Il senso di Fiandaca per il patto Stato-mafia Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014 di Antonio Ingroia –

ingroia-antonio-web20di Antonio Ingroia – 22 maggio 2014

La Trattativa “Il prof è giustificazionista”
È triste veder crescere ogni giorno i segni sempre più evidenti della decadenza etica del nostro Paese, sintomatica del decadimento, intellettuale e politico, di una classe dirigente, ingoiata da una questione morale che è criminale. Un decadimento che non solo si vede nel crepuscolo di potenti assicurati alle patrie galere come Dell’Utri e Scajola, ma che invade ogni angolo del Paese e caratterizza questa orribile campagna elettorale dove si ignora l’Europa che ne uscirà, e si rincorrono slogan, annunci e insulti.

Un decadimento che contagia anche ambienti impensabili se uno studioso come Giovanni Fiandaca, passato con disinvoltura dal movimentismo dei “professori” alle liste del Pd, entra nella bagarre elettorale promettendomi “calci nel sedere” se dovessi ancora criticarlo per l’opera di disinformazione e giustificazione della trattativa Stato-mafia alla quale si è da ultimo con dedizione applicato, così guadagnandosi il plauso di quel mondo politico che finora non lo aveva mai apprezzato.
E nella settimana della strage di Capaci è il momento di rimettere dritti in fila i fatti che il giustificazionista F. ha rovesciato e imbracciare la matita rossa e blu per sottolineare alcuni dei tanti grossolani errori, di storia e di diritto, che si trovano nel suo libro La mafia non ha vinto. E perciò lo farò per punti, ogni punto un calcio nel sedere, ovviamente figurato e affettuoso, come quelli che lui vorrebbe rifilarmi, forse per guadagnare benemerenze in alto loco. I fatti sono testardi, come me, pronto a confrontarmi in un pubblico dibattito, davanti alle telecamere de Il Fatto Tv o dove lui vorrà.

Il travisamento dell’imputazione
Il primo rilievo o meglio, come lui ama dire, il primo calcio nel sedere, è logico-giuridico. Fondamentale regola per criticare è conoscere cosa si vuole criticare, ancor più doveroso per uno sudioso. Ma questa regola sembra non valere per lui, che pare neanche conoscere i reati contestati. Dedica infatti buona parte del libro a dimostrare che trattare con la mafia non è reato, senza tenere in alcun conto che nessuno degli accusati è imputato del reato di trattativa. L’imputazione è di minaccia contro un Corpo politico-amministrativo dello Stato, in questo caso il governo, al quale Cosa Nostra fece pervenire, tramite una catena di emissari e intermediari, le sue richieste per non proseguire la strategia omicidiaria, avviata con il delitto Lima nel marzo 1992. Mai prima d’allora la mafia ebbe una potenza militare tale da minacciare lo Stato per estorcergli benefici. E di fronte a un’estorsione, coerentemente, ogni emissario e intermediario fra il minacciante (la mafia) e il minacciato (il governo), che abbia agevolato intenzionalmente e consapevolmente la minaccia, è stato imputato, mafioso o non mafioso che fosse. Niente di trascendentale : l’applicazione del codice e del principio di eguaglianza. Come va punito chi agevola il mafioso nel mettere l’estorto in stato di soggezione, così va fatto con l’intermediario delle minacce verso lo Stato. Cosa c’entra la divisione dei poteri con tutto questo? Nulla. Nessuno è stato incriminato per la scelta politica di avere ceduto alla trattativa: non lo sono né Mancino e neppure Conso, accusati semmai di non avere detto la verità. Invece, pur di demolire il processo, si imbrogliano le carte e il giustificazionista F. si lancia in un’appassionata difesa della scelta di Conso di allentare il 41 bis nel ’93, scelta eticamente e politicamente condannabile , ma penalmente mai contestata, visto che Conso è imputato solo di false informazioni al Pm, come Mancino di falsa testimonianza. Avrà un ex ministro almeno il dovere di dire la verità sulle ragioni di certe scelte? Ma su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

La mistificazione dei fatti storici
Il secondo calcio nel sedere. Ovvio che, se si vuole contestare la ragion d’essere di un’inchiesta, è buona regola che non se ne ignori la piattaforma probatoria, dando per assodata la tesi difensiva, secondo cui la trattativa aveva il nobile intento di strappare uno Stato impotente dalle grinfie di una mafia vincente. La procedura logicamente corretta è esattamente inversa. Bisognerebbe semmai confrontarsi sull’assunto dell’accusa, e cioè che il movente della trattativa fu di salvare, non lo Stato, ma una casta, una ristretta cerchia di politici condannati a morte da Cosa Nostra perché ritenuti colpevoli di avere tradito la mafia per non avere mantenuto i patti. Solo il processo potrà dire se l’accusa è provata. Ma se questa è l’accusa, ci vuole davvero impudenza per definire “meritoria e coraggiosa” l’iniziativa degli imputati di avviare la trattativa, come fa il giustificazionista F. Ed è anche un falso storico, visto che invece risulta da questo e altri processi e perfino da sentenze definitive che la trattativa ha salvato la vita di qualche uomo politico, ma certamente ne ha sacrificato molte altre, come quella di Paolo Borsellino, considerato un ostacolo per la trattativa, e quelle delle vittime innocenti delle stragi del ’93.

L’ignoranza degli effetti nefasti
Ovvero, il terzo calcio nel sedere (sempre affettuosamente parlando). Ancor più grave l’ottundimento interpretativo dei fatti che arriva a ignorare i benefici che la mafia provenzaniana ha tratto dal patto politico-mafioso siglato nel ’94 alla chiusura della trattativa. Qui il giustificazionismo giunge alla sua apoteosi, perché nello sforzo di negare gli effetti nefasti della trattativa politico-criminale si finisce anche per dare dignità alle larghe intese (il che non guasta…) e glorificare la politica antimafia berlusconiana, così ignorandone i guasti di cui ha beneficiato tutto il mondo criminale. Dallo svuotamento del 41 bis, all’inefficienza sempre più spiccata dello strumento penale contro i reati-spia della mafia, all’azzeramento del fenomeno del pentitismo, e così via. E anche su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

Conformismi, pregiudizi e carrierismi
Come spiegare tutto questo? Inequivoco il senso della scelta del Pd di investire su F. solo quando è diventato il giustificazionista della trattativa. E così si comprende tutto: i toni delle polemiche ingenerose, omologate alle barbarie del linguaggio in voga, le difese d’ufficio fuori luogo, perfino invocando per la trattativa improponibili stati di necessità, sorprendenti svarioni giuridici, come quando si confonde movente della trattativa e dolo richiesto per la configurabilità del reato. Succede quando pregiudizi e conformismi politici prevalgono. Come in uno specchio rovesciato di un Paese alla rovescia. Ai tempi di Sciascia si polemizzava sui professionisti dell’antimafia, oggi abbiamo i professori del giustificazionismo delle trattative con la mafia. Altri tempi. Poveri noi.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014

Quando Falcone incontrò la mafia Tratto da: linformazione.eu

quando-falcone-incontro-la-mafiadi Luciano Mirone – 22 maggio 2014

Aveva ventisette anni Giovanni Falcone quando conobbe la mafia. Era il 1967, era reduce da Lentini, dove aveva fatto il Pretore. Quell’anno fu nominato sostituto procuratore a Trapani. E a Trapani si occupò subito di mafia, istruendo il primo processo importante, quello alla banda del boss di Marsala, Mariano Licari. C’era un armadio pieno di carte, gli fu detto: ‘Leggile tutte, farai il Pubblico ministero in questo processo’. Al cospetto di Licari confidò ai colleghi: ‘Oggi ho guardato in faccia il primo boss della mia vita’. Il primo di una lunga serie. Poi ci sarebbero stati i Minore di Trapani, gli Agate di Mazara del Vallo, i Rimi di Alcamo (che lui stesso contribuì a mandare al soggiorno obbligato), gli Zizzo, i Gullo, i Palmeri, i Capo, i Messina Denaro”.

Anni straordinari. Che vanno dal 1967 al 1978. Anni in cui il magistrato inizia una carriera straordinaria e si fa le ossa per combattere il crimine organizzato. Anni belli, anche dal punto di vista privato, spensierati, allegri. Partecipa a feste e ad incontri culturali, frequenta l’intellighenzia della città, imprenditori illuminati, avvocati, colleghi, psicologi, letterati. Diventa amico di un altro magistrato che alcuni anni dopo sarebbe morto, come lui, per mano mafiosa: Giangiacomo Ciaccio Montalto. Si reca a Palazzo di giustizia senza scorta. Insomma vive una vita felice.

A ricostruire l’inizio della carriera di Giovanni Falcone – che coincidono con il periodo trapanese – è lo scrittore Salvatore Mugno (decine di libri all’attivo), 52 anni, che per l’editore Di Girolamo pubblica “Quando Falcone incontrò la mafia” (prefazione di Dino Petralia, ex collega di Falcone, ed attualmente magistrato a Palermo).

“Undici anni molto intensi – dice Mugno –, nei quali emerge una figura inedita. Intanto si supera certa vulgata secondo la quale, a Trapani, Falcone facesse soltanto il giudice civilista. Non è così. Approfondire questo periodo è essenziale per capire la sua storia di magistrato. D’altra parte, lui stesso in più occasioni ha dichiarato che in quegli undici anni si era formato per combattere il crimine organizzato”.

E dal punto di vista privato, com’è il Falcone “trapanese”?
“Diverso da quello che avremmo conosciuto successivamente. Anni dopo, a Palermo, avremmo visto un Giovanni Falcone blindato, senza una vita privata e sociale. A Trapani è tutto l’opposto: ha una vita sociale brillante, spumeggiante, ricca, nella quale partecipa ad attività culturali, va in discoteca, gli piace il cinema, si reca alle feste di carnevale. La sua ex moglie era una grande trascinatrice, lo coinvolse molto. Il primo capitolo del libro infatti si intitola ‘Gli anni della dolce vita”.

Da dove hai tratto tutte queste notizie?
“Da processi, da interviste, da ritagli di giornale, ma anche da testimonianze dirette. Ho intervistato i magistrati Pino Alcamo, Mario D’Angelo, Francesco Garofalo, Silvio Sciuto, Dino Petralia, e poi diversi giornalisti come Giacomo Di Girolamo (figlio di un magistrato)”.

Nel libro parli dell’amicizia fra Falcone e Ciaccio Montalto.
“Ci sono molte foto inedite dove i due vengono ritratti. Foto di feste, di cene, di momenti spensierati ed anche professionali. Quando Falcone andò via da Trapani, Ciaccio Montalto e molti altri colleghi si rammaricarono molto”.

Ci sono episodi di quel periodo che ti hanno colpito?
“Un episodio che risale all’alluvione che colpì la città nel 1976. Quel giorno il magistrato, mentre tornava a casa (un appartamento ubicato in via Fardella), rischiò di annegare; si salvò per miracolo, facendo un bel po’ di strada a nuoto. Sbatté contro una panchina e si infortunò”.

Cosa ti ha incuriosito di più di quegli anni?
“La grande tenerezza di Falcone verso i bambini. Nel libro emerge in diverse parti”.

E della vita professionale?
“La riservatezza. Lavorava moltissimo anche d’estate e fino a tarda sera, era velocissimo nell’espletare i processi, studiava tanto anche a casa”.

Era consapevole della sua straordinaria caratura di magistrato?
“Assolutamente no. I suoi amici sono concordi nel dire che non fosse ancora consapevole di essere Giovanni Falcone”.

A Trapani si era fatto dei nemici?
“Quando andò via non tutti si comportarono da amici. Bisogna considerare che all’epoca istruì diversi processi contro i politici locali: quello per lo scandalo dell’Istituto autonomo case popolari, e quello per le ‘tombe d’oro’. Vennero coinvolti sindaci, assessori e consiglieri comunali. Logico che avesse dei nemici”.

Tratto da: linformazione.eu

Arlacchi e De Gennaro: una ragione di Stato dietro i loro silenzi? da: antimafia duemila-Intervista a Maria Falcone nel 22° anniversario della strage di Capaci

falcone-maria-web1Intervista a Maria Falcone nel 22° anniversario della strage di Capaci

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 22 maggio 2014
Palermo. A distanza di 22 anni dalla strage di Capaci abbiamo incontrato Maria Falcone, la sorella del giudice Giovanni Falcone, assassinato insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Un lungo dialogo sulle “menti raffinatissime” individuate all’epoca dallo stesso Falcone, passando attraverso la trattativa intrapresa da uno Stato bi-fronte, silenzi e omissioni di uomini delle istituzioni, e i mandanti esterni delle stragi del ’92 e del ’93 ancora da scoprire.

Professoressa Falcone, qual è il suo giudizio oggi su quelle “menti raffinatissime” di cui suo fratello aveva intuito la pericolosità?  
Il giudizio che posso dare è lo stesso che diedi all’indomani della strage, in base alla conoscenza delle idee di Giovanni. Nella lotta alla mafia io non rappresento niente, quello che conta è il mio dante causa, che è Giovanni Falcone. Gli sono stata vicina e so qual era il suo pensiero anche se parlavamo sempre molto poco di certi problemi, perché lui non ci voleva caricare eccessivamente di conoscenze che potevano essere dannose per noi stessi. Ricordo che Giovanni, continuando nelle sue indagini (attraverso le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e successivamente attraverso il maxi processo), si rese conto che dietro questa organizzazione criminale c’era qualcos’altro: a Palermo c’erano i cugini Salvo e Salvo Lima. Questo però era il primo gradino politico della commistione tra la mafia e la politica. Giovanni si era fatto le sue idee su Giulio Andreotti attraverso le dichiarazioni di Buscetta (che all’inizio non erano state ritenute valide in quanto “de relato” visto che provenivano da Gaetano Badalamenti). Buscetta aveva detto a Giovanni di non portare al Maxi queste sue dichiarazioni perché i tempi non erano maturi. Anni dopo lo stesso Buscetta mi disse personalmente di aver ritenuto maturi i tempi solamente dopo le stragi, dopo quella grande rivoluzione che si era creata anche da parte della società civile. Giovanni era quindi arrivato a quel livello e aveva intuito che non si trattava solo di mafia.

E chi erano quelle “menti raffinatissime”?
Non erano certamente i capi di Cosa Nostra, e nemmeno quel famoso “terzo livello” in quanto Giovanni diceva che non c’era una politica che governava la mafia.  Mio fratello aveva individuato una vera e propria convergenza di interessi. Nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, aveva detto ancora di più: “Non dico che la mafia è nelle mani della politica, ma è la politica nelle mani della mafia”. Sicuramente Andreotti era una di queste “menti raffinatissime”, anche perché l’aveva detto chiaramente (sebbene allora non avesse le prove). Giovanni pensava pure che l’uccisione di Michele Sindona era il sintomo che quest’ultimo non doveva parlare. Non credo che dopo Giovanni gli altri magistrati abbiano trovato risposte. Ci vorrebbe che Totò Riina, invece di abbaiare inutilmente, dicesse la verità. Ecco perché ritengo che le “menti raffinatissime” c’erano, ma non le abbiamo scoperte…

Dalla sentenza definitiva sulle stragi del ’93 emerge, però, che c’è stata una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato. Lei, come familiare di vittima di mafia, tollererebbe mai una trattativa tra lo Stato e la mafia?
Oltre che vittima di mafia ho un grande senso dello Stato, come lo aveva Giovanni, quindi capisco che in tanti momenti di grande pericolo anche lo Stato deve attuare delle scelte che normalmente non dovrebbe e non potrebbe fare. Dobbiamo pensare che quel determinato momento era tragico. Non dico che si debbano legittimare le stragi, né mi voglio sovrapporre al giudizio dei magistrati, ripeto, ma la questione della trattativa bisogna inserirla nel momento storico della grande preoccupazione degli uomini addetti alla sicurezza nello Stato. Come dicevo poc’anzi ho un grande senso dello Stato, lo metto al di sopra di tutto, anche al mio dolore di sorella. Non credo che Giovanni sia stato ucciso dopo il patto, Paolo non lo so, me lo devono dire i magistrati con le prove. Mettendo da parte il mio dolore chiedo quindi alle istituzioni, quelle di allora, che dicano chiaramente: “Lo abbiamo fatto perché c’era un pericolo storico enorme e abbiamo salvato l’Italia”.

In realtà questa trattativa non ha salvato inermi cittadini, la strage di via dei Georgofili è un esempio, bensì ex ministri, insomma uomini potenti.
Non vorrei fare questo genere di discorso perché siamo nel campo delle ipotesi. Mi piace invece parlare di sentenze, di cose acclarate. I teoremi validi ci sono, ma ci sono anche quelli che non hanno le basi scientifiche per essere dimostrati. Io non so quale sarebbe potuta essere la realtà italiana se non si fosse arrivati a “patti”, non so dove saremmo… già la mancata strage dell’Olimpico dimostra che poteva essere una cosa ancora più pesante, però dopo quella mancata strage tutto si blocca… Non credo quindi che si sono voluti salvare i potenti, ma che si sia cercato di proteggere la sicurezza italiana. Come uomo delle istituzioni mi ha impressionato l’ex ministro Giovanni Conso che, con le sue dichiarazioni, si è voluto prendere personalmente tutta la colpa (per la questione della mancata proroga dei 334 provvedimenti di 41 bis nel mese di novembre del ’93, ndr).

E’ evidente che Conso non ha deciso tutto da solo.
Di fatto mi riferivo ai vertici delle istituzioni preposte alla sicurezza del nostro Paese. E comunque io non legittimo la trattativa come fa Giovanni Fiandaca, non dico: “È sicuro, si doveva fare”. Ma vorrei sapere se le condizioni di necessità erano tali da giustificare un patto con la mafia.

Secondo lei ci sono stati i mandanti esterni nelle stragi?
Sì, ci sono stati, su questo non ci sono dubbi. Che ce lo dicano! La vera giustizia si avrà quando scopriremo in che modo costoro hanno contribuito a realizzarle.

Come vanno interpretate secondo lei le recenti intercettazioni di Totò Riina che rappresentano una vera e propria condanna a morte nei confronti del pm Nino Di Matteo?
Non lo so, di fatto Riina l’odio maggiore lo manifesta tuttora nei confronti di Giovanni Falcone.

E allora perché poi Riina si riferisce anche a Di Matteo?
Io apprezzo e sostengo tutti i magistrati del pool che lavorano per conoscere questa verità che tutti auspichiamo prima o poi venga allo scoperto. Al di là di questo non so come leggere le dichiarazioni di Riina su Di Matteo visto che lo stesso pm in queste indagini (sulla Trattativa, ndr) non se la prende con la mafia… se la prende con i “protettori esterni”… Non credo che Totò Riina sia rimbambito, ma penso che ormai gli sia sfuggita di mano la conoscenza. Il magistrato che in tutta Italia Riina ha visto di più, come esempio di lotta alla mafia, è indubbiamente Di Matteo e quindi diventa per lui un altro nemico come Giovanni Falcone.

E comunque il pm Nino Di Matteo è un magistrato da proteggere.
Ma ci mancherebbe altro! Nino Di Matteo è un bravo magistrato che rischia la vita ogni giorno.

Recentemente al processo Borsellino Quater sono stati sentiti Gianni De Gennaro e Pino Arlacchi. Entrambi sono stati molto vicini a Giovanni Falcone, ma le loro dichiarazioni sono andate in contraddizione tra molti “non ricordo” e altrettante reticenze. Come reputa tutto ciò?
Non le posso dire proprio niente… forse veramente il passare degli anni ha annebbiato la mente, oppure anche loro non vogliono parlare… questo non lo so.

La cosa l’ha sorpresa?
No, non mi sorprendono queste dimenticanze… capisco che il passare degli anni anche negli uomini crea problemi. Sono abituata alle disillusioni, ho visto tante persone che credevo fossero in un modo, che erano veramente amici, e invece non lo sono stati.

Ma Giovanni Falcone voleva bene a queste persone…
Più a Gianni (De Gennaro, ndr) che ad Arlacchi. Con Gianni ha lavorato veramente. Posso affermarle che di lui mi fido perché amava molto Giovanni Falcone.

Allora si può dire che questi silenzi sono legati ad una ragione di Stato?
Ecco, siamo là… Più che Arlacchi è Gianni che aveva questo senso delle istituzioni… una ragione di Stato…che gli impedisce forse… non lo so…

Nel senso che gli impedisce di parlare, magari con dolore…
Sicuramente. Ma di Gianni mi fido.

Siamo di fronte ad uno Stato che si piega?
A me non farà dire mai che lo Stato si piega, perché se lo Stato fa questo me ne vado dall’Italia! Io devo portare avanti il pensiero di uno Stato che cerca di essere una vera democrazia.

E’ evidente che il processo sulla Trattativa lo si vuole fermare, gli attacchi al pool sono sotto gli occhi di tutti.
Ma io non credo che, nonostante tutti gli attacchi, questo processo si possa fermare.

Ma sono stati particolarmente duri…
Non mi deve parlare di attacchi… perché tanti ne ebbe anche Giovanni. Non credo che i nuovi magistrati si scoraggeranno, così come non lo fece Giovanni Falcone.

Su questo punto siamo d’accordo, anche se sembra che questo Paese non voglia la verità.
Perché dobbiamo generalizzare? Io non voglio generalizzare sempre. Secondo me ci sono dei soggetti che proteggono il segreto per fini… quasi “etici”, per un senso dello Stato. Altri invece lo fanno perché avevano interessi, uno scopo… Penso che in quei momenti molti uomini delle istituzioni sono stati costretti a fare delle cose che adesso non ci diranno mai.

Quindi, oltre a Totò Riina, servirebbe un pentito di Stato.
Cerchiamoli, se ci saranno sarò felice. Io sono dalla parte della verità e dalla parte delle istituzioni. Non voglio che la verità venga minimamente traviata o che le istituzioni democratiche vengano messe fortemente in discussione perché ciò sarebbe un danno peggiore per tutti noi italiani.

Sebastiano Ardita: “Falcone uomo solo nelle scelte finali” da: antimafia duemila

ardita-sebastiano-men.raffdi AMDuemila – 22 maggio 2014

Palermo. “Falcone fu il primo a dire che esiste una dimensione di deviazione della realtà istituzionale, economica, politica” a dichiararlo è stato Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina, in occasione della conferenza “Menti raffinatissime” organizzata presso la Facoltà di Giurisprudenza a Palermo. “C’è un filo rosso sangue – ha poi ricordato – che attraversa tutta la storia della nostra vita istituzionale, e tanti altri morti meno famosi che purtroppo sono stati toccati da questo filo rosso, che parte dal terrorismo e ha visto cadere molti che facevano il loro dovere”.
Parlando ancora di Falcone, Ardita ha affermato che “non si può dimenticare dell’attenzione di Falcone verso aspetti oggi di grande attualità, come il problema della solitudine del magistrato. Falcone aveva attorno a sé grandissimo credito istituzionale, anche internazionale”, ma “era un uomo solo dal punto di vista delle scelte finali. Con amarezza raccontò cosa accadde quando iniziò a raccogliere le dichiarazioni del pentito Buscetta, perché dovette affrontare ostacoli interni ed esterni. Bisogna partire da questa solitudine e non perdere memoria” soprattutto per non “ripetere gli errori commessi tanti anni fa” ai danni di chi viveva questa solitudine perché “cercava verità e giustizia”.

Falcone, ha poi proseguito Ardita, evidenziava il “rischio di tornare alla normalità” che avrebbe portato a “meno scorte, meno protezione” nonché a “meno incisività nelle indagini e nei risultati”. Quanto ai magistrati impegnati in questo momento per cercare verità e giustizia il pm ha sottolineato l’importanza di “dare loro tutto l’appoggio possibile” e fare in modo “che non torni la vecchia routine dove i magistrati fanno in qualche modo il loro lavoro, e la mafia pure”.

Silvia Resta: “Ignorati gli avvertimenti di Falcone e Borsellino, l’informazione non ha fatto il suo dovere” da: antimafia duemila

resta-silvia2-men.raffdi AMDuemila – 22 maggio 2014

Palermo. “Falcone alla fine del ’91, in un dibattito a Castello Utveggio ci avvertì che Cosa nostra stava entrando in borsa. Ci stava dicendo che la mafia non era più coppola e lupara, ma stava scalando i palazzi del potere ed entrando dentro le cattedrali del potere economico e politico”. Lo ha detto Silvia Resta, giornalista televisiva, nel corso dell’incontro organizzato dall’Associazione culturale Falcone e Borsellino intitolata “Menti raffinatissime”, che parte dalle intuizioni del giudice Giovanni Falcone all’indomani del fallito attentato all’Addaura. “Anche Borsellino, pochi giorni prima di morire – ha continuato la giornalista – intervistato da alcuni giornalisti francesi ci diede lo stesso avvertimento. Ci parlava di Vittorio Mangano, boss di Porta Nuova che era arrivato fino ad Arcore dove esisteva un imprenditore del settore televisivo ed edilizio (Silvio Berlusconi, ndr) che cominciava ad avere legami con la politica”, “ci metteva in guardia perché Cosa nostra non era più solo pizzo e droga, ma sta diventando altra cosa”.

La Resta ha ricordato che all’indomani della morte di Falcone e Borsellino “si è cercato di oscurare questi avvertimenti che erano stati lanciati, e che trovano esplicitazione con le elezioni del ’94 in cui nasce una forza politica (il partito Forza Italia, ndr)”, “figlia di Marcello Dell’Utri, un personaggio di cui Borsellino aveva già parlato” e da poco “condannato in via definitiva per mafia” menti-raffinatissime-pubblico
Questa forza politica, ha continuato la giornalista, “ha preso potere in questo Paese per vent’anni, e ci ha lasciato solo macerie. Io penso – ha detto ancora – che in questi vent’anni l’informazione non ha fatto fino in fondo il suo dovere, forse per via di quelle menti raffinatissime che hanno controllato passaggio per passaggio, processo per processo”, “i giornalisti che hanno provato ad indagare, a puntare il dito contro il potere criminale sono stati additati come anti italiani, colpevoli di tradire la democrazia” perché “nelle grandi televisioni e redazioni è stato fatto un controllo capillare su questi temi”. Ma, ha precisato la Resta “questo ventennio non è ancora finito, e ancora oggi un giornalista non tira le somme” per “comprendere che questa mafia che Falcone aveva capito voleva scalare i palazzi c’era infine arrivata”.
“Oggi sono venuta qui – ha poi concluso – per chiedere scusa a Di Matteo, a Tartaglia, a Del Bene, che non mi vedono mai durante le udienze del processo trattativa Stato-mafia. Perché a fare i servizi televisivi non mi ci mandano”. “Chiedo scusa a nome di tutta la stampa italiana, sperando che con il sostegno di tutti voi, soprattutto dei giovani, si possa riportare l’informazione a una dimensione civile”.

Di Matteo su Fiandaca: “Ci attacca di carrierismo, ma è lui a fare carriera” da. antimafia duemila

di-matteo-nino6-ment.raffdi AMDuemila – 22 maggio 2014

Palermo. “Più volte nei giorni scorsi un illustre esponente di questa facoltà, candidato dal partito di maggioranza governativa, ha rivendicato il diritto di poter criticare, da giurista, l’impostazione del processo della trattativa ed i magistrati. Dico che ciò può essere giusto e sacrosanto ma prima di fare considerazioni quel professore avrebbe dovuto avvertire lo scrupolo scientifico di una più approfondita conoscenza degli atti processuali”. Lo ha detto Antonino Di Matteo alla conferenza “Menti raffinatissime” organizzata a Palermo dall’Associazione culturale Falcone e Borsellino in occasione del 22° anniversario della strage di Capaci. Quindi prosegue: “Nel suo libro si analizza una scarna memoria del pm fatta di 15 pagine e non le monumentali complessive risultanze di indagine e neppure l’impostazione dell’impianto accusatorio riconosciuto dal giudice dell’udienza preliminare. E non considera nemmeno che la questione giuridica che egli pone era già stata esaminata da più giudici e in altre circostanze ritenuta infondata. Un professore candidato alle elezioni ha detto di voler stigmatizzare una certa antimafia e ha attaccato i magistrati che si occupano del processo trattativa, come se volessero approfittare di questo caso per fare chissà quale carriera. L’unica promettente carriera che vedo è quella del professore candidato. Le sole prospettive che si sono aperte ai magistrati sono danni alla carriera e minacce di vita”.

Saverio Lodato: “Falcone e Borsellino incompatibili nell’Italia di allora. In quella di oggi lo sono i pm della trattativa” da: antimafia duemila

lodato-menti-raffinatissimedi AMDuemila – 22 maggio 2014

“Antonino Caponnetto, regista del pool antimafia di Palermo, nel raccontarmi i suoi anni a Palermo disse che persone come Falcone e Borsellino sono rari doni che ogni tanto Dio si concede di mandare su questa terra per rendere più sopportabile la vita ai comuni mortali. Ma aggiunse anche: il guaio è che lo scopriamo sempre dopo che sono morti.” E riferendosi ai pm Gozzo e Di Matteo, ha detto: “Io credo che questi sono i nostri eroi, che noi però dobbiamo tenere in vita”. Lo ha raccontato il giornalista e scrittore Saverio Lodato nel corso della conferenza “Menti raffinatissime” organizzata in occasione del 22° anniversario della strage di Capaci.
Per decenni, ha proseguito Lodato, “ci hanno raccontato una favoletta” e per decenni “ci abbiamo creduto. Ci hanno raccontato che da una parte c’era la mafia e dall’altra lo Stato, ma non è mai andata così. In Italia c’è stato lo Stato-mafia e la mafia-Stato, e di fronte a questi due non c’era l’antimafia, bensì un pugno di magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, politici, imprenditori, gente che lavorava in banca e che alla fine degli anni ’70 e inizio anni ’80 decisero da soli che dovevano contrapporsi alla mafia, non avendo alle spalle lo Stato”.

Lo scrittore che raccolse le dichiarazioni del giudice in un’intervista (è in quell’occasione che Falcone parlò delle ‘menti raffinatissime’) al tempo in cui era giornalista dell’Unità ha dichiarato che Falcone “non era più compatibile nell’Italia di allora. Come poteva quando, dal quarantennio andreottiano al ventennio berlusconiano” si è arrivati “a tre premier presidenti del consiglio nominati da un capo dello Stato che si elegge da solo una seconda volta? Falcone e Borsellino erano incompatibili nell’Italia di allora, e in quella di oggi lo sono i magistrati che indagano sulla trattativa. Ma cosa volevamo, che Napolitano applaudisse sapendo di essere stato scoperto al telefono con un indagato (l’ex ministro Nicola Mancino, ndr) che si è rivolto a lui per risolvere i suoi guai processuali?”. E in riferimento al pm Di Matteo: “Il pubblico ministero italiano non deve indagare su complicità e alte collusioni tra istituzioni e poteri criminali, ma se non ne può fare a meno deve stare zitto e muto… questa è la regola imposta dal Csm”. All’operato di Di Matteo e degli altri magistrati del pool trattativa si contrappongono “bande di garantismo organizzato” alle quali “appartengono tutti, da Napolitano a Dell’Utri, a Matacena, a Scajola”. “Sappiamo – ha proseguito nel corso dell’intervento – le minacce che incombono sui giudici di Palermo: scippare indagini, togliere processo da Palermo o la condanna, una spada di Damocle che pende su di loro”.
E in riferimento a Fiandaca, giurista che insieme allo storico Lupo ha scritto un libro che nega l’esistenza della trattativa, che se proprio ci fu si trattò di un dialogo ‘a fin di bene’, Lodato ha commentato: “Come fa Fiandaca ad essere candidato alle europee con il Partito democratico, che si onora di appartenere al partito di Pio La Torre?”. E Lupo, ha continuato, “è forse l’unico storico al mondo che sostiene che in Sicilia nell’immediato dopoguerra non ci fu alcun accordo tra gli alleati americani e la mafia. Tutti gli storici americani lo sostengono: in America ci fu una commissione d’inchiesta negli anni ’50 da parte del senato americano” che scoprì come “il compito di Lucky Luciano, che era stato mandato in Italia, era quello di stabilire contatti nel territorio di Sicilia con la mafia. Ci dobbiamo meravigliare?” ha concluso.

Le donne in Europa al tempo della crisi Fonte: sbilanciamoci | Autore: Federica Martiny

In questi anni l’Europa ha dato molto alle donne in termini di diritti sostanziali in ambiti nei quali in Italia eravamo arretrati: ad esempio la legge sui congedi parentali (Il congedo ai padri aiuterebbe inoltre a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e anche dei diritti tra madri e padri).

È dal Trattato di Roma (1957) che è stato stabilito per la prima volta il principio della parità della retribuzione a parità di lavoro (all’articolo art.119), da cui sono derivate importanti direttive sulla parità di trattamento nell’accesso al lavoro (formazione professionale e condizioni di lavoro); sulla parità di trattamento in materia di previdenza sociale, nei regimi professionali, nelle attività indipendenti; e proprio sui congedi parentali.

La Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata a Strasburgo nel 1989, all’articolo 16, ribadisce che deve essere garantita la parità di trattamento tra uomini e donne e che soprattutto deve essere sviluppata l’uguaglianza delle possibilità. Ma occorre intensificare ovunque sia necessario le azioni volte a garantire l’attuazione dell’uguaglianza non solo formale tra uomini e donne, in particolare in materia di accesso al lavoro, di retribuzioni, di condizioni di lavoro, di protezione sociale, di istruzione, di formazione professionale e di evoluzione delle carriere. Un lavoro ancora tutto da concretizzare è quello di sviluppare misure che consentano alle donne di conciliare meglio i loro obblighi professionali e familiari.

La Commissione ha poi recentemente adottato una Carta per le donne per potenziare la promozione della parità tra donne e uomini, in Europa e nel mondo. Infatti – si legge – le disparità legate al genere hanno conseguenze dirette sulla coesione economica e sociale, sulla crescita sostenibile e la competitività, nonché sulle sfide demografiche. Questa strategia nasce per contribuire a migliorare la posizione delle donne nel mercato del lavoro, nella società e nelle posizioni decisionali, tanto nell’Unione europea quanto nel resto del mondo. Perchè nonostante la legislazione comunitaria da sempre sia stata avanzata sulle tematiche di genere rimane spesso insormontabile la barriera della vita reale delle persone, nelle quali l’uguaglianza di genere diventa spesso una chimera.
Soprattutto se consideriamo gli effetti della crisi sulle donne: nel report sull’uguaglianza tra uomo e donna contenuto nel documento staff working della Commissione, ad esempio, è spiegato come la crisi – insieme alla marginalizzazione delle politiche di austerità per le donne – abbia bloccato il processo dell’indipendenza economica delle donne. Si parla dell’opposizione surrettizia tra l’investimento in infrastrutture fisiche (che rappresentano il lavoro maschile) da una parte e, dall’altra, l’improduttività della spesa in infrastrutture sociali (dove lavorano per lo più donne), settore capace unicamente di aggravare il debito.

La crisi economica in corso ha fatto guadagnare all’Unione Europea il triste primato, condiviso con le aree del Medio Oriente e del Nord Africa, della disoccupazione giovanile In Italia, in particolare, il tasso di inattività giovanile è il più alto in Europa e nelle nazioni occidentali. Dei circa 6,5 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 29 anni il 49% è inattivo e di questi la maggior parte non studia, non lavora e non cerca lavoro. Tra le ragazze la quota è ancora più disarmante, raggiungendo dei picchi nelle regioni meridionali del 65-70%.

Finiti gli studi, trovare un lavoro coerente con i propri studi sembra molto più difficile per le ragazze che per i ragazzi: impieghi disallineati al corso di studi sono nel primo caso il 28%, nel secondo il 18%. E per di più anche nei tirocini e negli stage i ragazzi vengono retribuiti nel doppio dei casi rispetto alle ragazze.
Svantaggi nell’ingresso del mondo del lavoro, dunque, ma anche all’uscita: le donne europee ricevono pensioni che sono in media del 39% più basse di quelle degli uomini. Gli effetti dei tassi di occupazione più bassi tra le donne si estenderebbero dunque nel trattamento del periodo post lavorativo e il divario di genere nelle pensioni è il risultato di tre tendenze del mercato del lavoro che si intersecano e si sovrappongono: le donne hanno meno possibilità di ottenere un lavoro rispetto agli uomini; lavorano meno ore e/o anni; ricevono in media salari più bassi.
Se poi guardiamo i dati le ore settimanali di lavoro domestico non retribuito, ci troviamo di fronte al fatto che in Europa a fronte di un maggior numero di ore retribuite per gli uomini, le donne lavorano un numero complessivo di ore molto superiore se si include il lavoro domestico.

La Strategia 2020 ha come slogan una crescita economica intelligente (cioè basata sulla conoscenza), sostenibile (rispettosa dell’ambiente e delle future generazioni) e socialmente inclusiva. Contiene anche vari obiettivi quantitativi ponendosi il 75% come tasso di occupazione nella popolazione tra i 20 e i 65 anni e la riduzione di 20 milioni delle persone a rischio povertà (che è attualmente valutata in 80 milioni). L’obiezione che si può sollevare riguarda il fatto che tutti questi obiettivi non sono declinati per genere.

Occorrono “riforme radicali in ottica di genere” se si vuole evitare di scaricare il costo della crisi sulle spalle delle donne e se si punta ad ottenere risultati positivi dalla Strategia 2020, soprattutto in materia di occupazione e di pari opportunità. E occorrono misure concrete e decise per ricreare lavoro, soprattutto per le donne e soprattutto per le giovani donne.

“Ebola soluzione finale per gli immigrati”. Il nazista Le Pen stavolta esagera | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

L’ebola come soluzione finale per gli immigrati. L’altra sera a Marsiglia dell’esplosione demografica nel mondo e del rischio di una Francia “sommersa” da una marea di immigrati, il vecchio Jean-Marie, 86 anni – candidato per il Fn per l’ennesimo mandato a Strasburgo – se ne e’ uscito cosi’: “Monsignor Ebola puo’ risolvere questo in tre mesi”. Parole che hanno suscitato una valanga di indignazione in Francia. A partire dal premier socialista, Manuel Valls, che da Barcellona ha tuonato contro la deriva lepenista. “Gli spaventosi calembours” di Le Pen sul virus Ebola mostrano “il volto reale non solo di Jean-Marie Le Pen, ma di tutto il Front National. E’ la dimostrazione che anche con Marine Le Pen, il partito non e’ cambiato”, ha detto il capo del governo a margine di un meeting europeo a Barcellona, in Spagna, la citta’ che gli ha dato i natali. “Il Front National – ha continuato Valls – non ama l’Europa, ma non ama nemmeno la Francia”. Mentre il capo della delegazione socialista al Parlamento europeo, Marc Tarabella, ha avvertito che l’assemblea di Strasburgo e’ pronta a revocare l’immunita’ parlamentare allo storico leader dell’estrema destra francese se verra’ presentata una denuncia nei suoi confronti.
Il capo storico del Front National ha cercato di difendersi in un secondo tempo, dicendo che le sue dichiarazioni sono una semplice “osservazione” demografica. “Non capisco come si possa polemizzare su un tale argomento – ha detto da Valence – Io sono un grande avversario di tutti cio’ che colpisce l’integrita’ delle popolazioni, ma non possiamo farci nulla. Io non sono responsabile di questi fenomeni, cerco solo di vedere quali sono gli equilibri di cui domani dovremo tenere conto”. Ebola, ha continuato, e’ una “malattia terribile. Come le guerre nucleari o interne, e’ in grado di modificare questa evoluzione demografica che e’ catastrofica”.
Per la maggioranza dei sondaggisti, nel voto di domenica, il Fn si affermera’ per la prima volta come primo partito di Francia. I palazzi del potere tremano anche in Francia

Sardegna: come garantire l’assistenza creando anche lavoro. Altra vittoria dei malati sla Fonte: superando.it

«Con questi provvedimenti – dichiara l’Assessore all’Assistenza Sociale della Regione Sardegna – vogliamo riportare serenità e certezza nell’assistenza e nel diritto alla cura per persone e famiglie che vivono in condizioni di estrema difficoltà». E gli atti prodotti in questi giorni dalla Giunta Regionale, dopo una dura battaglia condotta dal Comitato 16 Novembre (Associazione Malati SLA e Malattie Altamente Invalidanti), sembrano dimostrarloSoddisfazione viene espressa in una nota da Salvatore Usala, segretario del Comitato 16 Novembre (Associazione Malati SLA e Malattie Altamente Invalidanti), per gli sviluppi di una battaglia iniziata ormai molti mesi fa, da parte del Comitato stesso, nei confronti di alcuni provvedimenti adottati dalla Regione Sardegna in àmbito di assistenza alle persone con disabilità e in particolare sulla destinazione delle risorse provenienti dal Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza.
La Giunta Regionale, infatti, emendando quanto deciso dal precedente Governo sardo, ha approvato il 20 maggio la Delibera 18/21, «per assicurare – come si legge in un comunicato del presidente della Regione Francesco Pigliaru e dell’assessore all’Assistenza Sociale Luigi Arru – un finanziamento che garantisca i diritti delle persone in ventilazione meccanica assistita. Con un ulteriore prossimo provvedimento, daremo finalmente una risposta a tutte le persone in situazione di disabilità gravissima».
«Sono due provvedimenti – aggiunge Arru – che riportano al corretto utilizzo le risorse del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza – e che soprattutto vogliamo riportino serenità e certezza nell’assistenza e nel diritto alla cura per persone e famiglie che vivono in condizioni di estrema difficoltà».

In sostanza, come sintetizza Usala, «la Delibera 18/21 permetterà ai malati in ventilazione meccanica assistita per 24 ore o in coma di avere un contributo per gli assistenti di cura (caregiver) di 13.000 euro. E stiamo parlando di circa 170 persone, ciò che significa altrettanti posti di lavoro, un sollievo per la crisi devastante sarda. La prossima Delibera, invece, che dovrebbe essere approvata il 27 maggio, darà 1.000 euro di contributo aggiuntivo a 3.200 malati gravi, con altri 250 nuovi posti di lavoro».
«Abbiamo del resto tanti progetti – conclude Usala – per proporre almeno 1.000 posti di lavoro, generando 15 milioni di risparmi, e siamo del tutto disponibili a parlarne con le Istituzioni». (S.B.)