Salvatore Borsellino: “Ayala sa dell’agenda rossa di mio fratello”

Una sfida per tutti da: il manifesto

I poveri son­dag­gi­sti anche que­sta volta ave­vano imma­gi­nato un altro mondo (l’astensione a valanga, il testa a testa tra Renzi e Grillo…), ma a par­ziale discolpa della loro inaf­fi­da­bi­lità biso­gna dire che sono stati som­mersi, più che dal ridi­colo, da una vera e pro­pria onda ano­mala, apparsa a una certa ora della notte accanto alla casella del Pd: 40,8%. Quando un par­tito in un anno quasi rad­dop­pia c’è molto da capire ma una cosa è chiara: siamo di fronte a un risul­tato elet­to­rale che cam­bia i con­no­tati a tutto il sistema politico.

Il primo e unico rife­ri­mento sto­rico del nuovo par­tito piglia­tutto è la balena bianca demo­cri­stiana, capace di salire così in alto da con­te­nere tutto l’arco costi­tu­zio­nale, dalle sini­stre dei Bodrato e dei Gra­nelli alle destre dei For­lani e degli Andreotti. Que­sto Pd ha ingo­iato in un solo boc­cone il 10% dei mon­tiani con annessi cespu­gli (da Casini in giù) insieme a bran­delli ber­lu­sco­niani, por­tan­doli nella stessa casa dei Fas­sina e dei Civati. Poi, come nella più col­lau­data tra­di­zione demo­cri­stiana, ha messo nelle tasche di dieci milioni di ita­liani 80 euro, biglietto da visita reca­pi­tato il venerdì per la messa elet­to­rale della domenica.

In realtà que­sta feb­bre a 40 rea­lizza la famosa voca­zione mag­gio­ri­ta­ria di Vel­troni, con ex dc e ex pci nucleo cen­trale di un tra­sver­sa­li­smo desti­nato a pro­durre una muta­zione gene­tica. Ha la feb­bre alta il paese che, dopo Ber­lu­sconi, dopo Grillo con­ferma l’anomalia ita­liana affi­dan­dosi al lea­der vin­cente, alla sta­bi­lità di governo.

Da oggi abbiamo davanti una sfida per tutti. A comin­ciare dall’uomo solo al comando che deve gover­nare tenen­dosi in equi­li­brio sull’imponente onda ano­mala che egli stesso ha sol­le­vato, dimo­strando di saper gestire un sostan­ziale mono­co­lore: la cura pre­vede le riforme costi­tu­zio­nali di stampo pre­si­den­zia­li­sta, i sin­da­cati al tap­peto con l’imposizione del lavoro pre­ca­rio per tutti. Da domani Renzi non potrà più tirarsi fuori dai disa­stri del paese adde­bi­tan­doli ai suoi rot­ta­mati pre­de­ces­sori.
Il popu­li­smo di governo ha pagato più del popu­li­smo di oppo­si­zione, e dun­que è una sfida anche per Grillo. L’ex comico ha lavo­rato per il nemico pro­vo­cando la rea­zione del “voto utile” con­tro le urla e gli insulti. Molti, a sini­stra, pre­oc­cu­pati di disper­dere il voto, si sono turati il naso e hanno votato Pd per scam­pare un peri­colo mag­giore. Grillo deve sce­gliere se con­ti­nuare a invo­care impro­ba­bili caro­selli intorno al Qui­ri­nale, se insi­stere con la poli­tica del “vaffa” o tra­ghet­tare i sei milioni di voti (un poten­ziale gran­dis­simo) in una stra­te­gia par­la­men­tare capace di tra­sfor­mare la forza elet­to­rale in alleanze, bat­ta­glie e obiet­tivi con­creti. In Ita­lia come in Europa.

Il trionfo ren­ziano è, infine, una sfida per la sini­stra di Tsi­pras. Dopo aver vinto la scom­messa euro­pea con i tre par­la­men­tari ita­liani eletti a Stra­sburgo, ora le donne e gli uomini che in pochi mesi hanno creato que­sta espe­rienza poli­tica dovranno capire come col­lo­carsi nell’inedito sce­na­rio ita­liano.
L’analisi del voto rileva un poten­ziale molto al di là della sof­ferta soglia del 4% (il 5 a Palermo, l’8 a Bolo­gna, il 6 a Roma il 9 a Firenze), testi­mo­niato anche dal con­senso ai can­di­dati (molti i gio­vani) e ai capi­li­sta. Senza mara­tone tele­vi­sive, forti del pre­sti­gio per­so­nale e delle lotte sul ter­ri­to­rio hanno oltre­pas­sato le 30 mila pre­fe­renze. Vin­cere con­tro­cor­rente è un buon segno.

Il Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Catania presenta la rassegna cinematografica all’arena Argentina da: udi catania

Il Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Catania 

presenta la rassegna cinematografica all’arena Argentina

 

A proposito di donne: l’universo femminile e le sue battaglie

 

Lunedì 2 giugno Le ricamatrici

Rosa Maria Di Natale intervista Giovanna Crivelli – UDI


Lunedì 9 giugno Come pietra paziente

Ornella Sgroi intervista intervista Anna Di Salvo – La Città felice

 

Lunedì 16 giugno Hysteria

Assia La Rosa intervista Pina Ferraro – Consigliera di parità provincia di Ancona

 

Lunedì 23 giugno Magdalene

Carla Condorelli intervista Pina Arena – FNISM– Sicilia (Fed.Naz.Insegnanti scuola media)

Lunedì 30 giugno I segreti di Osage County

Maria Lombardo intervista Loredana Piazza – Centro antiviolenza Thamaia

Incredibile, Riina sbugiarda se stesso: “L’aereo su Capaci? Fesserie” da: antimafia duemila

riina-salvatore-big425 maggio 2014

Totò Riina sbugiarda se stesso. Venti anni fa aveva suggerito ai giudici nel corso del processo per la strage di Capaci, che quell’aereo che volava mentre Giovanni Falcone tornava a casa, avrebbe potuto spiegare tante cose. Al carcere di Opera, durante una delle tante conversazioni con il suo compagno d’aria, il pugliese della quarta mafia, rivendicando la regia dell’attentato, ha smentito tutto. “Hanno detto un sacco di fesserie”, riferisce al suo interlocutore, cui spiega che era lui a dare gli ordini. Se l’avessero ascoltato fino in fondo, avrebbero dovuto aumentare di 150 chilogrammi la carica di tritolo per fare saltare il magistrato siciliano e la sua scorta. Per essere sicuro del risultato.

Il fantomatico aereo, che ha riempito le cronache per anni, scompare per volontà del boss. Durante i colloqui in carcere, dal mese di luglio a novembre dello scorso anno, giudica spazzatura le storie che sono circolate, a cominciare dall’aereo dei servizi. Riina si attribuisce per intero il “merito” del successo, senza ombra di dubbio.

Perché mai il capo dei capi cambia totalmente versione sulla strage? Non solo la rottura del silenzio, ma la scelta di sbugiardare se stesso. Nel 1994 si difese e lasciò che si sospettassero anche i servizi segreti, cui sarebbe appartenuto l’aereo sul cielo di Punta Raisi, ed ora, invece, manda all’aria tutto quanto, allontanando il sospetto dai servizi.

Perché lo fa? Venti anni di carcere l’hanno provato al punto da fargli perdere la memoria e smentirsi? Ha scelto di accreditarsi come l’uomo più risoluto e potente, pagando il prezzo dell’autoaccusa? Oppure c’è dell’altro? Cambia versione perché ha una strategia che affida al compagno dell’ora d’aria e, soprattutto, a coloro che l’ascoltano. Perché è possibile che sapesse di essere ascoltato ed intercettato. Sono tanti ad escluderlo, tuttavia, facendo notare che Riina osserva il più rigoroso silenzio in cella, per timore di essere ascoltato, mentre nel cortiletto dell’Opera parla senza freni. Segno che confida nella privacy.

Comunque sia, l’autoaccusa del boss e la cancellazione dell’aereo misterioso dal cielo di Punta Raisi costituisce una novità importante, della quale la Procura di Caltanissetta ed il collegio giudicante dovranno tenere conto. Le conversazioni del carcere di Opera sono state consegnate ai magistrati della Corte di Assise di Caltanissetta, che giudicano gli imputati della strage di Capaci (la prima udienza si è svolta il 24 maggio). Furono depositate anche al processo per la presunta trattativa Stato-Mafia che si svolge a Palermo.

I contenuti dei colloqui di Riina sono stati anticipati dai media, insieme alle registrazioni e ai video. Sulle bugiarderie di Riina non era uscita una sola parola. Men che mai sul fantomatico aereo dei servizi, in volo durante il trasferimento in auto di Giovanni Falcone da Punta Raisi a Palermo.

siciliainformazioni.com

Gratteri: “È vero mi ha bocciato Napolitano” da: antimafia duemila

gratteri-nicola-web10di Mimmo Varone – 26 maggio 2014

La Calabria è una terra estrema. Genera il male «assoluto» della ‘ndrangheta ma anche gli uomini capaci di combatterla. Nicola Gratteri è uno di questi, forse l’unico che lo Stato può mettere in campo al momento, e lo fa dalla prima linea della Procura di Reggio Calabria.
Anziché procuratore aggiunto della Dda del capoluogo calabro, oggi avrebbe potuto essere ministro della Giustizia, ma pare che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia sconsigliato. «C’è una regola non scritta per la quale un magistrato non può fare il ministro della Giustizia», avrebbe detto, ed è lo stesso Gratteri a rivelarlo con un commento: «Pensavo che l’unica legge che dovesse salvaguardare è la Costituzione». Ma tant’è, Gratteri è uno di quegli uomini per niente avvezzi alle mediazioni di palazzo. Ha le sue idee, e non ci rinuncia. Combatte mafia, camorra e ‘ndrangheta con la stessa determinazione con cui queste delinquono. Non ha paura della morte. Anzi, pare l’abbia già messa in conto: «Ho catturato latitanti da 15 anni dopo aver ascoltato intercettazioni in cui discutevano di come ammazzarmi».

AL SOTTOSEGRETARIO Delrio, quando nel febbraio scorso è andato a proporgli di fare il ministro, ha chiesto carta bianca. «Abbiamo discusso per quasi tre ore di modifiche normative – dice -, più parlavo e più il sottosegretario si eccitava. Quando hai la morte negli occhi, perdi del tutto il timore reverenziale del potere. La notte non ho dormito, sapevo che mettevo in gioco la mia vita, che un ministro dura poco e mi sarei dovuto cercare un altro mestiere. Ma l’avrei fatto». Il giorno dopo, Delrio sta un’ora a colloquio con Napolitano, che poi gli parla della «regola non scritta».
Cambiare le regole, invece, è il suo leitmotiv, anche sul fronte delle carceri. «Critico molto gli interventi dei ministri Severino, Alfano e Cancellieri sulla custodia cautelare – dichiara -, è grave mettere in testa alla gente che c’è uno sconto per tutti. Il problema del sovraffollamento si può risolvere con trattati bilaterali che permettano a detenuti stranieri di scontare la pena nel loro paese a spese dello Stato italiano». Riaprirebbe subito Pianosa e l’Asinara per i 400 del 41 bis, e il personale necessario lo prenderebbe dai 20mila esuberi dell’Esercito formati «mille al mese con corsi accelerati».
Sono frammenti di un lungo discorso che Gratteri ha fatto venerdì pomeriggio in un’affollata aula magna di Giurisprudenza nel primo giorno di Unibsdays. Discorso per niente rassicurante anche per i territori del Nord. «La ‘ndrangheta è entrata in Lombardia perchè gli imprenditori le hanno aperto le porte convinti di poter avere mano d’opera in nero e smaltimento di rifiuti a bassissimo costo – dice -. Ora si tende a rimuovere e se ne nega la presenza, pur sapendo che c’è da 40 anni». Il fenomeno è mondiale, e lui tutte le settimane è all’estero per coordinarsi con gli altri sistemi giudiziari e rendere non conveniente il delinquere.
Gratteri è uomo pragmatico e determinato. In 29 anni di magistratura dice di non aver fatto mai un giorno di malattia: «Sono andato in udienza a chiedere sei ergastoli con quattro costole rotte». Da 28 anni utilizza le ferie per andare nelle scuole a parlare con i ragazzi con lo stesso pragmatismo. Fa il consulente gratuito di qualsiasi istituzione o partito glielo chieda. A muoverlo è la speranza che «ancora ce la possiamo fare», ma non si fa grandi illusioni. «Siamo un popolo di commedianti, allenati non al rischio ma a essere furbi. Ai giovani possiamo dare poco perchè siamo falliti, consegniamo loro una società peggiore di come l’abbiamo ricevuta». Anche per questo agli universitari che lo ascoltano manda un avvertimento chiaro: «Quando vi dicono che siete il futuro vi stanno fregando, il futuro è di tutti noi, tutti dobbiamo prendere posizione».
È IL RIGORE FERREO di un figlio di contadini poveri di Gerace, che andava a scuola a Locri in autostop e più volte ha visto morti ammazzati per strada. «Il mio compagno di banco è morto di lupara e molti compagni di classe sono stati miei clienti, indagati». Nato in una famiglia onesta e dai sani valori, per questo «mal tolleravo il bullismo dei figli di capimafia davanti al liceo di Locri». Studia Legge a Catania, fa il concorso di magistrato e torna a Locri da Pm. Uno così sarebbe ministro, in un’altra Italia.

Fonte: bresciaoggi.it

Tratto da: gianlucacongiusta.org

Mutolo accusa Ayala in aula: “Era avvicinabile e diede solo dieci anni a Gambino” da: antimafia duemila

mutolo-tribunale-caltanissettadi Aaron Pettinari – 26 maggio 2014Al Borsellino quater sentiti anche i pentiti Trombetta e Romeo“Prima del maxiprocesso, mandai a dire a Riina che potevo intercedere per Signorino e per l’altro pm Ayala. Lui mi disse ”fatti il carcerateddu e poi fuori ci pensiamo noi. Al momento dell’imputazione, a me hanno chiesto 25 anni e al mio capo mandamento, Giacomo Giuseppe Gambino, hanno chiesto solo 10 anni. Questo lo vedo come un ‘favore’ che Ayala ha fatto a Gambino

E’ la prima volta che il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo parla in aula del giudice Giuseppe Ayala. Lo ha fatto quest’oggi al processo Borsellino Quater che si sta celebrando innanzi alla Core d’assise di Caltanissetta, in trasferta presso l’aula bunker di Rebibbia a Roma. “Queste cose le dissi anche al giudice Natoli – ha aggiunto Mutolo – Gli raccontai di questo episodio e lui tempo dopo mi spiegò che Ayala aveva scambiato “u’tignusu” (Giacomo Giuseppe Gambino) per un altro Gambino della Guadagna che era comunque a processo. A Natoli avevo detto di questo fatto di Ayala ma non insistetti anche perché ormai era entrato in politica non lo facevo come un pericoloso. Per me restava una figura ambigua. Seppi da Enzo Sutera, mafioso di Partanna Mondello, che c’era chi ci portava droga. E si diceva che avesse il vizio del gioco”.
Ma non è questa l’unica “rivelazione inedita” che ha espresso oggi in aula. Parlando della propria collaborazione con la giustizia ha infatti detto di aver avuto diversi colloqui con “personaggi di Palermo”. “Dopo le stragi c’era l’urgenza di arrestare la violenza dei corleonesi. Per combattere la mafia era una lotta senza quartiere. Io cercavo collaboratori. Ho aiutato diversi mafiosi a pentirsi. Penso ai miei colloqui con Cancemi e Di Matteo. Ma parlavo anche con altri. Alla Dia lo sapevano che mi vedevo con queste persone. Informavo De Gennaro e Gratteri. Sono professionisti, qualcuno di loro è anche andato in galera come il professore Barbaccia”.

L’incontro con Borsellino
Rispondendo alle domande dei pm Mutolo ha poi riferito dell’incontro con Paolo Borsellino, il primo luglio del 1992. “Quell’incontro doveva essere segreto. Borsellino venne con il giudice Aliquò. Io chiesi di lui dopo aver parlato con Falcone. Io misi subito le cose in chiaro con Borsellino. Dovevamo fermare i corleonesi, fermare la potenza militare che avevano. Poi ci saremmo occupati di altro e gli feci i nomi di Signorino e Contrada. Questo  scambio di parole non fu verbalizzato perché era stato in un momento in cui ci eravamo appartati. Quando iniziamo a verbalizzare ad un certo punto arriva una telefonata e Borsellino mi dice: “Vado dal ministro”. Quando è tornato da me il giudice era assai nervoso, rosso in faccia con le sigarette nelle mani. Ne aveva appena accesa una che già ne teneva una seconda in mano. Era preoccupato perché aveva incontrato Parisi e Contrada e mi disse che già sapevano del nostro incontro. Anzi mi portò addirittura i saluti di Contrada che si era messo a disposizione nei miei confronti ‘per qualsiasi cosa avessi di bisogno’. Per lui fu un vero choc”.
Rispondendo alla domanda di Fabio Repici, avvocato di Salvatore Borsellino, Mutolo non ha escluso totalmente che tra i nomi fatto al giudice Borsellino vi fosse anche il nome di Ayala. “Non mi ricordo. Certo non lo posso affermare anche perché parlai di diversi giudici. Se ho fatto certi nomi era per far capire quella che era la situazione del tribunale di Palermo. Io mi fidavo di Borsellino perché sapevo che certi nomi sarebbero rimasti in quel momento segreti. Temevo per me e la mia famiglia. Non ci potevamo permettere che certe cose arrivassero a certe figure”. Quindi ha parlato del tema della dissociazione: “La prima vola che sentii questo termine fu dal dottor Borsellino non nel primo interrogatorio ma in quelli avvenuti pochi giorni prima di morire. Io ero distante ma lo ascoltai discutere con altre persone. E lui gridando diceva ‘Sono pazzi, sono pazzi’. Lui non era d’accordo con questa dissociazione. Se ne parlava perché c’erano boss che volevano ripudiare la camorra e la mafia senza dover dire nulla sui fatti, sulle famiglie”.
Tra le altre cose dichiarate oggi in aula poi vi sono state la a morte di Impastato, “voluta da Gaeano Badalamenti prima di essere messo da parte” e del depistaggio che ne ha seguito. “Si inventarono che Impastato faceva l’attentato dinamitardo ma non era vero”.

Trombetta: “Spatuzza mi disse che questo Scarantino diceva caz…”
A salire sul banco dei testimoni a Roma è anche il collaboratore di giustizia Agostino Trombetta, favoreggiatore della famiglia di Brancaccio, che ha portato un importante conferma alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza su Maurizio Costa, il cui nome è tra gli atti (indagato per false dichiarazioni al pm ndr) che la Procura generale di Caltanissetta ha inviato alla Corte d’appello di Catania, per supportare la richiesta di revisione del processo sulla strage di via d’Amelio. Spatuzza sostiene che Costa non sapesse a cosa doveva servire la 126, ma il pentito ha spiegato che era comunque “a disposizione” del clan di Brancaccio, “per sistemare le auto rubate”. Nello specifico il boss di Brancaccio parlò di centomila lire date a Costa “per comprare i pezzi di ricambio gli spiegai che dovevamo fare un lavoretto su una 126, per sistemare la frenatura. Gli dissi che la cosa dovevamo farla sul posto dove si trovava la 126. Gli dissi soprattutto di non andare a dire a nessuno cosa stavamo andando a fare”. E Trombetta oggi in aula ha confermato certe circostanze: “Se c’era bisogno di un luogo per dormire per la latitanza di Gaspare Spatuzza Maurizio era a disposizione”. E poi ha aggiunto: “Costa smontava le auto al magazzino di Spatuzza. In genere si portavano lì le auto rubate. Una volta ricordo che lo vidi arrivare dalla stradina che porta al magazzino. Lo stavo cercando da un po’ e lui mi disse che lo aveva mandato a chiamare Gaspare, che gli aveva dato centomila lire, di non dire niente a nessuno. Che quei soldi servivano per sistemare un fanale e le pastiglie dei freni. Mi raccontò anche che stava entrando in macchina ma che Spatuzza lo fermò praticamene e poi gli diede quei soldi. Mi rimase in testa perché era strano che Gaspare non mi diceva niente così come strano era che lui pagava centomila lire. In genere ero io a pagare i soldi per i pezzi di ricambio. Anche io vidi quella macchina molto vecchia al magazzino e quando chiesi a Gaspare cosa dovevamo farci mi disse che era da sistemare per la sorella”.
Trombetta fa riferimento anche ad un altro fatto particolarmene importante in merito ad un discorso in auto avuto con Spatuzza riguardo a Vincenzo Scarantino: “Sì mi disse che era un pezzo di merda, perché diceva cazzate e stava rovinando tutti. Già si sapeva che collabrava con la giustizia e che parlava della Fiat 126. Quando è accaduto questo colloquio? Tra il 1994 ed il 1995. Non ne parlai prima perché non diedi peso a questa dichiarazione. Per me Spatuzza mi diceva soltanto che Scarantino diceva fesserie. Poi nel 2009 ho ricollegato”.

“Le stragi? Per il 41 bis e Berlusconi
Ultimo pentito ascoltato in aula è stato poi Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio già condannato per la strage di via dei Georgofili, ha raccontato di quelle che erano le motivazioni che hanno portato poi alle stragi. “Ne parlavo con Francesco Giuliano. Lui mi disse che si facevano per il 41 bis”. Nello specifico ne parlarono poi anche in un’altra occasione in cui vi era presente anche Gaspare Spatuzza. “Giuliano mi raccontava che c’era un politico che ci diceva che si dovevano mettere le bombe. Io prima avevo sempre saputo da Francesco Giuliano di un politico, ma non sapevo chi era. Poi un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Giuliano commentava gli attentati e chiese a Spatuzza ‘Perché li abbiamo fatti, per chi, per Andreotti o Berlusconi?’ e Spatuzza rispose: ‘Per Berlusconi’.” E sempre stando a quanto aveva appreso da altri mafiosi e dallo stesso Gaspare Spatuzza, Romeo ha aggiunto che “era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti”. E se le stragi dovessero concludersi con quella all’Olimpico o meno ha detto: “Non lo so ma io ho fatto ritrovare dell’altro esplosivo che stava a Roma”.  Il processo si è quindi concluso con il rinvio alla giornata di domani quando, in base al programma, saranno sentiti i pentiti Ferrante, Grigoli, Sinacori e Drago.

Fiat di Pomigliano, un altro caso di suicidio dopo quello di Giuseppe De Crescenzo a febbraio | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Una donna di 47 anni, addetta al Wcl di Nola, polo logistico Fiat, dal 2008 in cassa integrazione, si e’ suicidata ieri. Maria Baratto, questo il suo nome, e’ stata trovata dai vigili del fuoco riversa sul letto nella sua abitazione di Acerra, una mansarda al quarto piano dove i pompieri sono entrati sfondando la porta d’ingresso, chiamati dai vicini di casa che non la vedevano da giorni. La donna, che faceva parte del Comitato mogli dei cassaintegrati di Pomigliano, si e’ uccisa con un coltello colpendosi l’addome. I vicini hanno raccontato ai carabinieri, cui e’ affidato il caso, che da tempo la 47enne soffriva di crisi depressive. Nessun biglietto che spiegasse il gesto e’ stato trovato nell’appartamento.
Non è il primo caso di suicidio tra i lavoratori del reparto-fantasma di Nola. L’ultimo era avvenuto nel febbraio di quest’anno. Un dramma che proprio per il suo impegno sindacale Maria conosceva molto bene. A proposito del tragico gesto di Giuseppe, scrisse: “Stava da sei anni confinato assieme ad altri 300 operai nel reparto “fantasma” della logistica di Nola. Era in cassa integrazione a zero ore dal 2008, da quando è stato trasferito dalla Fiat da Pomigliano al nuovo reparto logistico di Nola, il Wcl. Il reparto che “non c’è”, quello non è mai entrato in funzione. La storia di Giuseppe si somma alla storia di tanti altri volti Fiat: in bilico e con una cig in scadenza”.

“Una vittoria della sinistra”. Altra Europa aderirà al gruppo del Gue. Al Parlamento: Furfaro, Maltese e Forenza | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La sinistra in Italia è la lista Tsipras, anche perché ormai il Pd è in piena “mutazione antropologica” verso il modello Dc. Barbara Spinelli usa tutta la proverbiale calma mentre formula, nel corso della conferenza stampa di questa mattina, il condensato politico dell’Altra Europa con in tasca un 4% tondo tondo. E le sue parole risuonano, nella sala piena zeppa di giornalisti, molto chiare e nette. Se ancora c’è un pezzo di sinistra aggiunge Spinelli, questo si ferma al limite a Civati. Discorso chiuso,quindi. Un discorso, che ha come primo corollario l’adesione dell’Altra Europa al gruppo della Sinistra Europea. Chi aveva dei dubbi, soprattutto per la “strana” posizione di Vendola, sempre altalenante tra Shulz e Tsipras, con questo passaggio li dovrà dissipare in fretta. E i tre deputati che siederanno a Strasburgo saranno, con molta probabilità, Maltese, Furfaro e Forenza. Un terzetto reso possibile dal ritiro di Spinelli e OVadia, come del resto annunciato dall’inizio.
Il ragionamento di Spinelli parte dalla chiarissima osservazione sul successo di Renziche,evidentemente, “ha divorato l’elettorato di destra”. Il Pd “somiglia molto alla democrazia cristiana” mentre la lista Tsipras “e’ una sinistra radicale ma direi che e’ la sinistra italiana”. Spinelli ammette che nel Pd ci sono “forze chiaramente di sinistra come il gruppo dei civatiani che non e’ democristiano ma la linea vincente ha abbandonato le parole della sinistra. Renzi- conclude la giornalista capolista- ama paragonarsi a Blair ma lui ha salvaguardato lo stato sociale, ho molti dubbi che Renzi lo fara’”. Insomma, ci sarà ben poco da aspettarsi da Renzi sul piano del “governo della crisi”. La tasca della carità non è sempre aperta. E, soprattutto, non è sempre tempo di elezioni, quando con soli 8 euro si può andare ben otto punti sopra le previsioni dei sondaggi. Ora si tornerà all’austerità. E la reazione euforica delle borse la dice lunga.
“In un’Europa in cui c’e’ una forte critica delle politiche di austerita’, una nostra lista come la nostra avrebbe avuto ancora piu’ successo se non ci fosse stato il silenzio dei media nei primi mesi”, aggiunge Spinelli.
In quanto al risultato della lista,Marco Revelli, parla di “piccolo miracolo”. “Siamo partiti con zero euro in cassa, abbiamo speso 220 mila euro – aggiunge Revelli – che e’ meno di quanto ha speso un solo candidato del Pd e di Fi”. Revelli sottolinea il buon risultato nella grandi citta’ e tra i giovani “nonostante il silenzio dei media. Siamo riusciti comunque a comunicare che possa esserci una sinistra. Ora inizia un percorso in Europa e in Italia dove c’e’ un bisogno disperato di una sinistra autorevole”.

Il figlio autistico non può entrare in cabina: la mamma rinuncia a votare Fonte: redattoresociale.it

Rinuncia al voto, perché suo figlio autistico non può entrare in cabina : la storia arriva da Traversetolo, in provincia di Parma. A raccontarla al gruppo Facebook “ Io ho una persona con autismo in famiglia ”, è Valeria Delnevo, mamma di Alex: “Anche noi siamo andati a votare – riferisce – ma è successo un parapiglia perché Alex è voluto entrare con me in cabina”. Di fronte all’ostinazione del ragazzo e della mamma, i responsabili del seggio “hanno detto che sarebbero stati costretti a chiamare i carabinieri!” Incredula, la mamma ha replicato: ”Ok non voto, metta a verbale che non posso votare”. E si è vista rispondere: “Non potete fare come vi pare. Ma la cosa che più mi ha dato fastidio – conclude Valeria – è stata la cattiveria con la quale la tipa ha tolto di mano la scheda ad Alex! ”.

Il gruppo Facebook ha preso in carico il caso e ha scritto al sindaco e al dirigente dell’ufficio elettorale di riferimento: “Nel Seggio n. 3 del suo comune oggi è successo un fatto alquanto increscioso, che nel suo evolversi ha impedito a una mamma iscritta al nostro gruppo di poter esercitare il proprio diritto al voto. Una mamma che per poter esercitare il suo diritto deve potersi portare in cabina suo figlio autistico, perché il ragazzo non può comprendere un comportamento così strano e poco ripetitivo come una sessione elettorale . Non solo alla signora è stato impedito di accedere con il proprio figlio alla cabina elettorale, quindi di fatto gli è stato impedito di votare, ma è stata minacciata che sarebbero stati chiamati i carabinieri se lo avesse fatto. Noi vogliamo impedire che queste cose succedano ancora e che l’informazione su cosa è l’autismo e come rapportarsi a una persona con autismo e alla sua famiglia sia una conoscenza diffusa a gran parte della popolazione. E’ per questo che le chiediamo in maniera decisa che tutte le persone che hanno avuto un ruolo in questa tornata elettorale nel suo comune frequentino un corso di formazione tenuto dai nostri genitori . Restiamo in attesa di una sua risposta – conclude la lettera – che non potrà pervenirci oltre il giorno di mercoledì 28 maggio. Certi che non perderà questa occasione di far crescere la cultura dell’accoglienza consapevole di persone con autismo e delle loro famiglie nel suo comune, la saluto caldamente”.

La storia è stata ripresa e commentata anche da Gianluca Nicoletti su Insettopia ”: dal punto vista formale, il comportamento del presidente del seggio è “di fatto corretto – riconosce Nicoletti – Probabilmente non ha voluto fare strappi al regolamento, non ha voluto avere noie e non è possibile per questo censurarlo. Qualcuno potrebbe anche obbiettare che la madre forse poteva prevedere questo divieto, organizzarsi per i trenta secondi dell’entrata in cabina con qualcuno che si occupasse del figlio (anche se la domenica, a meno che ci siano familiari disponibili, è molto difficile trovare educatori )”. D’altra parte, però, il caso è emblematico e segnala ancora una volta quella mancanza di cultura dell’autismo che spesso le famiglie sperimentano sulla propria pelle. “Ci si trova davanti a un autistico trattato come un illustre sconosciuto – osserva Nicoletti – Immagino quell’esasperazione tipica dei genitori di autistici, che li fa scattare come molle ogni volta che vedono la loro, già difficile esistenza, in qualsiasi maniera, ulteriormente limitata da chi non si accorge quale sia il loro problema. In questo caso il problema è sin troppo evidente: un autistico, a volte e soprattutto se non correttamente e precocemente abilitato all’autonomia, è per il suo genitore un gemello siamese da cui non può staccarsi, nemmeno per adempiere a un diritto basilare come votare . Quanti genitori di autistici nelle stesse condizioni saranno restati a casa? Quanti avranno rinunciato in partenza ad andare al seggio?”. Probabilmente tanti: tanti quanti sono i genitori che provano ogni giorno la fatica e il disagio di un figlio in dissolutamente legato a loro, ogni momento della giornata e in ogni circostanza. E che avrebbero quindi bisogno di operatori e strutture capaci di occuparsi adeguatamente di questi ragazzi: se serve, anche di domenica. (cl)

ora gli euroscettici nazionalisti alla ricerca di un gruppo Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

L’onda popu­li­sta ed euro­scet­tica si tra­sfor­merà in qual­cosa di con­creto nel par­la­mento dell’Unione euro­pea? Le diverse anime della destra oltran­zi­sta sapranno supe­rare le loro divi­sioni per «fare sin­tesi» in uno o più gruppi par­la­men­tari? In attesa di numeri certi, e anche dalle estreme peri­fe­rie dell’Unione, si pos­sono avan­zare alcune ipo­tesi concrete.Con il suo boom elet­to­rale, il Front Natio­nal fran­cese potrebbe por­tare in Europa fino a 25 depu­tati — in pas­sato ne aveva solo tre, com­presi i Le Pen padre e figlia -, vale a dire il numero minimo richie­sto per la costi­tu­zione di un gruppo. Solo che, in nome della più ampia rap­pre­sen­tanza dei cit­ta­dini euro­pei, le regole di Bru­xel­les chie­dono anche che gli eletti che scel­gono di “fare blocco” pro­ven­gano da almeno sette paesi comu­ni­tari. E qui, per il pro­getto annun­ciato da Marine Le Pen alla vigi­lia del voto — riu­nire «le forze nazio­na­li­ste» euro­pee -, comin­ciano i problemi.

Per quanto forte sia il vento popu­li­sta, non sof­fia infatti ovun­que con la stessa inten­sità. Tra gli alleati del Front Natio­nal, con pro­por­zioni ben infe­riori alle stime della vigi­lia, erano dati oltre il 20%, ma si sono fer­mati al 12%, arri­ve­ranno in Europa i rap­pre­sen­tanti dell’olandese Par­tij voor de Vri­j­heid di Geert Wil­ders. Insieme a loro, gli eletti del Frei­hei­tli­chen Par­tei Öster­rei­chs di Heinz Chri­stian Stra­che, sta­bili al 20%, gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici Sve­desi di Jim­mie Akes­son, in cre­scita, con oltre il 7% e la Lega Nord di Mat­teo Sal­vini con il 6%. All’appello rischiano invece di man­care gli xeno­fobi fiam­min­ghi del Vlaams Belang che avendo otte­nuto meno del 5% dei con­sensi rischiano di per­dere il depu­tato euro­peo che ave­vano eletto nel 2009 e le due for­ma­zioni dell’est, il Par­tito nazio­nale slo­vacco e il Par­tito nazio­nale bul­garo che non hanno supe­rato la soglia di sbar­ra­mento nei rispet­tivi paesi.

Su que­sta base, è chiaro fin d’ora che par­ti­ranno intense trat­ta­tive con for­ma­zioni minori o con forze che sono espres­sione di una destra ancor più radi­cale o, al con­tra­rio, di istanze meno con­no­tate ideo­lo­gi­ca­mente. Per­ché, oltre ai movi­menti che fanno rife­ri­mento a Le Pen, nel voto di que­sti giorni si sono affer­mati anche par­titi che alla vigi­lia delle ele­zioni si sono detti indi­spo­ni­bili, per quanto spesso non troppo lon­tani dalla sua linea anti-immigrati, a siglare accordi con il Front Natio­nal e che potreb­bero ora pun­tare a loro volta a for­mare un gruppo uni­ta­rio «a destra della destra», ma sgan­ciato dalla mai­son Le Pen. Si tratta dell’United King­dom Inde­pen­dence Party di Nigel Farage che avrebbe sfio­rato il 30%, del Dansk Fol­ke­parti, il Par­tito del popolo danese, primo par­tito di Cope­n­ha­gen con più del 23%, della Nieuw-Vlaamse Allian­tie, la Nuova alleanza fiam­minga di Bart De Wea­ver, ege­mone nelle Fian­dre dove ha otte­nuto oltre il 32% (16% sul piano nazio­nale belga), del Perus­suo­ma­lai­set, il Movi­mento dei Veri fin­lan­desi di Timo Soini, che perde qual­che punto ma supera il 13%, della Alter­na­tive für Deu­tschland che avrebbe rag­giunto il 7% e del Par­tito dei cit­ta­dini liberi della Repub­blica ceca, 6,5%.

Fuori qua­dro, sia i dati della destra radi­cale unghe­rese di Job­bik, al 16%, che della greca Alba Dorata, 9,3%, dei due par­titi nazional-conservatori polac­chi, il Prawo i Spra­wied­li­wosc, par­tito Diritto e giu­sti­zia di Jaro­slaw Kac­zyn­ski, 31,8% — già alleato dei Tory bri­tan­nici a Bru­xel­les -, e il Kon­gres Nowej Pra­wicy, Con­gresso nuova destra, 7,2%.