Aria di divorzio in Sel: «Syriza italiana? Noi non ci saremo» Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi

Sinistre. Venerdì alla riunione della presidenza si annuncia burrasca. Vendola cerca di mediare: Renzi in luna di miele con gli italiani, lanciamo una sfida positiva a Renzi, ora ha la forza per cambiare l’agenda Ue

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L’appuntamento è per venerdì, alla riu­nione della pre­si­denza di Sel, per quello che viene defi­nito «un con­fronto libero e aperto». La for­mula, però, nel les­sico della sini­stra dei par­titi, di solito annun­cia bur­ra­sca. E bur­ra­sca sarà, soprat­tutto da parte di chi nel gruppo diri­gente — par­la­men­tari per lo più — ha votato con­tro l’avventura della Lista Tsi­pras al con­gresso e alla dire­zione nazio­nale. E che poi si è cucita la bocca in cam­pa­gna elet­to­rale «per lealtà e per non essere accu­sata di sabo­tag­gio». Ora, con­su­mato il voto e sca­val­cato lo sbar­ra­mento, il momento della verità è arrivato.

Anche per­ché dall’altra parte, e cioè nel comi­tato dei garanti della lista Tsi­pras, l’intenzione di andare avanti con l’esperienza uni­ta­ria ormai è espli­cita e dichia­rata. E così quella di pren­dere non una, ma mille distanze con «la nuova Dc», così Bar­bara Spi­nelli ha defi­nito il Pd ren­ziano a quota 40,8 per cento. E per­sino di cer­care una col­la­bo­ra­zione con il M5S, almeno nel par­la­mento euro­peo, posi­zione per la verità non una­nime fra le diverse ’anime’ della lista. C’è anche un nuovo det­ta­glio: se Sel dovesse man­dare uno dei suoi a Stra­sburgo — come con ogni pro­ba­bi­lità suc­ce­derà, la capo­li­sta Spi­nelli, eletta in due cir­co­scri­zioni, ha espresso l’intenzione di rinun­ciare allo scranno -, lo invi­terà a sedersi nel Gue/Sinistra euro­pea, e non nel Pse, come ha con­fer­mato ieri al mani­fe­sto il coor­di­na­tore Nicola Fra­to­ianni («In ogni caso non sarebbe imma­gi­na­bile che uno di Sel sieda in Europa, o in Ita­lia, nel campo delle lar­ghe intese»).

Un fatto «scan­da­loso», com­menta Ileana Piaz­zoni, depu­tata del Lazio, e fan di Schulz: «Ma que­sto è il minimo. Io sono stata leale in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale, e sono felice del 4 per cento final­mente acciuf­fato. Ma l’elogio della col­la­bo­ra­zione con i 5 stelle è un pro­blema di stra­te­gia poli­tica: io non ci sto, ma non voglio nean­che fare la parte di quella che si mette di tra­verso rispetto alla nascita di un nuovo sog­getto a sini­stra. Lo fac­ciano. Dicono che è l’ultima spiag­gia per la sini­stra? Io non sono d’accordo ma rispetto i mili­tanti e il loro entu­sia­smo. E mi rendo pure conto che dopo la cam­pa­gna elet­to­rale non si possa dire: ok, ora liqui­diamo la lista Tsi­pras. Ma non ho inten­zione di farmi uti­liz­zare nella parte di chi li frena».

I depu­tati che la pen­sano come lei sareb­bero almeno una quin­di­cina. Resta l’incognita dei sena­tori, fra i quali pure ci sono gli ’Tsipras-scettici’. E un drap­pello di ’respon­sa­bili’ per il governo Renzi a Palazzo Madama sarebbe per Renzi assai più utile che alla camera, dove il Pd ha un’abbondante mag­gio­ranza anche da solo. Pro­prio al senato arri­verà nei pros­simi giorni il ’fati­dico’ decreto sugli 80 euro che scade il pros­simo 23 giu­gno. Tema scot­tante, molto popo­lare nel paese, come ha dimo­strato il voto di dome­nica. In molti, in Sel, vogliono votare sì. Idem sulla suc­ces­siva riforma del terzo set­tore. Il pro­blema, con­ti­nua Piaz­zoni, «infatti non è il rap­porto con il Pd o andare nel gruppo del Pd. Il pro­blema è il rap­porto con il governo Renzi: dovremmo dire un no pre­giu­di­ziale a ogni prov­ve­di­mento di riforma di que­sto paese?».

Que­stione sem­pre aperta in Sel, che si col­loca all’opposizione non pre­giu­di­ziale al governo. E che però oggi deve fare i conti con il nuovo sog­getto in costru­zione dallo slan­cio della lista Tsi­pras. E che l’ora della verità sia arri­vata, per il movi­mento fon­dato nel 2009 da una scis­sione del Prc, insieme alla Sini­stra demo­cra­tica dei Ds e ai verdi di Cento e De Petris, sem­brano dirlo anche le ultime dichia­ra­zioni di Nichi Ven­dola da Bari: «Dico al mio mondo che que­sto è il momento in cui biso­gna sfi­dare in posi­tivo Renzi». Renzi «oggi è e il lea­der euro­peo più forte», il suo rap­porto con il paese «è pieno idil­lio», ora «è nella con­di­zione di bat­tere il club dell’austerity. Biso­gna inco­rag­giarlo». Un mes­sag­gio a Renzi, ma — dopo una ser­rata cam­pa­gna per Tsi­pras — soprat­tutto ai suoi. Ma, chiede Piaz­zoni: «Renzi gover­nerà fino al 2018. Dovremo fare l’opposizione ma anche man­te­nere il pro­filo di un par­tito alleato?»

Renzi nel paese democristiano Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi

Intervista. Marco Follini legge il paragone tra il rottamatore e la Balena Bianca anni ’50. Premier e segretario del partito come Fanfani, Matteo deve comporre interessi diversi, equilibrare innovazione e stabilità. Senza correre troppo

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Dopo una cam­pa­gna elet­to­rale con­dotta a dispu­tarsi Enrico Ber­lin­guer, per ana­liz­zare i risul­tati biso­gna resu­sci­tare Amin­tore Fan­fani. Cer­chiamo allora Marco Fol­lini, ex gio­vane demo­cri­stiano (moro­teo), cen­tri­sta negli anni dell’alleanza con Ber­lu­sconi e infine, dopo un rapido pas­sag­gio nel Pd, osser­va­tore esterno e autore di diversi saggi sulla poli­tica (soprat­tutto della Dc). Ha l’esperienza e il lin­guag­gio giu­sti per deci­frare il para­gone ricor­rente tra il Pd del moder­nis­simo rot­ta­ma­tore e la Balena Bianca degli anni ’50. «Par­lando con il mani­fe­sto  – risponde subito Fol­lini — mi viene da dire che mori­rete demo­cri­stiani. Lo dico scher­zando, ma intendo che quel mezzo secolo di sto­ria non si can­cella tanto facil­mente, per­ché non fu il risul­tato di cir­co­stanze par­ti­co­lari né di una impo­si­zione, ma del modo in cui tanti ita­liani vive­vano la democrazia».

Un momento, que­sto revi­val demo­cri­stiano si fonda su una per­cen­tuale — il 40,81% — che il Pd ha rag­giunto gra­zie a un’astensione altis­sima e in ele­zioni euro­pee. Non si starà esagerando?
È sem­pre pru­dente non trarre con­clu­sioni affret­tate, ma credo che il rife­ri­mento regga: siamo desti­nati a ripe­terci. Non so quanto Renzi sia demo­cri­stiano, né quanto si senta demo­cri­stiano o se gli fac­cia pia­cere que­sto para­gone che va per la mag­giore. Quello che so — e che que­sto risul­tato elet­to­rale con­ferma — è che siamo fon­da­men­tal­mente un paese demo­cri­stiano. Cioè un paese che affida al governo la gestione della com­ples­sità. Il nostro destino non è quello di gio­care destra con­tro sini­stra, l’un con­tro l’altra armate con toni solo leg­ger­mente meno accesi di quelli che abbiamo sen­tito in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale. Il nostro destino è rico­no­scerci in una pro­po­sta di governo che sia inclu­siva e capace anche di, come dire, ospi­tare una contraddizione.

E il bipo­la­ri­smo? E il ven­ten­nio ber­lu­sco­niano cos’era, un’altra paren­tesi della storia?
Tutti giu­di­chiamo gli ultimi vent’anni insod­di­sfa­centi, per­ché sono stati vent’anni di par­zia­lità. Natu­ral­mente uno può essere più o meno affe­zio­nato all’una o all’altra di que­ste par­zia­lità, ma nes­suna delle rispo­ste che sono state date ha messo radici. Nep­pure quella di Ber­lu­sconi, che sulla carta aveva il con­senso più largo. Quanto al bipo­la­ri­smo, ammesso che fosse la nostra pro­spet­tiva, ormai è alle nostre spalle. Non solo in Ita­lia ma in tutta Europa. Andiamo verso par­titi e governi che siano inclu­sivi, che ten­gano conto di diversi punti di vista. Io ho sem­pre pen­sato che il governo sia fon­da­men­tal­mente la ricerca di un equi­li­brio, la com­po­si­zione dei con­flitti. Il risul­tato elet­to­rale va in que­sta dire­zione. Al voto per Renzi con­corre l’elettore fino a poco fa ber­lu­sco­niano e l’elettore di sini­stra che appog­gia la poli­tica eco­no­mica della Cgil. In que­sta com­ples­sità c’è la cifra dell’eterno governo italiano.

Altro che cam­biamo verso. Ma è pro­prio così? Renzi è capace di richia­mare all’ordine le mino­ranze. Ha stile bru­sco, non sopi­sce né tronca.
Credo che sia ancora alla ricerca dell’interpretazione più effi­cace di sé. La prima occa­sione gliela offre pro­prio que­sto risul­tato elet­to­rale. Un risul­tato che per un verso esprime una grande domanda di sta­bi­lità, di ordine, non arrivo a dire di con­ser­va­zione, e per un verso rie­cheg­gia dina­mi­smo, inno­va­zione, moder­nità. Starà a Renzi tro­vare l’equilibrio, non mi fac­cia fare pre­vi­sioni sul risul­tato. Ma di una cosa sono sicuro: chiun­que si trovi alla testa di que­sto paese deve cer­care un equi­li­brio, venire a capo della con­trad­di­zione tra sta­bi­lità e cambiamento.

Oppure si può moder­niz­zare solo in super­fice, fer­marsi agli slo­gan e alla dema­go­gia: così con­trad­di­zione non c’è.
In que­sti vent’anni la gia­cu­la­to­ria sul cam­bia­mento l’ho sen­tita reci­tare un po’ da tutti e un po’ troppo, per que­sto penso che il tema di oggi non sia met­tersi a cor­rere, ma sce­gliere una rotta. Poi quella rotta la si può per­cor­rere anche con passo più lento. Qual­che volta in poli­tica la len­tezza può essere una virtù. È il mio punto di vista di demo­cri­stiano antico. Sento anch’io la domanda forte di cam­bia­mento che viene dal paese, ma nes­sun cam­bia­mento si afferma se non rie­sce a con­vin­cere del suo valore anche la parte più con­ser­va­trice dell’opinione pubblica.

Pensa anche lei che il Pd sia ormai un par­tito di cen­tro che guarda a sini­stra, come la Dc?
Meglio sarebbe dire che è un par­tito di sini­stra che guarda al centro…

Con il 40% più che guar­darlo lo occupa.
Si gua­da­gna il favore di una parte dell’elettorato che cano­ni­ca­mente si sarebbe detto cen­tri­sta, tant’è che le forze di cen­tro hanno un magro risul­tato. Ma anche tanti elet­tori del cen­tro­de­stra votano per il Pd, segno che il cen­tro­de­stra oggi non ha uno spa­zio per affer­mare le pro­prie ragioni fuori dalla con­tesa di mag­gio­ranza. È una strada molti simile a quelle che sono state per­corse nel cin­quan­ten­nio democristiano.

Lungo que­sta via, però, i popo­lari del Pd si sono sem­pre sen­titi come ospiti in una casa di ex comunisti.
Certo è un para­dosso. Come lo è il fatto che pro­prio nel momento in cui il Pd sce­glie di affi­liarsi al socia­li­smo euro­peo, nei com­menti del post voto venga descritto come una sorta di rie­di­zione della Dc. Ma la vita poli­tica ita­liana è para­dos­sale per natura. Si pre­tende spesso di sem­pli­fi­carla e affi­larla come la lama di un col­tello, ma poi si sco­pre che il col­tello non taglia.

Chi in que­sti anni ha esal­tato il Pd come par­tito leg­gero, del lea­der e delle pri­ma­rie, lo risco­pre adesso come «par­tito del paese». Del paese va bene, sem­pre ricor­dan­dosi dell’astensionismo, ma nel frat­tempo non ave­vamo rot­ta­mato il partito?
Per carità, nulla è lineare e la sto­ria non si ripete. Però mi pare ragio­ne­vole che il para­gone venga fatto con la Dc di Fan­fani. Cioè la Dc che aveva la lea­der­ship più forte, il segre­ta­rio del par­tito era con­tem­po­ra­nea­mente pre­si­dente del Con­si­glio e poi anche mini­stro degli esteri, quel Fan­fani si tro­vava alla vigi­lia della Domus Mariae , cioè dell’avvento dei doro­tei. Sui para­goni per­so­nali sospen­diamo il giu­di­zio. Sul metodo mi sento di dire che que­sto resta un paese fon­da­men­tal­mente demo­cri­stiano, nell’anima e nella tec­nica poli­tica. Quale che sia la guida pre­scelta, dovrà sem­pre orga­niz­zare un com­pro­messo tra opi­nioni che in altri con­te­sti pos­sono affron­tarsi l’una con­tro l’altra, sino alle estreme con­se­guenze. Ma che da noi pos­sono vol­teg­giare solo sapendo di avere, giù in basso, la rete di sicu­rezza di una qual­che condivisione.