, sono indizi di un Paese che sta cercando nuovi equilibri e che comincia a sperimentarli votando, o astenendosi, nelle città».

Non si può certo dare torto all’attenta penna del ‘Corriere della Sera’: il Paese sta cercando di cambiare pelle alla rappresentanza più vicina che ha e cerca, come si direbbe semplicisticamente in questi casi, ‘volti nuovi’ da mandare come proprio rappresentante nelle istituzioni.
Volti che sta cercando Forza Italia che crolla praticamente dappertutto: i casi più eloquenti sono Livorno (7,46%), Padova (7,36% nonostante la vittoria del candidato leghista Bitonci), Potenza (5,14%).
Il partito di Berlusconi resta a mani vuote mentre la destra, Fd’I-An, a Potenza conquista la città assieme ai Popolari per l’Italia ed una lista civica.
Sta cercando di farsi largo una proposta ‘altra’ da quelle standardizzate e andate a secolarizzarsi come quelle del centrodestra e del centrosinistra, che sono – ormai è del tutto evidente – confini lessico semantici consuetudinari più che realmente politici e basati su imposizioni, più o meno rigide, programmatiche.
Questo è dimostrato di come l’Italia stia diventando sempre più a ‘Umori Variabili’ (titolo dell’editoriale di Franco sopracitato) e di come anche il Partito Democratico si stia smarcando da quella dicitura che lo accomuna, anch’essa più consuetudinaria che realmente comprovata, alle organizzazioni della sinistra italiana del passato.
Le reazioni dei dirigenti del Pd sono chiare e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, afferma: «Le sconfitte bruciano, certo. Ma Bergamo, Pavia, Cremona, Pescara,Vercelli, Biella, Verbania dove eravamo all’opposizione significano qualcosa».
Come a dire: ‘certo, Livorno persa è una mezza sconfitta, ma il Pd è altro’. E se ci fosse ancora bisogno di ribadire un concetto già affermato in più di un’occasione, per usare un’eufemismo, cioè che il Pd è un partito che si distacca da tutte le organizzazioni della sinistra italiana del passato, ci pensa chi afferma che gli sconfitti del Partito Democratico ai ballottaggi non erano renziani.
Non erano allineati, in sostanza, ecco pronta la motivazione di una sconfitta. Non erano stati rottamati, erano ancora forieri di quella ‘vecchia sinistra’ (sic!) che ‘infiniti lutti addusse agli Achei’, come l’ira di Achille. Certamente, colpa loro.
Anche perché «la rottamazione è appena cominciata», assicura Francesco Nicodemo.

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