Diritto allo studio per le donne in Nigeria. Tre borse di studio dalle donne di Napoli -Le promotrici di UDI di Napoli e dell’Opera del Fanciullo “Fondazione Gaetano Rotondo”

 

 
Diritto allo studio per le donne in Nigeria. Tre borse di studio  dalle donne di Napoli 

Quando è più difficile, e sempre, il diritto allo studio per le donne in Nigeria.

Per liberare le donne Nigeriane servono gesti concreti. Gli auspici e la commozione, le risoluzioni e le sanzioni sono meccanismi a tempo, che presto o tardi riguardano, comunemente, i paesi non occidentali, per di più in circostanze che ci sfuggono. Sappiamo, infatti, che le violenze sono pane quotidiano per le donne nel mondo e che chi può esprimersi sempre lo fa solo qualche volta, e solo nelle emergenze.

Noi stesse siamo legate alle occasioni che fanno scandalo, ma ben sappiamo sappiamo che i “fatti eccezionali”, come il rapimento di oltre 200 ragazze, sono fatti. Duecento e oltre, delle tante. Ma le tante sono ognuna e ognuna va salvata.

Salvarne 237 e una, per tutte, vuol dire salvare quelle che sapranno incarnare il cammino del riscatto femminile: ognuna potrà agire per un altro futuro con la poca o tanta libertà che, in ogni modo, i potenti dovrebbero salvaguardare. Noi aspettiamo che una soluzione pacifica venga trovata, sapendo bene che ogni giorno accordi e soluzioni vengono trovati negli scambi e negli affari anche col contributo del nostro Paese.

Noi sentiamo l’obbligo di dire ai potenti che non fanno abbastanza, e sentiamo il dovere di esprimere la nostra solidarietà verso tutte le donne e le bambine, con azioni che entrino nella vita di chi possiamo raggiungere.

Nello stato del Borno (Nigeria), il rapimento rappresenta l’interdizione, per le donne, ai saperi.

Il sapere fa paura  perché una donna che sa è più libera, una donna che sa anche che un altro mondo è possibile. Nello Stato del Borno – Nigeria sapere è reso pericoloso. Ed anche protestare è difficile: Naomi Mutah Nyatar che protestava contro il rapimento è stata arrestata.

L’istruzione in Nigeria ha spesso costi insostenibili e noi a quelle donne che vogliono il sapere, desideriamo offrire un’opportunità, perché sappiamo che nonostante tutto lì e ovunque le donne  insistono: per  loro lavoriamo al nostro piccolo e doveroso contributo alla restituzione dei un diritto non negoziabile. Aspettiamo che in molti ci imitino e ci sostengano nella raccolta di fondi per la costituzione tre borse di studio per le bambine del Borno. Tre solo. Le prime. Obiettivo 18.000 euro.

Aspettiamo il tuo contributo, anche in proposte: per quello in denaro puoi versare quanto puoi e vuoi sul codice IBAN

IT 76 P032 9601601 0000 66546555

 

Le promotrici di UDI di Napoli e dell’Opera del Fanciullo “Fondazione Gaetano Rotondo”

Napoli, 19 maggio 2014

Furto e vandalismo alla sede dell’Anpi da: brescia corriere.it

Lasciati escrementi negli uffici avvolti nei volantini «No Bigio». Rubati tutti i soldi del tesseramento, circa 2mila euro

di Redazione online

Furto con atti vandalici nella notte del 26 maggio alla sede dell’Anpi di Brescia, l’associazione nazionale partigiani, che tiene viva la memoria della Resistenza. È stata scassinata la porta degli uffici al primo piano in via Campo Fiera, una traversa di via Milano. Sono stati rubati i soldi del tesseramento e delle sottoscrizioni alla lotteria della festa provinciale che si tiene tra poco, in tutta circa 2mila euro. Non solo.

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Furto e atti vandalici alla sede Anpi

I ladri hanno tolto dal muro la fotografia dell’ex presidente Anpi (morto un anno fa), il partigiano Lino Pedroni, e imbrattato con le loro feci l’ufficio. Gli escrementi sono stati ritrovati in alcuni volantini «No Bigio» preparati dall’Anpi, da sempre contraria alla ricollocazione della statua fascista in piazza Vittoria. A darne notizia via Twitter è stata la stessa Anpi Brescia, che ha messo in rete anche le foto delle porte scassinate e degli escrementi. La mattina del 27 maggio i rilievi della polizia scientifica, per cercare di rintracciare i colpevoli. I ladri hanno scassinato anche la sede del dopolavoro dei dipendenti comunali, al piano terra.

Il presidente Anpi: «strane coincidenze»

Forte l’amarezza del presidente Anpi, Giulio Ghidotti, che non vuole leggere dietro il gesto una matrice politica, ma non può non notare qualche strana coincidenza: «Sarà anche un caso ma questo gesto arriva alla fine delle celebrazioni del quarantesimo della strage di Piazza Loggia e il giorno prima del 40esimo anniversario della Strage fascista. Potrebbe essere anche un gesto casuale ma certo cade in un momento che ha un certo significato». Come un certo significato potrebbe avere il gesto offensivo di lasciare escrementi nei manifestini «No Bigio».

La condanna della rete Antifascista

La Rete Antifascista di Brescia, esprimendo solidarietà all’Anpi, ricorda che « Alla vigilia del 40° anniversario della strage fascista e di stato di Piazza della Loggia non possono essere dei vandali qualsiasi gli autori del furto con scasso e dei danneggiamenti subiti della sede provinciale di via Campo Fera. Il fatto che sia stato “imbrattato” un volantino ove l’Anpi prende posizione contro il ricollocamento del Bigio in Piazza Vittoria è la firma politica della vigliaccata».

ROMA 6-7 giugno “70 anni ANPI con la libertà nel cuore”

ULTIMA ORA!

la cerimonia di apertura delle celebrazioni del 70esimo dell’ANPI verrà trasferita dal Campidoglio

alla Sala Auditorium del Centro Congressi Frentani (Via dei Frentani, 4)

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Fiat di Pomigliano, “due suicidi in due mesi sono veramente troppi”: la protesta di Fiom e Slai Cobas | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Sono veramente troppi due suicidi in pochi mesi nello stesso luogo di lavoro, con meno di 300 addetti, specialmente quando si tratta di un reparto-fantasma, quello del WCL di Nola oggi in dismissione e cambiamento della destinazione d’uso”. Il Comitato delle mogli degli operai di Pomigliano, dopo la notizia del suicidio di una operaia in cassaintegrazione al Wcl di Nola, punta il dito contro l’azienda e lancia un appuntamento di lotta: mercoledi’ 28 maggio alle 10.30 al presidio alla Regione Campania, a Santa Lucia, indetto da Slai cobas e Fiom.

”Con la rabbia che ci monta in testa vogliamo unirci agli operai ed a quanti ancora pensano che le cose si possono e si devono cambiare”.
“Il preteso ‘Polo Logistico’… di eccellenza, mai decollato e che, nelle promesse di Marchionne di fine 2007, avrebbe dovuto supportare la ‘logistica’ Fiat degli stabilimenti del centro-sud (Melfi, Cassino e Pomigliano)- continua la nota- Inoltre, la cinica decisione della Fiat di tenere sotto stress lavoratori e lavoratrici non rinnovando ancora (a differenza di Pomigliano) la cassa integrazione in scadenza il prossimo 13 luglio sta contribuendo ad innalzare a livelli estremi la tensione essendo, tra l’altro e di fatto, il reparto impossibilitato ad alcuna missione produttiva in quanto la ‘logistica’ (che serve all’alimentazione diretta delle linee in fabbrica con i particolari provenienti dall’esterno e da assemblare al montaggio) e’, per definizione, un’attivita’ che si svolge all’interno degli stabilimenti come in effetti sta avvenendo a Pomigliano e nelle altre fabbriche della Fiat”. Il reparto di Nola, definito senza mezzi termini “confino”, rievocando quei reparti punitivi per comunisti e sindacalisti degli anni ’50 e 60, per i quali la Fiat fu condannata, rappresenta quindi “un semplice paravento strumentale per la delocalizzazione dei lavoratori ‘scomodi’ (invalidi e sindacalizzati) e non delle attivita’ produttive. E questo lo sanno tutti, sindacati confederali, politici, ministri del lavoro e istituzioni, ma tutti tacciono! Maria Baratto, e prima, Giuseppe De Crescenzo, hanno rinunciato a vivere dopo aver denunciato per anni la loro drammatica situazione non diversa da quella dei loro colleghi del Polo Logistico, discriminati e deportati a Nola proprio come ai tempi di Valletta”. “Non si puo’ continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti, l’intero quadro pollitico-istituzionale che, da sinistra a destra, ha coperto le insane politiche della Fiat e’ responsabile di questi morti insieme alle centrali confederali” scriveva Maria in quello che consideriamo il suo testamento politico a noi tutte/i. Parole che devono far riflettere sul vero e proprio disastro industriale e sociale prodotto dalle scellerate politiche della Fiat. Il grido di dolore che parte dalle fabbriche della Fiat, da Maria a Giuseppe ad Agostino e tanti altri operai della Fiat che si sono suicidati, o hanno tentato in suicidio, e’ il grido di dolore ‘di tutti’ i lavoratori del privato e del pubblico, del mondo dei precari e dei piccoli commercianti, tutti accomunati dal rischio- licenziamento e/o fallimento. “Anche per questo la lotta dei lavoratori Fiat contro il piano Marchionne ed a tutela dei diritti e dell’occupazione rappresenta un forte presidio di tenuta democratica per l’intera societa’”: siamo con te, Maria che oggi vivi in noi col tuo estremo e forte messaggio

Ucraina, Poroshenko presidente promette ancora guerra a Est Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Mentre il miliardario Petro Poroshenko è stato proclamato ufficialmente vincitore delle elezioni presidenziali in Ucraina, nelle ricche regioni minerarie dell’Est infuria la guerra civile. Poroshenko ha, che ottenuto il 54,33%, seguito da Yulia Tymoshenko con il 13%, da una parte tende la mano a Mosca e dall’altra dichiara di voler intensificare la repressione contro i “separatisti”.
Ieri e questa notte si e’ combattuto a Donetsk per il controllo dell’aeroporto e delle principali arterie. Altissimo il bilancio dei morti. Tanto che i fascisti di Pravi Sektor sono stati costretti ad ammettere di aver perso 200 miliziani. Nonostante nelle zone di Donetsk e Lugansk non si e’ votato a causa della guerra civile, l’Osce ha definito le elezioni “ampiamente conformi alle norme democratiche” e ha dichiarato che il risultato elettorale “offre al nuovo presidente la legittimita’ per stabilire immediatamente un dialogo con tutti i cittadini delle regioni dell’est” aprendo a un maggiore decentramento del potere.

In realtà le prime dichiarazioni di Proshenko annunciano che l’operazione militare nelle regioni di Donetsk e Lugansk proseguira’ per impedire che “i terroristi” – come la nuova leadership di Kiev chiama gli insorti – trasformino l’est dell’Ucraina in una nuova “Somalia”. Il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha ribadito quanto detto nei giorni scorsi da Putin: e cioe’ che Mosca “rispettera’ la scelta del popolo ucraino”. Ma Lavrov – pur guardandosi bene dal chiamare “presidente” il miliardario filo-occidentale – ha anche dichiarato che le autorita’ russe sono “pronte al dialogo” con Poroshenko per “trovare delle soluzioni ai problemi che esistono in questo momento tra Russia e Ucraina”.
La ricerca di un compromesso tra Kiev e i separatisti dell’est appare comunque ancora molto lontana: Denis Pushilin, il leader dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, ha annunciato di essere disposto al dialogo con Poroshenko “ma solo con la partecipazione di mediatori”, poi pero’ ha precisato che questo dialogo e’ possibile solo su due punti: lo scambio degli “ostaggi” e il ritiro delle truppe ucraine.
Nel contemporaneo voto per le amministrative, l’ex pugile Vitali Klitschko è il nuovo sindaco di Kiev. Secondo un sondaggio dei sociologi dello studio Savik Shuster, avrebbe raccolto il 57,4% dei voti alle comunali della capitale ucraina.

“Walter ci mancherai”. La redazione di Guerra&Pace ricorda il fondatore della rivista | Autore: la redazione di Guerra&Pace

Nella notte tra il 24 e il 25 maggio è morto Walter Peruzzi, ideatore, fondatore, insostituibile direttore e appassionato animatore della rivista Guerre&Pace.
La nascita di questa rivista nel 1993, che Walter ha voluto e conseguito con determinazione, è stata la logica conseguenza dell’impegno del “Comitato per la verità sulla guerra del Golfo” – costituitosi su impulso di Walter insieme a padre Balducci, Franco Fortini, Manlio Dinucci, Domenico Gallo, Umberto Allegretti nel 1991 dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq, diventato poi “Comitato Golfo per la verità sulla guerra”, sulla base della consapevolezza che quella guerra avrebbe aperto una fase nuova e estremamente violenta e pericolosa nelle relazioni internazionali.
La guerra “tornava” ad essere uno dei principali strumenti di dominazione globale, al servizio di quel “Nuovo ordine mondiale” proclamato da Bush padre subito dopo i bombardamenti su Baghdad.

Guerre&Pace voleva provare a colmare la mancanza in Italia di una rivista periodica sulle “questioni internazionali” e in particolare sulle politiche di guerra e i conflitti armati (ancora non era uscito “Internazionale” e non esisteva l’edizione italiana di “Le Monde Diplomatique”, mentre anche altre riviste importanti come “Quetzal” avevano chiuso).
Walter è riuscito allora nell’impresa di coinvolgere persone molto diverse tra loro, per storia e collocazione politica, accomunate dalla volontà di far circolare informazioni e analisi sul mondo e di opporsi alle politiche imperiali alle quali il nostro paese partecipava e avrebbe partecipato in prima fila.
Walter è stato un particolare punto di equilibrio nella rivista, garantendone l’uscita per 20 anni: non perché fosse capace di mediare – anzi, non ci provava nemmeno – ma perché sapeva convincere tutte e tutti (redattori e collaboratori) del taglio aperto e allo stesso tempo fortemente radicale e schierato della linea editoriale.
Le riunioni di redazioni erano spesso molto litigiose: mai per questioni banali, ma per l’importanza delle questioni che si affrontavano e per la passione che ognuna/o metteva nel sostenere un proprio progetto, un proprio punto di vista, un’idea di impegno internazionalista e contro le guerre.

La redazione è cambiata tante volte e anche la rivista – di conseguenza – ha cambiato spesso faccia, contenuti, argomenti. È stato Walter per primo a volere una rivista che provasse ad affrontare non solo i conflitti armati, ma anche quelli sociali, culturali, così come il tema delle migrazioni. Sempre Walter ha concentrato via via il suo interesse, che ha attraversato la rivista, nella ricerca e nella battaglia contro tutti i fondamentalismi religiosi (o forse contro ogni religione, fondamentalista in quanto tale…) e sulla realtà delle migrazioni e del razzismo.
La crisi della redazione di questi ultimi anni è stata ed è la conseguenza di un divergere negli interessi, nelle priorità che si volevano affrontare, nella difficoltà di fare una rivista cartacea in un mercato che sta uccidendo realtà ben più consolidate della nostra. Ma abbiamo provato a fare comunque un prodotto che fosse utile, che desse spunti di ricerca e di approfondimento – e in questo impegno Walter è stato sempre al centro.
Da qualche mese avevamo maturato la decisione di chiudere la rivista cartacea e qualcuna/o di noi continuare ad animare questo sito/blog – producendo un ultimo numero della rivista per offrire a lettrici e lettori una lettura (o forse più letture) di questi 20 anni e di quello che sembra aspettarci nei prossimi 20.

Non ci sarà più Walter a coordinare questo numero o a contribuire alla sua pubblicazione. Lo faremo lo stesso e sicuramente sarà un omaggio a Walter – per provare a ripercorrere questi anni insieme a lui e alle sue idee e proposte.
Naturalmente Walter ha avuto molti più interessi e impegni che la “semplice” direzione e realizzazione di Guerre&Pace, durante una vita davvero ricca sul piano umano e politico, a partire dal Veneto bianco degli anni ’50-60 e proseguita in tante esperienze della sinistra rivoluzionaria e in tante importanti iniziative editoriali (da “Lavoro politico” fino a “Marx 101” e poi al sito “InterMarx”). Intellettuale capace di parlare un linguaggio semplice, perché sempre intrecciato alla passione e all’azione politica, si è sempre confrontato con rigore e anche fortissima voglia della polemica come forma della comprensione reciproca.

Non siamo in grado né vogliamo ripercorrere qui questa sua vita – che abbiamo incontrato e con cui abbiamo fatto tanti anni di strada assieme.
Lo faremo certamente, insieme a chi lo ha conosciuto e apprezzato, con chi ha lavorato con lui e chi ha avuto il piacere di discuterci e litigarci.
Oggi ci limitiamo a salutarlo, con una grandissima tristezza pensando che avrebbe certamente realizzato altre opere (la sua ultima “fatica” – il “controsillabo giocoso e irriverente” Oca pro Nobis, uscito pochi mesi fa con le edizioni Odradek – la considerava anche un divertimento intelligente e un’occasione) e avremmo potuto ancora fare cose insieme.
Lo piangiamo, molto, e lo ricordiamo come una persona importante per tutte/i noi. E che per questo ci mancherà, moltissimo.
Ciao Walter, la redazione di Guerre&Pace ti manda questo abbraccio, che alcune/i di noi non hanno potuto darti di persona in queste ultime difficili settimane.

Generazione Tsipras: «Una politica oltre i cliché del giovane precario»| Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Una campagna elettorale porta a porta, voto su voto. Marco Furfaro (Sel), con 23.750 preferenze, e Eleonora Forenza (Rifondazione), con 22.685, possono essere eletti al parlamento europeo. Senza strutture di partito, Claudio Riccio ne ha raccolte poche di meno: 20.512 a Sud. A Nord-Ovest, Alessandra Quarta 11.605: «Devono trasformarsi in un progetto politico più ampio. Non so dare un nome, ma sono certa che sarà qualcosa»

Hanno tra i 28 e i 38 anni, ma non vogliono essere chia­mati solo «gio­vani» o «pre­cari». Per­ché gio­vani non lo si resta a vita e per­ché essere pre­cari non costi­tui­sce, in sé, un’identità poli­tica, ma una con­di­zione gene­rale. Nella cam­pa­gna elet­to­rale che ha por­tato la lista «Altra Europa con Tsi­pras» a supe­rare, di poco, il 4% dei voti alle euro­pee, hanno fatto una cam­pa­gna elet­to­rale clas­sica: un porta a porta lungo migliaia di chi­lo­me­tri, decine le città dove hanno tenuto comizi anche con 15 per­sone. Hanno strap­pato voto su voto, supe­rando lo scet­ti­ci­smo e la depres­sione dif­fusi a sinistra.

Due di loro, Marco Fur­faro, 33 anni, diri­gente di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà, e Eleo­nora Forenza, 38 anni, diri­gente di Rifon­da­zione Comu­ni­sta, potreb­bero essere eletti al par­la­mento euro­peo. Il primo ha rice­vuto 23.750 pre­fe­renze nella cir­co­scri­zione del Cen­tro, la seconda 22.685 in quella del Sud.

«Quella del pre­ca­riato non è una con­di­zione gio­va­nile, ma riguarda un paese intero – afferma Fur­faro – La sini­stra ha tar­dato a ren­dersi conto che la pre­ca­rietà non è un con­tratto a tempo deter­mi­nato, ma cor­ri­sponde alla rot­tura di un modello sociale che non riguarda solo le cate­go­rie che ha sem­pre pro­tetto (l’operaio o il dipen­dente), ma anche i lavo­ra­tori auto­nomi che chie­dono rispo­ste con­crete». Quanto ha pesato sulle pre­fe­renze rac­colte un par­tito come Sel? «Non credo di essere stato votato in quanto diri­gente di par­tito, in un momento di crisi dei sin­da­cati e dei par­titi anzi que­sto potrebbe essere un osta­colo – risponde Fur­faro – Credo che siamo riu­sciti a fare emer­gere una spe­ranza: si può anche non restare poveri o pre­cari a vita e che esi­ste un’alternativa alla guerra dell’ultimo con­tro il penultimo».

«È emersa una con­di­zione più arti­co­lata del sem­plice “gio­vane”, ases­suato, o “neet” con il quale di solito ven­gono descritti i “pre­cari” — afferma Eleo­nora Forenza – Non siamo “gio­vani”, siamo pre­cari, par­tite Iva, con­trat­ti­sti. Cre­diamo che la “pre­ca­rietà” non sia solo una con­di­zione, ma un fat­tore di sog­get­ti­va­zione poli­tica. Mi sem­bra che oggi a sini­stra si sia ini­ziato a par­lare la lin­gua di una nuova gene­ra­zione poli­tica». Que­sto salto, ad oggi piut­to­sto ambi­zioso, lo si può rag­giun­gere invo­cando l’unità della sinistra?

«Un pro­getto uni­ta­rio oggi è neces­sa­rio – risponde Forenza – non penso però solo ai par­titi, ma ad un blocco sociale che esi­ste ma è da rico­struire in alter­na­tiva al socia­li­smo euro­peo e con­tro il par­tito Demo­cra­tico». Non signi­fica ante­porre il poli­ti­ci­smo alla con­di­zione per­so­nale? «Al con­tra­rio – ribatte Forenza – signi­fica par­tire da sé e dalla pro­pria con­di­zione. Dob­biamo unire ciò che il neo­li­be­ri­smo ha diviso. E lo si può fare a comin­ciare da se stessi. Per due mesi ho sospeso la mia vita di ricer­ca­trice pre­ca­ria. Spero che i col­le­ghi mi per­do­nino. Pas­serò l’estate a lavo­rare. Lo giuro».

Clau­dio Ric­cio, 29 anni, oggi lavora come free­lance della comu­ni­ca­zione. Nel 2010 è stato uno dei por­ta­voce del movi­mento stu­den­te­sco con­tro la riforma Gel­mini, sponda Uds-Link. Senza strut­ture di par­tito, ricor­rendo anche al car sha­ring o all’autostop, con 5 mila euro di bud­get per una cam­pa­gna auto-finanziata, Ric­cio ha rac­colto 20.512 pre­fe­renze nel col­le­gio Sud. È risul­tato primo della lista Tsi­pras a Bari, Brin­disi o Fog­gia, supe­rando poli­tici di lungo corso. «Un risul­tato stu­pe­fa­cente – ammette – mi sento for­te­mente respon­sa­bi­liz­zato. Ad un certo punto di que­sto viag­gio ho avver­tito uno scatto den­tro le per­sone. È par­tita un’onda di mobi­li­ta­zione tra chi è da solo o orfano della poli­tica e della sini­stra, ma non smette di fare rete. Penso che ora uno spa­zio poli­tico sia stato aperto e non biso­gna per­met­tere che venga richiuso. Credo che tra poco si mol­ti­pli­che­ranno ini­zia­tive, auto-convocazioni, assemblee».

Ric­cio rac­conta un’altra decli­na­zione della gene­ra­zione poli­tica: quella di chi è fug­gito all’estero. «Dall’Australia mi hanno con­tat­tato 27 amici che avreb­bero voluto votarmi, sono andati lì per­ché qui da noi non c’è spa­zio. Anche loro hanno supe­rato il disgu­sto e la disil­lu­sione, oltre che la distanza. Per creare entu­sia­smo la sini­stra deve eli­mi­nare illu­sioni di purezza, sfi­dare Grillo con le pra­ti­che e espe­rienze di demo­cra­zia dal basso. Per fare que­sto serve deter­mi­na­zione e generosità».

A Nord-Ovest, c’è Ales­san­dra Quarta, 28 anni, nata a Lecce, da 10 vive a Torino. Si è lasciata alle spalle 10 mila chi­lo­me­tri, 25 pro­vince rac­co­gliendo 11.605 pre­fe­renze. «Più che il fisico, che non ho, per fare una cam­pa­gna elet­to­rale ci vuole uno spi­rito col­let­tivo, un pro­getto poli­tico. Noi siamo col­let­ti­va­mente qual­cosa» rac­conta que­sta neo-dottorata in Diritto civile che si rico­no­sce nello spa­zio sociale «Offi­cine Cor­sare» a Torino. Quarta è arri­vata in testa a Torino come in pro­vin­cia. Quasi mille voti li ha presi a Milano, 500 a Genova. «Ad uncerto punto c’è stato un con­ta­gio – rac­conta – 11 mila voti sono tanti alla prima espe­rienza, e soprat­tutto sono un segnale. Devono tra­sfor­marsi in un pro­getto poli­tico più ampio. Non so dare un nome ma sono certa che sarà qualcosa»

Da Atene a Berlino c’è anche Roma | Autore: Roberto Musacchio da: controlacrisi.org

La fortuna aiuta gli audaci, diceva il vecchio detto latino. Quelle poche migliaia di voti che rappresentano quello 0,03 che fa superare alla lista Tsipras il quorum dell’assurda, e incostituzionale, legge italiana, possono far pensare che ci sia alla fine un premio per chi ha coraggio.

Ma i latini sapevano bene che l’audacia poggiava sulla forza di un progetto, di una idea di società e di mondo. Diciamo allora che l’audacia di provare a vincere la sfida delle europee è stata figlia proprio di questa riscoperta, quella che è possibile avere un progetto e una idea di mondo, e cioè un punto di vista autonomo, proprio, su se stessi, della propria gente e della realtà in cui viviamo.

Alexis Tsipras è stato il simbolo, e la dimostrazione nella dimensione reale e concreta, di questa audacia possibile. Lui l’ha costruita per sé, costruendosela da sé ma fruendo anche dei materiali resi disponibili sul campo come l’esistenza di un partito della sinistra europea, alla cui nascita come italiani avevamo contribuito, l’esperienza delle lotte di resistenza alla austerità e dei movimenti. Decisivo è stato, per chi lo ha fatto, il riconoscere in Tsipras questa capacità simbolica e questa potenzialità politica. L’ha fatto il partito della sinistra europea, l’ha fatto  in Italia la lista l’Altra Europa.

Cogliere l’occasione di Tsipras è stato un bene per tutti. Per Alexis stesso ha significato proiettare la propria lotta di resistenza dentro la dimensione della sfida europea, dire che se è questa Europa che arreca la sofferenza contro cui combatto è questa Europa che voglio cambiare. Qui c’è già la scelta. Non voler fuggire dall’Europa ma sfidarla. Scelta che consegna il terreno proficuo della coalizione con chi si riconosce in te perché sta nella stessa condizione. E dunque quelli che lottano contro l’austerità in tutta Europa. Qui c’è il seme della connessione sentimentale che è poi ciò che consente una politica viva. Ho connessione sentimentale con il mio popolo perché lotto con lui. E c’è connessione sentimentale tra chi sente di combattere la stessa giusta battaglia.

Da qui la possibilità che una vittoria sia condivisa e dia più frutti. La vittoria di Syriza in Grecia è la madre, ma insieme c’è il bel risultato dell’insieme delle sinistre di alternativa in tutta Europa. Alcune si confermano, in scenari difficili come Germania e Francia. Altre avanzano, specie dove laddove più chiara è la lotta contro l’austerità, come in Spagna, Portogallo, Irlanda. E si creano nuovi incontri come la bellissima scelta della lista spagnola Podemos, figlia degli Indignados, di aderire al gruppo Gue in Parlamento europeo con i suoi 5 eletti.

Tra i frutti nuovi di questa occasione di Tsipras ci sta certo la esperienza italiana, l’Altra Europa con Tsipras. Abbiamo tutti vissuto le difficoltà nel rendere possibile e concreto il progetto. E quelle di una campagna elettorale costruita dai poteri forti per rendere possibile quello che poi è stato il risultato finale e cioè l’edificazione di una nuova egemonia, quella Renziana. Pure, l’audacia ha pagato.

Se devo dire qual è il punto chiave, che può divenire di svolta, che ha permesso la sfida ripropongo ancora più esplicitamente ciò che dicevo all’inizio. Siamo riusciti a partire da noi, senza che questo partire da noi divenisse settarismo autistico. Non siamo cioè partiti da un posizionamento politicista misurato sul rapporto con gli altri, Renzi, i socialisti europei, ma da una nostra idea autonoma di Europa, di società, di coalizioni. Non siamo partiti cioè dall’evocazione di una formula, come quella del centrosinistra, ma di una soggettività, quella della sinistra. Sinistra europea, antiausterity, legata ai movimenti.

Se ci pensiamo bene, questa è l’essenza stessa della politica come elemento della democrazia e cioè definire sé nel progetto generale. Altrimenti si finisce succubi della trasformazione della politica in governance dove ciò che conta è la funzionalità al sistema.

Della vittoria di Renzi, che è stata grande, si possono e devono dire tante cose tese soprattutto a capire ancor prima di avere l’ansia di demistificarla. Ma una cosa si può dirla subito: è stata una vittoria senza festa. Non c’era in piazza il popolo che era solito festeggiare vittorie che sentiva comuni. La festa l’ha fatta lo staff di Renzi, perché è esso che ha vinto.

Certo non si vince a caso. E la vittoria di Renzi va letta, per quello che è stata e per quello che porta. A partire da come agirà nel quadro che si apre in Europa dopo queste elezioni europee. Nelle poche ore che i massmedia italiani hanno dedicato alla vera campagna elettorale europea, quelle dei primi risultati, appariva una foto che ritraeva insieme Tsipras, Merkel, Le Pen, come simboli di questo terremoto che sono state le elezioni.

Foto giusta perché disvelava quella che è stata la verità occultata del voto. Che ci sono tre tendenze che si sono affermate. Quella della continuità nella governabilità della “Europa reale” rappresentata dalla Merkel e quella di due strade opposte al cambiamento. La rifondazione dell’Europa di Tsipras e la sua distruzione di Le Pen. Questi i tre elementi forti messi in campo dal voto. E l’autonomia ricostruita di una sinistra europea dà alla sua prospettiva una chance reale. Al contrario i socialisti europei mostrano la corda,  spinti nel baratro dalle catastrofi francese e greca e dalle difficoltà in Paesi come la Polonia, l’Irlanda e tanti altri. Restano appesi a Schulz, a sua volta abbarbicato al suo ruolo tedesco, e a inglesi e, soprattutto, renziani che appaiono però cosa altra rispetto alla storia del socialismo europeo stesso.

Ora in particolare, nel riprendere delle manovre politiche, si mette in campo l’effetto Renzi che cerca un ruolo nel terremoto europeo. Mentre si proverà a mettere in campo una riedizione della governabilità delle larghe intese condita magari da una qualche “sfida” per la loro direzione, Renzi potrebbe giocare una partita propria, tra il “far valere l’Italia” e il “riformare l’Europa” magari con qualche rottamazione in salsa continentale.

Proprio il mix tra le due opzioni potrebbe essere la sua scelta. In fondo in Italia è servita la rottamazione per poi avvalersi del governo come luogo di costruzione della propria soggettività. Quale sia il mix tra i due fattori è cosa ancora in fieri anche se già da noi la vediamo all’opera. Il profilo di Renzi,  è stato scritto in modo per me convincente, è bonapartista cioè quello di una rivoluzione passiva con tratti decisionisti. Questa definizione mi convince di più di quella di nuova democrazia cristiana di cui mi pare manchino tratti fondamentali, sia nazionali, come la partecipazione comunque popolare, sia la costruzione di una stabilizzazione moderata internazionale. E, è stato scritto anche, neo blairiano. Su questo secondo aspetto, la riflessione mi pare necessaria. Perché se c’è in Renzi un piglio rispetto alla storia socialista che ricorda il blairismo, né Renzi viene da quella storia né appare interessato a mantenerne comunque alcuni tratti quanto piuttosto a spingere su una piena società di mercato e di individui accompagnata da vari sussidiarismi.

Sarà comunque da vedere come Renzi concretamente si spenderà in Europa. Anche perché qui c’è una durezza, quella che viene dal suo impianto ventennale, che non si arrende a un rottamismo facile. Piuttosto bisognerà vedere in azione quelle forze, dalla BCE di Draghi, al “partito americano, che già hanno proprie linee di intervento per “uscire” dall’austerità massimizzando gli elementi di modificazione sociale “conquistati” sul campo.

E poi c’è la spinta delle destre populiste, molto evocata per sostenere un voto alla conservazione, ma comunque ormai uscita dal vaso.

Continuare sulla strada di Tsipras per me è l’unica possibilità nostra, in Europa e in Italia. La strada cioè di una prospettiva autonoma, forte di un progetto e di una politica. Metterla a repentaglio per piegare se stessi e la propria identità a come collocarsi rispetto ai tentativi di riedificare la governance europea o allo stesso renzismo significa perdere l’opportunità che ci siamo costruiti. Senza per altro incidere né sugli assetti europei né sul renzismo.

Gli assetti europei vanno rovesciati a partire da due questioni:  basta austerità e potere alla democrazia. Questa la frontiera su cui incalzare gli altri. Compreso il Renzi europeo. Ma, soprattutto, su cui tessere la propria tela, dare le proprie battaglie.

La situazione italiana, chiede che si dia priorità alla ricostruzione delle sinistra come chiave di ricostruzione della democrazia. Intorno alla lista Tsipras si è avviato un cammino, con tanti errori e tante incomprensioni e anche avversità. E’ un cammino la cui direzione è nelle mani di tutti quanti coloro che, da singoli o da realtà organizzate, hanno contribuito a questo piccolo gesto di audacia.

Carcere, Antigone: “I risarcimenti potrebbero costare fino a 100 milioni” | Fonte: redattoresociale.it

La Corte europea dei diritti umani proceda a condanna con relativo risarcimento ai 6.829 ricorsi simili a quello presentato da Torreggiani che è costato all’Italia la condanna dalla stessa Corte. Risarcimento che potrebbe costare fino a 100 milioni di euro. È quanto chiede l’associazione Antigone ad un giorno dalla scadenza della sentenza “pilota” della Corte europea che aveva concesso all’Italia un anno di tempo per individuare un meccanismo di compensazione per chi aveva già vissuto la condizione di maltrattamento e fare in modo di evitare che il trattamento inumano e degradante persistesse. “Chi ha subito una umiliazione dallo Stato – chiede l’associazione – deve essere risarcito”.

A fare il punto della situazione attuale, alle soglie del 27 maggio, è il presidente dell’associazione, Patrizio Gonnella, che durante una conferenza stampa tenutasi a Roma ha delineato i possibili scenari che da domani potrebbero configurarsi. “ Nei prossimi giorni il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa valuterà le politiche penali e penitenziarie italiane – ha spiegato Gonnella . Per stessa indicazione della Corte ci sono 6.829 ricorsi pendenti analoghi a quelli al ricorso Torreggiani per cui siamo stati condannati. Cosa potrebbe accadere ora? Che l’Italia risarcisca quelle persone. E’ quello che chiede la Corte che non ci condanna per questi casi analoghi solo se lo stato italiano mette in moto un meccanismo di compensazione che in questo momento ancora non c’è”. Il costo per i risarcimento è stimato tra i 60 e i 100 milioni, tenendo conto che un risarcimento medio può costare circa 15 mila euro.

Antigone, però, chiede che il Consiglio d’Europa continui a tenere sotto osservazione il sistema penitenziario italiano per il rischio sistemico di violazione di diritti umani per spazio vitale insufficiente in un tempo prolungato. “Chiediamo che l’osservazione continui. Non si fermi lo sguardo europeo – ha affermato Gonnella -. Questo non significa che non valutiamo positivamente tutto ciò che è stato fatto per ridurre l’impatto del sovraffollamento, ma non c’è stato un provvedimento di amnistia seppur evocato dal capo dello Stato e la riduzione dell’affollamento penitenziario non è stato tale da renderci immuni dai rischi di violazione di diritti umani”.

I numeri, intanto, mostrano che almeno la tendenza nelle carceri italiane è cambiata. Ad oggi i detenuti sono 59.683, 6 mila in meno rispetto allo scorso anno , ma secondo Antigone “il gap da recuperare è ancora enorme. Secondo i dati dell’amministrazione penitenziaria, la capienza regolamentare sarebbe di 49 mila posti, con 4.762 posti regolamentari attualmente non disponibili. Quindi con una capienza regolamentare che scende a 44.329 posti ”. Dati che ancora una volta mostrano il sovraffollamento in tutta la sua entità. “ Il tasso di affollamento italiano è del 134,6 per cento – spiega Antigone -, ovvero 134,6 detenuti per 100 posti letto . Prima dell’inizio della procedura europea eravamo secondi solo alla Serbia che aveva un tasso del 159,3 per cento. Ora siamo stati superati anche da Cipro e Ungheria. Non è proprio un risultato entusiasmante se si tiene conto che la media europea è del 97,8 per cento , ovvero in media in Europa vi sono meno detenuti rispetto ai posti letto a disposizione”. Un sovraffollamento che in Italia è maggiormente concentrato soprattutto il alcune regioni, come la Puglia che fa registrare un tasso del 148,4 per cento, la Liguria (148), il Veneto (139,9), la Lombardia (136,7) e il Lazio (133,7).(ga)