Ora e sempre… CHE COS’E’ L’ANPI?

Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi” :l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi”

Qui di seguito l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Su tutta la stampa imperversano i commenti ai risultati delle recenti votazioni. Non spetta a noi unirci al coro delle diagnosi, delle prognosi e delle valutazioni politiche. Noi possiamo fare soltanto alcune considerazioni, in modo rapido e consono alle nostre finalità riservandoci – semmai – di tornare sui vari aspetti in una sede più adatta.

Ecco, dunque, le nostre prime, essenziali notazioni:

a)   Queste erano votazioni europee. Quindi, i risultati vanno applicati prima di tutto alla realtà europea e poi (ma solo virtualmente) a quella italiana, come indici di una tendenza, che non corrisponde tuttavia ai “numeri” esistenti tuttora in Parlamento;

b)  Su un piano generale, non c’è dubbio che il Partito Democratico abbia riportato un grande successo, di cui è ben difficile trovare i (remoti) precedenti. Un successo in termini di voti, in modo addirittura imprevisto; e un successo – su un terreno più immediato – per la riconquista di due regioni importanti (Piemonte e Abruzzo) e di molti Comuni di rilievo, col consolidamento anche di posizioni acquisite da tempo.

c)   Si registra, conseguentemente, un arretramento (tre milioni di voti in meno) del Movimento 5 stelle, con la dimostrazione palese che il grido e l’insulto, alla fine, non pagano, a fronte di un Paese che spera di avere risposte e soluzioni positive.

d)  Ci sono partiti (minori) addirittura scomparsi ed altri – invece – che compaiono, raccogliendo una parte della “sinistra”, che trova una prima ricomposizione.

e)   Tutto questo, a livello europeo, è importante perché assegna all’Italia un ruolo preminente, tanto più a fronte del disastro accaduto in Francia, per il partito socialista (letteralmente crollato) e per l’affermazione di Marine Le Pen (e non solo).

Resta sempre in testa il PPE, ancorché un po’ indebolito, e avanza il partito di Schultz. Non vincono, come si temeva, le forze antieuropeiste, anche se occorrerà costruire un fronte compatto per contrastarle e cambiare.  Molti pensano ad un’intesa tra socialisti e popolari, speriamo per dar vita ad una politica nuova; le premesse ci sono e a questo fine anche l’Italia potrà esercitare un ruolo importante, contro il rigore e l’austerità a tutti i costi. Resta l’incognita della Presidenza della Commissione, che si giocherà tra Schultz e Junker; e ne vedremo i risultati nei prossimi giorni.

Si rafforza il ruolo della BCE, che nel prossimo periodo dovrà vincere alcune timidezze e adottare provvedimenti che agevolino il rilancio, lo sviluppo e la crescita.

f)    In Europa, si confermano le tendenze favorevoli ad una destra nera, forse non nella misura da loro sperata, ma sempre in modo preoccupante (perfino l’ingresso di un nazista nel Parlamento europeo). Anche questo è un problema che le nuove istituzioni europee dovranno affrontare, assieme a quello dei crescenti populismi e autoritarismi ed alla complessa e delicata problematica relativa all’Ucraina.

Per quanto riguarda, più direttamente il nostro Paese,  ho detto che non è il caso di entrare nell’analisi e nella prospettiva di nuovi (o vecchi) scenari.

E’ indubbio che l’affermazione del Partito democratico dà al partito stesso e al suo segretario, che è anche il Capo del Governo, responsabilità nuove e maggiori, che richiedono precise risposte se si vorrà, come è ovvio, consolidare il risultato e trasferirlo sul piano politico interno. Noi possiamo dire soltanto ciò che ci aspettiamo dal “nuovo corso” che sembra uscire da questa valutazione:

–        Un cambiamento radicale della “politica”; quella che va mandata in soffitta è la vecchia politica, quella che allontana i cittadini, e si è fatta detestare per la mancanza di valori e per il perseguimento di finalità non sempre corrispondenti all’interesse della collettività; deve affermarsi, invece, un nuovo “costume” politico e un nuovo modo di essere dei  partiti;

–        Un programma concreto e preciso d’azione, concomitante con la svolta da imprimere all’Europa, che aiuti ad uscire dalla crisi e favorisca la creazione di nuove attività produttive, di nuovi posti di lavoro, di una nuova dignità delle persone, sia che lavorino, sia che abbiano cessato ogni attività lavorativa.

–        L’assunzione di una linea (di principio e di azione) nettamente democratica e antifascista, che blocchi nostalgie, speranze di ritorno al passato, tendenze autoritarie e populistiche, venti di razzismo e discriminazione;

–        L’avvio di una seria riforma dell’Amministrazione pubblica e della burocrazia, confrontata o concordata con le Organizzazioni sindacali;

–        La modifica della legge elettorale (“Italicum”) per garantire più democrazia, più possibilità e libertà di scelta per  i cittadini, maggiore espansione della rappresentanza;

–        Una riforma costituzionale che – nel differenziare il lavoro delle due Camere – conservi, tuttavia, al Senato la funzione di garanzia e di equilibrio; un  Senato elettivo e qualificabile davvero come “Camera Alta”, dotata di poteri reali e di competenze sostanziali, nel solco del complessivo disegno costituzionale;

–        Una riforma del titolo V della Costituzione, correggendo i difetti della riforma del 2001 e ricostruendo un quadro di autonomie reali, nel contesto complessivo di una Repubblica veramente unita.

–        Una riforma istituzionale e costituzionale che aumenti gli spazi di democrazia, attribuendo maggiori ed effettivi poteri alla volontà popolare, soprattutto per ciò che attiene alle varie forme di iniziativa popolare  (e relative garanzie di effettiva presa in considerazione da parte del Parlamento).

–        Un impegno reale per la diffusione della “cultura della cittadinanza”, attraverso strumenti di formazione e di apprendimento moderni, aggiornati e finalizzata soprattutto a creare cittadini partecipi, responsabili e solidali.

–        Un impegno veramente forte e deciso contro la illegalità e contro la corruzione, nella consapevolezza che non basta la normativa penale (ancorché rinnovata, come si spera, ripristinando il reato di falso in bilancio e l’autoriciclaggio e riconducendo ai livelli “normali” la disciplina della prescrizione), ma occorre puntare sulla prevenzione, sui controlli (senza deroghe) e soprattutto su un clima di “tolleranza zero” rispetto a qualsiasi atto o comportamento in contrasto con l’etica pubblica e privata.

Sono soltanto, come ho detto, sommarie indicazioni – rigorosamente fondate sui princìpi e sui valori costituzionali – che ci permettiamo di sottoporre alla responsabilità ed all’attenzione di chi, “premiato” dal consenso di molti cittadini, ha la possibilità e il dovere di utilizzarlo – al Governo, nel Parlamento e nella vita politica – come una vera opportunità di cambiamento e rinnovamento del Paese.

Carlo Smuraglia

ANPI news n. 122

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

2 giugno: festa della Repubblica

PER UN’ITALIA LIBERA E ONESTA
Ripartiamo dalla Costituzione

Modena – piazza XX settembre – ore 14.00-17.30
con il Patrocinio del Comune di Modena

 

 

6 e 7 giugno a Roma celebrazione del 70° anniversario della Fondazione dell’ANPI

 

 

 

 

2 giugno: a Vimodrone (MI) consegna della Costituzione ai 18enni

Sarà presente il Presidente Nazionale dell’ANPI

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Un altro gravissimo atto di netta marca razzista e antisemita: a Bruxelles sono state uccise quattro persone, in un luogo simbolo come il Museo ebraico. Se si pensa anche all’aggressione a due ebrei, davanti ad una sinagoga in Francia e all’aumento dei voti di Alba Dorata e del partito di Marine Le Pen, si ha un quadro davvero impressionante e preoccupante. I negazionisti, i revisionisti, i razzisti non demordono, non mostrando – oltre tutto – alcun rispetto per la vita umana(…)

 

Due notizie che riguardano la famosa vicenda del “Sacrario” dedicato a Rodolfo Graziani. Il Tribunale di Roma ha assolto, con formula piena e con una motivazione estremamente significativa, i tre giovani che avevano “imbrattato” il cosiddetto Sacrario; e la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli – a quanto si dice – si accingerebbe a chiedere di processare i responsabili di uno scempio che ha colpito la stampa e l’opinione pubblica di tutto il mondo(…)

 

Tanto per restare vicini ai temi dei due punti precedenti, segnalo un’altra vicenda incredibile(…)

 

Su tutta la stampa imperversano i commenti ai risultati delle recenti votazioni. Non spetta a noi unirci al coro delle diagnosi, delle prognosi e delle valutazioni politiche. Noi possiamo fare soltanto alcune considerazioni, in modo rapido e consono alle nostre finalità riservandoci – semmai – di tornare sui vari aspetti in una sede più adatta(…)

 

ANPINEWS N.122

Lettera di minacce a Scarpinato. Allarme attentato al tribunale da: antimafia duemila

scarpinato-c-barbagallo“Attenzione è pronto un regalo scoppiettante per procuratore Scarpinato e dirigente carabinieri tribunale”

28 maggio 2014
Palermo. Una lettera di minacce al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e al dirigente dei carabinieri del tribunale è stata recapitata questo pomeriggio alla redazione dell’ANSA di Palermo. “Attenzione è pronto un regalo scoppiettante per procuratore Scarpinato e dirigente carabinieri tribunale”, si legge nella missiva firmata P.R.A., sigla finora sconosciuta.

Aggiornamento
Nuovo allarme al palazzo di giustizia di Palermo: alcuni confidenti hanno riferito di un progetto di attentato al tribunale del capoluogo siciliano. La notizia è stata confermata in ambienti giudiziari. Il Comitato provinciale per l’ordine pubblico si è riunito oggi d’urgenza per discutere l’adozione di nuove misure di sicurezza.

ANSA

I misteri su Via D’Amelio di Mario Santo Di Matteo irrompono nel Borsellino quater da: antimafia duemila

di matteo proc borsellino quaterTra i teste di oggi anche Leonardo Messina e Angelo Fontana

di Aaron Pettinari – 28 maggio 2014
Terzo giorno di trasferta romana per il processo “Borsellino quater” che vede come imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino.
Oggi è stata la volta dell’audizione del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo,  padre di Giuseppe, il bambino rapito da Cosa nostra e sciolto nell’acido dopo due anni prigionia.
Il pentito ha ribadito di aver preso parte alle fasi preparatorie dell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone, e di aver fornito ai fratelli Graviano, i boss mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio, i telecomandi che poi sarebbero stati utilizzati per far saltare in aria l’autobomba che 57 giorni dopo uccise a Palermo il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. “Un paio di telecomandi li aveva comprati Brusca, erano di quelli che si usano per le macchinette – ha raccontato l’ex boss di Altofonte – Li prese in un negozio di giocattoli. Altri due invece li portò Rampulla. Facemmo più prove per l’attentato di Capaci. Questi telecomandi li avevo io in custodia e qualche tempo dopo venne Antonino Gioé a chiedermi questi telecomandi su ordine di Brusca. E li consegnammo ai Graviano. Siamo prima della strage di via d’Amelio ma io non sapevo che servivano per quello”. Ma non è solo su questo aspetto che i pm nisseni, Gozzo, Luciani e Paci hanno voluto sentire il pentito. Quella di Mario Santo Di Matteo non è sicuramente stata una collaborazione con la giustizia facile. Eppure che non abbia ancora rivelato tutto quello che sa in merito all’attentato al giudice Borsellino, in cui persero la vita anche gli uomini della scorta, è un dubbio più che legittimo in particolare se si prende in esame l’intercettazione del 14 dicembre del 1993 in cui questi si trova a colloqui con la moglieFrancesca Castellese, presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo drammatico in cui la madre appare disperata con il padre che è convinto che per suo figlio non c’è più nulla da fare. E’ a quel punto che la Castellese invita il marito a non parlare più:

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso
DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa
CASTELLESE:  parlare della mafia
DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu
CASTELLESE:  come non ha caputu un cazzu?
Parlano sottovoce
CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Io chistu ti dicu … forse non hai capito
DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…
CASTELLESE:  Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio
Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile
DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu
CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti …  
DI MATTEO: Cu?
CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu
DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)
(…..)
CASTELLESE:  cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)
Incomprensibile, parlano a bassa voce
DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno

E’ partendo da questa conversazione che il pm Nico Gozzo ha lanciato in aula un appello ulteriore al collaboratore di giustizia affinché dica davvero tutto quello che sa sulla strage di via d’Amelio. Del resto lo stesso pentito, intervistato dal Tg1 il 23 novembre 2008, aveva dichiarato che avrebbe presto fatto “i nomi dei Killer della strage di Via d’Amelio”. Eppure, ancora una volta, Mario Santo Di Matteo ha preferito trincerarsi dietro “l’errore”. “Non può essere così – ha detto – io ho sempre detto tutto. Io se sapevo altre cose su Borsellino le avrei dette. Caso mai su Capaci volevano che stavo zitto. Si parlava così di mio figlio. Mia moglie era preoccupata. Si parlava di poliziotti che potevano interessarsi per cercare mio figlio. Non c’è assolutamente altro”. Eppure è tutto scritto nero su bianco e sembra davvero esserci poco spazio per le interpretazioni. Non solo, in un verbale del 1997 parla anche dei coinvolgimenti di Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e Carlo Greco nella strage di via d’Amelio e che Riina aveva incaricato i Graviano della strage, anche se oggi ha ridimensionato) “Di Brusca dico che era per forza informato come capomandamento”) dicendo che Aglieri e Greco erano presenti ad un incontro nel periodo precedente alla strage. Di Matteo ha anche escluso di aver ricevuto in questi anni nuove minacce da quando è stato ucciso il figlio.

L’ultimo colloquio con Gioè
Altro episodio misterioso che ha visto coinvolto Di Matteo prima che fosse pentito è quello dell’ultimo dialogo con Antonino Gioé, prima che questi morisse in circostanze che ancora oggi sono tutte da chiarire nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. “Mi trovavo presso il carcere di Rebibbia e passeggiavo all’esterno durante l’ora d’aria. Da una finestra si affaccia Gioé. Mi sembrava un barbone per come era messo in viso. Gli chiesi come stava se faceva colloqui con la famiglia. Mi disse che stava bene che mangiava pesce spada e che tutti i giorni vedeva il fratello. In quel momento capii che stava combinando qualcosa e pensai che stesse collaborando. E all’indomani mattina mi portano all’Asinara. Lì dopo qualche giorno che si diffuse la notizia della morte vennero ad interrogarmi e mi dissero che Gioé aveva parlato di me nella lettera. Io sono sempre convinto che si sia ucciso perché aveva saltato il fosso”.
Di Matteo ha anche confermato degli incontri tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, uomo che “a dire di Gioé era appartenente dei servizi segreti. Ci serviva perché si doveva interessare del fatto del carcere duro. Lui ne aveva parlato con Brusca. In cambio avremmo dovuto recuperare un quadro ma poi questa cosa è finita”.

Leonardo Messina: “Feci a Borsellino i nomi di D’Antona e Contrada”
Il secondo collaboratore di giustizia sentito in aula è stato Leonardo Messina. Di fornte alla Corte d’assise di Caltanisetta, il collaboratore di giustizia ha parlato di una riunione che si è tenuta ad Enna in cui “si sviluppò una nuova strategia. In quel periodo c’erano contatti con altre forze politiche per nuovi contatti. Mi informarono anche che la Lega era nostra alleata che Bossi era un ‘un pupo’. Mi si spiegò che l’uomo forte della Lega era Miglio, che era in mano ad Andreotti”. Non solo.
Sollecitato dalle domande dei pm ha parlato anche della massoneria (“Era usuale che alcuni membri di Cosa nostra entrassero in contatto con certe entità. Io stesso entrai e informai Piddu Madonia”), e del rapporto che vi era tra le varie organizzazioni mafiose italiane: “Mi riferirono che c’era una commissione nazionale, una struttura che deliberava tutte le decisioni più importanti ed evitava la guerra continua tra le varie mafie. In commissione sedevano i rappresentanti delle organizzazioni criminali. C’era Cosa nostra, la ‘Ndrangheta e i napoletani”.
Nel corso della sua deposizione, il pentito di San Cataldo si è soffermato anche sulla riunione nella quale si decise di uccidere Giovanni Falcone e Gaspare Mutolo (anch’egli collaboratore di giustizia). Messina non partecipò a quell’incontro, ma venne a conoscenza dei temi trattatati tramite il suo referente mafioso (Borino Miccichè). “Nessuno si oppose – ha raccontato il pentito – si decide anche di usare la sigla terroristica Falange Armata. Era una nuova strategia politica della Commissione a cui nessuno apparentemente si oppose anche se in realtà c’erano due correnti a quel punto. Un’ala stragista e una più moderata. Queste cose le dissi a Borsellino quando iniziai a collaborare”. E in realtà al giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 aggiunse anche altro. “Noi avemmo un breve dialogo non verbalizzato pochi giorni prima dell’attentato. Io alle riunioni non sentii mai l’idea di un attentato a Borsellino e glielo dissi allo stesso giudice. Eppure lui aveva il volto tirato, temeva di morire di lì a poco. La sera prima di morire, mi disse che non ci saremmo più visti. Sapeva di dover morire. Io gli dissi che nella riunione (nella quale venne deciso di uccidere Falcone, ndr) non era stato fatto il suo nome. Forse sbagliai a rassicurarlo. Gli dissi anche che sapevo che Mutolo collaborava. Da chi lo appresi? Dagli ambienti della caserma in cui mi trovavo”.
A Borsellino parlò anche di contatti tra Cosa nostra ed esponenti dei Servizi segreti. “Noi sapevamo che Contrada era vicino. Ma lo era anche Ignazio D’Antona, dirigente della Squadra Mobile di Palermo. Questi nomi li ho fatti al dottor Borsellino nel nostro colloqui informale. Ma gli parlai anche di vigili urbani, pretori, avvocati, onorevoli. Tutti a braccetto con la mafia”.

Fontana, l’Addaura e il Castello Utveggio
Ultimo dei teste a sfilare quest’oggi innanzi alla Corte presieduta da Balsamo è stato il pentito Angelo Fontana. Questi ha iniziato la propria deposizione ripercorrendo le fasi della propria collaborazione entrando subito nel vivo del proprio “ripetuto cambio di versione” in merito al proprio coinvolgimento nei fatti. “Per essere considerato in un certo modo come collaboratore di giustizia dovevi aver compiuto qualcosa di un certo tipo ed io avevo bisogno di accreditarmi in qualche modo – ha detto rispondendo alle domande dei pm – Così mi inventai la partecipazione all’attentato fallito contro il giudice Falcone. Ma a parte questo ho detto quello che so e che mi è stato raccontato”. L’ex boss dell’Acquasanta, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, non poteva essere infatti presente in quanto, a quel tempo, si trovava in America dove viveva con l’obbligo di firma a New York. A prescindere dalla propria presenza o meno non si può ignorare il riscontro della polizia scientifica che incastra proprio Angelo Galatolo, che era stato già condannato nel primo processo per la bomba piazzata da Cosa nostra davanti alla villa del giudice Giovanni Falcone, nel giugno 1989. Anche perché gli accertamenti hanno ribadito che è sua la macchia di sudore rinvenuta ventuno anni dopo su una maglietta che era stata abbandonata accanto alla borsa carica di esplosivo. “Galatolo aveva il telecomando in mano – ha raccontato il collaboratore – era dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare. Poi, l’attentato non si fece perché Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare dopo aver notato la presenza della polizia sugli scogli. Galatolo, che aveva il telecomando, si gettò in acqua”.
Ma il pentito ha fornito un contributo, e per questo in particolare ha deposto quest’oggi, sul Castello Uveggio. L’ex boss dell’Acquasanta ha ribadito, seppur con meno certezza, che “ Vincenzo Galatolo mi disse che Gaetano Scotto andava a Monte Pellegrino per incontrare alcune persone dei Servizi. Anche se non ho mai approfondito. A me mi parlavano di amici, delle persone”. Scotto è uno degli scagionati della strage, anche se, così come scoperto da Gioacchino Genchi, telefonò per ben due volte al Cerisdi, che si trovava proprio all’Utveggio, il 6 febbraio ed il 2 marzo 1992. Un aspetto che resta tutto da chiarire.
Il processo è stato quindi rinviato a domani quando, sempre all’aula bunker di Rebibbia, saranno sentiti i collaboratori di giustizia Malvagna, Vara e Grazioso.

La prima mossa di Renzi? Il 13 giugno la “riforma” del pubblico impiego ma senza il rinnovo dei contratti | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Con il blocco dei contratti tra il 2010 e il 2014 i lavoratori della P.A hanno perso in media 9.000 euro di potere d’acquisto, quasi 3.000 dei quali in questo ultimo anno. Il calcolo arriva dal responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile che sottolinea come ogni punto valga 22 euro e come siano stati persi nel complesso circa 10 punti. Questo non turba più di tanto il Governo che, anzi, sulla retorica degli “80 euro” ci ha impostato una intera campagna elettorale. A metà giugno Renzi è pronto a far saltare i dipendenti pubblici sulla base del piano Cottaroli, ovvero la spending review, senza però mettere un euro per il rinnovo dei contratti di lavoro. Prima bisogna vedere quanto i sindacati sono pronti a tagliare. 

La riforma della pubblica amministrazione sarà uno dei primi atti del Governo rafforzato dall’exploit di Renzi. L’esecutivo, come previsto, vuole spendersi il bonus per tagliare qualche decina di migliaia di posti di lavoro, e di servizi, e poi semmai pensare al rinnovo dei contratti di lavoro. Ieri il ministro della P.A, Marianna Madia è stata molto chiara in proposito. Prima la riforma della pubblica amministrazione e poi la ricerca delle risorse necessarie per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, bloccati almeno fino al 2014 ma di fatto ancora senza stanziamenti fino al 2017. Di busta paga si parlerà in seguito.

Intervenendo al Forum della pubblica amministrazione, tra le contestazioni di Usb, Madia ha ribadito l’intenzione del Governo di varare la riforma il 13 giugno, il tema e’ la maggiore efficienza della macchina pubblica. Ma sul tavolo non manchera’ il punto sui contratti, fuori però dai 44 annunciati dal ministro e dal premier Renzi ma aggiunto al confronto da Cgil, Cisl e Uil. Madia ha ribadito che si puntera’ alla mobilita’ volontaria dei lavoratori tra le amministrazioni piuttosto che a quella coatta e che si si vuole abrogare l’istituto del trattenimento in servizio con la probabile liberazione fino al 2018 di circa 10.000-13.000 posti.

”Intesa? non so – ha detto Madia sulla possibilita’ che si trovi un accordo con i sindacati. Certamente li incontrero’ e li ringrazio di aver raccolto la sfida di commentare tutti e 44 i punti della riforma. Il 45esimo, quello del rinnovo dei contratti lo condivido concettualmente. Il problema e’ che ci troviamo in un momento nel quale le risorse non sono tante.
Madia mette su tavolo uno schema che sembra ricavato pari pari da una bella favoletta: “Spero vivamente che in Italia riparta la fiducia –dice – e che attraverso questa ondata di speranza si rimetta in moto lo sviluppo e che potremo di nuovo sbloccare i contratti”.
”Siamo pronti alla sfida sulle risorse per il rinnovo dei contratti”, hanno risposto a stretto giro i sindacati del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil sottolineando che bisogna ”cambiare davvero la pubblica amministrazione, migliorando i servizi e recuperando risparmi per retribuire meglio chi lavora al servizio delle comunita’”.

I sindacati sono ”pronti alla sfida sulle risorse per il rinnovo dei contratti”, hanno scritto i sindacati di categoria in una nota firmata dai segretari generali del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil, Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili. I tre hanno spiegato che presenteranno le proposte dei lavoratori ”per cambiare davvero la pubblica amministrazione, migliorando i servizi e recuperando risparmi per retribuire meglio chi lavora al servizio delle comunità”. “Cinque anni di blocco dei contratti, dieci di limitazione del turn-over e cattivo utilizzo della flessibilità’ – si legge nella nota – sono vere ingiustizie ai danni non solo dei lavoratori, ma anche di cittadini e imprese. Bene che il ministro lo riconosca, ora si tratta di cambiare totalmente approccio”.

Infine, dai Cobas del pubblico impiego arriva la segnalazione dell’ennesima circolare che passando al setaccio i contratti decentrati degli enti locali  per scoprire qualche “indebita” attribuzione costringe i lavoratori a restituire le somme già avute. “Se qualcuno pensa ancora che i comunali siano dei privilegiati si legge in un comunicato – dovrà ricredersi verificando la perdita di potere di acquisto e provvedimenti costruiti ad arte per imporre la restituzione di soldi con contratti aziendali giudicati impropri”. La circolare ministeriale in questione è quella che interviene in merito all’articolo 4 delle legge 68 del 2 Maggio 2014 per il recupero “in via graduale” delle “somme attribuite al di fuori dei vincoli economici e normativi prescritti per la contrattazione integrativa”. “In questo scenario il ruolo dei Comuni (e dell’Anci) – aggiungono i Cobas – è di piena collaborazione con il Governo per colpire il salario dei lavoratori e delle lavoratrici e mettere mano ai fondi della contrattazione decentrata per ridurne l’importo e di conseguenza erogare minore produttività”. Da qui ai prossimi mesi saranno fornite indicazioni applicative ai Comuni, in base alle quali i dirigenti degli enti locali possono rivalersi sui fondi della produttività, insomma sul salario del personale.

Roma, sfiorata la strage in cantiere. Muore un escavatorista per salvare i suoi compagni | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

E’ un italiano di 40 anni l’operaio che ha perso la vita a Roma ieri pomeriggio in un cantiere edile di via della Stazione Aurelia a Roma. Il quarantenne, secondo quanto è stato ricostruito si trovava alla guida della ruspa all’interno del cantiere dove stava scavando le fondamenta per la costruzione di alcuni villini. Mentre si stavano svolgendo gli scavi e’ crollata una delle pareti in una buca profonda circa tre metri che ha intrappolato tre operai. Due sono stati soccorsi ed estratti quasi immediatamente mentre per il terzo e’ stato necessario il lavoro dei vigili del fuoco. Il quarantenne, che era sceso nella buca nel tentativo di salvare gli altri, invece e’ stato seppellito dal terreno in un secondo smottamento. Dei due feriti, uno e’ stato portato al Policlinico Gemelli in codice rosso per le frattura delle gambe, mentre l’altro all’Aurelia Hospital in codice giallo per trauma toracico.
La squadra stava lavorando alla realizzazione delle opere di urbanizzazione per una lottizzazione sita in via della stazione di Valle Aurelia.
“Ancora una volta un lavoratore delle costruzioni è morto sul lavoro, mentre cercava di migliorare, proprio con il lavoro, le sue condizioni economiche e quelle della sua famiglia”, è il commento di Mario Guerci, segretario generale della Fillea Cgil di Roma e del Lazio.
La Cgil, dopo aver sottolineato la vicinanza alle famiglie, parla di “sordità delle imprese e delle istituzioni”, alle quali il sindacato ha invocato da mesi la sottoscrizione di protocolli sulla legalità e sulla sicurezza. “In attesa che la magistratura ricostruisca i fatti accaduti e individui eventuali responsabilità – conclude la nota – chiediamo alle istituzioni l’apertura immediata di un tavolo, cosi come già richiesto da tempo dalle organizzazioni sindacali delle costruzioni, affinché anche il nostro territorio si doti immediatamente di una legislazione concorrente sugli appalti; che garantisca legalità, trasparenza, certezza dei costi e soprattutto sicurezza per chi lavora”

Ucraina, Putin incontrerà Hollande. I separatisti accusano Kiev di “crimini contro l’umanità”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Sull’Ucraina il confronto diplomatico è appeso a un filo, intanto gli scontri militari si fanno sempre più sanguinosi. E cosi mentre  Il presidente francese Francoise Hollande ha annunciato un “faccia a faccia” con il collega russo Vladimir Putin per il 6 giugno, durante le cerimonie di commemorazione dello sbarco alleato in Normandia, e gli Usa addirittura segnalano che Mosca sta ritirando diverse migliaia di uomini dall’Ucraina, nell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk i separatisti accusano le forze ucraine di crimini contro l’umanita’: almeno 15 miliziani feriti, che venivano trasportati a bordo di due camion, “con insegne mediche”, sono stati uccisi dal fuoco degli rpg. Spari anche contro un’ambulanza, denunciano ancora i separatisti che chiedono “l’intervento personale di Putin, in qualsiasi forma”. Non sono mancati gli scontri a fuoco al confine, dove secondo la versione ucraina, convogli carichi di uomini armati hanno tentato di infiltrarsi per dare man forte ai ‘fratelli dell’est’ “. Alcune ong russe fanno appello per l’apertura di corridoi umanitari per evacuare bambini, donne e anziani, gia’ costretti a lasciare le proprie case nelle zone ‘calde’ della citta’.

La speranza e’ appesa a un filo. E la comunita’ internazionale ha un’ultima occasione per far scoppiare la pace, ora che il conflitto nell’est dell’Ucraina gira l’ultima curva prima del bivio che portera’ solo allo spargimento di altro sangue. La tensione e’ alle stelle: ne hanno fatto le spese i quattro osservatori Osce fermati l’altra sera, e ora nelle mani dei separatisti.
Preoccupata attesa anche a Sloviansk, roccaforte della rivolta, dove al tramonto si teme l’inizio di nuovi bombardamenti che ieri sono costati la vita a 4 civili. Le foto dei cadaveri, a terra in un bagno di sangue, hanno fatto il giro del mondo. La fragile tregua registrata nella giornata di ieri ha consentito il recupero delle salme di Andrea Rocchelli e Andrey Mironov, uccisi sabato alle porte della citta’. Quella di Andrea dovrebbe essere arrivata a Kiev nella notte, via Kharkov.Ieri ci sono stati almeno 100 morti nella battaglia per l’aeroporto internazionale della citta’. E gli scontri hanno interessato anche i quartieri residenziali limitrofi. arrivando a lambire la stazione centrale, a due passi dalla zona degli alberghi affollati di giornalisti stranieri e civili in cerca di rifugio. Il presidente russo Vladimir Putin ha colto l’occasione di una telefonata con il premier Matteo Renzi per sottolineare la “necessita’ di porre fine immediatamente all’operazione militare “punitiva” nelle regioni sud-orientali e di stabilire il dialogo pacifico tra Kiev e i rappresentanti locali”. Un appello che in queste ore non sembra trovare interlocutori a Kiev, che ieri ha scatenato una escalation militare che l’est non aveva ancora mai visto, e decisa a proseguire l’azione “finche’ non ci saranno piu’ terroristi nel Paese”. “E’ questione di ore”, ha incalzato il neoeletto presidente, Petro Poroshenko. Ieri nei cieli di Donetsk sono sfrecciati elicotteri e caccia militari, che hanno bombardato senza sosta le postazioni nemiche, fino a costringere i ribelli a ritirarsi nelle zone limitrofe e a trincerarsi in postazioni difensive improvvisate.

40 anni dalla strage di Brescia. Cgil: “Pretendere verità e giustizia”Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Pretendere verità e giustizia. A distanza di quarant’anni dalla strage di piazza della Loggia non ci stanchiamo di farlo e oggi, come allora, continuiamo ad esigerlo perché queste due sono le sole parole che possono chiudere definitivamente una delle vicende più drammatiche della storia del nostro paese”. E’ quanto si legge in una nota della Cgil in occasione del 40° anniversario della strage di Piazza della Loggia a Brescia quando, il 28 maggio del 1974, durante un comizio antifascista, un ordigno esplosivo uccideva 8 persone ferendone 103.“Ristabilire verità e giustizia per quella strage che ferì brutalmente il paese – prosegue la nota -, non solo sul versante storico ma anche giudiziario, è una necessità dovuta alle vittime e ai loro familiari, così come alla nostra stessa democrazia. Vittime di quell’attentato furono, infatti, come in molti altri casi e momenti bui della nostra storia, lavoratrici e lavoratori nel loro essere baluardo insuperabile a difesa della democrazia e portatori di un’istanza di emancipazione e progresso”.

“Ed è per questo – continua la Cgil – che se le verità storiche sono accertate e riconosciute il nostro impegno, quello dell’intero movimento sindacale, non si fermerà senza la parola fine sul piano giudiziario, senza che siano accertati autori e complici di quell’atto atroce e sanguinoso. E’ un’esigenza dovuta anche al bisogno di costruire definitivamente una memoria condivisa, la sola via per rifondare quel clima di fiducia determinante per la qualità della democrazia e le istituzione del nostro paese”, conclude la nota

Nelle urne un voto da ultima spiaggia | Fonte: il manifesto | Autore: Guido Viale

Europee 2014. Il record elettorale del Pd non è una vittoria sul populismo, Renzi non è meno populista di Grillo. E i voti per Syriza sono una spinta per coltivare il nucleo nascente di un’alternativa

Ultima_Spiaggia

La ridu­zione della com­pe­ti­zione per le ele­zioni euro­pee a un match fron­tale tra due icone vuote di con­te­nuti quanto piene di inva­dente pre­sen­zia­li­smo ha pre­miato Renzi e punito Grillo. Ma a per­dere sono stati gli ita­liani o, meglio, ha perso la demo­cra­zia. Per­ché la riforma elet­to­rale, quella del Senato o l’abolizione delle Pro­vince volute da Renzi non fanno che ridurne pro­gres­si­va­mente il campo di applicazione.

Ha perso il plu­ra­li­smo: ora c’è un uomo solo al comando di un par­tito, del governo, arbi­tro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri par­titi, satel­liti o com­pri­mari, sono in via di spa­ri­zione, né hanno molte ragioni per con­ti­nuare ad esi­stere. E ha perso, ren­dendo sem­pre meno sin­da­ca­bili le scelte del “pre­mier”, la pro­spet­tiva di un vero cam­bia­mento: il qua­dro euro­peo in cui il Pd si inse­ri­sce e di cui sarà un garante non con­sente cambi di rotta. E con tutte que­ste cose hanno perso i lavo­ra­tori, i disoc­cu­pati, i gio­vani, i pen­sio­nati; anche, e forse soprat­tutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si tratta, come sosten­gono molti com­men­ta­tori, di una vit­to­ria sul populismo.

Renzi non è meno popu­li­sta di Grillo se per popu­li­smo si intende un richiamo iden­ti­ta­rio (le “riforme”, pre­sen­tate come inter­vento sal­vi­fico, senza spe­ci­fi­carne il con­te­nuto, e la “rot­ta­ma­zione” pre­sen­tata come pro­gramma) che fa aggio sui con­te­nuti spe­ci­fici delle misure pro­po­ste. Il pro­gramma di Grillo, se si eccet­tua la sua ambi­va­lenza di fondo sull’euro, che è ambi­va­lenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel deter­mi­nare un cam­bio di rotta per tutti, era addi­rit­tura più con­creto di quello con cui Renzi ha affron­tato que­sta sca­denza elet­to­rale. Entrambi comun­que ave­vano gli occhi pun­tati sugli equi­li­bri interni al pol­laio ita­liano; la resa dei conti con le poli­ti­che euro­pee l’avevano riman­data a un inde­ter­mi­nato domani: euro­bond o uscita dall’euro per uno; ridi­scus­sione dei mar­gini del defi­cit per l’altro; nes­suno dei due sem­bra ren­dersi conto che la crisi euro­pea impone una revi­sione radi­cale del qua­dro isti­tu­zio­nale e delle stra­te­gie poli­ti­che, prima ancora che economiche.

Non è stata nem­meno, quindi, una vit­to­ria dell’europeismo con­tro l’antieuropeismo: se per Grillo il pro­blema è ine­si­stente — la sua “indi­pen­denza” da tutto e da tutti gli impe­di­sce di avere alleati e pro­spet­tive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subal­ter­nità al patto tra Schulz e Mer­kel, ormai rati­fi­cato dall’esito elet­to­rale anche in Europa, che gli impe­di­sce di avere, se non a parole — ma di parole la sua poli­tica non manca mai — una visione delle misure, delle stra­te­gie e delle con­se­guenze di una vera rimessa in discus­sione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disin­te­grando (e i primi a pagarne le con­se­guenze saremo noi).
Meno che mai quella di Renzi è stata una vit­to­ria della spe­ranza con­tro il ran­core. Se nell’ultimo anno il Movi­mento 5S ha dato prova della sua sostan­ziale incon­clu­denza, dovuta al con­trollo fer­reo che i suoi due lea­der pre­ten­dono di eser­ci­tare sui qua­dri e sui par­la­men­tari, la moti­va­zione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiag­gia”. Para­digma di que­sto atteg­gia­mento sono gli edi­to­riali su la Repub­bli ca di Euge­nio Scal­fari , che non approva pra­ti­ca­mente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi pro­getti, ma che invita a votarlo lo stesso per­ché “non c’è alternativa”.

Così, se con que­ste ele­zioni la para­bola del M5S ha imboc­cato irre­vo­ca­bil­mente una curva discen­dente, men­tre Renzi sem­bra invece sulla cre­sta dell’onda — forse rag­giunta troppo in fretta per poter con­so­li­dare una posi­zione del genere — è il vuoto di pro­spet­tive e la man­canza di una pro­po­sta di respiro stra­te­gico per rifor­mare l’Europa a con­dan­narlo a sgon­fiarsi altret­tanto rapi­da­mente. Il che suc­ce­derà ine­vi­ta­bil­mente — pen­sate alla para­bola di Monti! — non appena Renzi dovrà fare i conti con quella gover­nance che forse imma­gina di riu­scire a con­qui­stare con la stessa faci­lità, super­fi­cia­lità e disin­vol­tura con cui si è impa­dro­nito, gli uni dopo le altre, di pri­ma­rie, par­tito, governo ed elet­to­rato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza che Renzi non si è mai nem­meno sognato di voler intac­care, ma che non è certo dispo­sta a con­ce­der­gli qual­cosa che vada al di là di un soste­gno for­male e sim­bo­lico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando die­tro di sé, in modo forse irre­ver­si­bile, per­ché non facile da pro­sciu­gare, un mare di mace­rie (la poli­tica tra­sfor­mata in per­nac­chia, come Ber­lu­sconi l’aveva, prima di lui, e apren­do­gli la strada, tra­sfor­mata in bar­zel­letta e licenza), così anche Renzi lascerà die­tro la sua pros­sima quanto ine­vi­ta­bile para­bola, altri danni irre­ver­si­bili. Danni alla demo­cra­zia e alla costi­tu­zione; al diritto del lavoro e alle con­di­zioni dei lavo­ra­tori, pre­cari e non (se ancora ce ne sono); alla scuola, alla sanità, al wel­fare, alle auto­no­mie locali (che da sin­daco non ha mai difeso dal patto di sta­bi­lità); a quel che resta della mac­china dello Stato, sman­tel­lan­done i capi­saldi in nome del rispar­mio e dell’efficienza; al sistema delle imprese e dei ser­vizi pub­blici, messi in sven­dita per fare cassa; e, soprat­tutto, danni alla tenuta morale della cit­ta­di­nanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una poli­tica fon­data sulle apparenze.

“L’altra Europa con Tsipras” rappresenta un piccolo ma importante episodio di resistenza

Di fronte a que­sto pano­rama, di cui l’elettorato non potrà evi­tare di pren­dere atto in tempi stretti, i risul­tati della lista “L’altra Europa con Tsi­pras” rap­pre­sen­tano un pic­colo ma impor­tante epi­so­dio di resi­stenza; per­ché in quella lista, e in nessun’altra pro­po­sta di livello nazio­nale ed euro­peo, è con­te­nuto il nucleo di un’alternativa pos­si­bile e pra­ti­ca­bile alla per­pe­tra­zione di poli­ti­che desti­nate a por­tare allo sfa­scio l’intero con­ti­nente, Ger­ma­nia com­presa.
Cer­ta­mente i nostri numeri non sono esal­tanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei nostri part­ner euro­pei. Però sono il frutto di un lavoro di con­qui­sta, voto per voto, con­senso per con­senso, impe­gno per impe­gno, che ha coin­volto migliaia di com­pa­gni e di soste­ni­tori delle più diverse pro­ve­nienze, che non ave­vano certo come obiet­tivo finale o esclu­sivo il risul­tato elet­to­rale. Ma che pro­prio spe­ri­men­tando, almeno in parte, e non senza molte con­trad­di­zioni, forme nuove, o pro­fon­da­mente rin­no­vate, di con­di­vi­sione e di coe­sione, fon­date su nuove pra­ti­che, sono ben deter­mi­nati ad andare avanti lungo la strada appena intra­presa. E non cia­scuno per conto suo, o facendo ricorso alle pro­prie appar­te­nenze, ma tutti insieme, apren­dosi a quel mondo di delusi, di arrab­biati, di abban­do­nati, di incerti che la crisi del M5S e il muta­mento antro­po­lo­gico del Par­tito Demo­cra­tico si stanno lasciando, e con­ti­nue­ranno a lasciarsi, die­tro le spalle.

In que­sta pic­cola affer­ma­zione i voti di pre­fe­renza rac­colti da due capo­li­sta come Bar­bara Spi­nelli e Moni Ova­dia, che hanno messo il loro nome, la loro fac­cia e un mare di fatica a dispo­si­zione del pro­getto per rap­pre­sen­tarne il carat­tere uni­ta­rio, sono una impor­tante dimo­stra­zione di quella spinta a un radi­cale rin­no­va­mento delle pro­prie iden­tità che fin dall’inizio è stata la cifra della nostra intrapresa.

In pochi anni, sotto la guida di Ale­xis Tsi­pras, Syriza, da pic­cola aggre­ga­zione di iden­tità dif­fe­renti si è fatta par­tito di governo. Dun­que, si può fare. Se abbiamo messo quel nome nel sim­bolo della nostra lista non è per caso.