Il congresso che doveva essere unitario: il sogno infranto della Cgil da. sinistra anticapitalista

di Andrea Martini

Camusso XVIILa direzione della Cgil, come è noto (e come avevamo a più riprese commentato in questo sito), aveva immaginato che il 17° congresso, a differenza di parecchi dei precedenti, fosse un congresso “unitario”. Un congresso dunque che aggirasse i problemi di dibattito più rilevanti e si limitasse alla ridefinizione quadriennale degli innumerevoli ruoli di direzione che esistono nella elefantiaca struttura confederale, con i suoi 1.500 posti di segretario generale.

La scelta partiva dalla speranza del gruppo dirigente centrale (ma anche di buona parte di quelli periferici) di evitare ogni dibattito serio sul bilancio di questo ultimi quattro anni, un periodo costellato di sconfitte piccole, grandi e “epocali”.

La Cgil è cresciuta per decenni sull’onda delle conquiste che le lotte operaie hanno imposto ai padroni e ai loro governi. Poi a partire dagli anni 80 del secolo scorso la tendenza si è invertita. Si è cominciato a cedere, a “restituire” al padronato una parte di quelle conquiste. Ma ancora la Cgil riusciva a dimostrare a livello di massa una sua funzione parzialmente positiva, attraverso l’uso della politica del “meno peggio”, sostenendo una sua capacità di evitare appunto il peggio attraverso l’azione concertativa. Poi c’è stata la lunga fase “berlusconiana”, nella quale la Confederazione ha svolto, soprattutto nel primi anni 2000, una funzione centrale, seppure contraddittoria, nella costruzione di una larga opposizione ai governi di centrodestra.

Ma negli ultimi anni le lavoratrici e i lavoratori hanno solo conosciuto una intensa serie di sconfitte, e hanno constatato che la Cgil di fronte all’aggressione padronale non riusciva più neanche a svolgere un’azione per “limitare i danni” (e a volte non tentava nemmeno di farlo).

Così il mondo del lavoro si è trovato con un sistema pensionistico devastato, con una caduta verticale del potere d’acquisto delle retribuzioni, con una dilagante disoccupazione e sottoccupazione, con un aumento drastico dello sfruttamento, una violenta perdita di diritti e conseguentemente la crescita dell’arbitrio padronale su tutte le condizioni di lavoro.

E non solo. La Cgil ha conosciuto anche una serie di sferzanti sconfitte politiche: l’odiato Berlusconi se ne è andato, ma è caduto “da destra”, sostituito dai “tecnici” di Monti e Fornero; l’ipotesi della vittoria della proposta Bersani alle politiche del 2012 (accarezzata esplicitamente da tutto il gruppo dirigente Cgil) è stata battuta sonoramente; il malcontento per le politiche liberiste si è canalizzato verso l’astensione e il movimento di Grillo, non cogliendo più nella Cgil un soggetto utile; perfino l’ascesa a palazzo Chigi di esponenti “amici” non ha innescato nessuna inversione pur minima di tendenza nella politica economica e sociale. E oggi il nuovo presidente del consiglio manifesta apertamente un orientamento decisamente perfino più “antisidacale” di quello dello stesso Berlusconi.

Nel frattempo avanza la crisi organizzativa. Le entrate per le quote tessera diminuiscono, non tanto in forza di un calo numerico degli iscritti (peraltro reale ma tenuto segreto), ma a causa di una modifica della loro composizione: crescono i pensionati (che hanno evidentemente redditi mediamente più bassi) e diminuiscono i lavoratori attivi, e tra gli attivi le retribuzioni sono sempre più basse, contraendo pesantemente le somme canalizzate verso i sindacati; i cassintegrati, sempre più numerosi, versano somme dimezzate. Le entrate dei servizi tendono a diminuire, mentre la gigantesca struttura dei patronati e dei CAAF continua a pesare come nel passato.

Quasi tutte le strutture hanno i conti pesantemente in rosso, né si intravvede una possibile inversione di tendenza. Le banche (anche quelle “amiche”: MPS, BPM, Unipol) sono sempre meno generose, impaurite dall’insolvenza…

Con un bilancio di questo tipo e senza il coraggio di una proposta alternativa è meglio evitare ogni discussione vera. La scelta è stata dunque quella di parlare del libro dei (piccoli) sogni sintetizzati nelle 11 “azioni” del documento di maggioranza: azioni che starebbero a dimostrare che la Cgil vorrebbe un qualche (peraltro moderato) miglioramento delle condizioni del mondo del lavoro, ma che le condizioni obiettive non permettono neanche questo.

Una scelta mistificatrice di questo tipo aveva dalla sua solo il fatto che gran parte dei lavoratori ha già metabolizzato una funzione del sindacato di puro servizio individuale e non ha più nessuna speranza che esso possa tornare a svolgere un ruolo di organizzazione delle lotte collettive e di programmazione delle conquiste. Si confidava dunque in un congresso vissuto nella disattenzione dei lavoratori, chiamati solo a votare con disincanto il documento “unitario”.

Questo disegno si rendeva possibile grazie alla scelta del gruppo dirigente “landiniano” della Fiom (e dei suoi satelliti di quello che restava della minoranza del precedente congresso) di accettare questo terreno unitario. Certo Landini e i suoi, per distinguersi, hanno presentato dei timidi emendamenti alle “azioni” di Susanna Camusso, limitandosi a dare una verniciata di radicalità ai sogni moderati del documento, ma senza mettere in discussione la scelta di eludere i nodi di fondo.

Un primo fattore di rottura è stato costituito dalla presentazione del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa” da parte di sei componenti del Comitato direttivo uscente. Un documento che nella forma e nella sostanza impediva che il congresso non ci fosse. Un documento che, pur nella estrema limitatezza delle forza che questa corrente poteva mettere in campo, obbligava ad un dibattito vero.

Poi, fin dalle prime battute del dibattito tra gli iscritti, è precipitata sul congresso la “bomba” dell’accordo del 10 gennaio, che, con la durezza dei suoi contenuti e con l’esplicito orientamento verso una inaccettabile forma di sindacato, ha violentemente rotto il giocattolo del “congresso unitario”, scompaginando i disegni della maggioranza.

E’ dunque in questo clima convulso che si sono svolte le migliaia di assemblee di base durante le quali sono stati misurati i rapporti di forza nel consenso degli iscritti e delle iscritte.

La “misurazione” però ha risentito dell’orientamento che era alla base del congresso unitario. Si può dire, forse estremizzando la realtà ma non troppo, che il congresso è stato realmente fatto solo dove la minoranza di sinistra ne ha controllato l’effettiva realizzazione. Gli stessi “emendatari” si sono limitati a raccogliere consensi nelle aziende e nelle categorie in cui detengono consolidati punti di forza.

Le/i sostenitrici/tori del documento “Il sindacato è un’altra cosa” hanno a più riprese e pubblicamente denunciato le forzature, la inattendibilità, il rigongiamento dei risultati e i veri e propri brogli che hanno caratterizzato il 17° congresso. I dirigenti del documento di minoranza hanno calcolato che circa la metà dei voti a favore della maggioranza registrati nel congresso sono voti creati del tutto a tavolino (a questo proposito rinviamo ai dossier elaborati e diffusi perfino tra i delegati del congresso nazionale).

I risultati formali del congresso dunque (2,43% al documento Cremaschi, 10,5% agli emendamenti di Landini, Nicolosi, Moccia e 87,0% ai “camussiani doc”) non rispecchiavano affatto lo stato di salute della maggioranza.

Il congresso, infatti, al di là delle violente forzature burocratiche sui risultati, si è svolto con una maggioranza arroccata, sulla difensiva, forte solo della propria arroganza nell’uso del potere e del ricatto sui delegati d’azienda che temono nel momento in cui si smarcano dal legame con i funzionari di essere sempre più esposti all’azione padronale.

Il dibattito al Palacongressi di Rimini è stato dunque sostanzialmente scontato, con una relazione duramente critica nei confronti del governo Renzi, non tanto al fine di mettere a punto una mobilitazione per contrastarne le violente politiche contro i diritti dei lavoratori, ma soprattutto per censurare le pur immotivate e contraddittorie aperture di credito operate da Landini nei confronti del nuovo premier.

Tutto il resto non faceva altro che confermare e approfondire la svolta a destra già da anni in atto nella politica e nell’azione della confederazione: validità dell’accordo del 10 gennaio, strenua ricerca dell’unità con Cisl e Uil a tutti i costi, superamento della stessa concertazione in direzione di una complicità sempre più subalterna.

L’intervento del leader della Cisl, profondamente irritante per le lezioni di democrazia che ha preteso di impartire, è stato al contrario salutato da scroscianti applausi, come a sottolineare che quella di Bonanni è la vera linea vincente per gran parte dei dirigenti della Cgil.

I tentativi goffi e contraddittori messi in atto tre anni fa da Camusso e compagnia per convincere la Fiom a sottoscrivere con una firma “tecnica” il piano Marchionne di Pomigliano oggi sono diventati la linea. Susanna Camusso nelle sue conclusioni ha solennemente dichiarato: “La Cgil non svilupperà mai azioni di contrasto contro accordi sottoscritti con il consenso della maggioranza dei lavoratori”.

Perfino sul piano etico il XVII congresso rappresenta un arretramento della Cgil e della sua immagine. Basti pensare alla negazione della parola ai familiari delle 32 vittime della strage di Viareggio e al parallelo dibattito con Mauro Moretti,

Ma, al di là dell’arroganza e della ulteriore involuzione “complice” della Cgil, le sconfitte e la crescente irrilevanza del sindacato non potevano non pesare sugli esiti definitivi del congresso.

La maggioranza appare sempre più decomposta, con il definitivo sfarinamento della ex sinistra sindacale di Lavoro Società e la perdita progressiva di consenso di tutte le sue “sottocomponenti”.

Le votazioni finali hanno messo in luce la crisi della leadership di Susanna Camusso e del suo gruppo dirigente. A fronte di una composizione della platea dei delegati così definità: 820 “camussiani” (86%), 110 “landiniani” (11,5%) e 23 “cremaschiani” (2,4%), nella votazione per le liste per il direttivo nazionale la maggioranza ha perso il consenso di 73 delegati, gli emendatari hanno raccolto 45 delegati in più e “Il sindacato è un’altra cosa” 3 in più, andando a comporre un “parlamentino” composto da 122 (80,8%), 25 (16,6%) e 4 (2,6%) membri.

Ancora più deludente per Susanna Camusso la successiva votazione del direttivo nazionale per la sua rielezione a segretario generale, quando ben 9 dei suoi hanno votato contro o si sono astenuti, oltre agli 8 che hanno preferito partire prima di votare…

La fragilità della Camusso si è perfino evidenziata di fronte alle due minoranze nel dover cedere alcune postazioni al momento della composizione degli organismi di garanzia.

Le difficoltà della direzione Camusso evidentemente affondano le radici nelle sconfitte subite nel corso dei quattro anni precedenti, sia sul piano delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, sia sul piano politico. Ma certamente non produrranno di per se stesse una dinamica di ripensamento virtuoso nelle file della burocrazia della Cgil.

Resta, come abbiamo a più riprese sottolineato, il piccolo ma decisivo patrimonio di militanza e di radicalità politica espresso nei 41.000 voti raccolti dalla mozione de “Il sindacato è un’altra cosa”.

Quanto alla Fiom e agli altri “emendatari” occorrerà seguire attentamente l’evoluzione della loro riflessione e del loro orientamento, per capire se l’irrigidimento radicale espresso nelle ultime fasi del congresso produrrà una più solida prospettiva di sinistra oppure se le illusioni tattiche su Renzi, la routine dell’azione sindacale e i rischi di isolamento nella burocrazia confederale produrranno nuovi disatrosi ripiegamenti…

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