MESSINA: INCREDIBILE, AL BALCONE LA BANDIERA DELLA REPUBBLICA SOCIALE DI MUSSOLINI da: nebrodi e dintorni

Il referendum del 2 giugno 1946 segna la nascita della Repubblica Italiana, frutto della lotta antifascista e della Guerra di Liberazione, figlia di quella parte del nostro Paese che aveva compreso il soffio vitale della Resistenza e chiedeva una società democratica
Messina, 02/06/2014 – Lo stesso giorno in cui il voto popolare decretava la fine della monarchia, l’Assemblea Costituente venne investita del compito di dare al nuovo Stato italiano, creato dalle macerie di quello fascista, una nuova Carta Costituzionale (fondamento storico dello Stato nel quale viviamo).
Il quadro nazionale, ed internazionale, appare oggi sempre più reazionario: spinte localiste (federaliste), razziste e xenofobe, convivono spesso e fanno da apri pista ala rivalutazione del fascismo.

Proprio in un quadro cosi preoccupante, assistiamo stamattina sbigottiti all’esposizione in un balcone di un palazzo messinese (Viale La Farina – nei pressi dell’ufficio collocamento) di una bandiera della Repubblica Sociale Italiana (RSI) creata da Benito Mussolini.
Sono passati 68 anni dalla nascita della nostra PROFONDAMENTE ANTIFASCISTA Repubblica Italiana, il soffio della libertà non si è per niente assopito, chiediamo che le speranze di chi ha lottato per la Resistenza, di chi ha votato per quel referendum, di chi ha partecipato all’Assemblea Costituente, di chi ha scritto la nostra Costituzione Italiana non cadano nell’oblio.
Sentiamo oggi più che mai il bisogno di ribadire che i valori di democrazia, libertà e antifascismo, impalcature fondamentali della nostra costituzione, non si possono cancellare.
Chiediamo le autorità competenti impegno e rispetto di quelli che sono i principi fondamentali della nostra Costituzione.

Emendamento anti-vitalizi per condannati per mafia: ECCO I NOMI DEI DEPUTATI CONTRARI da: sudpress

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Emendamento anti-vitalizi per condannati per mafia: ECCO I NOMI DEI DEPUTATI CONTRARI

di Mattia S. Gangi

La sfida mossa  in questi mesi dai 14 deputati del Movimento 5 Stelle al Presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone era chiara: i deputati condannati per reati gravi come quelli associabili a rapporti con la mafia non devono più percepire il vitalizio previsto dalla legge regionale per i propri deputati, come del resto già avviene per coloro che hanno commesso reati contro la pubblica amministrazione.

Ma la proposta ha sin da subito ricevuto un secco rifiuto da parte di Ardizzone:  “Mi svesto dalle vesti istituzionali e le ricordo che questa è materia penale – afferma Ardizzone rivolgendosi al capogruppo M5S Giancarlo Cancelleri – l’Ars non ha competenza. Anche se lei non ha studiato giurisprudenza, dovrebbe saperlo: se non sbaglio il vostro gruppo parlamentare ha molti consulenti. Avete fatto diventare il caso Cuffaro un caso nazionale, siete andati nelle televisioni nazionali a parlare male delle istituzioni che voi stessi rappresentate”.

La proposta viene dunque accantonata per i voti contrari di quasi tutti i deputati regionali, ad esclusione di alcuni deputati e dell’intero gruppo dei 5 Stelle. Ma il Movimento 5 Stelle non ci sta e pubblica su internet i nomi ed i cognomi dei deputati che hanno votato contro. Contrari alla sospensione del vitalizio ai condannati per mafia sono dunque i deputati PD Mario Alloro, Giuseppe Arancio, Maria Cirone, Giuseppe Lupo, Bruno Marziano, Antonella Milazzo e Giovanni Panepinto. Esponenti di Articolo 4 come Salvatore Cascio, Carmelo Currenti, Luisa Lantieri, Lino Leanza, Salvatore Lentini, Raffaele Nicotra, Paolo Ruggirello, Luca Sammartino e Valeria Sudano. Per la lista Megafono, Giovanni Di Giacinto, Antonio Malafarina. Per l’Mpa, Giuseppe Federico. Per Forza Italia Santi Formica e Vincenzo Figuccia. Appartenenti al Pid-Grande Sud Michele Cimino e Bernadette Grasso e Roberto Clemente. Dell’Udc, Nicola D’Agostino, Nino Dina, Orazio Ragusa e Mimmo Turano. Ed infine per il gruppo misto Beppe Picciolo del Democratici riformisti e Pippo Gianni. 

Il ricordo dei martiri di Fondotoce

Disoccupazione ai massimi dal 1977, il tasso tra i giovani vola al 46% e al Sud al 61%. Prc: “Disastro del Paese” da: controlacrisi.org

Nel primo trimestre 2014, con minore intensità, prosegue il calo tendenziale del numero di occupati (-0,9%, pari a -211.000 unità), soprattutto nel Mezzogiorno (-2,8%, pari a -170.000 unità). La riduzione degli uomini (-1,3%, 164.000 unità in meno) si associa a quella più contenuta delle donne (-0,5%, pari a -47.000 unità). Al persistente calo degli occupati di 15-34 anni e dei 35-49enni (rispettivamente -2,3 e -0,8 punti percentuali del tasso di occupazione) continua a contrapporsi la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+1,0 punti).La riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-199.000 unità) si accompagna alla contenuta flessione di quella straniera (-12.000 unità). In confronto al primo trimestre 2013, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 1,6 punti percentuali a fronte di un calo di 0,3 punti di quello degli italiani.

Nell’industria in senso stretto rallenta il calo tendenziale dell’occupazione (-0,3%, pari a -16.000 unità), cui si associa la nuova marcata contrazione di occupati nelle costruzioni (-4,8%, pari a -76.000 unità). L’occupazione si riduce anche nel terziario (-0,5%, pari a -83.000 unità), ma il calo riguarda solo il Mezzogiorno.

Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-1,4%, pari a -255.000 unità rispetto al primo trimestre 2013), che in più di sei casi su dieci riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-1,4%, pari a -169.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare (1,1%, pari a +44.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario (il 62,8% dei lavoratori a tempo parziale).

Per il quinto trimestre consecutivo scende il lavoro a termine (-3,1%, pari a -66.000 unità), cui si accompagna per il sesto trimestre la diminuzione dei collaboratori (-5,5%, pari a -21.000 unità).

Il numero dei disoccupati è in ulteriore aumento su base tendenziale (+6,5%, pari a +212.000 unità) e riguarda sia coloro che hanno perso il lavoro sia le persone in cerca del primo impiego. L’incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in quasi sei casi su dieci i giovani con meno di 35 anni. Il 58,6% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più (54,8% nel I trimestre 2013).

Il tasso di disoccupazione trimestrale è pari al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali su base annua; per gli uomini l’indicatore passa dall’11,9% all’attuale 12,9%; per le donne dal 13,9% al 14,5%. Aumentano i divari territoriali, con l’indicatore nel Nord al 9,5% (+0,3 punti percentuali), nel Centro al 12,3% (+1,0 punti) e nel Mezzogiorno al 21,7% (+1,6 punti).

Nel primo trimestre 2014, dopo tre trimestri di crescita, diminuisce il numero di inattivi 15-64 anni (-0,6%, pari a -92.000 unità). Il calo si concentra nel Centro, alimentato per oltre due terzi dalle donne.

Per il segretario del Prc Paolo Ferrero, si tratta di “dati disastrosi”, “il primo effetto della Riforma Fornero che ha aumentato a dismisura l’età per andare in pensione”. “Ci dicono che il governo Renzi – prosegue Ferrero – ha centrato l’obiettivo che ha scritto nero su bianco nel Documento Economico e Finanziario. Gli italiani che non lo sanno ma il governo Renzi nel suo documento programmatico ha previsto l’aumento della disoccupazione anche per il prossimo anno. E’ quindi inutile che Poletti faccia il volto preoccupato: il governo sta realizzando i suoi obiettivi, peccato che questi siano un disastro per il paese. Per battere la disoccupazione è necessario rovesciare la politica economica del governo: abolire la riforma Fornero e fare un piano pubblico per il lavoro, usando i soldi che oggi vengono regalati alla speculazione finanziaria.”

Libri & Conflitti. La recensione di Compratevi una bicicletta! Come uscire dalla dipendenza da automobile e cambiare la propria vita| Autore: carlo d’andreis

Libri & Conflitti. Scendi dalla macchina e monta in bicicletta: scoprirai un mondo nuovo, darai una svolta alla tua vita.
A metà tra guida pratica e saggio semiserio, “Compratevi una bicicletta”…

L’estratto QUI

“Compratevi una bicicletta!”, il libro di Federico Del Prete, non è un invito a un utilizzo ludico o sportivo della bicicletta, ma un’esortazione a un uso quotidiano per gli spostamenti di tutti i giorni.
La bici, un modo per ripensare la mobilità e disintossicarsi dall’uso compulsivo dell’automobile.

Non si tratta dell’ennesimo manuale sulle due ruote a pedali, ma di una vera e propria raccolta di argomentazioni per convincere il lettore a una rielaborazione della sua mobilità quotidiana e del suo stile di vita attraverso un uso consapevole della bicicletta: “Lo scopo di questo libro è quello di, una volta arrivati in fondo, farvi entrare di corsa in un negozio per comprare una bicicletta […] Soprattutto il mio obiettivo è di farvela usare”.

La prima parte del libro, così come accennato nel sottotitolo: “come uscire dalla dipendenza da automobile e cambiare la propria vita”, è dedicata ad analizzare tutti i condizionamenti personali, sociali e culturali che ci spingono ad un uso preferenziale dell’automobile e che ce la rendono così attraente e falsamente indispensabile. Nella seconda parte si parla più strettamente della bicicletta con tanti consigli e informazioni su come sceglierla, su come utilizzarla al meglio e tanto altro ancora, fino a giungere a un’analisi dell’intera mobilità nazionale, europea, mondiale.

Il tutto senza pedanteria, senza integralismo fanatico, ma con leggerezza, ironia, senso pratico e l’umiltà di un uomo qualunque: “il mio non è menare gramo, è solo buon senso”.
L’autore è convincente, simpatico, autoironico, e questo gli permette di non risultare mai noioso; è capace con disinvoltura di spaziare tra vari argomenti senza mai far scendere l’attenzione, in una frase: “sa comunicare”. Il testo è pieno di trovate divertenti e battute pungenti: “il progresso lo vedi dai rapporti, cioè dalle marce, il cambio della bici, cosa avete capito”, e qualche riga sotto: “Anche quei rapporti lì, sì, quelli, tendono a migliorare, Mens sana in corpore sano”. Per cui leggendolo non solo vi avrà convinti a comprare una bicicletta, ma vi sarete anche molto divertiti.

La trama del libro è intrecciata alla storia personale dell’autore tra Roma (la città dove è nato e cresciuto) e Milano dove si è trasferito da oltre dieci anni.
Non mancano i confronti e le divertenti prese in giro dei romani e dei milanesi, abitanti delle due città della penisola più inquinate e congestionate dal traffico. Leggendo ci si appassiona anche alla storia di un ragazzo (sempre l’autore) che come molti di noi ha incontrato per la prima volta la bicicletta nell’infanzia, abbandonandola in adolescenza per i ciclomotori e più avanti per le moto, passione che adesso ha completamente trasferito sulla bicicletta.

Un ragazzo come tanti altri che ha avuto l’intelligenza di cambiare idea per meglio rispondere alle proprie esigenze e a quelle di un mondo che, deturpato oramai da troppi anni di sfruttamento iperconsumistico, ci chiede di riorganizzare tutto il sistema di mobilità in uno più rispettoso dell’ambiente, sicuro e a misura d’uomo. Si intravede tra le righe del libro l’evidenza che il tema della mobilità è solo uno, seppure importante, degli aspetti su cui riflettere per ripensare l’intera organizzazione della nostra società, arrivata con l’attuale crisi sistemica del capitalismo alla sua ultima tappa, per dirlo con un’espressione ciclistica.

Il passo, l’andatura, la fluidità della scrittura è propria di chi è abituato ad andare agilmente in varie direzioni e a non rimanere incastrato nell’abitacolo di un’automobile.

Compratevi una bicicletta! Come uscire dalla dipendenza da automobile e cambiare la propria vita
Federico Del Prete
Ediciclo
€ 14,90
pagine: 272
ISBN: 978886549081

Gli zombi dell’austerità | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano

Il risultato elettorale non ha scosso Bruxelles. E’ ricomparso il commissario Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bacchetta magica, il pareggio di bilancio, le riforme strutturali, il debito pubblico

Le ele­zioni euro­pee non hanno con­se­gnato una mag­gio­ranza chiara, ma hanno boc­ciato le poli­ti­che di auste­rità. Ser­vi­reb­bero inve­sti­menti per pro­get­tare la terza rivo­lu­zione indu­striale; avremmo biso­gno di “ser­vi­tori dell’Europa”, di diri­genti e poli­tici capaci di pen­sare ai nipo­tini di Key­nes. Invece è ricom­parso il Com­mis­sa­rio Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bac­chetta magica, il pareg­gio di bilan­cio, le riforme strut­tu­rali, il debito pubblico.

L’appuntamento era segnato nell’agenda, ma Olly Rehn è il fidan­zato che non vor­re­sti più vedere, petu­lante e fasti­dioso come certi per­so­naggi delle com­me­die di Carlo Ver­done. Non man­cano le rac­co­man­da­zioni. Alcune sono espli­cite ed altre in chiaro scuro.

Bru­xel­les ritorna sulla tra­spa­renza del mer­cato cre­di­ti­zio, sulla neces­sità di rie­qui­li­brare il carico fiscale sul lavoro, sull’apertura dei mer­cati dei ser­vizi (il refe­ren­dum è archi­viato), sulla lotta all’evasione da raf­for­zare ulte­rior­mente, sul sistema sco­la­stico che richiede mag­gior cura, sulle reti da svi­lup­pare e l’autorità dei Tra­sporti da lan­ciare sul serio. Non manca il richiamo sul lavoro. Ovvia­mente non è tutto.

Gli euro­pei sono in feb­brile attesa che dal 2016 entri in vigore il fiscal com­pact, ovvero di tagliare di un ven­te­simo l’anno il debito pub­blico supe­riore al 60% del rap­porto debito/Pil. Natu­ral­mente dob­biamo ancora fare dei com­piti. Il rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi di bilan­cio non sono suf­fra­gati da misure det­ta­gliate per il 2014 e per 2015. Tec­ni­ca­mente dovremmo fare una mano­vra cor­ret­tiva di 8 mld di euro per il 2014. Non man­cano le pre­scri­zioni della Com­mis­sione per il mer­cato del lavoro. Sono sem­pre le stesse, ma è giu­sto ricor­darle. Garan­tire una cor­retta attua­zione delle riforme adot­tate in rela­zione al mer­cato del lavoro, in par­ti­co­lare per con­so­li­dare la fles­si­bi­lità in uscita, assieme ad una fles­si­bi­lità in entrata meglio rego­la­men­tata, e un miglior alli­nea­mento dei salari alla pro­dut­ti­vità. Senza con­tare che il debito con­ti­nua a cre­scere: nel 2014 alla quota record del 135,2% del Pil.

L’atteggiamento della Com­mis­sione è lo spec­chio fedele dei trat­tati comu­ni­tari. Non è suo com­pito cam­biarli, piut­to­sto del pros­simo par­la­mento e dalla poli­tica euro­pea. Alla fine la Bce sem­bra più innovativa.

Dif­fi­cile da cre­dere, ma è pro­prio così. Allo stato attuale abbiamo dei diri­genti europei-zombi. Sono un pas­sato che non è più presentabile.

Vale la pena richia­mare le con­si­de­ra­zioni di Visco nell’ultima assem­blea di Banca d’Italia: «L’euro è una moneta senza Stato e di que­sta man­canza risente… per com­ple­tare il cam­mino lungo la strada dell’integrazione vanno con­di­visi altri ele­menti essen­ziali di sovra­nità; all’Unione ban­ca­ria, in corso di attua­zione, dovrà seguire la crea­zione di un vero bilan­cio pub­blico comune. La defi­ni­zione di stru­menti che con­sen­tano di inter­ve­nire a soste­gno della cre­scita dell’economia e del benes­sere dei cit­ta­dini aiu­te­rebbe l’Unione euro­pea a riac­qui­stare il con­senso che è andata in parte perdendo».

Forse la Banca cen­trale euro­pea (Mario Dra­ghi, alunno di Fede­rico Caffè) ha com­preso meglio la crisi dei buro­crati della Com­mis­sione: «Serve una più ampia azione di poli­tica eco­no­mica a livello euro­peo. Misure tem­pe­stive per acce­le­rare la rea­liz­za­zione di infra­strut­ture, non solo materiali».

I com­piti a casa cominci a farli la Com­mis­sione Europa, cioè i capi di Stato e il Par­la­mento diven­tino sog­getto del cam­bia­mento che i cit­ta­dini euro­pei si aspettano.

Pacifisti in biciletta, «festeggiamo togliendo di mezzo gli F35» Fonte: il manifesto | Autore: Giulio Marcon

Invece di continuare a tagliare oltre 2miliardi di euro agli enti locali e alla pubblica amministrazione – come avverrà con il decreto Irpef sugli 80 euro, la strada da percorrere è un’altra: cancellare il programma dei cacciabomardieri

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Un milione e otto­cen­to­mila euro di spesa con tanto di spon­sor (per le frecce tri­co­lori) e di ditta pri­vata di metro­notte per la gestione della sicu­rezza delle tri­bune per una parata mili­tare che, ormai, si rin­nova ogni anno sem­pre uguale a se stessa: la Repub­blica si festeg­gia da troppo tempo così, con il rombo degli aerei da guerra, il fra­casso dei cin­go­lati su via dei Fori Impe­riali (para­liz­zati da un mese per i pre­pa­ra­tivi). E qual­che spruz­za­tina di reparti civili, per non farsi accu­sare di tron­fio militarismo.

Ma, più che in preda a “pul­sioni dema­go­gi­che anti­mi­li­ta­ri­ste” — come stig­ma­tiz­zato il 25 aprile scorso dal Pre­si­dente Napo­li­tano, solo per­ché qual­cuno dice che è folle spen­dere 14 miliardi per gli F35 — sem­briamo pur­troppo subal­terni a una vec­chia cul­tura e psi­cosi mili­ta­ri­sta molto simile a quella della vec­chia prima guerra mon­diale di cent’anni fa, di cui pur­troppo non abbiamo fatto gran­ché tesoro. Così oggi il momento più sim­bo­lico della rina­scita della nostra comu­nità libe­rata dal fasci­smo — il pas­sag­gio dalla monar­chia alla repub­blica — viene affi­dato alle armi, ai car­rar­mati, all’orgoglio della visione sod­di­sfatta degli uomini e delle donne con i fucili imbracciati.

La mini­stra della difesa Pinotti — pas­sata dalle marce paci­fi­che della Perugia-Assisi e di Porto Ale­gre alle sfi­late dei sol­dati in armi — così orgo­gliosa di que­sta parata, da due mesi fugge, con poco senso mili­tare, di fronte al Par­la­mento cui dovrebbe rispon­dere sulla vicenda degli F35. Doveva venire alla Camera dopo il 17 aprile, poi dopo il 7 mag­gio e ora la stiamo ancora aspet­tando. Che cosa teme? Forse, dopo l’ennesimo annun­cio sulla ridu­zione degli F35, c’è qual­che pro­blema: uno scon­tro sot­ter­ra­neo den­tro il Pd e con il mini­stero della Difesa (e Napo­li­tano) che sem­bra far tem­po­reg­giare chi con sicu­mera diceva che la ridu­zione era cosa fatta. Forse, ora il Pd non sa che pesci pren­dere e la mini­stra non sa come uscirne. L’annuncio intanto c’è stato, poi si vedrà.

La repub­blica — in un momento di crisi — andrebbe festeg­giata con più sobrietà e met­tendo al cen­tro quello che c’è scritto nel primo arti­colo della nostra Costi­tu­zione: «La Repub­blica è fon­data sul lavoro» e non sui cin­go­lati. E’ quello che in que­sti vent’anni hanno pro­vato a ricor­dare i paci­fi­sti che ogni anno — gui­dati da Mas­simo Pao­li­celli — hanno pro­mosso il 2 giu­gno mani­fe­sta­zioni sim­bo­li­che, con i ragazzi e le ragazze in ser­vi­zio civile, i disoc­cu­pati, gli stu­denti. Come quest’anno, sta­volta in bici­cletta (mezzo meno inqui­nante e rumo­roso dei blindo) nella peri­fe­ria di Roma, per ricor­dare che i pochi soldi che abbiamo vanno spesi per il lavoro, la scuola, l’ambiente e la salute e non per le armi. E come è stato richie­sto dai 10mila par­te­ci­panti paci­fi­sti all’Arena di Verona, lo scorso 25 aprile, la difesa del paese può essere non armata e non­vio­lenta: per que­sto è in par­tenza una rac­colta di firme su un dise­gno di legge di ini­zia­tiva popo­lare per per­met­tere ai cit­ta­dini di sce­gliere di difen­dere il paese con la pace e non con la guerra.

Invece di con­ti­nuare a tagliare oltre 2miliardi di euro agli enti locali e alla pub­blica ammi­ni­stra­zione — come avverrà con il decreto Irpef sugli 80 euro — con tutto quello che ciò signi­fi­cherà (ridu­zione dei ser­vizi sociali e meno wel­fare), la strada da per­cor­rere è un’altra: can­cel­lare il pro­gramma dei cac­cia­bo­mar­dieri F35, porre fine alla mis­sione in Afgha­ni­stan e ridurre le spese mili­tari. Que­sto sarebbe stato un bel modo di festeg­giare la festa della repubblica.