Le donne in Europa al tempo della crisi Fonte: sbilanciamoci | Autore: Federica Martiny

In questi anni l’Europa ha dato molto alle donne in termini di diritti sostanziali in ambiti nei quali in Italia eravamo arretrati: ad esempio la legge sui congedi parentali (Il congedo ai padri aiuterebbe inoltre a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e anche dei diritti tra madri e padri).

È dal Trattato di Roma (1957) che è stato stabilito per la prima volta il principio della parità della retribuzione a parità di lavoro (all’articolo art.119), da cui sono derivate importanti direttive sulla parità di trattamento nell’accesso al lavoro (formazione professionale e condizioni di lavoro); sulla parità di trattamento in materia di previdenza sociale, nei regimi professionali, nelle attività indipendenti; e proprio sui congedi parentali.

La Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata a Strasburgo nel 1989, all’articolo 16, ribadisce che deve essere garantita la parità di trattamento tra uomini e donne e che soprattutto deve essere sviluppata l’uguaglianza delle possibilità. Ma occorre intensificare ovunque sia necessario le azioni volte a garantire l’attuazione dell’uguaglianza non solo formale tra uomini e donne, in particolare in materia di accesso al lavoro, di retribuzioni, di condizioni di lavoro, di protezione sociale, di istruzione, di formazione professionale e di evoluzione delle carriere. Un lavoro ancora tutto da concretizzare è quello di sviluppare misure che consentano alle donne di conciliare meglio i loro obblighi professionali e familiari.

La Commissione ha poi recentemente adottato una Carta per le donne per potenziare la promozione della parità tra donne e uomini, in Europa e nel mondo. Infatti – si legge – le disparità legate al genere hanno conseguenze dirette sulla coesione economica e sociale, sulla crescita sostenibile e la competitività, nonché sulle sfide demografiche. Questa strategia nasce per contribuire a migliorare la posizione delle donne nel mercato del lavoro, nella società e nelle posizioni decisionali, tanto nell’Unione europea quanto nel resto del mondo. Perchè nonostante la legislazione comunitaria da sempre sia stata avanzata sulle tematiche di genere rimane spesso insormontabile la barriera della vita reale delle persone, nelle quali l’uguaglianza di genere diventa spesso una chimera.
Soprattutto se consideriamo gli effetti della crisi sulle donne: nel report sull’uguaglianza tra uomo e donna contenuto nel documento staff working della Commissione, ad esempio, è spiegato come la crisi – insieme alla marginalizzazione delle politiche di austerità per le donne – abbia bloccato il processo dell’indipendenza economica delle donne. Si parla dell’opposizione surrettizia tra l’investimento in infrastrutture fisiche (che rappresentano il lavoro maschile) da una parte e, dall’altra, l’improduttività della spesa in infrastrutture sociali (dove lavorano per lo più donne), settore capace unicamente di aggravare il debito.

La crisi economica in corso ha fatto guadagnare all’Unione Europea il triste primato, condiviso con le aree del Medio Oriente e del Nord Africa, della disoccupazione giovanile In Italia, in particolare, il tasso di inattività giovanile è il più alto in Europa e nelle nazioni occidentali. Dei circa 6,5 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 29 anni il 49% è inattivo e di questi la maggior parte non studia, non lavora e non cerca lavoro. Tra le ragazze la quota è ancora più disarmante, raggiungendo dei picchi nelle regioni meridionali del 65-70%.

Finiti gli studi, trovare un lavoro coerente con i propri studi sembra molto più difficile per le ragazze che per i ragazzi: impieghi disallineati al corso di studi sono nel primo caso il 28%, nel secondo il 18%. E per di più anche nei tirocini e negli stage i ragazzi vengono retribuiti nel doppio dei casi rispetto alle ragazze.
Svantaggi nell’ingresso del mondo del lavoro, dunque, ma anche all’uscita: le donne europee ricevono pensioni che sono in media del 39% più basse di quelle degli uomini. Gli effetti dei tassi di occupazione più bassi tra le donne si estenderebbero dunque nel trattamento del periodo post lavorativo e il divario di genere nelle pensioni è il risultato di tre tendenze del mercato del lavoro che si intersecano e si sovrappongono: le donne hanno meno possibilità di ottenere un lavoro rispetto agli uomini; lavorano meno ore e/o anni; ricevono in media salari più bassi.
Se poi guardiamo i dati le ore settimanali di lavoro domestico non retribuito, ci troviamo di fronte al fatto che in Europa a fronte di un maggior numero di ore retribuite per gli uomini, le donne lavorano un numero complessivo di ore molto superiore se si include il lavoro domestico.

La Strategia 2020 ha come slogan una crescita economica intelligente (cioè basata sulla conoscenza), sostenibile (rispettosa dell’ambiente e delle future generazioni) e socialmente inclusiva. Contiene anche vari obiettivi quantitativi ponendosi il 75% come tasso di occupazione nella popolazione tra i 20 e i 65 anni e la riduzione di 20 milioni delle persone a rischio povertà (che è attualmente valutata in 80 milioni). L’obiezione che si può sollevare riguarda il fatto che tutti questi obiettivi non sono declinati per genere.

Occorrono “riforme radicali in ottica di genere” se si vuole evitare di scaricare il costo della crisi sulle spalle delle donne e se si punta ad ottenere risultati positivi dalla Strategia 2020, soprattutto in materia di occupazione e di pari opportunità. E occorrono misure concrete e decise per ricreare lavoro, soprattutto per le donne e soprattutto per le giovani donne.

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