Giudiziaria, processo Sebastiano Scuto: la Cassazione sancisce la mafiosità dell’imprenditore da: l’urlo

Marco Benanti

E intanto sui media arriva qualche imprecisione…

di Marco Benanti

 

Malgrado qualche leggerissima inesattezza –sicuramente in buona fede- che rimbalza dai media catanesi, com’ è andata a Sebastiano Scuto, l’ ex “re dei supermercati” di Sicilia? Ieri la Cassazione ha annullato davvero la sua condanna per mafia?

Andiamo ai fatti: la sesta sezione della Cassazione ha sentenziato l’annullamento della sentenza d’appello (condanna a 12 anni per associazione mafiosa e confisca dei beni)  “limitatamente al punto 2-bis del capo a) dell’imputazione”. Tradotto: annullamento –con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catania per un nuovo giudizio- limitatamente ai contestati rapporti con la mafia palermitana con l’apertura di centri commerciali in quell’area geografica. Ma la Cassazione non ha per nulla annullato la sentenza d’appello sul punto del reato di associazione mafiosa, con le aggravanti dell’associazione armata e del reinvestimento nel circuito economico. Insomma, Scuto è un mafioso: sentenza di Cassazione.

Per quanto riguarda la confisca, invece, l’annullamento –senza rinvio- della Suprema Corte riguarda quanto disposto in base all’articolo 12 sexies, cioè l’intestazione fittizia di beni; e per quanto disposto in base all’articolo 416 bis, comma 7, ovvero la confisca per i condannati di mafia. Ma per questo ultimo ci vorrà adesso un nuovo giudizio.

C’è anche da ricordare che vanno avanti, parallelamente, a questo processo, le misure di prevenzione: di recente, la Procura Generale ha chiesto la confisca di tutti i beni.

La Cassazione ha altresì dichiarato inammissibile il ricorso della Procura Generale contro l’assoluzione del maresciallo Orazio Castro e per Scuto contro l’assoluzione per la presunta estorsione alla Zappalà: l’Accusa è entrata nel merito, quindi, giustamente la Suprema Corte, che giudica solo sulla legittimità, ha respinto il ricorso. La Suprema Corte ha anche rigettato il ricorso di Scuto per altri punti contestati, fra cui l’avocazione del procedimento. Già, perché in una prima fase la Procura della Repubblica di Catania voleva archiviare la posizione dell’imprenditore, che successivamente fu arrestato. Di qui, un conflitto, risolto con l’avocazione della Procura Generale. E un nuovo arresto per Scuto, poi scarcerato per motivi di salute.

 Uno dei capitoli del “Caso Catania”, che, malgrado l’ “orchestra della legalità” in funzione a Catania, è sempre vivo. La città ha solo cambiato “pelle”, ma i suoi meccanismi, dalla politica, alla giustizia, ai media, restano pressocchè inalterati. Sono arrivati gli “eredi”?

Sequestro Moro, Obama mette sotto inchiesta Steve Pieczenik da: lettera 35

L’ex analista dell’antiterrorismo sarebbe stato incriminato dalla giustizia americana per essersi rifiutato di negoziare con le Brigate rosse

Sequestro Moro, Obama mette sotto inchiesta Steve Pieczenik

In un’intervista al giornalista investigativo Alex Jones, andata in onda il 2 giugno scorso, Steve Pieczenik, l’analista dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano coinvolto nel caso Moro, ha dichiarato che meno di una settimana fa l’amministrazione Obama, attraverso una richiesta ufficiale del Dipartimento di Giustizia firmata dal giudice distrettuale della Florida Cecilia Altonaga, l’ha accusato di complicità nell’omicidio del presidente della Dc, Aldo Moro, e per essersi rifiutato di negoziare il rilascio dei terroristi.

Pieczenik, secondo quanto riporta il sito Infowars, gestito dallo stesso Jones, afferma di essere stato incriminato «per aver concretamente seguito la nostra politica di non negoziazione con le Brigate Rosse». «Trentacinque anni dopo il Dipartimento di Stato e il Dipartimento di Giustizia come ordinato da Obama – ha aggiunto l’ex analista americano – mi hanno chiesto di comparire davanti alla corte in seguito di una richiesta ufficiale del procuratore italiano con l’aggiunta condizione che sarò indagato con rinvio a giudizio se non rivelerò ciò che ho fatto per salvare l’Italia ed essermi rifiutato di negoziare con i terroristi».

A quanto riferisce Infowars a sollecitare un intervento del Dipartimento di giustizia nei confronti dell’ambiguo analista sarebbe stata la magistratura italiana, ma al momento questa ipotesi non trova conferme ufficiali. Pieczenik, psichiatra, specialista in gestioni di crisi ed esperto di terrorismo, secondo quanto rivelò lui stesso in un libro-intervista, durante i 55 giorni del sequestro Moro collaborò gomito a gomito con l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga.

Fu lui “l’esperto americano” che indirizzò e gestì l’azione di contrasto dello Stato alle Brigate rosse e la sua presenza al Viminale durante il sequestro da molti fu interpretata come una sorta di ”controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.

Pieczenik nel suo libro rivendicava la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». «La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiegava lui stesso – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale, ndr) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».

Lo psichiatra rivelò anche di aver pianificato l’operazione del Lago della Duchessa, e del falso comunicato n. 7 che annunciava la morte di Moro. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro».

«Si tratta di un fatto positivo. Se la notizia dell’incriminazione di Pieczenik sarà confermata evidentemente ci sono elementi di novità che a noi sfuggono», commenta a lettera35 il vice presidente dei deputati del Pd, Gero Grassi, promotore della Commissione d’inchiesta sul sequestro Moro di prossima istituzione. «Tutto questo – ha aggiunto l’esponente democratico – dimostra che è necessario fare piena luce su questa brutta pagina della nostra storia, e in questo dovrà contribuire anche la Commissione parlamentare d’inchiesta».

Non c’è lavoro? “E allora niente busta paga!”. La denuncia del sindacato a Milano | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Dura denuncia della Cgil in Lombardia: alcuni appalti affidati da grandi aziende quali Enel, Eni e Vodafone vengono svolti da societa’ che non rispettano le leggi sul lavoro, sulla salute e sicurezza degli ambienti e, sfruttano i lavoratori senza addirittura corrispondere alcuna retribuzione. L’accusa arriva dalle categorie della Cgil, Filcams, Filctem e Slc di Milano a seguito di una segnalazione di alcuni lavoratori, e sono state comunicate alle autorita’ competenti per le relative ispezioni: Direzione Territoriale del Lavoro di Milano, Inps e Asl. Secondo quanto denunciato, ‘societa’ incaricate di prendere appuntamenti con amministratori di condominio al fine di vendere i loro prodotti e servizi hanno a loro volta affidato lo svolgimento della commessa ad una ditta individuale, che svolge la propria attivita’ lavorativa in un normale appartamento sito al quartiere giardino di Cesano Boscone. Dall’ottobre 2013 al marzo 2014 (in soli 6 mesi) sono state assunte regolarmente piu’ di 20 persone- prosegue la Cgil- senza aver mai corrisposto alcuna retribuzione, ne’ versato alcun contributo previdenziale’.

Nonostante le segnalazioni, pero’, l’attivita’ continua: ‘L’imprenditrice non solo non rispetta le regole, ma sta anche sfruttando gli scarsi controlli e la lentezza degli organi ispettivi per continuare a ‘truffare’ tanti lavoratori, giovani e non’. Per questo oggi giovedi’ 5 giugno dalle 11 alle 13 si terra’ un’iniziativa di protesta davanti al Vodafone Village di Milano (Via Lorenteggio): ‘Pensiamo- concludono i sindacati- che aziende come Vodafone, Eni, Enel e Bureau Veritas non siano esenti da responsabilita’. Sono loro che, avendo scelto di affidare un lavoro ad altri, dovrebbero verificare che le aziende cui appaltano i lavori rispettino le leggi e i principi che queste grandi imprese multinazionali sottoscrivono dotandosi di codici etici improntati alla responsabilita’ sociale d’impresa’. Storie di nuovi ‘schiavi’ arrivano anche da altri settori, come quello del commercio, dove manutentori, giardinieri e colf ormai sono vittime della spirale del low cost. Secondo la Cisl “l’imprenditore che assume il lavoratore low cost risparmia tantissimo: esistono esempi di stranieri, che in patria guadagnerebbero mediamente 140 euro al mese, con contratti da 4 ore al giorno per 650 euro mensile ma in realta’ arrivano a lavorare fino a 15 ore al giorno per 1.000 euro al mese, parte dei quali percepiti in nero. Per lo stesso numero di ore, un italiano costa almeno tre volte tanto. Si profila quindi – argomenta il sindacato – una crisi indotta sia del mercato del lavoro a livello nazionale sia del sistema turistico. Ed e’ abbastanza facile ipotizzare l’avvio di una guerra al ribasso tra strutture ricettive che non puntano piu’ sulla qualita’ dei servizi ma sul costo del lavoro”.

Non è come Tangentopoli, è peggio. A Venezia il «sistema» è lo Stato Fonte: Il Manifesto | Autore: Gianfranco Bettin*

Non è come Tan­gen­to­poli, è peg­gio. Allora cor­ru­zione e con­cus­sione strin­ge­vano poli­tici, impren­di­tori e affa­ri­sti in un patto di reci­pro­che con­ve­nienze e ricatti. Qui, nel qua­dro rive­lato dalla sacro­santa e ben­ve­nuta inda­gine intorno al Mose, il sistema vede diret­ta­mente par­te­cipi anche impor­tanti pezzi dello stato. Fanno scal­pore i nomi più ecla­tanti: ex mini­stri, con­si­glieri e asses­sori regio­nali, il sin­daco. Ma ciò che dà i bri­vidi a chi cono­sce meglio come fun­ziona la pub­blica ammi­ni­stra­zione è ritro­vare a libro paga del «sistema» fun­zio­nari che dovreb­bero essere i garanti della liceità di pro­ce­dure e meccanismi.Nell’ordinanza il Gip di Vene­zia scrive, a pro­po­sito dell’ex pre­si­dente della Regione Veneto Galan, dell’ex gene­rale della Guar­dia di Finanza Vin­cenzo Spa­ziante, dei diri­genti del Magi­strato alle Acque (che sovrin­tende a quasi ogni opera in laguna e dipende dal governo) Cuc­cio­letta e Piva, dell’assessore regio­nale alle infra­strut­ture Chisso: «Cia­scuno di essi, per anni e anni, ha asser­vito total­mente l’ufficio pub­blico che avrebbe dovuto tute­lare, agli inte­ressi del gruppo eco­no­mico cri­mi­nale, lucrando una serie impres­sio­nante di bene­fici per­so­nali di sva­riato genere». Diversa la posi­zione del sin­daco Orsoni, accu­sato di «ille­cito finan­zia­mento ai par­titi» per non aver dichia­rato una parte dei con­tri­buti elet­to­rali rice­vuti in occa­sione delle ammi­ni­stra­tive del 2010. Un reato grave ovvia­mente, se pro­vato, ma di altra natura, anche se a sua volta rivela la capa­cità di coin­vol­gi­mento dei sog­getti isti­tu­zio­nali locali nella pro­pria rete da parte del vero motore di tale «sistema» e cioè il Con­sor­zio Vene­zia Nuova.

Il Con­sor­zio, che rag­gruppa alcune fra le mag­giori imprese ita­liane e la cui crea­zione è stata favo­rita da ambienti poli­tici e impren­di­to­riali cru­ciali nella prima Repub­blica, avrebbe dovuto essere lo stru­mento per risol­vere il pro­blema della sal­va­guar­dia di Vene­zia dalle acque alte.

La que­stione, antica, rie­mersa dram­ma­ti­ca­mente dopo l’alluvione del novem­bre 1966, è stata fron­teg­giata dallo stato appro­vando un paio di leggi spe­ciali e, appunto, favo­rendo la costi­tu­zione del Con­sor­zio al quale, senza gara né interna né euro­pea, ha affi­dato diret­ta­mente la pro­get­ta­zione e la rea­liz­za­zione del Mose (opera infine scelta senza nes­sun vero con­fronto con pro­getti alter­na­tivi e altresì age­vo­lata dall’inserimento in Legge Obiet­tivo e oggi rea­liz­zata all’80 %). La con­ver­genza poli­tica attorno al Mose è stata tra­sver­sale, favo­rita anche dalla capa­cità per­sua­so­ria del Con­sor­zio, ric­chis­simo di mezzi per con­su­lenze, studi, uffici comu­ni­ca­zione. Quando ciò non bastava, secondo la magi­stra­tura, ci pen­sava il «sistema» oggi rive­lato nei det­ta­gli ma da tempo denun­ciato dagli oppo­si­tori (che oggi ne paven­tano il ripro­dursi sulla que­stione delle Grandi Navi, così come, nella regione, si è ripro­dotto in tutte le opere pub­bli­che più significative).

Que­sto di Vene­zia, esploso intorno a una delle più grandi e con­tro­verse opere pub­bli­che di sem­pre, è uno scan­dalo nazio­nale, per l’intreccio con cru­ciali poteri dello stato e per il livello delle con­ni­venze poli­ti­che e impren­di­to­riali, men­tre local­mente ha inqui­nato par­titi, isti­tu­zioni poli­ti­che, cul­tu­rali e scien­ti­fi­che, non­ché l’economia del territorio.

In un giorno di ama­rezza e indi­gna­zione, chi ha sem­pre com­bat­tuto quest’opera, nel merito e nel metodo, può almeno veder rico­no­sciuto il valore del pro­prio impe­gno, la verità della pro­pria pre­coce denun­cia (a volte costata pesanti que­rele e denun­cie), e fare di que­sta mag­giore con­sa­pe­vo­lezza pub­blica la base di par­tenza per un’altra città, per un altro paese.

* Asses­sore all’ambiente del comune di Venezia

Caso Gugliotta, agenti condannati. Quattro anni ai poliziotti picchiatori | Fonte: Il Manifesto | Autore: Valerio Renzi

Era il 5 mag­gio del 2010 quando all’esterno dello Sta­dio Olim­pico scop­pia­rono vio­lenti inci­denti al ter­mine della finale di Coppa Ita­lia tra Roma e Inter. All’epoca Ste­fano Gugliotta aveva 26 anni e, tirato giù dal suo moto­rino da un gruppo di agenti della celere nelle vici­nanze dello sta­dio in viale Pin­tu­ruc­chio, fu col­pito a ripe­ti­zione fino a per­dere i sensi. Poi venne arre­stato per resi­stenza e passò una set­ti­mana in car­cere. Gugliotta era com­ple­ta­mente estra­neo agli inci­denti ed è stato fer­mato men­tre andava ad una festa con un amico, col­pe­vole solo di tro­varsi al posto sba­gliato nel momento sbagliato.

Dopo quat­tro anni è arri­vata la sen­tenza di primo grado che rico­no­sce come respon­sa­bili delle vio­lenze nove agenti della celere che sono stati con­dan­nati a quat­tro anni di reclu­sione e sono stati sospesi dal ser­vi­zio per aver preso l’inerme Gugliotta a calci, pugni, man­ga­nel­late. I giu­dici della decima sezione del tri­bu­nale di Roma sono andati anche oltre le richie­ste del pm Pier­luigi Cipolla. «Non si può mai essere con­tenti quando ven­gono con­dan­nate delle per­sone, spe­cie se, come in que­sto caso, agenti di poli­zia – ha com­men­tato Cesare Piraino, avvo­cato di Gugliotta – Se l’impostazione accu­sa­to­ria era cor­retta, la pena da inflig­gere non poteva essere di mode­sta entità come richie­sto dal pm». La verità è venuta fuori gra­zie alle riprese video fatte da un bal­cone e con­di­vise in rete dove appa­riva, ine­qui­vo­ca­bile, la vio­lenza e l’insensatezza del pestag­gio. «È una sen­tenza pesante e credo giu­sta – ha com­men­tato col mani­fe­sto Ste­fano Gugliotta –aspet­tiamo di leg­gere le moti­va­zioni ma oggi è un bel giorno per me e per i miei fami­liari dopo quat­tro anni di bat­ta­glia in aula». «È impor­tante che que­ste per­sone siano state rico­no­sciute col­pe­voli per le loro azioni – pro­se­gue Ste­fano – col­pire con quella vio­lenza e fero­cia, in maniera casuale e insen­sata, è incon­ce­pi­bile, soprat­tutto per chi porta una divisa e ha abu­sato del suo potere».

Gugliotta è un ragazzo nor­male tra­sci­nato in un incubo senza sapere per­ché. E’ con­sa­pe­vole che la bat­ta­glia è ancora lunga: «Que­sto è solo il primo grado di giu­di­zio, ora affron­te­remo tutti gli altri con più forza. C’è poi un altro pro­ce­di­mento ancora in corso che vede impu­tati gli agenti che cer­ti­fi­ca­rono il mio arre­sto e le sue moda­lità». Chie­diamo a Ste­fano se si è sen­tito solo in que­sta anni e la rispo­sta è peren­to­ria «no mai, io e la mia fami­glia ci siamo soste­nuti a vicenda e abbiamo incon­trato la soli­da­rietà e la vici­nanza di tante persone».

Ieri in aula si tro­va­vano i volon­tari di Acad (Asso­cia­zione con­tro gli abusi in divisa), oltre a Lucia Uva e Clau­dia Budroni, parenti di per­sone morte durante inter­venti delle forze dell’ordine. Giu­seppe Uva ha perso la vita il 14 giu­gno 2008 dopo essere stato trat­te­nuto nella caserma dei cara­bi­nieri di Varese. Dino Budroni è dece­duto il 30 luglio 2011 dopo essere stato col­pito da un pro­iet­tile spa­rato da un poli­ziotto durante un inse­gui­mento. «A me non è andata di certo bene, ma poteva andare peg­gio», afferma Gugliotta». Per Acad la sen­tenza di ieri «è impor­tante sotto molti punti di vista; innan­zi­tutto per­ché rara­mente si sente odore di giu­sti­zia nei pro­cessi che vedono sul banco degli impu­tati gli agenti dei reparti celere che anche in que­sto pro­cesso hanno pro­vato in tutti i modi a demo­lire la verità, prima attac­cando la cre­di­bi­lità di Ste­fano (rac­con­tando di fan­to­ma­tici pre­ce­denti penali) e suc­ces­si­va­mente a mischiare le carte con la solita scusa che con il casco e il man­ga­nello non ci può essere una iden­ti­fi­ca­zione certa».

Alitalia-Etihad, dossier alle battute finali. Usb: “Incomprensibili gli esuberi” | Autore: fabrizio salvatori

Sul dossier Alitalia siamo alle battute finali. Stamattina c’è stato a palazzo Chigi un vertice con le banchce, dopo di che rimane da affrontare il nodo degli esuberi. Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia, poi, convocato per domani, dovrà affrontare le condizioni poste dalla compagnia di Abu Dhabi.L’USB Lavoro Privato ritiene che l’alleanza contenga sicuramente elementi positivi dal punto di vista industriale e ricorda che fin dalle prime avvisaglie della privatizzazione Alitalia, nel 2006, aveva indicato proprio nello sviluppo dei voli intercontinentali e nella sinergia con vettori non concorrenti sul piano europeo, ma complementari sul piano internazionale, la giusta strada da percorrere per risollevare la compagnia italiana.

“Oggi si arriva al confronto con Ethiad in condizioni penose – si legge in una nota – a causa di responsabilità manageriali, mancanza di controllo sindacale e di una politica completamente sbagliata dal punto di vista industriale”.

“Dopo appena cinque anni dalla mattanza occupazionale del 2008 – continua la nota – si riparla di esuberi esorbitanti: non solo numeri drammatici in sé, ma calati in una realtà ancora più disastrosa, fatta di migliaia di altri esuberi in Meridiana, Sea, Groundcare, Windjet, ecc., senza dimenticare i 2.000 lavoratori ex-Alitalia che stanno finendo la mobilità senza alcuna prospettiva”.

Usb ricorda le cifre della mattanza: quasi 10.000 esuberi complessivi che, se sommati a quelli chiesti da Etihad, renderebbero ancora più ingestibile il problema in una nazione che, tra l’altro, vede il tasso di disoccupazione quasi al 14%.

Secondo l’USB, spetta al Governo assumersi la responsabilità di affrontare il nodo drammatico dell’occupazione in un settore che rappresenta il 6° mercato mondiale, non attraverso l’utilizzo di ammortizzatori sociali, ma con piani per riconquistare il lavoro.

“Oltretutto le prospettive di sviluppo futuro annunciate per Alitalia – continua il sindacato – rendono incomprensibili gli esuberi strutturali, che invece dovrebbero essere riassorbiti in un futuro prossimo anche attraverso riqualificazione e riconversione del personale”. Per questo l’USB chiede “zero esuberi” e una politica nazionale che sappia dare risposte chiare e in controtendenza rispetto all’emorragia di posti di lavoro che sta distruggendo aeroporti e vettori di questo Paese.

Zizek, la sai l’ultima del compagno Marx? Fonte: La Stampa | Autore: SLAVOJ ZIZEK

 Dall’idealismo al materialismo, da Hegel a Lacan: 107 barzellette per sciogliere i nodi della filosofia. l’introduzione e alcuni brani da «107 storielle di Zizek»: un manuale del politicamente scorretto e un prontuario di critica dell’ideologia. Attraverso barzellette sconce, irriverenti, persino blasfeme il filosofo sloveno affronta e spiega pensatori cardini dell’Occidente, da Marx a Freud, da Lacan a Hegel, dimostrando che ogni teoria, o situazione del mondo, per quanto tragica, può essere terribilmente divertente.

Un mito molto popolare nell’Europa dell’Est, risalente all’ultima fase dell’era comunista, raccontava di un dipartimento della polizia segreta specializzato nell’inventare e mettere in circolazione barzellette a sfondo politico sul regime e i suoi rappresentanti, giacché questi ultimi erano consapevoli della funzione stabilizzatrice di tali barzellette (che offrivano all’uomo della strada un modo semplice e tollerabile di sfogare le proprie frustrazioni, ecc.). Per quanto possa essere affascinante, questo mito trascura una caratteristica raramente menzionata, ma nondimeno cruciale, delle barzellette: esse sembrano non avere mai un autore, come se «Chi è l’autore di questa barzelletta?» fosse una domanda impossibile. Le barzellette sono in origine già «raccontate», sono già sempre «sentite» (si pensi al proverbiale «La sai quella su…?»).

Qui sta il loro mistero: sono idiosincratiche, rappresentano la creatività unica del linguaggio, e tuttavia sono «collettive», anonime, prive d’autore, sorgono all’improvviso dal nulla. L’idea che una barzelletta debba avere un autore è paranoica nel vero senso del termine: significa che ci deve essere un «Altro dell’Altro», dell’anonimo ordine simbolico, come se l’imperscrutabile potere generativo del linguaggio potesse essere personalizzato, riposare in un agente che lo controlla e segretamente ne tira le fila. È per questo che, da una prospettiva teologica, Dio è il sommo burlone. È la tesi del Barzellettiere, un incantevole racconto breve di Isaac Asimov: alcuni storici del linguaggio, per suffragare l’ipotesi secondo la quale Dio ha creato l’uomo raccontando una barzelletta a un gruppo di scimmie (che fino a quel momento si limitavano a scambiarsi segni animali), tentano di ricostruire questa «madre di tutte le barzellette», la barzelletta che diede i natali allo spirito. (Per inciso, per noi che apparteniamo alla tradizione giudaico-cristiana questa ricerca sarebbe superflua, visto che sappiamo tutti qual era la barzelletta in questione: «Non mangiate dell’albero della conoscenza!», un divieto originale che suona in modo decisamente comico, perché evoca una tentazione incomprensibile e dall’oscuro fondamento).

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Esistono buone ragioni per ritenere che il tema cristiano dell’immacolata concezione derivi dalla traduzione dell’ebraico alma (che significa semplicemente «giovane donna») con «vergine»: «Sembra che la civiltà occidentale abbia sopportato due millenni di nevrosi sessuale consacrata semplicemente perché gli autori del Vangelo di Matteo e di Luca non erano capaci di leggere l’ebraico». Così come esistono buone ragioni per ammettere che anche le settanta «vergini» che attenderebbero i martiri nel paradiso musulmano siano il frutto di una cattiva traduzione: probabilmente nel Corano l’aramaico hur, usato nei primi testi cristiani per indicare l’«uva passa bianca», una prelibatezza, è stato traslitterato in «houris». Immaginiamo un giovane martire votato al suicido perché ha preso alla lettera la promessa del suo leader: «Le porte del paradiso si sono aperte per te. Settanta bellissime vergini dagli occhi neri ti attendono sulle rive di fiumi di miele». Immaginiamo quindi la sua faccia quando, ritrovatosi in un paradiso zeppo di delinquenti come lui, le sue settanta houris gli si appalesano come una manciata d’uva passa.

Una nota barzelletta bosniaca racconta di un tipo che passa a trovare il suo migliore amico. Questi sta facendo una partita di tennis nel cortile di casa, mentre Agassi, Sampras e altri tennisti di livello mondiale attendono in fila di poter giocare con lui. Sorpreso, il tipo chiede all’amico: «Non sei mai stato un tennista particolarmente dotato! Come hai fatto a migliorare in così poco tempo?». L’amico risponde: «Lo vedi quello stagno laggiù? Ci vive un pesce rosso magico; se esprimi un desiderio, lui lo realizza all’istante!». L’amico va allo stagno, vede il pesce e gli chiede un armadio pieno di soldi [money]; poi corre a casa per verificare che il desiderio sia stato esaudito. Scopre però che dal suo armadio sta fuoriuscendo un fiume di miele [honey]. Furioso, ritorna in fretta dall’amico esclamando: «Ma io volevo dei soldi, non del miele!». L’amico risponde con tutta calma: «Ah, ho dimenticato di dirti che il pesce è mezzo sordo e a volte fraintende ciò che gli si chiede. Non vedi quanto mi annoio a giocare queste stupide partite? Credi veramente che io abbia potuto chiedere un tennis [che potrebbe suonare come penis, pene] superbo?». Non troviamo forse in questa storia una svolta kafkiana, perfettamente corrispondente a quella del povero guerriero musulmano a cui viene offerta una manciata di uva passa?

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La logica della triade hegeliana può essere tradotta perfettamente nelle seguenti tre versioni del rapporto tra sesso ed emicrania. Cominciamo con la scena classica: un uomo chiede alla moglie di fare sesso, ma lei risponde: «Scusa tesoro, ho una terribile emicrania, adesso proprio non posso». Questa posizione iniziale è poi negata/rovesciata dall’avvento della liberazione femminista; ora è la donna che chiede di fare sesso al povero, stanco, marito, il quale le risponde: «Scusa tesoro, ho una terribile emicrania…». L’intervento conclusivo della negazione della negazione, che capovolge di nuovo l’intera logica trasformando questa volta la ragione-contro in ragione-per, la moglie esclama: «Tesoro, ho una terribile emicrania, perché non facciamo un po’ di sesso così mi rimetto in sesto?». È perfino possibile immaginare un momento, piuttosto deprimente, di negatività radicale tra la seconda e la terza versione: marito e moglie hanno entrambi l’emicrania e decidono di comune accordo di sorseggiare tranquillamente un tè.