Tina Montinaro: “La politica siciliana si astenga dalle celebrazioni della strage di Capaci” da: lincksicilia

Tina Montinaro: “La politica siciliana si astenga dalle celebrazioni della strage di Capaci”

 

 21 mag 2014   Scritto da Redazione

 


PESANTISSIMO ATTO DI ACCUSA DELLA MOGLIE DI UNO DEGLI AGENTI MORTI INSIEME CON GIOVANNI FALCONE E FRANCESCA MORVILLO. “PARCO DELLA MEMORIA”: IL RACCONTO DI UN’INCREDIBILE PRESA IN GIRO DA PARTE DI PRESIDENTI E DEPUTATI. L’ATTACCO A RAFFAELE LOMBARDO E ROSARIO CROCETTA

“Anche quest’anno le istituzioni regionali e la classe politica siciliana si sono contraddistinte per il manifesto disinteresse verso la memoria di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, i tre poliziotti, morti il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29, insieme al giudice Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo. Ci auguriamo che, per conservare un briciolo di coerenza e onestà intellettuale, non sfoggino la solita retorica del ricordo, buona solo a far passerella sul palcoscenico raffaele lombardodell’antimafia parolaia”.

Lo dichiara Tina Montinaro, presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici e moglie di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone.

“Dal 2012 – continua Tina Montinaro – si attende che partano i lavori per la realizzazione del Parco della Memoria Quarto Savona 15, quello spazio che doveva nascere sul tratto della A29 che collega Capaci a Palermo dove è avvenuto l’attentato e in cui avrebbe potuto trovare una degna collocazione il relitto dell’auto su cui viaggiavano mio marito Antonio, Vito e Rocco”.

“Avevamo avuto l’assicurazione dall’allora Governatore, Raffaele Lombardo – aggiunge – che ci sarebbero stati i finanziamenti, ma oggi non si trova né la delibera promessa, né i finanziamenti, ai quali avrebbe partecipato rosario-crocetta-teranche l’Anas. Ho chiesto più volte all’attuale presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, di incontrarmi per fare chiarezza, ma è stato tutto inutile, come vane sono state le rassicurazioni di molti politici, pronti, solo a parole, a farsi promotori dell’avvio dei lavori”.

“Che dicano chiaramente: ‘Non ce ne frega un accidente della memoria di quel giorno, di rendere onore al sacrificio di cinque persone morte mentre servivano lo Stato’ – aggiunge Tina Montinaro -. Sarebbe quantomeno un atto di coraggio”.

Anche quest’anno l’auto, che di solito è alloggiata nell’autoparco della Polizia di Messina, sarà fuori dalla Sicilia in occasione della ricorrenza del 23 maggio.

“Nel 2013 l’auto è stata ospitata a Mozzecane, in provincia di Verona – pecisa Tina Montinaro – e quest’anno alla scuola di Polizia di Peschiera del Garda, che ha organizzato una giornata della memoria. Evidentemente in altre parti d’Italia ci sono un’attenzione e una sensibilità ormai ignote alle istituzioni e alla politica siciliane, troppo impegnate a rubarsi la scena dell’antimafia da parata”.

G8 di Genova, confermata la condanna per falso per un dirigente del reparto mobile Autore: redazione da. controlacrisi.org

La terza sezione della Corte di appello di Genova ha confermato la condanna a 2 anni con la condizionale per Luca Cinti, vicequestore di polizia e dirigente del Reparto mobile di Bologna nei giorni del G8 del 2001. Cinti fu mputato di aver detto il falso nel processo a quattro poliziotti, accusati di aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli durante il G8 di Genova nel luglio 2001.
Il 20 luglio, poco dopo le 15, il reparto mobile di Bologna, comandato da Cinti, caricò i manifestanti pacifici riuniti in piazza Manin e arrestò due ragazzi spagnoli accusandoli di resistenza. Gli agenti sostennero che i due fossero armati di spranga e molotov, ma un video scagionò i due manifestanti. I quattro poliziotti responsabili dell’arresto (Antonio Cecere, Luciano Berretti, Marco Neri e Simone Volpini), invece, sono stati condannati in via definitiva a 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per “falso e calunnia” e sono attualmente sospesi dal servizio. Nell’ambito del processo di primo grado contro i quattro, Cinti (che era il loro superiore) testimoniò in aula di aver visto il momento dell’arresto aggiungendo che uno dei due arrestati aveva in mano una spranga. Di fronte alla visione del filmato, che mostrava invece i due spagnoli assolutamente disarmati e inermi di fronte all’arresto, Cinti disse anche che non era certo che si trattasse proprio dei due spagnoli arrestati.
La tesi sostenuta da Cinti è stata da quel momento che gli spagnoli siano stati arrestati per sbaglio, mentre i veri responsabili dei disordini sarebbero stati rilasciati per errore dalla Questura.

Abu Dhabi, l’opulenza costruita sullo sfruttamento con la complicità degli americani | Autore: fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Trattati come schiavi e pagati 272 dollari al mese. Continuano le polemiche contro la nuova sede della New York University (Nyu) di Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, che per la costruzione dei suoi edifici fa ricorso a manodopera a basso costo e ingaggiata incondizioni di schiavitù. I lavoratori hanno deciso di scioperare e decine di loro sono stati portati in carcere, dove alcuni sono stati sottoposti a interrogatori violenti. Il New York Times parla di operai schiaffeggiati, presi a calci per farli confessare di aver preso parte allo sciopero.Nel 2009 la Nyu aveva messo nero su bianco il suo impegno a rispettare i diritti dei lavoratori, ma a detta degli operai, le aziende appaltatrici non hanno mantenuto le promesse. Nella maggior parte dei casi, i migranti impiegati nella costruzione della sede dell’università americana devono lavorare 11 o 12 ore al giorno, sei o sette giorni alla settimana, solo per riuscire a raggiungere quanto originariamente pattuito: una paga base di 408 dollari. Oltre a questo sono costretti a dormire in 15 nella stessa stanza, nonostante il regolamento dell’Università prevedesse un massimo di quattro posti letto. Opulenza e modernità, da una parte, violenze e sfruttamento, dall’altra. Nella città dei grattacieli ultramoderni, degli alberghi a cinque stelle, del lusso e del progresso, alcune tipologie di impiego rasentano la schiavitù. La capitale degli Emirati Arabi Uniti, terza economia del Medio Oriente grazie alle sue riserve di petrolio e di gas naturale, sarebbe un modello virtuoso per l’intera regione. Tuttavia – come denuncia Human Rights Watch – all’interno di questo Paese le condizioni cui sono sottoposti molti lavoratori, principalmente provenienti dal Sudest asiatico, non sono considerate accettabili.

Parlano gli ispettori del lavoro: “Le imprese ci aggrediscono e Poletti ci lascia da soli” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Gli impren­di­tori li insul­tano, li pren­dono a pugni, li minac­ciano. Dopo un’ispezione è capi­tato di tro­vare l’automobile rigata o dan­neg­giata. Fare l’ispettore del lavoro, nell’Italia esa­spe­rata dalla crisi, è diven­tato un vero inferno. Da due set­ti­mane la cate­go­ria è in sub­bu­glio, già due volte gli ispet­tori si sono recati sotto il mini­stero del Lavoro, in via Veneto a Roma, per par­lare con il mini­stro Giu­liano Poletti: prima l’8 mag­gio, e ancora ieri. Ma il mini­stro li snobba: è sem­pre fuori per ser­vi­zio, e finora non ha voluto spen­dere una parola.Le aggres­sioni si sono mol­ti­pli­cate negli ultimi 2 mesi, dopo un fatto che ha avuto grande risalto media­tico: il caso del panet­tiere napo­le­tano che dopo un’ispezione e una multa si è tolto la vita. Un dramma per­so­nale, certo. Su cui però si è sca­te­nata una guerra: la poli­tica, in par­ti­co­lare l’M5S, ha comin­ciato a ber­sa­gliare l’ispettorato, para­go­nan­dolo sostan­zial­mente a Equitalia.

Gli ispet­tori sono stati accu­sati di per­se­gui­tare i “pesci pic­coli” e di non entrare invece nelle grandi aziende. Va detto che il panet­tiere aveva ben tre lavo­ra­tori irre­go­lari: sua moglie, un cas­sin­te­grato che è fug­gito e una ragazza retri­buita 10 euro al giorno per 9 ore di lavoro. «Cosa si doveva fare? – si chie­dono gli ispet­tori – Noi tra l’altro siamo anche uffi­ciali di poli­zia giu­di­zia­ria: siamo tenuti a regi­strare le vio­la­zioni e a pro­ce­dere, per legge».

Pugni e auto danneggiate

L’ultima aggres­sione all’Aquila: in un can­tiere edile, l’imprenditore ha aggre­dito gli ispet­tori, finiti al pronto soc­corso. Attac­chi simili si sono regi­strati a Siena e a Bre­scia. «A Fog­gia – rac­conta uno degli ispet­tori, iscritto alla Fp Cgil – ci sono stati due casi. Il primo di una ispet­trice che è stata rin­chiusa con un col­lega den­tro un bar: il pro­prie­ta­rio ha detto che li avrebbe fatti uscire solo quando aves­sero strac­ciato il ver­bale. Ovvia­mente è finito sotto pro­cesso. In un altro caso, dopo due ispe­zioni, una dell’Inps e l’altra dell’Inail, alla terza, quella del mini­stero del Lavoro, un piz­za­iolo ha perso la pazienza e ha preso a pugni in fac­cia due nostri colleghi».

Un ispet­tore ligure rac­conta che dopo la visita a un can­tiere, ha par­cheg­giato l’auto poco lon­tano, per con­trol­lare un’altra costru­zione: «Devono avermi seguito, per­ché al mio ritorno ho tro­vato la mac­china rigata su tutte le fian­cate e sul tetto. Ho speso 4700 euro per farla ripa­rare, mai rim­bor­sati dal ministero».

E sì, per­ché le vet­ture mica sono for­nite dal mini­stero: gli ispet­tori devono girare con la pro­pria auto­mo­bile, espo­nen­dola a tutti i rischi del caso. La manu­ten­zione è a carico loro, come i par­cheggi o le even­tuali multe, nel caso che un’ispezione si pro­lun­ghi più del pre­vi­sto. La ben­zina viene rim­bor­sata solo per un quinto degli importi. L’assicurazione il mini­stero la garan­ti­sce solo per gli inci­denti, e non per gli atti di van­da­li­smo. E non basta, i disagi lavo­ra­tivi non fini­scono qua.

«Siamo uffi­ciali di poli­zia giu­di­zia­ria, ma non abbiamo l’indennità per que­sta fun­zione – lamenta un’ispettrice veneta – Le mis­sioni ci ven­gono pagate solo 86 cen­te­simi l’ora in più rispetto allo sti­pen­dio, che scen­dono a 26 l’ora quando supe­riamo le 6 ore di lavoro».

Ma trat­ta­menti eco­no­mici a parte – e que­sti ispet­tori sono retri­buiti come un mini­ste­riale medio, intorno ai 1500–1600 euro al mese – la pole­mica con Poletti è innan­zi­tutto per «una man­canza di rispetto»: «Siamo stati attac­cati, demo­niz­zati, quando il nostro dovere è solo appli­care le leggi: e se non lo faces­simo, se anche mai pen­sas­simo di chiu­dere un occhio, rischie­remmo la galera. E il mini­stro cosa fa? Non ha detto una parola per difenderci».

Ammor­bi­dire le sanzioni?

La rispo­sta ovvia­mente non può essere quella di inter­rom­pere le ispe­zioni o, peg­gio ancora, di chiu­dere un occhio davanti a vio­la­zioni di legge spesso molto pesanti: anche per­ché il lavoro nero è solo la punta dell’ice­berg del som­merso che que­sti fun­zio­nari dello Stato por­tano alla luce. «Il peg­gio sta spesso nel gri­gio – dice un ispet­tore veneto – Sta negli appalti irre­go­lari, nei coco­prò che sono invece dipen­denti. Nei part time che fanno 8–10 ore al giorno. Mi è capi­tato il caso di una donna regi­strata per 10 ore set­ti­ma­nali, ma ne faceva in realtà 64».

Una delle solu­zioni, anche per sve­le­nire il clima, secondo gli ispet­tori sta­rebbe nell’ammorbidimento delle san­zioni, che il governo Letta, con il “Desti­na­zione Ita­lia”, ha molto appe­san­tito. Non solo rive­dere le multe, ma soprat­tutto con­ce­dere più tempo per dila­zio­nare i paga­menti, senza magari sospen­dere imme­dia­ta­mente l’attività. «Il bello è che pro­prio con i Cin­que­stelle abbiamo pre­sen­tato due ordini del giorno, uno alla Camera e un altro al Senato, per rive­dere le san­zioni. Ma poi ci hanno attac­cato – spiega uno degli ispet­tori – Ales­san­dro Di Bat­ti­sta ha rispo­sto in una mail “non rom­pete i coglioni” a uno dei nostri che dopo il caso di Napoli chie­deva di inter­lo­quire con loro».

Un’Agenzia unica per il Lavoro

Uno dei punti qua­li­fi­canti della piat­ta­forma che gli ispet­tori hanno pre­sen­tato ieri al mini­stero (in un incon­tro con il segre­ta­rio e il diret­tore gene­rale del loro ser­vi­zio, ma vor­reb­bero par­larne a Poletti) riguarda la crea­zione di un’Agenzia unica per i ser­vizi ispet­tivi. Uni­fi­cando le figure, le fun­zioni, le ban­che dati di mini­stero, Inps, Inail, Asl, Agen­zia delle Entrate, Guar­dia di Finanza e decine di altri enti che fanno ispe­zioni. Il tutto per rag­giun­gere tre obiet­tivi: 1) ren­dere più effi­cace il ser­vi­zio; 2) rispar­miare soldi pub­blici (la Cgil parla di almeno 3,5 miliardi in 10 anni); 3) ren­dere meno pesante l’impatto per le imprese, che si vedono arri­vare con­ti­nue ispe­zioni, di sog­getti diversi, con multe dif­fe­ren­ziate e rela­tiva burocrazia.

Tra l’altro, sarebbe utile infor­mare i lavo­ra­tori: molti non sanno che pos­sono recarsi a denun­ciare allo spor­tello degli ispet­tori, e che gra­tui­ta­mente – senza doversi rivol­gere agli avvo­cati – que­sti pos­sono risol­vere le con­tro­ver­sie con le imprese, recu­pe­rando anche i soldi dovuti.

Ancora, vanno tro­vate risorse: gli ispet­tori anti­ci­pano le spese, ven­gono rim­bor­sati solo dopo 7 mesi, e spesso hanno pen­denze di oltre 2 mila euro. Va fer­mata la scure della spen­ding review, che sta per tagliare molte sedi nei ter­ri­tori per cen­tra­liz­zare tutto a Roma (il che vuol dire meno ispe­zioni dif­fuse). Giu­seppe Palumbo, coor­di­na­tore nazio­nale della Fp Cgil, spiega che «in Ita­lia ci sono circa 3.500 addetti alle fun­zioni ispet­tive, ma solo sulla carta: per­ché per effetto del blocco del turn over, molti ispet­tori devono restare fermi die­tro a una scrivania».

Per Fran­ce­sco Pic­coli, segre­ta­rio del sin­da­cato auto­nomo Flp, «il mini­stro deve difen­dere la nostra figura, pos­si­bil­mente rea­liz­zando anche una Pub­bli­cità pro­gresso per spie­gare i nostri com­piti. Deve coprire i rischi con una assi­cu­ra­zione, e soprat­tutto deve cam­biare le norme: le multe sono troppo alte, va lasciato fiato alle imprese per poter pagare rateiz­zando le san­zioni, senza per forza sospen­dere le attività».

Expo, l’occasione (persa) di Pisapia Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Viale

Come per De Magi­stris, Zedda e Doria anche il sin­daco Pisa­pia era stato eletto sull’onda di una mobi­li­ta­zione straor­di­na­ria per par­te­ci­pa­zione, entu­sia­smo, crea­ti­vità. Pisa­pia doveva porre fine alle male­fatte di Leti­zia Moratti. E tra quelle tante male­fatte la peg­giore è senz’altro l’Expò: un “Grade evento” fatto di “Grandi Opere” che non hanno alcuna giu­sti­fi­ca­zione se non distri­buire com­messe, incas­sare tan­genti e tenere in piedi un comi­tato di affari impre­gnato di cor­ru­zione e di mafia che aveva già deva­stato la città per anni. Si badi bene: le tan­genti sono una con­se­guenza e non la causa.

Se ci fos­sero solo le tan­genti, il ter­ri­to­rio non ne rice­ve­rebbe danni irre­pa­ra­bili. Il vero danno sono le Grandi opere, la deva­sta­zione del ter­ri­to­rio e delle rela­zioni sociali; e il modello di busi­ness di cui sono frutto, fon­dato sull’indifferenza per le esi­genze delle comu­nità locali, sullo stra­po­tere di ban­che e finanza, sul subap­palto del subap­palto, che apre le porte alle mafie, sul pre­ca­riato (e ora anche sul lavoro gra­tuito) che hanno fatto dell’Expò il labo­ra­to­rio dell’Italia di Renzi; e, ovvia­mente, anche sulla corruzione.

Avendo ere­di­tato l’Expò dalla Moratti, Pisa­pia si era impe­gnato a ren­derla comun­que meno pesante pos­si­bile. Ma ha tra­dito quel man­dato. Non è in discus­sione la sua one­stà, né la sua buona fede; lo sono le sue scelte. Appena inse­diato è stato tra­sci­nato a Parigi da For­mi­goni per sot­to­scri­vere gli impe­gni con l’Ufficio Inter­na­zio­nale dell’Expò. Da allora l’Expò ha preso il posto dei pro­getti pre­sen­tati in cam­pa­gna elet­to­rale, alcuni dei quali san­citi dalla vit­to­ria di sei refe­ren­dum cit­ta­dini (senza seguito). E con l’Expò ha comin­ciato a dis­sol­versi quell’ondata di entu­sia­smo e di spe­ranze che aveva por­tato Pisa­pia in Comune.

Oggi in città la par­te­ci­pa­zione, che era stata la grande pro­messa di quella cam­pa­gna elet­to­rale, è a zero. E le forze che si erano impe­gnate per soste­nerlo – e soprat­tutto i gio­vani, e tra i gio­vani i cen­tri sociali — sem­brano ormai orien­tate a non votare nem­meno più: per nes­suno. E’ que­sto l’effetto peg­giore di quel tradimento.Poteva andare diver­sa­mente? Cer­ta­mente sì. Ma solo con un taglio netto nei con­fronti della cul­tura domi­nante: il pen­siero unico; il refrain del “non c’è alter­na­tiva”.
L’osservanza dei vin­coli di bilan­cio e del Patto di sta­bi­lità che stran­gola i Comuni per costrin­gerli a sven­dere suolo, beni comuni e ser­vizi pub­blici locali; e a repri­mere la par­te­ci­pa­zione della cit­ta­di­nanza. E tut­ta­via la Giunta non si è sen­tita le mani legate quando si è trat­tato di stan­ziare 480 milioni (ma forse molto di più, per­ché molte opere gra­vano su altre voci del bilan­cio) per fare l’Expò.

«Sarà un rilan­cio per l’economia per tutto il paese», ci hanno detto uno dopo l’altro Prodi, Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Ma c’è qual­cuno che vera­mente ci crede? Gli ultimi Expò, con l’eccezione di Sivi­glia, sono stati un bagno di san­gue per le città e i paesi che li hanno ospi­tati. «Sarà il rilan­cio dell’immagine dell’Italia nel mondo» ripe­tono. Sì, ma dell’Italia come il paese più cor­rotto dell’Ocse, e forse del mondo.
Lo si poteva capire dall’inizio. Due anni per nego­ziare l’organigramma senza nem­meno sapere che cosa fare vera­mente dell’Expò fanno capire a tutti qual era la posta in gioco. Adesso ci vogliono far cre­dere che i mana­ger al ver­tice dell’Expò erano ignari di tutto. Se dav­vero lo fos­sero, sono stu­pidi e incom­pe­tenti, e certo non meri­tano le cen­ti­naia di migliaia di euro del loro sti­pen­dio. Se non lo erano, com’è ovvio, non lo era nean­che chi li ha messi lì.

Eppure Pisa­pia le alter­na­tive le aveva: quando si è inse­diato, basta­vano 20 milioni di euro di penale (una “baz­ze­cola” rispetto a quelli che ci costerà l’Expò) per sfi­larsi dal pro­getto. Le ragioni per farlo non man­ca­vano: nell’epoca di inter­net una espo­si­zione uni­ver­sale è un’idea stu­pida; e da tempo le Expò sono bagni di san­gue: si aspet­tano milioni di turi­sti stra­ric­chi dall’estero e poi biso­gna fare appello alle visite scon­tate dei con­na­zio­nali per risol­le­vare un po’ i bilanci; d’altronde, “nutrire il pia­neta” con una colata di cemento non è un’idea geniale o innovativa.

La seconda opzione era l’Expò dif­fuso (sul modello del “fuori salone” abbi­nato da anni alla fiera del mobile, che ha sem­pre molto suc­cesso). A Pisa­pia quel pro­getto glielo aveva messo in mano un gruppo di archi­tetti, desi­gner e urba­ni­sti che ci lavo­rava da tempo (c’è anche una pub­bli­ca­zione in pro­po­sito); sarebbe costato molto meno, non avrebbe com­por­tato penali, e i soldi spesi sareb­bero ser­viti per ren­dere più bella la città; ma più dif­fi­cili e meno remu­ne­ra­tive spe­cu­la­zione e corruzione.

La terza opzione era seguire i sug­ge­ri­menti di Petrini: nutrire Milano per inse­gnare a nutrire il pia­neta. Cioè pro­muo­vere la tra­sfor­ma­zione del parco agri­colo Sud Milano, il più grande d’Europa, in un giar­dino col­ti­vato a frutta e ortaggi, per ali­men­tare le mense gestite dal Comune (80.000 pasti al giorno); per pro­muo­vere una rete di Gas (gruppi di acqui­sto soli­dale, tra­sfe­rendo a costo zero il know-how di chi un Gas lo sa fare, per­ché lo ha già fatto, a chi vor­rebbe farlo e non sa da dove comin­ciare; magari con un piz­zico di pro­mo­zione); per inse­gnare a tutti a magiare meglio e a chi lavora la terra a tra­sfor­marla in vera ric­chezza; e poi, por­tare i visi­ta­tori a vedere quel mira­colo.
Invece si è scelto il cemento: per rea­liz­zare la cosid­detta “pia­stra” (un nome, un pro­gramma), cioè la sede espo­si­tiva dell’Expo, che all’inizio doveva essere un grande orto; loca­liz­zan­dola per di più, unico caso per tutte le Expò, su ter­reni pri­vati da com­prare a caro prezzo, per poi costruirci sopra tanti stand di cemento che dovranno poi essere demo­liti. E si è scelto l’asfalto; per­ché per far arri­vare i visi­ta­tori stra­nieri si è dato il via alla costru­zione di tre auto­strade periur­bane, come se i milioni di visi­ta­tori cinesi, sta­tu­ni­tensi e austra­liani attesi arri­vas­sero in auto­mo­bile da Bre­scia, Lodi o Varese. Natu­ral­mente tutto in  pro­ject finan­cing ; ma in attesa dei soldi di pri­vati e ban­che che non arri­ve­ranno mai, si è comun­que prov­ve­duto a scas­sare il ter­ri­to­rio in vari punti lungo le tra­iet­to­rie di que­ste auto­strade per met­tere tutti di fronte al fatto com­piuto: in qual­che modo quei soldi dovranno sal­tare fuori, per­ché intanto il danno è fatto.

Dul­cis in fundo, il pro­getto ini­ziale pre­ve­deva un canale navi­ga­bile per farvi arri­vare in barca i visi­ta­tori — le “vie d’acqua” — paral­lelo a un navi­glio leo­nar­de­sco, come segno di sfida tra “moderni” e “anti­chi”. Nel corso del tempo quel pro­getto si è tra­sfor­mato in una fogna in cemento di due metri di lar­ghezza, per far defluire le acque della fon­tana che ornerà la “pia­stra”. Poi si è deciso di inter­rarne una buona parte per far fronte alle pro­te­ste degli abi­tanti di alcuni quar­tieri. Ma il costo è rima­sto immu­tato (80 milioni) e l’appaltatore pure (Mal­tauro, quello delle maz­zette); anche se il pro­getto non sarà comun­que pronto per l’Expo.
Poi c’è il “dopo”. Che fare di tutto quel cemento? Pro­blema risolto: For­mi­goni e Maroni vole­vano farci le Olim­piadi. Ma Roma ha detto no. Pisa­pia ha ripie­gato su uno sta­dio. Non che a Milano uno sta­dio, man­chi. C’è; si chiama San Siro. Ma gra­zie a una legge appro­vata dal governo Monti oggi fare uno sta­dio vuol dire poter costruire alber­ghi, case, cen­tri com­mer­ciali, par­cheggi, disco­te­che e cinema mul­ti­sala: cioè altro cemento. Finan­ziato dalle stesse ban­che che, per con­ce­dere i nuovi pre­stiti, pren­de­ranno in garan­zia, come fanno da tempo, i grat­ta­cieli vuoti già edi­fi­cati con i pre­stiti pre­ce­denti, che quei costrut­tori, quasi tutti in ban­ca­rotta, non sono in grado di rimborsare.

Il pro­blema vero che tutti i cit­ta­dini di Milano e d’Italia si pon­gono è invece que­sto: quante altre cose mera­vi­gliose si sareb­bero potute fare con i miliardi dell’Expò? Ma è una domanda che a Pisa­pia non ha fatto nessuno.

Europee in Sardegna, quel pasticcio del Pd, e di Soru, sul collegio unico Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

«La corsa siciliana del sardo Soru» è lo strillo in prima dell’articolo di Gian Antonio Stella di pagina 6 del ‘Corriere della Sera’ di oggi.
Titolo a tutta pagina «La campagna in salita del sardo Soru: trovare in Sicilia i voti indispensabili».
La campagna elettorale dell’ex governatore della Regione Sardegna Renato Soru, dunque, è il focus centrale del giornalista del ‘Corriere della Sera’ che ha messo in luce le ‘isole sorelle’ accomunate dalle stesse liste per le elezioni europee di domenica prossima e, ancora, che hanno gli stessi candidati.
Ovvero: Sicilia e Sardegna formano un collegio unico, cioè, la circoscrizione isole. Il sottotitolo dell’articolo di Gian Antonio Stella è, dunque, emblematico «Missione (quasi) impossibile nella circoscrizione delle isole. Previste tre preferenze e la regione di crocetta ha il triplo degli elettori».
Si legge nell’articolo: «quella di Renato Soru, infatti, appare sulla carta con una missione impossibile. O quasi. Certo, agli aragonesi riuscì per qualche tempo di tenere insieme le grandi isole del mediterraneo. Da allora, però, è passato moltissimo tempo. E molto ne è passato da quando un sardo è andato a Bruxelles con le sue gambe, eletto dai sardi. Si chiamava Mario Melis. Ma fu eletto con il vecchio sistema elettorale. Quello nuovo, che prevede tre preferenze, sospirano tutti da Cagliari a Sassari, è come scalare l’Everest con i sandali: la Sicilia ha il triplo degli abitanti e il triplo degli elettori».
E’ incontrovertibile il fatto che la popolazione siciliana soverchi numericamente quella sarda, ma la questione è che, seppur edulcorato dall’articolo di Stella, Soru rappresenta il partito stesso che ha votato contro la proposta di costituzione del collegio unico sardo per le elezioni europee.
Si levano delle voci dall’isola, specialmente da parte indipendentista e secondo Bustianu Cumpostu, segretario nazionale di Sardigna Natzione, il fatto è che Soru: «si mosso come si muoverà successivamente il Partito Democratico: sta andando in Europa fare il rappresentante del Pd. Non del popolo sardo, né di quello siciliano: sta andando a rappresentare il partito democratico. Egli ha applicato la sua candidatura al collegio misto Sardegna-Sicilia con la filosofia stessa con la quale il suo partito ha rifiutato l’affermazione del collegio per la Sardegna. Quindi, del riconoscimento dei popoli da parte del Pd. Da anomalia, quale Soru era precedentemente, si è adeguato perfettamente, diventando il più grande conservatore».
Cumpostu aggiunge: «E’ un voler ribadire al popolo sardo che non c’è nessuna speranza di sovranità».
Gavino Sale, invece, leader di iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, commenta: «Chiaramente abbiamo ben cosciente il fatto che questa legge elettorale non ci consente, per una questione numerica, di eleggere nessun rappresentante. Il fatto che solo creder sparire la vittoria è legittimo, il fatto che il partito democratico livello nazionale non si sia espresso a favore del collegio unico, è una contraddizione che sta tutta all’interno di quella formazione politica. Certo è che la campagna elettorale europea suona come una sfida impossibile. Le colpe, tuttavia,non sono certo dell’indipendentismo, ma di chi ha governato fin ora e abbiamo, semmai, fatto di tutto per cercare di creare una coscienza civica attorno a questo problema».
Le colpe, certamente, non sono ravvedibili da parte indipendentista ma è manifesto che le parole della firma del Corriere della Sera suonano come un’ulteriore beffa da parte dell’Italia alla Sardegna.
Dopo i soldi non stanziati per le alluvioni che avevano colpito l’isola, dopo il voto contrario alla proposta di creazione del collegio sardo per le elezioni europee, l’espressione conclusiva dell’articolo: «tanto che alla fine potrebbe spuntarla davvero, nel gioco di veti e di ripicche, l’uomo venuto dall’isola del mirto..» suona ridondantemente beffarda nei confronti della popolazione di un’isola che si sente sempre meno italiana e sempre più sarda.