Il congresso che doveva essere unitario: il sogno infranto della Cgil da. sinistra anticapitalista

di Andrea Martini

Camusso XVIILa direzione della Cgil, come è noto (e come avevamo a più riprese commentato in questo sito), aveva immaginato che il 17° congresso, a differenza di parecchi dei precedenti, fosse un congresso “unitario”. Un congresso dunque che aggirasse i problemi di dibattito più rilevanti e si limitasse alla ridefinizione quadriennale degli innumerevoli ruoli di direzione che esistono nella elefantiaca struttura confederale, con i suoi 1.500 posti di segretario generale.

La scelta partiva dalla speranza del gruppo dirigente centrale (ma anche di buona parte di quelli periferici) di evitare ogni dibattito serio sul bilancio di questo ultimi quattro anni, un periodo costellato di sconfitte piccole, grandi e “epocali”.

La Cgil è cresciuta per decenni sull’onda delle conquiste che le lotte operaie hanno imposto ai padroni e ai loro governi. Poi a partire dagli anni 80 del secolo scorso la tendenza si è invertita. Si è cominciato a cedere, a “restituire” al padronato una parte di quelle conquiste. Ma ancora la Cgil riusciva a dimostrare a livello di massa una sua funzione parzialmente positiva, attraverso l’uso della politica del “meno peggio”, sostenendo una sua capacità di evitare appunto il peggio attraverso l’azione concertativa. Poi c’è stata la lunga fase “berlusconiana”, nella quale la Confederazione ha svolto, soprattutto nel primi anni 2000, una funzione centrale, seppure contraddittoria, nella costruzione di una larga opposizione ai governi di centrodestra.

Ma negli ultimi anni le lavoratrici e i lavoratori hanno solo conosciuto una intensa serie di sconfitte, e hanno constatato che la Cgil di fronte all’aggressione padronale non riusciva più neanche a svolgere un’azione per “limitare i danni” (e a volte non tentava nemmeno di farlo).

Così il mondo del lavoro si è trovato con un sistema pensionistico devastato, con una caduta verticale del potere d’acquisto delle retribuzioni, con una dilagante disoccupazione e sottoccupazione, con un aumento drastico dello sfruttamento, una violenta perdita di diritti e conseguentemente la crescita dell’arbitrio padronale su tutte le condizioni di lavoro.

E non solo. La Cgil ha conosciuto anche una serie di sferzanti sconfitte politiche: l’odiato Berlusconi se ne è andato, ma è caduto “da destra”, sostituito dai “tecnici” di Monti e Fornero; l’ipotesi della vittoria della proposta Bersani alle politiche del 2012 (accarezzata esplicitamente da tutto il gruppo dirigente Cgil) è stata battuta sonoramente; il malcontento per le politiche liberiste si è canalizzato verso l’astensione e il movimento di Grillo, non cogliendo più nella Cgil un soggetto utile; perfino l’ascesa a palazzo Chigi di esponenti “amici” non ha innescato nessuna inversione pur minima di tendenza nella politica economica e sociale. E oggi il nuovo presidente del consiglio manifesta apertamente un orientamento decisamente perfino più “antisidacale” di quello dello stesso Berlusconi.

Nel frattempo avanza la crisi organizzativa. Le entrate per le quote tessera diminuiscono, non tanto in forza di un calo numerico degli iscritti (peraltro reale ma tenuto segreto), ma a causa di una modifica della loro composizione: crescono i pensionati (che hanno evidentemente redditi mediamente più bassi) e diminuiscono i lavoratori attivi, e tra gli attivi le retribuzioni sono sempre più basse, contraendo pesantemente le somme canalizzate verso i sindacati; i cassintegrati, sempre più numerosi, versano somme dimezzate. Le entrate dei servizi tendono a diminuire, mentre la gigantesca struttura dei patronati e dei CAAF continua a pesare come nel passato.

Quasi tutte le strutture hanno i conti pesantemente in rosso, né si intravvede una possibile inversione di tendenza. Le banche (anche quelle “amiche”: MPS, BPM, Unipol) sono sempre meno generose, impaurite dall’insolvenza…

Con un bilancio di questo tipo e senza il coraggio di una proposta alternativa è meglio evitare ogni discussione vera. La scelta è stata dunque quella di parlare del libro dei (piccoli) sogni sintetizzati nelle 11 “azioni” del documento di maggioranza: azioni che starebbero a dimostrare che la Cgil vorrebbe un qualche (peraltro moderato) miglioramento delle condizioni del mondo del lavoro, ma che le condizioni obiettive non permettono neanche questo.

Una scelta mistificatrice di questo tipo aveva dalla sua solo il fatto che gran parte dei lavoratori ha già metabolizzato una funzione del sindacato di puro servizio individuale e non ha più nessuna speranza che esso possa tornare a svolgere un ruolo di organizzazione delle lotte collettive e di programmazione delle conquiste. Si confidava dunque in un congresso vissuto nella disattenzione dei lavoratori, chiamati solo a votare con disincanto il documento “unitario”.

Questo disegno si rendeva possibile grazie alla scelta del gruppo dirigente “landiniano” della Fiom (e dei suoi satelliti di quello che restava della minoranza del precedente congresso) di accettare questo terreno unitario. Certo Landini e i suoi, per distinguersi, hanno presentato dei timidi emendamenti alle “azioni” di Susanna Camusso, limitandosi a dare una verniciata di radicalità ai sogni moderati del documento, ma senza mettere in discussione la scelta di eludere i nodi di fondo.

Un primo fattore di rottura è stato costituito dalla presentazione del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa” da parte di sei componenti del Comitato direttivo uscente. Un documento che nella forma e nella sostanza impediva che il congresso non ci fosse. Un documento che, pur nella estrema limitatezza delle forza che questa corrente poteva mettere in campo, obbligava ad un dibattito vero.

Poi, fin dalle prime battute del dibattito tra gli iscritti, è precipitata sul congresso la “bomba” dell’accordo del 10 gennaio, che, con la durezza dei suoi contenuti e con l’esplicito orientamento verso una inaccettabile forma di sindacato, ha violentemente rotto il giocattolo del “congresso unitario”, scompaginando i disegni della maggioranza.

E’ dunque in questo clima convulso che si sono svolte le migliaia di assemblee di base durante le quali sono stati misurati i rapporti di forza nel consenso degli iscritti e delle iscritte.

La “misurazione” però ha risentito dell’orientamento che era alla base del congresso unitario. Si può dire, forse estremizzando la realtà ma non troppo, che il congresso è stato realmente fatto solo dove la minoranza di sinistra ne ha controllato l’effettiva realizzazione. Gli stessi “emendatari” si sono limitati a raccogliere consensi nelle aziende e nelle categorie in cui detengono consolidati punti di forza.

Le/i sostenitrici/tori del documento “Il sindacato è un’altra cosa” hanno a più riprese e pubblicamente denunciato le forzature, la inattendibilità, il rigongiamento dei risultati e i veri e propri brogli che hanno caratterizzato il 17° congresso. I dirigenti del documento di minoranza hanno calcolato che circa la metà dei voti a favore della maggioranza registrati nel congresso sono voti creati del tutto a tavolino (a questo proposito rinviamo ai dossier elaborati e diffusi perfino tra i delegati del congresso nazionale).

I risultati formali del congresso dunque (2,43% al documento Cremaschi, 10,5% agli emendamenti di Landini, Nicolosi, Moccia e 87,0% ai “camussiani doc”) non rispecchiavano affatto lo stato di salute della maggioranza.

Il congresso, infatti, al di là delle violente forzature burocratiche sui risultati, si è svolto con una maggioranza arroccata, sulla difensiva, forte solo della propria arroganza nell’uso del potere e del ricatto sui delegati d’azienda che temono nel momento in cui si smarcano dal legame con i funzionari di essere sempre più esposti all’azione padronale.

Il dibattito al Palacongressi di Rimini è stato dunque sostanzialmente scontato, con una relazione duramente critica nei confronti del governo Renzi, non tanto al fine di mettere a punto una mobilitazione per contrastarne le violente politiche contro i diritti dei lavoratori, ma soprattutto per censurare le pur immotivate e contraddittorie aperture di credito operate da Landini nei confronti del nuovo premier.

Tutto il resto non faceva altro che confermare e approfondire la svolta a destra già da anni in atto nella politica e nell’azione della confederazione: validità dell’accordo del 10 gennaio, strenua ricerca dell’unità con Cisl e Uil a tutti i costi, superamento della stessa concertazione in direzione di una complicità sempre più subalterna.

L’intervento del leader della Cisl, profondamente irritante per le lezioni di democrazia che ha preteso di impartire, è stato al contrario salutato da scroscianti applausi, come a sottolineare che quella di Bonanni è la vera linea vincente per gran parte dei dirigenti della Cgil.

I tentativi goffi e contraddittori messi in atto tre anni fa da Camusso e compagnia per convincere la Fiom a sottoscrivere con una firma “tecnica” il piano Marchionne di Pomigliano oggi sono diventati la linea. Susanna Camusso nelle sue conclusioni ha solennemente dichiarato: “La Cgil non svilupperà mai azioni di contrasto contro accordi sottoscritti con il consenso della maggioranza dei lavoratori”.

Perfino sul piano etico il XVII congresso rappresenta un arretramento della Cgil e della sua immagine. Basti pensare alla negazione della parola ai familiari delle 32 vittime della strage di Viareggio e al parallelo dibattito con Mauro Moretti,

Ma, al di là dell’arroganza e della ulteriore involuzione “complice” della Cgil, le sconfitte e la crescente irrilevanza del sindacato non potevano non pesare sugli esiti definitivi del congresso.

La maggioranza appare sempre più decomposta, con il definitivo sfarinamento della ex sinistra sindacale di Lavoro Società e la perdita progressiva di consenso di tutte le sue “sottocomponenti”.

Le votazioni finali hanno messo in luce la crisi della leadership di Susanna Camusso e del suo gruppo dirigente. A fronte di una composizione della platea dei delegati così definità: 820 “camussiani” (86%), 110 “landiniani” (11,5%) e 23 “cremaschiani” (2,4%), nella votazione per le liste per il direttivo nazionale la maggioranza ha perso il consenso di 73 delegati, gli emendatari hanno raccolto 45 delegati in più e “Il sindacato è un’altra cosa” 3 in più, andando a comporre un “parlamentino” composto da 122 (80,8%), 25 (16,6%) e 4 (2,6%) membri.

Ancora più deludente per Susanna Camusso la successiva votazione del direttivo nazionale per la sua rielezione a segretario generale, quando ben 9 dei suoi hanno votato contro o si sono astenuti, oltre agli 8 che hanno preferito partire prima di votare…

La fragilità della Camusso si è perfino evidenziata di fronte alle due minoranze nel dover cedere alcune postazioni al momento della composizione degli organismi di garanzia.

Le difficoltà della direzione Camusso evidentemente affondano le radici nelle sconfitte subite nel corso dei quattro anni precedenti, sia sul piano delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, sia sul piano politico. Ma certamente non produrranno di per se stesse una dinamica di ripensamento virtuoso nelle file della burocrazia della Cgil.

Resta, come abbiamo a più riprese sottolineato, il piccolo ma decisivo patrimonio di militanza e di radicalità politica espresso nei 41.000 voti raccolti dalla mozione de “Il sindacato è un’altra cosa”.

Quanto alla Fiom e agli altri “emendatari” occorrerà seguire attentamente l’evoluzione della loro riflessione e del loro orientamento, per capire se l’irrigidimento radicale espresso nelle ultime fasi del congresso produrrà una più solida prospettiva di sinistra oppure se le illusioni tattiche su Renzi, la routine dell’azione sindacale e i rischi di isolamento nella burocrazia confederale produrranno nuovi disatrosi ripiegamenti…

Comunicato Stampa. Scritte omofobe e naziste alla Chiesa Valdese: solidarietà dell’Anpi alle comunità valdese e gay.

Scritte omofobe e naziste alla Chiesa Valdese: solidarietà dell’Anpi alle comunità valdese e gay.
La società e le istituzioni tornino a stigmatizzare razzismo e intolleranza.

Ancora una volta, dopo l’episodio di pochi giorni fa al Liceo Giulio Cesare, dobbiamo assistere a episodi di intolleranza nella nostra città ad opera dell’estrema destra. Le scritte omofobe e naziste sulla Chiesa Valdese di Piazza Cavour, a pochi giorni dalla Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, sono una grave offesa non solo alle comunità gay e valdese, alle quali esprimiamo tutta la nostra vicinanza, ma anche a tutti i cittadini. La società e le istituzioni dovrebbe tornare a stigmatizzare con forza tali comportamenti. L’Anpi di Roma denuncia la preoccupante deriva etica e morale nata con la passata giunta capitolina e continuerà il proprio impegno, soprattutto nelle scuole, con iniziative culturali, della memoria e dei diritti civili.
Roma, 15 maggio 2014

ANPI Roma – via S. Francesco di Sales 5 – 00165 ROMA

La rete di “Genuino Clandestino” da venerdì arriva a Roma da: il manifesto.it

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Tre gior­nate di dibat­titi e incon­tri, mer­cato con­ta­dino e delle auto­pro­du­zioni. Ma anche ani­ma­zione, musica, infor­ma­zione e socia­lità, per ridare cen­tra­lità ai biso­gni delle per­sone.
È que­sto in estrema sin­tesi il nutrito pro­gramma dell’incontro nazio­nale che si terrà a Roma, al Forte Pre­ne­stino venerdì e sabato e a piazza San Gio­vanni la dome­nica, della rete di Genuino Clan­de­stino. Una rete appunto di comu­nità in lotta per l’autodeterminazione ali­men­tare e che difende la Terra con fatica, sudore e passione.Genuino Clan­de­stino per­se­gue que­sti fini attra­verso una pra­tica quo­ti­diana nelle cam­pa­gne, ma anche nelle città. Con “Terra Bene Comune” Genuino Clan­de­stino intende infatti opporsi a una logica capi­ta­li­stica che distrugge i ter­ri­tori per il pro­fitto di pochi e a danno delle comu­nità, costruendo pra­ti­che e ini­zia­tive di con­tro­in­for­ma­zione per affer­mare il diritto all’autodeterminazione ali­men­tare, per la difesa dei beni comuni, per l’accesso alla terra, con­tro la ven­dita dei ter­reni agri­coli pub­blici, per il diritto ad abi­tare le terre col­ti­vate dai suoi ade­renti, per un lavoro che non sia sfruttamento.

Ogni giorno siamo a fianco di quanti si stanno bat­tendo con­tro lo spreco delle risorse pub­bli­che, con­tro la deva­sta­zione dell’ambiente, con­tro tutte le opere inu­tili e dan­nose, con­tro la mer­ci­fi­ca­zione del ter­ri­to­rio, delle risorse natu­rali e dei beni pub­blici, per il diritto alla casa, e con­tro le scelte gover­na­tive che ten­gono solo conto degli inte­ressi dei poten­tati, delle lobby, delle ban­che e delle mafie, si legge nell’invito alla tre giorni for­mu­lato a tutti i movi­menti redatto dalla rete.

La tre giorni romana ser­virà pro­prio per incon­trare altri movi­menti e comi­tati che si bat­tono per la difesa dei ter­ri­tori e dei beni comuni, in modo da raf­for­zare alleanze e intrec­ciare i per­corsi tra le lotte in cam­pa­gna e quelle in città, per smon­tare il con­cetto abu­sato di crisi con pro­po­ste di pra­ti­che alternative.

Il clou dell’evento sarà la dome­nica mat­tina, in occa­sione del mer­cato con­ta­dino. “Chi lavora la terra e pro­duce cibo deve essere pro­ta­go­ni­sta della filiera, in accordo con i con­su­ma­tori” rilan­cia Genuino Clan­de­stino. Scen­dere in piazza con i pro­pri pro­dotti è quindi il modo più sem­plice, che i con­ta­dini hanno, per incon­trare i con­su­ma­tori in modo diretto, aggi­rando le maglie della distri­bu­zione e costruendo una rete di scam­bio alter­na­tiva” si riba­di­sce nella nota dif­fusa dalla rete.

Per Genuino Clan­de­stino l’emblema del sistema da mutare è l’EXPO 2015 di Milano che, sotto il titolo “Nutrire il Pia­neta, Ener­gia per la vita”, spera di sal­vare la fac­cia rici­clando parole come soste­ni­bi­lità, ambiente, nutri­zione. Il tutto senza met­tere in discus­sione il modello attuale, che cicli­ca­mente ripro­pone gli stessi mec­ca­ni­smi ingiu­sti. In con­trap­po­si­zione all’EXPO, la rete riba­di­sce di voler ripor­tare al cen­tro i biso­gni delle per­sone, la sovra­nità ali­men­tare e la sovra­nità sociale dei territori.

Qui il pro­gramma.

Turchia, la strage della miniera: il bilancio sale a 232 morti. Altri 400 ancora intrappolati. Critiche del sindacato Autore: fabrizio salvatori

E’ salito a duecentotrentadue morti il bilancio dell’ esplosione avvenuta ieri sera nella miniera di carbone di Manisa, in Turchia. A riferirlo è lo stesso primo ministro Erdogan, in visita nei luoghi della strage. Ma la strage potrebbe rivelarsi di proporzioni epocali. Come ha precisato il ministro, lì sotto ci sono infatti almeno 400 minatori. Ottanta sono i minatori soccorsi, e quattro di loro sono gravemente feriti.
La stragrande maggioranza potrebbero essere morti per asfissia perché le maschere antigas che indossano hanno una autonomia di un paio d’ore. Di fronte alle riserve di ossigeno sempre piu’ scarse i soccorritori hanno continuato a pompare aria fresca verso le gallerie in profondita’. Ma non e’ bastato.
Le informazioni su quanto accaduto sono imprecise e frammentarie, se non contraddittorie. L’incidente si e’ prodotto nel pomeriggio durante un cambio di turno. Secondo l’emittente Ntv l’esplosione, avvenuta a due chilometri di profondita’, sarebbe dovuta a un cortocircuito. Le gallerie sono state invase da fiamme e fumo spesso. Al momento dell’incidente in fondo alla miniera c’erano 580 minatori. Tra gli altri è stato recuperato il cadavero di un ragazzo di 15 anni.

La tragedia poteva essere evitata
Davanti ai cancelli della miniera si sono riuniti i familiari dei minatori intrappolati. Le carenze nella sicurezza delle miniere di carbone turche sono da tempo al centro di polemiche. La tragedia poteva essere evitata. Ne e’ convinto l’ex presidente del sindacato dei minatori turchi, Maden-is, Cetin Uygur, che ha denunciato insufficienti misure di sicurezza e accusato di  ”negligenza” il governo di Ankara e le compagnie minerarie. ”L’incidente che abbiamo visto in questa miniera privata e’ un omicidio sul lavoro del piu’ alto grado. E’ il piu’ grave incidente sul lavoro della storia del Paese”, ha aggiunto.
Il presidente della Confederazione dei sindacati progressisti (Disk) Kani Beko ha denunciato la presenza di un ingente umero di lavoratori in subbapalto nella miniera. ”Nella miniera ci sono lavoratori in subbapalto di secondo e terzo grado. Spero che il bilancio delle vittime non aumenti, ma non sono ottimista. Dopo l’esplosione dentro c’e’ stato un massacro”, ha detto Beko.

Lunga catena di morti
Nel 2013, sono stati 93 i minatori morti nelle varie miniere del paese. Nel novembre scorso 300 minatori si erano rinchiusi in fondo alla miniera di Zanguldak, nella regione del Mar Nero – dove nel 1992 una esplosione aveva fatto gia’ 163 morti – per protestare contro le misure di sicurezza insufficienti dell’impianto. Due settimane fa il principale partito di opposizione, il Chp di Kemal Kilicdaroglu, aveva chiesto in parlamento un’inchiesta sulla sicurezza proprio nella miniera di Soma. La proposta e’ stata bocciata dall’Akp, che ha la maggioranza assoluta nella Grande Assemblea di Ankara.

La dichiarazione di Paolo Ferrero
“Mentre la campagna elettorale italiana prosegue tra gli insulti, in una pura lotta per il potere in cui i demagoghi di ogni colore la fanno da padrona, in Turchia sono morte più di 200 persone, in miniera: un’altra tragedia del mondo del lavoro, nel 2014, in Turchia, quindi a due passi dalla “civilizzata” Europa. Sono i morti della globalizzazione, come i migranti in mare, i morti di uno sviluppo economico sregolato, dedito solo alla ricerca del massimo profitto senza alcuna forma di attenzione alla vita delle persone. Come sempre a pagare di più sono gli operai, i più deboli, coloro che per poter vivere devono accettare di lavorare in condizioni disperate. Contro questa globalizzazione disumana si ripropone oggi più che mai il nodo dell’alternativa di società, del superamento della logica del profitto come unica divinità, della rimessa ala centro della dignità del lavoro. Nell’esprimere il nostro cordoglio alle famiglie delle vittime e nello sperare che tutti i dispersi possano essere salvati, siamo vicini alla popolazione turca e lontani dal premier Erdogan che deve dare delle risposte a questa sciagura”.

Invalsi, disobbedienza civile con tweet, ironie, test in bianco | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

A metà pome­rig­gio, l’hashtag #invalsi2014 aveva supe­rato #veri­tà­pi­ran­del­liane. Una coin­ci­denza molto più che sim­bo­lica che ieri ha fatto esplo­dere la rete ita­liana dove, a migliaia, si sono river­sati i tweet iro­nici e di pro­te­sta con­tro le prove Invalsi che hanno coin­volto 562 mila stu­denti in seconda superiore.Tra foto di prove boi­cot­tate nelle maniere più fan­ta­siose, e alcuni dise­gni inge­gnosi, gli stu­denti ita­liani hanno mostrato di avere appreso la lezione piran­del­liana sull’ironia. Lo sber­leffo, il segno gra­fico, la bat­tuta anche pesante sul per­so­nag­gio di «Nello» — l’incolpevole astra­zione che verrà ricor­data per tutta la pros­sima gene­ra­zione — hanno fatto per­ce­pire l’estraneità degli stu­denti rispetto ai valori di una società neo­li­be­rale che affida alla valu­ta­zione di que­sti test la distri­bu­zione delle risorse alle scuole e l’aumento degli sti­pendi dei docenti «meri­te­voli». Meri­te­voli di avere modi­fi­cato la loro didat­tica e per­met­tere ai loro stu­denti di sce­gliere la rispo­sta giu­sta con una cro­cetta. Non sono man­cate le frec­ciate agli esperti che hanno sti­lato il test. A comin­ciare dall’indicazione che impo­neva di «non girare pagina fin­chè non ti sarà detto di farlo». Qual­cuno ha rispo­sto, «Dobby non ha padroni, Dobby è un elfo libero».

Oppure: «Non girare il foglio altri­menti arri­vano i par­ti­giani in classe». Il migliore è stato chi ha rispo­sto a que­sta ingiun­zione così: «Genny ’a Caro­gna ha detto che posso girarla!». Alla domanda «metti una sola cro­cetta« tra maschio e fem­mina i ragazzi si sono sca­te­nati, dimo­strando tra l’altro una certa cono­scenza sul dibat­tito sul Queer. «Pen­savo di met­terne due», ha scritto qual­cuno. Oppure: «Sono un periodo di tran­si­zione». E ancora: «Signori e signore, pen­savo fos­simo ibridi». Lo spi­rito irri­ve­rente ha colto il punto: i ragazzi vivono i test come un’imposizione dall’alto. Non sop­por­tano di essere le cavie della didat­tica neo­li­be­rale e riba­di­scono i dubbi espressi da illu­stri acca­de­mici in tutto il mondo sulla vali­dità peda­go­gica e cono­sci­tiva dei test.

In molte città ci sono state anche mani­fe­sta­zioni e cor­tei par­te­ci­pati. Abbiamo scritto ieri dell’occupazione dell’ex tea­tro Lirico a Milano, ribat­tez­zato «Boy­cott Invalsi Space» dagli agguer­riti stu­denti mila­nesi. Senz’altro l’azione poli­tica più riu­scita della set­ti­mana di boi­cot­tag­gio lan­ciata da tutte le orga­niz­za­zioni stu­den­te­sche (l’Uds. la rete degli stu­denti medi, l’Udu e nume­ro­sis­simi col­let­tivi). «Gli stu­denti — hanno soste­nuto i Cobas — hanno ridi­co­liz­zato in mille modi i quiz annul­lan­done ogni vali­dità o impe­den­done l’effettuazione e infi­ciando ogni cre­di­bi­lità dei risul­tati in circa il 30% delle classi». Negli isti­tuti di Vene­zia e Mestre cen­ti­naia di stu­denti hanno orga­niz­zato cor­tei sel­vaggi. A Napoli in 500 tra stu­denti e pro­fes­sori hanno sfi­lato tra fumo­geni e con le maschere, non di Ano­ny­mous ma con la «X» del test stam­pata sul volto. Così poi a Vicenza, Rimini e Padova, men­tre a Bolo­gna è stata scelta una forma di pro­te­sta «erme­tica». Così l’hanno defi­nita que­gli stu­denti che hanno «chiuso» con il sili­cone e catene le ser­ra­ture dei por­toni, accom­pa­gnando l’azione con un mas­sic­cio volan­ti­nag­gio con­tro «l’inutilità e la dano­sità» della som­mi­ni­stra­zione dei test.

06/69770332i­ta­zione dif­fusa e capil­lare che ha sor­preso gli stessi orga­niz­za­tori della pro­te­sta. L’Uds ha anche pro­mosso uno «spor­tello SOS #invalsi2014»: «Il prof valuta le invalsi? è ille­gale!». L’invito agli stu­denti è scri­vere a unionedeglistudenti@gmail.com o tele­fo­nare allo 06/69770332.

Turchia, la polizia carica un corteo di protesta contro la strage di Soma Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Si estende in tutta la Turchia la protesta contro l’orrenda strage nella miniera di carbone di Soma, dove il numero delle vittime, ufficialmente fermo a 205, è destinato a salire. Domani, intanto, tutti i maggiori sindacati hanno in programma di inscenare treminuti di silenzio nelle piazze con i dimostranti vestiti di nero al grido di “Non è un incidente, è un assassinio”.
Un gruppo di manifestanti oggi ha inscenato una protesta di fronte alla sede di Istanbul della societa’. Sui muri dell’edificio e’ stata scritta con la vernice rossa la parola “Assassini”, mentre i manifestanti hanno esibito cartelli con la scritta “Questo edificio sorge sul sangue dei “lavoratori” e “Non sono morti beatamente, questo e’ un omicidio, non e’ il destino”. Il cartello si riferisce a una frase pronunciata nel 2010 dal premier Recep Tayyip Erdogan, che in seguito a un incidente in miniera disse che i minatori erano “morti beatamente” e che la morte e’ “il destino” di chi fa quel mestiere. La frase suscito’ un’ondata di polemiche. In mattinata c’erano stati alcuni flash mob nella metropolitana dove molti passeggeri si sono stesi a terra imitando i corpi ammassati nelle strette gallerie di Soma. Ad Ankara, la polizia ha usato i gas lacrimogeni per disperdere un migliaio circa di manifestanti che denunciavano le responsabilita’ del governo nel disastro. Manifestazioni di protesta contro le misure di sicurezza ritenute carenti sono in corso o sono previste anche in altre citta’ del paese, in particolare a Istanbul, Smirne e Antalya.
Intanto la Soma Coal Mining Company, titolare della miniera, ha addirittura chiuso il suo sito Web, tilaga.com.tr, sostituendo la sua home-page con una schermata nera su cui si legge un testo che parla di “un triste incidente”. Nel testo si parla di un’inchiesta per accertare i fatti e si afferma che il recupero dei superstiti e’ “la priorita’ assoluta”. “L’incidente scrive ancora l’azienda – e’ successo nonostante le precauzioni piu’ attente e il continuo monitoraggio”.

Secondo la stampa turca i lavoratori morti non sono vittime di una tragica fatalità. L’accusa contro il governo è di avere sempre ignorato gli allarmi per la sicurezza nell’impianto, l’ultima volta non più di due settimane fa. A sottolineare il caos sulla reale situazione dell’impianto, il fatto che a 24 ore dall’esplosione di gas che ha devastato le gallerie, il ministro dell’Energia Taner Yildiz non è ancora in grado di determinare il numero dei dispersi. Yildiz ha detto di “temere” che ci siano altri morti, dato che erano “stimati” quasi 800 minatori sottoterra al momento dello scoppio.Tuttavia permane l’incertezza, perchè si conoscono i numeri dei dipendenti della società Soma Mining, ma alcune delle vittime sono “persone al di fuori delle miniera”, come ha detto il ministro. Tra gli altri è stato recuperato il corpo di un quindicenne. Come è possibile? Nel 2012 Ali Gurkan, che ha acquisito l’impianto a seguito della privatizzazione, si è vantato in un’intervista di aver abbattuto i costi di estrazione a 24 dollari la tonnellata di carbone da 130, producendo in proprio i trasformatori invece di importarli. Ma soprattutto ingaggiando subappaltatori per i lavori più pesanti, con lavoratori non sindacalizzati, pagati meno degli aderenti al sindacato. Secondo il sindacalista della Disk Kani Beko, nella miniera “lavoravano moltissimi subappaltatori. Addirittura di secondo e terzo grado”. “Spero che il bilancio delle vittime non salga, ma non sono ottimista. Dopo l’esplosione lì dentro c’è stato un massacro” ha detto Beko. Due settimane fa, il 29 aprile, il partito del premier Recep Tayyip Erdogan ha respinto la richiesta del principale partito di opposizione di aprire un’inchiesta parlamentare sulla sicurezza nella miniera.

Il deputato del Partito repubblicano del popolo Chp Ozgur Ozel aveva denunciato i numerosi incidenti anche mortali a Soma e chiesto un’indagine parlamentare che si concludesse con un rafforzamento delle misure di sicurezza nell’impianto. Un altro parlamentare d’opposizione, Erkan Akcay, del Mhp, aveva fornito in aula i dati sugli incidenti. “Nel 2013 nel distretto di Soma sono avvenuti 5.000 incidenti sul lavoro. Di questo il 90% è avvenuto in miniera.

Contro la guerra nel cuore dell’Europa, a fianco dell’Ucraina antifascista! da: controlacrisi.org

A Odessa un’orda nazista ha trucidato oltre 50 cittadini ucraini di origine russa. Disarmati. Lo ha fatto con i metodi nazisti del pogrom: bruciare, uccidere, non lasciare via di scampo alle vittime.

I media, all’unisono, hanno deformato la notizia fino a renderla irriconoscibile. Questa falsificazione è funzionale a coprire le responsabilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea, che appoggiano il governo golpista di Kiev, da essi portato al potere.

Noi, cittadini italiani di una repubblica antifascista ormai solo di nome, siamo parte involontaria di questa mostruosa tragedia e di questo ritorno al passato. Lo siamo in quanto membri della NATO e alleati degli Stati Uniti. Non a caso il ministro della Difesa italiano, non pago delle violazioni che in questi ultimi due decenni hanno ripetutamente sfigurato l’articolo 11 della nostra Costituzione, è stato il primo a dichiararsi disponibile per un’ennesima sciagurata missione militare, stavolta in Ucraina.

Possiamo tacere? Se lo faremo, saremo complici.

Sono altissime, purtroppo, le probabilità che, nelle prossime settimane, quelle che ci separano dal voto ucraino del 25 maggio, possano verificarsi eventi ancora più sanguinosi, mentre la crisi tra Russia e Occidente rischia di scivolare in conflitto aperto.

Chiediamo a tutte e tutti coloro che condividono i valori della democrazia e della pace, che vogliono battersi contro la guerra, di partecipare a una manifestazione nazionale di protesta e di lutto. Chiediamo che lo si faccia insieme e subito. Con urgenza, sabato 17 maggio, a Roma.

E’, questo, un appello perché ci si riunisca in segno di lutto e di vergogna, per questa Unione europea senza vergogna. Diamo una risposta collettiva, grande, dignitosa, al fianco dell’Ucraina antifascista, contro l’escalation bellica nel cuore dell’Europa.

LA MANIFESTAZIONE E’ CONVOCATA, DUNQUE, SABATO 17 MAGGIO ALLE ORE 18.00 CIRCA, NEI PRESSI DELL’AMBASCIATA DELL’UCRAINA A ROMA, VIA GUIDO D’AREZZO, VICINO A PIAZZA VERDI, ZONA PARIOLI E SI TERRA’ DOPO IL CORTEO IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA, AL QUALE SI PARTECIPERA’ .

Per aderire all’Appello: info@giuliettochiesa.it

Promotori

Giulietto Chiesa – presidente “ Alternativa”, fondatore Pandora TV

Valentino Parlato – giornalista

Matteo Gaddi – coordinatore nazionale RSU “ CONTRO LA LEGGE FORNERO”

Mariella Cao- Comitato “Gettiamo le Basi”, Sardegna

Cesare Procaccini – segretario nazionale PdCI

Paolo Ferrero – segretario nazionale PRC

Fabio Amato – responsabile Dipartimento Esteri PRC, candidato Lista Tsipras

Fausto Sorini – responsabile Dipartimento Esteri PdCI

Ciro D’Alessio – operaio RSA- FIOM-CGIL Pomigliano D’Arco

Oliviero Diliberto – docente di Diritto Romano Facoltà “ La Sapienza” di Roma – già segretario nazionale PdCI

Claudio Grassi – direzione nazionale PRC

Piergiovanni Alleva – giuslavorista, FIOM, candidato Lista Tsipras

Domenico Losurdo – filosofo, presidente nazionale Associazione “ Marx 21”

Bruno Steri – Comitato Politico nazionale PRC, direttore di “Essere Comunisti”

Angelo D’Orsi – storico del pensiero politico, Università di Torino

Antonio Mazzeo – Movimento “no Muos” – Sicilia, candidato Lista Tsipras

Fosco Giannini – già senatore della Repubblica, direzione nazionale PdCI

Sergio Cararo e Marco Santopadre – segreteria nazionale Rete dei Comunisti

Nicola Nicolosi – CGIL nazionale

Nicola Cipolla – presidente CEPES

Stefano Vinti – assessore regionale PRC, Umbria

Raffaele Bucciarelli – presidente Gruppo Federazione della Sinistra Consiglio Regionale Marche

Giampaolo Patta – CGIL nazionale , esponente sinistra sindacale

Manlio Dinucci – saggista, giornalista de il Manifesto

Vladimiro Giacchè – economista

Luca Cangemi – docente, Catania, Comitato Politico Nazionale PRC

Gianmarco Pisa – segretario ITRI ( Istituto Italiano Ricerca per La Pace)

Patrick Boylan – Roma No War

Angelo Baracca – fisico , docente Università di Firenze

Gordon M. Poole – docente letteratura americana Università “Orientale” di Napoli

Guido Oldrini – filosofo

Guido Liguori – docente di storia del pensiero politico Università della Calabria , presidente IGS Italia

Bassam Saleh’ – giornalista palestinese

Nico Perrone – già docente di Storia dell’America, Università di Bari

Franco Cardini – storico

Nicolò Ollino – Comitato Politico Nazionale PRC, candidato Lista Tsipras

Marino Severini – “voce” e chitarra de La Gang

Fabio Marcelli – giurista, CNR

Andrea Catone – storico del movimento operaio, direttore di “ Marx 21”

Alfio Nicotra, giornalista

Maurizio Musolino – segreteria nazionale PdCI

Luigi Vinci – già capogruppo al Parlamento europeo – condirettore di “Progetto e Lavoro”

Gianni Fresu – storico del movimento operaio

Simona Lobina – PRC Sardegna , candidata Lista Tsipras

Manuela Palermi – presidente Comitato Centrale PdCI

Emiliano Franzina- storico- Università di Verona

Milena Fiore – video maker , collaboratrice archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Alessandro Hobel – storico del movimento operaio

Luigi Marino – già senatore della Repubblica

Mauro Gemma – direttore di Marx21.it

Flavio Pettinari – amministratore della pagina FB “ Con l’Ucraina antifascista”

Wasim Damash – docente di letteratura e lingua araba Università di Cagliari

Ada Donno – associazione Donne Regione Mediterranea

Enrico Vigna – Centro Iniziativa Verità e Giustizia

Federico Martino – docente di diritto , Università di Messina