Call Center, domani a Roma la manifestazione dei lavoratori del settore Fonte: adnkronos/labitalia | Autore: redazione

Sono attesi in migliaia, a Roma, gli operatori di call center che domani incroceranno le braccia per chiedere il rilancio del settore, dove lavorano circa 80.000 addetti. Ad indire lo sciopero e la manifestazione nazionale (che interessa il mondo outsourcing delle telecomunicazioni e che partirà alle 9,30 da piazza della Repubblica per arrivare alle 12,30 circa a piazza Santi Apostoli) sono stati i sindacati di settore Slc-Cgil Fistel-Cisl e Uilcom-Uil. I lavoratori chiedono il miglioramento delle condizioni di lavoro.
Il settore è reduce da una lunga stagione di crisi e vertenze e per questo il sindacato chiede un cambio dipasso. “Chiediamo – sottolinea Azzola, sindacalista della Slc Cgil- di consolidare il settore garantendo alle aziende ‘serie’ che lavorano in regola di poter competere sulla qualità, sull’efficienza e sull’innovazione. E di poter vincere le gare di appalto”.
Per far questo, secondo i sindacati, occorre allineare l’Italia a quanto già fatto dagli altri Paesi europei che hanno recepito puntualmente i contenuti della direttiva 2001/23/CE a tutela dei lavoratori, con il fine anche di non delocalizzare le attività nei paesi extra Ue e nel rispetto delle regole per le gare e le trattative commerciali con la logica ‘perversa’ del massimo ribasso e contenimento del costo del lavoro.
Il ‘dumping’ con le società estere è molto forte, spiega Azzola: “Occorre tenere presente che all’estero ci sono colossi da 100-200.000 persone che gestiscono società che si occupano sia di outbound che di inbound. E che hanno tarato le loro strategie aziendali sull’efficienza e sull’economia di scala. In Italia, invece, abbiamo 2.270 aziende: di queste solo 10 sono medio-grandi. Le altre sono realtà piccole se non polverizzate”. Per questo, dice Azzola, “molti imprenditori del settore in una qualche maniera hanno appoggiato questa protesta: perché noi vogliamo garantire anche alle nostre aziende la sopravvivenza”.
“In Campania – ricorda la Uil – ci sono sedi strategiche di importanti aziende del settore come Almaviva Contact, Visiant, Assist, ComData e Gepin Contact, che negli anni passati hanno beneficiato prima della circolare Damiano, stabilizzando migliaia di lavoratori a progetto, e poi del Piano lavoro dell’assessore Nappi. Pensare che questi lavoratori possano, dall’oggi al domani, ritrovarsi senza lavoro è una prospettiva che ci spaventa come sindacato e che tutti, istituzioni e parti sociali, dobbiamo scongiurare con ogni mezzo”.

ANSA/ In Germania propaganda nazista è donna, tra asili e web

ANSA/ In Germania propaganda nazista è donna, tra asili e web

Intervista a esperta, inquietante ingresso partiti nazi a Pe

(di Rosanna Pugliese).
Non si lasciano individuare subito come naziste. ”Prima cercano il contatto con le altre mamme, pongono le basi per un rapporto di fiducia, invitano al parco-giochi i compagni dei figli, si fanno eleggere nei comitati dei genitori dell’asilo. E progressivamente iniziano a diffondere le loro idee razziste”. Spesso sottovalutate, le donne hanno un peso crescente nella scena neonazi in Germania, e cercano di ritagliarsi uno spazio anche nella società del 21/o secolo. Ruoli e strategie sono poco noti all’opinione pubblica, come spiega all’ANSA Heike Radvan, studiosa del fenomeno di genere nella destra estrema.
E alla luce delle sue competenze, la Radvan commenta anche le recenti elezioni europee: inquietante non è solo l’ingresso del NPD a Strasburgo, “un partito chiaramente neonazista, che ha dentro antisemitismo, xenofobia, sessismo”, ma anche la presenza dei deputati di Alternative fuer Deutschland. I professori antieuro “in modo meno esplicito” dei neonazisti hanno comunque idee ostili agli stranieri e in qualche modo contigue alle tesi razziste degli estremisti: “Il razzismo è là, ma nascosto da una semantica diversa, poggiato su una maggiore complessità dell’argomentazione”.
La Radvan osserva il rafforzamento del ruolo femminile: ”Dal 1989 sono proliferati i movimenti guidati da donne. E si può dire che un terzo degli appartenenti a questi gruppi sia rappresentato proprio da donne”. Una presenza che rivendica funzioni sempre più decisive: ”Sono pensatrici, elaborano teorie, scrivono testi, diffondono le tesi razziste sul web, concorrono e litigano con i camerati uomini per affermarsi alle comunali ed affermarsi in politica in prima linea. A loro modo si intendono come femministe”. Delicato è poi il compito che svolgono come ”madri”, insinuandosi nelle istituzioni educative, e nelle scuole, per fare proselitismo. ”In alcune regioni, come la Sassonia e il Meclemburgo-Pomerania vi sono i cosiddetti insediamenti nazisti: ci si deve immaginare dei piccoli centri in cui vivono 10-20 famiglie naziste, che cercano di mandare nelle stesse scuole i loro figli, o addirittura di fondare i loro asili, per controllare l’educazione rifiutando l’idea che i bambini possano essere educati alla democrazia e all’uguaglianza”. Il neonazismo ha fra le sue tesi centrali, ancora oggi, l’antisemitismo: ”Cercano di fare propaganda contro Israele e contro gli ebrei. Fanno revisionismo, negano l’Olocausto, sebbene questo in Germania sia punito. Devono quindi stare attenti alle loro dichiarazioni pubbliche perché rischiano di essere perseguiti dalla giustizia”. ”Attualmente è forte la propaganda contro l’immigrazione. Agiscono contro i rifugiati, sollevano questo risentimento popolare contro gli stranieri, e in questo c’è un nesso con alcune tesi di Alternative fuer Deutschland”.
Pur ritenendoli ”pericolosi”, la Radvan non è fra quanti credono nella opportunità di bandire il partito dalla scena politica, come si è tentato di fare anche recentemente tirando in ballo la Corte costituzionale tedesca: ”Proibire non serve.
Se si elimina un partito come l’NPD nascono decine di nuovi gruppi estremisti. È parte della nostra democrazia che esista un partito del genere. Bisogna però agire a fondo sull’opinione pubblica per far capire che si tratta di un partito antidemocratico”.(ANSA).

Trattativa, Vincenzo Scotti: ritratto di un Stato-mafia da: antimafia duemila

giano-bifronteLa deposizione dell’ex ministro dell’Interno riaccende i riflettori sul “tentativo di destabilizzazione delle istituzioni” 

di Lorenzo Baldo – 29 maggio 2014 Audio
Palermo. E’ l’immagine di uno Stato-mafia quella che si materializza nelle dichiarazioni dell’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. All’udienza odierna del processo sulla trattativa l’ex esponente democristiano ricostruisce il contesto politico-istituzionale prima e dopo la strage di Capaci, fino a quella che a tutti gli effetti è la sua destituzione dall’incarico di ministro avvenuta il 28 giugno ‘92. Lo stesso Scotti lo ha già raccontato più volte nelle aule giudiziarie: le ultime sue audizioni risalgono, una, al 2012 durante il processo Mori, e l’altra appena quattro mesi fa, al Borsellino quater.

L’allarme inascoltato
Uno stralcio dell’audizione di Vincenzo Scotti del 20 marzo del ’92 alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati, viene citato in aula dal pm Nino Di Matteo. E’ un vero e proprio allarme che non viene – volutamente – ascoltato dai vertici istituzionali. Che si assumono così la responsabilità delle successive stragi del ’92 e del ’93. “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata – diceva Scotti prima delle bombe di Capaci, Via D’Amelio e del Continente – è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni, ma per questa ragione, ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l’allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un Paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli Interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno”. C’è anche un altro grido dell’ex ministro dell’Interno, riportato dal giornalista Giuseppe D’Avanzo (scomparso prematuramente nel 2011) pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 21 giugno 1992, che viene ribadito durante l’udienza. “Sono convinto, e lo vado ripetendo da mesi, che il calvario non è finito – dichiarava Scotti a D’Avanzo –, che la mafia colpirà ancora e colpirà ancora più in alto, tanto più in alto quanto più efficace diventerà l’ azione dello Stato. Non tutti vogliono capirlo. C’è chi fa orecchie da mercante, chi ha la tentazione di sottovalutare il mio allarme, chi colpevolmente sussurra che la mia apprensione è soltanto allarmismo che nasconde voglia di potere. Bene, a questi signori ho già detto che io non andrò più a Palermo a raccogliere insulti e monetine per loro e al loro posto. Nessuno può pensare, dinnanzi alla guerra che bisogna scatenare contro la mafia, di lavarsi pilatescamente le mani. Sia ben chiaro, soltanto con un esecutivo forte, legittimato nel tempo e nei consensi, può proseguire il lavoro già iniziato da me e da Martelli. E’ una politica che va confermata e una legittimazione di quella politica passa attraverso la riconferma di entrambi”. Ma quella riconferma non ci sarà: agli Interni, al posto di Scotti, si insedierà Nicola Mancino, mentre alla Giustizia, al posto di Martelli, verrà scelto Giovanni Conso. Due figure indubbiamente nevralgiche nel crocevia di uno Stato che tratta con Cosa Nostra. Mancino e Conso sono “colpevoli di una grave e consapevole reticenza”: Mancino è imputato per falsa testimonianza, mentre Conso, l’ex Direttore del Dap Adalberto Capriotti e l’on. Giuseppe Gargani sono indagati per false dichiarazioni al pm (per loro la legge prevede che l’inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello sulla trattativa).

Il 41 bis come merce di scambio
Al di là degli imputati ufficiali di questo processo ci sono anche altri personaggi, nell’ambito della trattativa, che “contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis”: l’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi e il vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, che hanno agito entrambi in stretta collaborazione con l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (tutti e tre deceduti). Ma ai morti non si può più chiedere nulla e quindi non resta che appellarsi alla memoria di chi è stato protagonista dell’epopea della nascita del 41 bis. Senza alcun tentennamento Vincenzo Scotti ricostruisce le tappe della conversione in legge di quel famoso decreto – di fatto osteggiato trasversalmente a livello politico – che contemplava il regime di carcere duro per i mafiosi. Sotto i riflettori torna nuovamente il “consiglio” dell’on. Gargani di attendere il nuovo governo per la conversione in legge di quel decreto. Un suggerimento che non nasceva da un’opinione personale, ma che inevitabilmente coinvolgeva pezzi importanti del Parlamento dell’epoca. Nemmeno la strage di Capaci aveva sortito l’effetto di velocizzare l’attuazione di quel provvedimento. Solamente dopo la strage di Via D’Amelio il Parlamento si era visto costretto a rifare i conti con il Decreto che consacrava il 41 bis (per poi approvarlo definitivamente il 7 agosto ’92). Nella notte del 19 luglio ’92 decine di boss mafiosi vengono prelevati dalle celle dell’Ucciardone e di altre carceri siciliane per essere portati nelle supercarceri di Pianosa e l’Asinara. Successivamente proprio quel regime carcerario sarebbe risultato tra le “merci di scambio” di Cosa Nostra per far smettere le bombe. Di fatto la mancata proroga di 334 provvedimenti di 41 bis per altrettanti boss mafiosi, firmata dall’ex Guardasigilli Giovanni Conso nell’autunno del ’93, rientra a pieno titolo in quello che a tutti gli effetti appare come un do-ut-des Stato-mafia.

Destituzione di Stato
Nei ricordi di Vincenzo Scotti c’è tutta l’amarezza di chi ha vissuto la propria destituzione da ministro dell’Interno come l’attuazione di un progetto che non ammetteva corpi estranei al suo interno. Ecco allora che riaffiorano il suo isolamento politico e i suoi allarmi bollati come “patacche” da Giulio Andreotti. Dal canto suo l’ex ministro sottolinea che quelle forti preoccupazioni, per altro condivise da alcuni apparati preposti alla sicurezza, si concretizzano prima delle “previsioni” di Elio Ciolini del 4 marzo ’92 (il depistatore noto per i suoi legami con l’estrema destra e servizi segreti, nonché per aver tentato di inquinare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980) sulle “nuova strategia della tensione” che si sarebbe realizzata da lì a poco. Vengono ricordati inoltre i “malumori” dell’Arma per la creazione della DIA. Per Scotti basta “mettere insieme fatti concreti” e “analisi dell’intelligence” per comprendere i “tentativi di destabilizzazione” a livello istituzionale di quegli anni.  E proprio in merito a quei tentativi lo stesso Scotti specifica che alcune segnalazioni dei servizi segreti “facevano riferimento a questo” (al tentativo di destabilizzare l’ordine pubblico, ndr). “Tre giorni prima del 20 marzo (del ’92, ndr) avevo parlato alla Commissione antimafia e avevo chiesto alla stessa Commissione e alle forze politiche presenti di rispondere a un interrogativo: qual era la scelta che si voleva fare, cioè di scontro a 360 gradi con la criminalità organizzata, o volevano avere un atteggiamento di connivenza che avrebbe consentito un clima diverso, meno violento, ma ci portavamo sulle spalle la responsabilità di una situazione di corrodimento della vita sociale, economica e politica”. Emerge quindi il dato che in quel momento storico tutti – nel senso di apparati preposti alla sicurezza (e conseguentemente alti vertici istituzionali) – sapevano del rischio di possibili stragi, che si sarebbero puntualmente avverate, ma, come è noto, nessuno si preoccupa di ascoltare il richiamo di Vincenzo Scotti che cade letteralmente nel vuoto. Il 29 giugno del ’92 lo stesso Scotti, da ministro dell’Interno, viene inspiegabilmente nominato ministro degli Esteri. Un mese dopo si dimette. La spiegazione ufficiale (proveniente da ambienti politico-istituzionali) dell’avvicendamento Mancino-Scotti, che rimanda a questioni legate alla obbligatorietà di un ministro di dimettersi da parlamentare, è completamente falsa. E’ del tutto evidente che non lo si voleva più come Capo del Viminale, in quanto di ostacolo ad accordi e trattative, e quindi doveva essere sostituito.

Strane “intromissioni” e mancate denunce
Nella sua lunga testimonianza Vincenzo Scotti racconta anche delle particolari “intromissioni” a casa sua e nel suo ufficio romano avvenute tra il mese di gennaio e il mese di marzo del ‘92. Strani ladri avevano rovistato tra le sue carte senza toccare alcun oggetto di valore. L’ex capo della polizia Parisi gli aveva inspiegabilmente consigliato di non sporgere regolare denuncia. Lo stesso Scotti si era quindi attenuto a quei suggerimenti.

Le parole di Borsellino
“Supposte riflessioni, cui si accompagnano affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata in una Procura della Repubblica che sicuramente è quella più direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità organizzata”. E’ uno stralcio della lettera che Paolo Borsellino aveva indirizzato all’ex ministro Scotti . L’appunto viene letto in aula dall’ex ministro per illustrare la risposta del magistrato in merito alla proposta dello stesso Scotti di candidare Borsellino alla Superprocura. La proposta era stata fatta a Roma il 28 maggio ’92, alla presentazione del libro “Gli uomini del disonore”. Quell’esortazione pubblica di Scotti aveva turbato lo stesso Borsellino ed alcuni suoi colleghi che temevano una sua sovraesposizione. Ma la sua lettera di risposta al Ministro si sarebbe conosciuta solamente molto tempo dopo la strage di via D’Amelio.
Il controesame di Vincenzo Scotti è stato quindi rimandato al 13 giugno. Prossima udienza giovedì 5 giugno.

Gratteri: “le mafie stanno dominando l’Italia e l’Europa” da: strettoweb.com

nicola gratteriSono 25 anni che urlo che il problema non è la Calabria, la Puglia, la Campania, la Sicilia: le mafie stanno dominando l’Italia e l’Europa“. Così

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Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, commenta a “Prima di tutto”, su Radio 1, le inchieste sulle infiltrazioni mafiose in Expo 2015: “Anzi, stanno colonizzando l’Europa. Non c’è niente di nuovo. Sono 40 anni che ‘ndrangheta è presente in Piemonte, da 30 in Lombardia. Eppure, 4 anni fa, il prefetto di Milano ha detto: ‘dov’è la ‘ndragheta, fatemela vedere’. Il sindaco di Milano ha detto sempre 4 anni fa: ‘qui non c’è la ‘ndrangheta’: dopo 20 giorni abbiamo arrestato 300 persone. Per anni gli uomini delle istituzioni hanno negato l’esistenza del problema; almeno adesso hanno il pudore di stare zitti. Il problema dunque questo: gli uomini delle istituzioni non ammettono l’evidenza, non dicono: il Re è nudo“. “Prima che si iniziassero i lavori per Expo, prima che si iniziasse la Torino-Lione – ha continuato Gratteriio ho detto: le mafie sono lì dove c’è da gestire denaro e potere. Non è possibile che in operazioni cosi grosse, ‘prestigiose’, dove ci sono soldi e potere, non si annidino le mafie. E’ anche un fatto di prestigio: io c’ero. Non è solo un fatto economico, è una dimostrazione di forza da parte delle organizzazioni criminali essere presenti nelle Grandi Opere. Che dovrebbero essere, usiamo il condizionale, la vetrina dell’Italia nel mondo. Ma dobbiamo continuare – ha precisato Gratterinon possiamo dire: fermiamo tutto. Ormai, se non altro dal punto di vista dell’impatto ambientale, il disastro è stato fatto; vedo dappertutto colate di cemento, quindi si tratta di riempire queste colate. Se l’opera da fare la si ritiene importante per il rilancio, come volano per l’Italia, l’opera deve essere fatta. Uno Stato democratico non può dire: non facciamo una tale opera perché così si ingrassano le mafie. Fare queste equazione significa il fallimento dell’idea stessa di Stato. Il problema della presenza delle mafie è solo di regole, se la mafia è più forte rispetto a vent’anni fa perché più ricca, vuol dire che non sono state fatte quelle modifiche normative, i militari le chiamano ‘regole d’ingaggio’, per le quali non è conveniente delinquere. Noi dobbiamo fare tante modifiche normative che non rendano conveniente delinquere“.

Un “compagno” al Comune “Ecco perché sono rimasto” di antonio condorelli da: livesiciliacatania

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CATANIA- Tra gli stucchi pregiati e i marmi tirati a lucido di Palazzo degli Elefanti si aggira un comunista che nel 2008 aveva deciso di lasciare la città per l’ennessima, scrosciante, vittoria del centrodestra. Mentre Raffaele Stancanelli entrava in Municipio, Orazio Licandro faceva le valigie e, in pochi lo sanno, aveva intenzione di non tornare più a Catania. Quando la notizia si diffuse, dopo il famoso “mi vergogno di essere catanese” di Licandro, partì la ola dalla curva Nord della sala consiliare. Dopo anni di persecuzione “comunista”, i colonnelli di Scapagnini, Lombardo e Stancanelli lanciarono un grido liberatorio. Nessuno in quel momento avrebbe mai potuto immaginare che Licandro qualche anno dopo sarebbe entrato dalla stessa porta dalla quale sarebbe uscito, con una sonora bastonata elettorale, il centrodestra, ma soprattutto, che il “compagno” un giorno avrebbe governato al fianco degli ex lombardiani che un tempo contestava. E’ questa la critica più accesa che gli rivolgono avversari, ex commilitoni dei Comunisti italiani e giovani dei centri sociali. A 10 mesi dall’inizio del mandato Licandro è pronto a rispondere a mille quesiti, a partire da quelli che gli hanno rivolto i lettori di LivesiciliaCatania. E poi bisogna capire che differenza c’è tra il metodo di governo di Bianco e quello di Stancanelli, se c’è stata un’inversione di tendenza e quali sono i punti di forza dell’assessore alla Bellezza Condivisa.

Una volta lei ha detto che sarebbe stato pronto a lasciare Catania se fosse stato eletto Stancanelli, si vergognava di essere catanese…
Lo confermo, me ne stavo andando, perché una città che continuava ad alimentare questo sistema non consentiva di vivere. Volevo andarmene veramente, avevo compreso di essere un disadattato. Bianco mi ha fatto restare a Catania, condividendo le sue battaglie.

Com’era Catania nel 2008?
Catania era sprofondata all’infermo con una pessima amministrazione, una città che era andata fuori controllo, senza alcuna sorveglianza e aveva prodotto sacche vastissime di illegalità con la conseguente perdita di senso civico, l’orgoglio di appartenere ad una città che ha grandi tradizioni, storia e un patrimonio inestimabile.

La figura di Scapagnini si può scindere da quella dei suoi sostenitori?
L’eredità politica è pesantissima e molti di quelli che hanno sostenuto quella stagione, mentre Scapagnini precipitava, lo hanno abbandonato togliendo ogni sostegno

Molti adesso sono con l’amministrazione Bianco. Questa è una delle domande che fanno i nostri lettori. Come può Orazio Licandro governare con persone che sono state protagoniste di quell’era?
Non ci sono ex componenti della giunta Scapagnini tra gli assessori. Alcuni sono nella maggioranza, se la mettiamo sulle persone si perde la logica. Orazio Licandro era un oppositore di quello che realizzavano. Adesso abbiamo un sindaco che si è presentato con un programma preciso che era di totale rottura con quel modo di gestire il Comune e io ho aderito a quel programma e a quei valori che non hanno niente a che vedere con le pratiche che c’erano in municipio. Io oggi sono con Consoli, con Di Salvo e insieme stiamo lavorando a un programma che vede in prima linea un sindaco che, come me, e più di me, è stato oppositore di Scapagnini e di Lombardo. Ricordo la battaglia che Bianco ha condotto nel Pd quando la maggioranza di quel partito sosteneva il governo Lombardo. Mi trovo in ottima compagnia con un sindaco che trova al centro contenuti, proposte, programmi e non ragionamenti su nomi e cognomi.

Qual è la differenza, dal punto di vista del metodo, tra Enzo Bianco e Raffaele Stancanelli?
Stancanelli, quando Scapagnini era sindaco, era assessore agli Enti Locali e doveva esercitare un controllo sul Comune, dopo si candidò in continuità con Scapagnini. Una volta eletto, Stancanelli ha sostenuto di essere in discontinuità e di aver risanato il comune di Catania. Noi rispetto al passato stiamo producendo decisioni molto dure e in piena rottura.

Per esempio?
La revoca della cementificazione del lungomare. Io personalmente ho denunciato quest’operazione e lo fece anche Bianco. Addirittura il Capo della Protezione civile aveva diffidato l’Ufficio speciale a revocare in autotutela l’appalto e nessuno si adeguò a quella decisione.

Ma anche Stancanelli aveva tentato di bloccare…
No, restò in piedi l’affare. Stancanelli non lo revocò, lo abbiamo fatto noi. Il Piano di rientro avrebbe dovuto emanarlo Stancanelli e non soltanto elaborarlo, lo abbiamo dovuto fare noi. Lui non lo aveva fatto approvare. Uno dei primi atti del sindaco Bianco è stato quello di prorogare il vecchio Consiglio per approvare il Piano. Chiudere gli asili nido sarebbe stato facile, noi abbiamo visto che non era possibile e l’assessore al ramo ha rimesso in piedi un sistema che ha consentito l’apertura delle strutture pubbliche per i più piccoli. Il Pua. La vecchia amministrazione aveva dato via libera. Il sindaco Bianco, nel rispetto della legalità, ha stabilito che se non c’è trasparenza sui capitali si ferma tutto. Stiamo toccando interessi rilevanti con un impatto molto forte. Corso dei Martiri, bisogna rivedere al ribasso e non al rialzo gli indici di cubatura. Per non parlare di una cosa che non si era mai vista: la pretesa del rispetto delle norme da parte del personale comunale. Da quello più in basso al direttore. Chi non le rispetta è stato licenziato. Sono atti concreti. Io sapevo con chi mi stavo alleando e non a caso, in questi anni in cui mi sono molto esposto ho condiviso ogni cosa con Enzo Bianco.

Che tipo è Enzo Bianco?
E’ leale e sa tenere i rapporti umani.

Un difetto?
E’ molto determinato, caparbio…ma non è un difetto. Quando ti confronti, se lui ha un’idea per fargliela cambiare devi essere convincente. Anche io ho la testa dura…

La cultura a Catania che fine ha fatto?
Da diversi anni non c’era la percezione della politica culturale. Adesso le cose sono cambiate.

In che modo?
La città è piena di turisti, nonostante per quest’anno le compagnie crocieristiche si siano indirizzate altrove, visto che eravamo fuori mercato: ogni cosa al porto di Catania costava almeno il 30% in più. Bianco ha obbligato tutti i soggetti a rientrare negli standard. Oggi la città è piena di turisti perché abbiamo realizzato una politica del trasporto aereo molto forte. C’è una politica che comprende voli diretti che riguardano tutte le principali città e adesso c’è anche Catania – Istanbul. Tutti i musei sono aperti dalle 9.00 alle 19.00, prima non era così, questo ha prodotto un dato oggettivo: l’incremento del 45% dei flussi dei visitatori e degli incassi. Significa che anche senza mettere un centesimo, ma sfruttando le potenzialità che hai, puoi invertire la tendenza. Catania ha una ricchezza non solo di siti, ma anche di intelligenze, è una città vivacissima sotto il profilo culturale. La Regione non ci ha dato un solo centesimo per le iniziative culturali. Stiamo lavorando con le nostre forze.

E i teatri?
Tutto il comparto cultura è stato massacrato. Noi stiamo provando a sostenerli in ogni modo. L’amministrazione concede i siti, le compagnie organizzano gli spettacoli.
Abbiamo messo Catania nel circuito dei grandi eventi. Quella di Battiato è una rassegna che si collega con appuntamenti di rilievo: verranno Ligabue, Capareza e molti altri
Avremo mostre importantissime in autunno.

Lei è stato molto contestato dai giovani di sinistra…
Lo spirito critico non deve mai essere abbandonato. Bisogna criticare quando c’è da criticare, sostenere quando c’è da sostenere. Sono stato criticato anche il 25 aprile quando stavamo dando il riconoscimento ai partigiani. Non ne ho capito le ragioni. C’è un pezzo di sinistra che si ritiene ostile a questa amministrazione, ma il centrosinistra è stato spesso stampella del centrodestra e in alcuni casi complice.

C’è un centrosinistra da ricostruire dalle fondamenta. Oggi le condizioni dell’Italia non sono quelle di 10 anni fa. Ci vuole un centrosinistra non per fare ciò che a parole si combatte ma per praticare ciò che si dice. Il rischio è di restare autoreferenziali e devo dire che anche gesti molto simbolici…il fatto di aver conferito il riconoscimento ai partigiani superstiti il 25 aprile è stato un segnale importante. Io non sono un pentito

Che vuol dire oggi essere un comunista?
Rispondo ad un vostro lettore che parla dei milioni di morti fatti dal comunismo, io non dico che non sono stati fatti errori, ma essere comunista vuol dire combattere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se per rispondere a questo lettore usassi le stesse categorie, dovremmo dire che tutti i cristiani sono dei criminali perché nel nome di Dio sono morte, nel corso dei millenni, milioni di persone. E ancora oggi le guerre scoppiano nel nome di questo o di quel Dio, di questa o di quella fede religiosa. I miei ideali sono quelli di uguaglianza, libertà, miglioramento delle condizioni di vita e oggi un comunista, per quanto possa sembrare strano, può dare un contributo alla sua città.

Il centro storico di Catania è in pessime condizioni, non si contano gli abusivi, nessuno è mai riuscito a canalizzare le istanze dei ceti disagiati in luoghi idonei alla vendita di prodotti ortofrutticoli. Piazza Alcalà è inagibile, la zona del porto, impraticabile…
Questi sono problemi di fondo che non si risolvono in 9 mesi perché sul piano dell’abusivismo commerciale è vero che ci può essere il disperato che tenta di guadagnare qualcosa, ma c’è un sistema che riconduce alla criminalità organizzata perché la quantità di merce che noi troviamo esposta e in vendita in larghi settori non può ricondursi al disperato.

Come si fa a sconfiggere questo sistema?
E’ un problema che va affrontato in maniera seria con tutte le istituzioni. Non può essere lasciato alle poche pattuglie dei vigili urbani. Devo dire che il sindaco ha chiesto questo tavolo interforze che sta producendo tutta una serie di interventi, ma la strada è lunga.

Il porto?
La parte commerciale deve essere spostata e il porto deve essere liberato.

Deve essere spostata verso la Playa dove è stata fatta la darsena da 100milioni?
L’importante è che venga liberato il porto, l’anomalia è che Catania è privata del suo mare. Il cittadino non può accedere al porto, c’è una cinta di cemento e ferro. Non esiste da nessuna parte, solo da noi. Noi vogliamo una riqualificazione totale dell’area del porto.

Che idea si è fatto dei catanesi? Questa città è irredimibile o può cambiare?
Secondo Sciascia la Sicilia era irredimibile. Non lo so se avesse ragione, dire sì o no sarebbe da presuntuosi. Ci sono grandi persone, oggi ho parlato con un’imprenditrice che ha deciso di restare e che adesso vede degli spiragli di luce. Non basta dire, bisogna fare concretamente. C’è stata una regressione culturale in questa città, non ammetterlo sarebbe da irresponsabili, una regressione molto forte, nei comportamenti, c’è molta violenza, bisogna ritrovare il senso di appartenenza a una comunità e comincio da me stesso che l’ho detto, non vergognandosi più di essere catanesi. Ma per fare questo bisogna rimboccarsi le maniche e ricostruire. Non puoi salire sul palo, come facevano gli antichi predicatori cristiani, bisogna agire. Noi abbiamo installato i primi pannelli turistici della città in italiano e inglese, già sono stati vandalizzati, le barre per i non vedenti sono state rubate. Un’amministrazione che armi ha contro comportamenti così devastanti? Sono i cittadini che dovrebbero intervenire contro coloro che danneggiano Catania. Io andando in giro faccio dalle 10 alle 15 segnalazioni ai nostri vigili ogni giorno. E’ la città che deve reagire a questi comportamenti. Sono comportamenti di massa e voi lo avete fotografato con il reportage sul centro storico.

Un impegno concreto entro l’estate?
Stiamo lavorando molto sui grandi contenitori culturali, è quasi pronto l’ex convento dei Crociferi. Stiamo lavorando sull’ex monastero Santa Chiara, quello che con Catania Risorse stava per essere venduto, noi lo rimettiamo in sesto, e Catania potrà ripartire, anche da lì.

2 giugno, i movimenti per la pace chiedono una “difesa civile” Fonte: redattoresociale.it

Istituire la difesa civile, non armata e nonviolenta : è la richiesta che i movimenti per la Pace e il Disarmo hanno lanciato oggi in occasione delle Festa della Repubblica in una nota congiunta. “La madre è la Resistenza antifascista, il padre è il Referendum democratico: la Repubblica italiana è nata in un’urna il 2 giugno del 1946. Perché, per festeggiare il suo compleanno, lo Stato organizza la parata militare delle Forze Armate? E’ una contraddizione ormai insopportabile”, scrivono Rete Italiana per il Disarmo – Controllarmi, Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Tavolo Interventi Civili di Pace, Campagna Sbilanciamoci! e Rete della Pace.

“Il 2 giugno – prosegue la nota –  ad avere il diritto di sfilare sono le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le vere forze vive della Repubblica che chiedono di rimuovere l’ostacolo delle enormi spese militar i ed avere a disposizione ingenti risorse per dare piena attuazione a tutti i principi fondanti della Costituzione: lavoro, diritti umani, dignità sociale, libertà, uguaglianza, autonomie locali, decentramento, sviluppo della cultura e ricerca, tutela del paesaggio, patrimonio artistico, diritto d’asilo per gli stranieri e ripudio della guerra”.

I  movimenti per la pace vogliono “celebrare degnamente il 2 giugno promuovendo congiuntamente la Campagna per il disarmo e la difesa civile e lanciando oggi la proposta di legge di iniziativa popolare per l’ istituzione e il finanziamento del “Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta”

Obiettivo della Campagna è dare piena attuazione all’articolo 52 della Costituzione (“la difesa della patria è sacro dovere del cittadino”) che non è mai stato applicato veramente, perché per difesa si è sempre intesa solo quella armata, affidata ai militari, mentre la Corte Costituzionale ha riconosciuto pari dignità e valore alla difesa nonviolenta, come avviene con l’istituto del Servizio Civile nazionale.

“La difesa civile, non armata e nonviolenta è difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati, spiegano i promotori, preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni”

Il disegno di Legge istituisce un Dipartimento che comprenderà il Servizio civile, la Protezione Civile, i Corpi civili di pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo.  Il finanziamento della nuova difesa civile dovrà avvenire grazie all’introduzione dell’”opzione fiscale”, cioè la possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare il 6 per mille alla difesa non armata. Inoltre si propone che le spese sostenute dal Ministero della Difesa relative all’acquisto di nuovi sistemi d’arma siano ridotte in misura tale da assicurare i risparmi necessari per non dover aumentare i costi per i cittadini. Lo strumento politico della legge di iniziativa popolare vuole aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che “ripudia la guerra” (art. 11). La Campagna è stata presentata il 25 aprile 2014 in Arena di pace e disarmo; viene lanciata in occasione del 2 giugno 2014, Festa della Repubblica; la r accolta delle 50.000 firme necessarie inizierà il 2 ottobre 2014, Giornata internazionale della Nonviolenza, e si concluderà dopo 6 mesi.

Lelio Basso: per la soppressione della parata militare del 2 giugno (1976) | Fonte: Sandwiches di realtà

Un padre della Costituzione e della Repubblica nel 1976 spiegava perché andrebbe soppressa la parata del 2 giugno.

Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro che la sospensione diventi una soppressione.

Non avevo mai capito, infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4 novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. Ma il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia?

C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con questo passato. Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno, di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica.

La Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Una repubblica in primo luogo. E invece quel tentativo di rinverdire glorie militari che sarebbe difficile trovare nel passato, quel risuonare di armi sulle strade di Roma che avevano appena cessato di essere imperiali, quell’omaggio reso dalle autorità civili della repubblica alle forze armate, ci ripiombava in pieno nel clima della monarchia, quando il re era il comandante supremo delle forze armate, “primo maresciallo dell’impero”. Le monarchie, e anche quella italiana, eran nate da un cenno feudale e la loro storia era sempre stata commista alla storia degli eserciti: non a caso i re d’Italia si eran sempre riservati il diritto di scegliere personalmente i ministri militari, anziché lasciarli scegliere, come gli altri, dal presidente del consiglio. Ma che aveva da fare tutto questo con una repubblica che, all’art. 11 della sua costituzione, dichiarava di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali? Tradizionalmente le forze armate avevano avuto due compiti: uno di conquista verso l’esterno e uno di repressione all’interno, e ambedue sembravano incompatibili con la nuova costituzione repubblicana.

Repubblica democratica in secondo luogo. In una democrazia sono le forze armate che devono prestare ossequio alle autorità civili, e, prima ancora, devono, come dice l’art. 52 della costituzione, uniformarsi allo spirito democratico della costituzione. Ma in questa direzione non si è fatto nulla e le forze armate hanno mantenuto lo spirito caratteristico del passato, il carattere autoritario e antidemocratico dei corpi separati, sono rimaste nettamente al di fuori della costituzione. I nostri governanti hanno favorito questa situazione spingendo ai vertici della carriera elementi fascisti, come il gen. De Lorenzo, ex-comandante dei carabinieri, ex-capo dei servizi segreti ed ex-capo di stato maggiore, e, infine, deputato fascista; come l’ammiraglio Birindelli, già assurto a un comando Nato e poi diventato anche lui deputato fascista; come il generale Miceli, ex-capo dei servizi segreti e ora candidato fascista alla Camera. Tutti, evidentemente, traditori del giuramento di fedeltà alla costituzione che bandisce il fascismo, eppure erano costoro, come supreme gerarchie delle forze armate, che avrebbero dovuto incarnare la repubblica agli occhi del popolo, sfilando alla testa delle loro truppe, nel giorno che avrebbe dovuto celebrare la vittoria della repubblica sulla monarchia e sul fascismo. E già che ho nominato De Lorenzo e Miceli, entrambi incriminati per reati gravi, e uno anche finito in prigione, che dire della ormai lunga lista di generali che sono stati o sono ospiti delle nostre carceri per reati infamanti? Quale prestigio può avere un esercito che ha questi comandanti? E quale lustro ne deriva a una nazione che li sceglie a proprio simbolo?

Infine, non dimentichiamolo, questa repubblica democratica è fondata sul lavoro. Va bene che, nella realtà delle cose, anche quest’articolo della costituzione non ha trovato una vera applicazione. Ma forse proprio per questo non sarebbe più opportuno che lo si esaltasse almeno simbolicamente, che a celebrare la vittoria civile del 2 giugno si chiamassero le forze disarmate del lavoro che sono per definizione forze di pace, forze di progresso, le forze su cui dovrà inevitabilmente fondarsi la ricostruzione di una società e di uno stato che la classe di governo, anche con la complicità di molti comandanti delle forze armate, ha gettato nel precipizio?

Vorrei che questo mio invito fosse raccolto da tutte le forze politiche democratiche, proprio come un segno distintivo dell’attaccamento alla democrazia. E vorrei terminare ancora una volta, anche se non sono Catone, con un deinde censeo: censeo che il reato di vilipendio delle forze armate (come tutti i reati di vilipendio) è inammissibile in una repubblica democratica.

2 giugno: una festa senza trombe e uniformi, «Il Messaggero», 1 giu. 1976

Barbara Spinelli ci ripensa: “Potrei tenere il seggio” | Fonte: il manifesto | Autore: Francesco De Palo

“Non ho ancora deciso, sto avendo molte pressioni dai miei elettori”. Così, in un’intervista al giornale greco Avghì, la giornalista che aveva definito la candidatura un puro “traino” per la Lista Tsipras. Alla figlia di Altiero, padre nobile dell’europeismo, sarebbero arrivate offerte di incarichi di prestigio

Barbara Spinelli , capolista nell’Italia meridionale de L’Altra Europa con Tsipras , potrebbe cambiare idea. La figlia di quell’ Altiero Spinelli , uno dei padri fondatori dell’ Unione , intervistata dal quotidiano ellenico Avghì , vicino alle istanze di Syriza, solleva dubbi sul passo indietro che aveva annunciato durante la campagna elettorale, quando in comizi e interviste ripeteva che la sua era una candidatura “di traino” , assieme a quella di Moni Ovadia (scatterà al suo posto il giornalista Curzio Maltese ), e che una volta eletta si sarebbe fatta da parte per favorire il secondo della lista. “Non ho ancora deciso, sto avendo molte pressioni dai miei elettori – risponde la Spinelli alla domanda del giornalista Argiris Panagopulos -. Ho ancora delle riserve . La verità è che daremo la nostra battaglia a tutti i livelli con Alexis Tsipras e con la sinistra europea”.

Insomma, la certezza di ieri si sta trasformando progressivamente in un’inversione di rotta. Pare infatti che molti gruppi parlamentari non italiani abbiano avanzato delle proposte concrete alla Spinelli, anche in riferimento a un ruolo di prestigio nel prossimo europarlamento, e c’è chi non esclude anche in altri ambiti. Troppo forte il richiamo del suo cognome, a quell’Altiero anima del Manifesto di Ventotene e il cui nome troneggia all’ingresso dell’emiciclo di Bruxelles . E così dall’ assemblea dei circa settanta candidati della lista riuniti a Roma si è sollevata una certa preoccupazione per l’evoluzione della cosa.

Una settimana fa la L’Altra Europa era riuscita a superare tutti gli ostacoli iniziali eleggendo tre eurodeputati. Sul punto la Spinelli ha ribadito dalle colonne del quotidiano greco i propositi del movimento: dura lotta contro l’austerità , creazione di una sinistra forte, radicale e democratica in Italia; pungolo verso Renzi e Grillo affinché si cambi il panorama politico. E certificando la crisi della socialdemocrazia europea, anche perché in Italia, dice, “c’è una parte coinvolta nel gruppo socialista che non si può descrivere esattamente come un partito di sinistra”. E ancora, “la grande novità delle elezioni europee è stata quella di rafforzare la componente della sinistra radicale: l’unico gruppo che ha registrato un aumento, se si escludono le formazioni che sono contro l’euro, l’estrema destra e il neo- fascismo”.

Su Renzi osserva che le ha ricordato la prima vittoria di Blair in Gran Bretagna, “inghiottendo le destre e divorando gli slogan neoliberisti di Margaret Thatcher”. Poi lo etichetta come populista, anche se “non si sgonfierà presto”, dal momento, sottolinea, che “una gran parte dell’elettorato è alla disperata ricerca dell’uomo della Divina Provvidenza e piuttosto che andare in strada per protestare e combattere, molti si rassegnano all’idea di deporre le loro speranze in coloro che raccontano storielle”.

Al termine dell’intervista Argiris Panagopoulos, a sua volta candidato nella lista l’Altra Europa con Tsipras, le chiede se farà o mano il passo indietro, così come aveva promesso in campagna elettorale e la Spinelli replica testualmente: “Non ho ancora deciso, sto avendo molte pressioni dai miei elettori. Ho ancora delle riserve . La verità è che daremo la nostra battaglia a tutti i livelli con Alexis Tsipras e con la sinistra europea”.

Il terremoto elettorale delle europee Autore: Cesare Salvi da: controlacrisi.org

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Le elezioni europee sono state un autentico terremoto politico non solo in Italia. Molte analisi sono state dedicate alla travolgente vittoria del Pd in Italia, e ai contraddittori risultati negli altri paesi dell’Unione. Ma vorrei qui concentrarmi sulle prospettive per la sinistra in Italia. La lista Tsipras ha superato lo sbarramento, e questo certamente è un dato positivo per chi si è impegnato per questo risultato.
Vanno segnalati in questi contesti risultati molto superiori alla media nelle grandi città, e, tra quelli dei candidati, il cospicuo numero di preferenze nella circoscrizione del nord est per Paola Morandin. Ma ora la domanda è: si è trattato di un episodio già concluso, dopo il quale ciascuno tornerà come prima, o è possibile ripartireda questo 4% per costruire in Italia un partito della sinistra?
I primi segnali non sono incoraggianti. Già nelle elezioni regionali amministrative le forze della sinistra si sono per lo più presentate divise, con risultati modesti (è significativo che invece laddove si sono presentate unite il risultato è stato molto migliore rispetto alla somma dei partiti). Soprattutto, subito dopo il voto, non vengono segnali incoraggianti dalle forzepolitiche che hanno concorso alla lista europea. Sel appare divisa tra chi pensa a una confluenza nel Pd, o comunque a un rapporto privilegiato con questo partito, abbandonando quindi la prospettiva di una sinistra unita, e chi, sul versante opposto, ripropone, per andare avanti, pregiudizialidi ogni tipo. Si rischia però in questo modo di rinunciare definitivamente alla possibilità di dare all’Italia una formazione politica analoga a quelle che non solo in Grecia, ma anche in Germania, in Francia, in Spagna, hanno mostrato in queste elezioni di avere un significativo radicamento e consenso.
Questi partiti hanno assunto come denominazione la parola “sinistra”, e hanno dimostrato che è possibile unire socialisti, comunisti, ambientalisti, le forze nuove dei movimenti, intorno a un progetto condiviso. La mia opinione è che occorre fare la stessa cosa in Italia. Bisogna subito dare vita a una costituente della sinistra, partendo dal programma della lista per le europee. Il percorso va concluso con la costituzione di unvero e proprio soggetto politico, basato sulla regola “una testa un voto”.
Non bisogna fare del rapporto con il Pd la questione dirimente, e in questo momento divisiva. Il buon senso dice che la questione va affrontata volta per volta, confrontandosi sul programma, a livello nazionale, regionale e amministrativo. Ilprimo banco di prova sarà l’anno prossimo, quando dieci regioni andranno al voto. Bisognerebbe essere pronti per allora. Per molti aspetti il Pd di Renzi resta da decifrare. I prossimi mesi diranno come sarà utilizzato il grande consenso conseguito, sul piano sia economico sociale sia dell’assetto costituzionale. Dividersi adesso non avrebbe senso. E in ogni caso solo una democrazia partecipata, non intese o contrasti di vertici ristretti, può offrire gli strumenti per le decisioni che dovranno essere prese dall’ipotizzato nuovo soggetto politico. Come si dice in questi casi, pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.

Crisi, l’Ue tiene l’Italia sotto tiro: a settembre si prospetta un’altra manovra Autore: fabrizio salvatori da: contrlacrisi.org

Oggi l’Ue ha fatto conoscere le “raccomandazioni” per paese, ovvero la lista dei promossi e dei bocciati. Per il momento non ci sono cifre, ma per l’Italia il “compito” di una manovra aggiuntiva è sicuro. E se da una parte grazie a un intenso lavoro diplomatico si evita il pronunciamento ufficiale sulla richiesta di dilazione avanzata da Renzi, dall’altra non c’è alcun ammorbidimento: l’Italia deve stare dentro i parametri. Anzi, visto che il bonus è piaciuto, dovrà anche trovare i soldi per replicare. Ma questo non potrà avvenire facilmente con gli scenari “ottimistici” delineati dal Governo Renzi. E quindi se per il momento una leggera indulgenza è giustificata dalla recessione, la Commissione Ue è pronta a rimettere il Bel Paese in tensione. Nel documento, si sottolinea piu’ volte l’esigenza di interventi aggiuntivi nel 2014 e nel 2015 per ridurre il deficit strutturale che al momento, secondo la Commissione, non e’ in linea con le richieste del Patto alla luce delle regole sul debito. A chiarire il ‘pensiero’ della Commissione e’ stato anche il responsabile per gli affari economici Olli Rehn. “E’ importante sottolineare – ha detto rispondendo a una domanda sull’Italia nel corso della conferenza stampa – che rinviare il raggiungimento degli obiettivi di medio termine non pone l’Italia in una buona posizione nei confronti delle regole che ha sottoscritto e che ha inserito nella Costituzione”.”Lo scenario macroeconomico sul quale si fondano le proiezioni di bilancio” del Programma nazionale di riforme dell’Italia “è leggermente ottimistico, in particolare per quanto riguarda gli ultimi anni del programma”, fa rimarcare l’Ue. E del resto la ripresa dell’economia in Italia “e’ ancora molto fragile”: come dice Rehn, “se l’Italia dovesse tornare in recessione tutte le regole dovrebbero essere riviste da cima a fondo” ed e’ quindi importante che “mantenga un livello di consolidamento del bilancio continuo ma che sia anche favorevole alla crescita”. In particolare, Rehn ha citato la “razionalizzazione della spesa pubblica e della politica fiscale”, sottolineando che deve essere mantenuta “la pratica della disciplina sui conti pubblici, rafforzando le misure adottate o pianificate come le privatizzazioni”.
LaCommissione Ue ricorda che l’Italia “si e’ impegnata a portare avanti riforme considerevoli” il cui slancio dovrebbe ora “intensificarsi” perche’ “si creino le condizioni per una ripresa forte e duratura nella crescita e nella creazione di occupazione”. Rehn non dimentica poi di sottolineare che “gli sforzi di consolidamento fatti dall’Italia negli ultimi anni le hanno permesso di uscire l’anno scorso dalla procedura per deficit eccessivo” che era partita nel 2009.