MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI ore 16 – Piazza XX settembre bologna

MANIFESTAZIONE DEI/DELLE MIGRANTI
domenica 18 maggio
Bologna (autostazione)
 
La Questura di Bologna non rinnova il permesso di soggiorno se il padrone non versa i contributi, continua a dare permessi per ricerca lavoro di 6 mesi anche se la legge prevede che siano di un anno, non rispetta i 60 giorni per fare i rinnovi e  consegna i permessi quasi scaduti, non rilascia i permessi a tutti coloro che hanno partecipato all’ultima sanatoria, non rispetta i tempi per la concezione della cittadinanza. Come se non bastasse, oggi questura e prefettura sono pronte a riaprire il Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei, dove i migranti sono rinchiusi per mesi per il solo fatto di non avere o di avere perso il permesso di soggiorno. E’ ORA DI DIRE BASTA! TUTTI IN PIAZZA!
 
Per Info:

Centrafrica. Muore giornalista francese Scritto da DirittiDistorti

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Mercoledì 14 Maggio 2014 07:50
Camille Lepage, 26 anni, si aggiunge alla lista dei giornalisti morti per fare il proprio lavoro. Ieri l’Eliseo ha dato notizia del ritrovamento del corpo della giovanissima fotoreporter.

 

La giornalista francese è stata uccisa in Centrafrica, dove è in corso la missione militare francese “Sangaris” ad ovest della capitale Bangui. Da alcune settimane Camille seguiva i miliziani anti-balaka.

 

Il presidente Francois Hollande “ha chiesto l’invio immediato di un team di inquirenti francesi e della polizia della forza africana schierata in Repubblica Centrafricana” per “fare luce sulle circostanze” dell’assassinio della giornalista “ritrovare gli assassini”.

 

Il ministro degli Esteri In una nota scrive che “dovrà essere fatta piena luce sulle circostanze della morte della nostra concittadina”, e che “non ci può essere impuntià per quelli che, attraverso i giornalisti, se la prendono con la libertà fondamentale di informare e di essere informati”.

 

14-5-14

Siti industriali, aumento vertiginoso dei casi di tumore. I dati dell’Istituto superiore della Sanità | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Da Casale Monferrato a Taranto, da Gela a Broni: tutti luoghi di morte, o meglio, per dirla con il linguaggio della burocrazia, di ”eccesso” di mortalita’, con ricoveri e casi di tumore. Stiamo parlando dei siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin), una lista che il Governo tiene da anni nel cassetto e che esibisce ogni volta che vuole dimostrare di “fare qualcosa” per la salute dei cittadini. In realtà non fa niente. E gli ultimi aggiornamenti, invece, parlano della necessità di interventi urgenti. Anche per cose banali come l’obbligo del registro tumori.

Sono siti a rischio per l’inquinamento ambientale, quasi sempre a causa di distretti produttivi che hanno sparso veleni senza risparmio e, soprattutto, senza controllo. Dove vi e’ stata lavorazione dell’amianto, per esempio, aumentano i casi tumorali di mesotelioma pleurico polmonare.Il Rapporto Sentieri sugli insediamenti a rischio da inquinamento, finanziato dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanita’ (ISS) non lascia scampo: gli incrementi di mortalità si stanno innalzando in modo imprevisto.

I siti Sin analizzati, però, spiega il direttore del Dipartimento Ambiente-Prevenzione dell’Iss Loredana Musmeci, ”sono stati 18 sul totale di 44, poiche’ si sono potuti prendere in considerazioni solo i siti per i quali sono disponibili i Registri tumori, ad oggi ancora non uniformemente presenti su tutto il territorio nazionale”. La mortalita’ e’ stabile rispetto al Rapporto 2010-11, ha sottolineato l’esperta, ”ma la novita’ di questo rapporto, pubblicato sul sito dell’Associazione italiana di epidemiologia, sta nell’aver analizzato anche altri parametri come, appunto, le schede di dimissioni ospedaliere e l’incidenza generale dei casi di tumore”.

Emerge, avverte, ”un eccesso di morti, ricoveri e tumori in tutti i 18 Sin considerati, con un aumento dei tumori ‘da amianto”’. Dati che evidenziano l’urgenza di azioni mirate poiche’, afferma Musmeci, ”c’e’ un rischio per la salute della popolazione”. Per questo, rileva, ”bisogna procedere quanto prima alle bonifiche ambientali in tutti i siti, anche se va precisato che l’eccesso nei casi di tumori puo’ essere dovuto a piu’ fattori e non solo a quello dell’inquinamento ambientale”.

Il precedente Rapporto 2010 aveva documentato un eccesso di incidenza per cancro in tali aree pari al 9% negli uomini e al 7% nelle donne. Alcuni esempi: nel nuovo rapporto, per il tumore della tiroide in alcuni SIN sono stati rilevati incrementi per quanto riguarda sia l’incidenza (Brescia-Caffaro: + 70% per gli uomini, +56% per le donne; Laghi di Mantova: +74%, +55%; Milazzo: +24%, +40%; Sassuolo-Scandiano: +46%, +30%; Taranto: +58%, +20%) sia i ricoveri ospedalieri. Sempre grazie alle analisi dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, inoltre, a Brescia-Caffaro sono stati osservati eccessi per quei tumori che la valutazione della Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS (IARC) del 2013 associa certamente (melanoma) o probabilmente (tumore della mammella e per i linfomi non-Hodgkin) con i PCB (policlorobifenili), principali contaminanti nel sito. L’incidenza di melanoma, infatti, rivela un eccesso del 27% e del 19% rispettivamente tra gli uomini e le donne, mentre i ricoveri ospedalieri per la medesima malattia fanno registrare un eccesso del 52% nel sesso maschile e del 39% in quello femminile. Ancora: eccessi per mesotelioma e tumore maligno della pleura si registrano invece nei SIN siciliani di Biancavilla (CT) e Priolo (SR), ma anche nei SIN con aree portuali (Trieste, Taranto, Venezia) e con attivita’ industriali a prevalente vocazione chimica (Laguna di Grado e Marano, Priolo, Venezia) e siderurgica (Taranto, Terni, Trieste). Nel SIN di Porto Torres (SS), inoltre, si registrano eccessi di mortalita’, incidenza oncologica e ricoveri per malattie respiratorie e tumore del polmone.

Intervista a Elmar Alt­va­ter: L’Europa intrappolata nella grosse koalition Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Fierro

Intervista all’intellettuale della sinistra tedesca: «Il forte conflitto che si creerà a Strasburgo con gli euroscettici indurrà popolari e socialisti a fare come qui da noi in Germania»
«Dalle ele­zioni del 25 mag­gio temo che sor­tirà un governo di lar­ghe intese euro­peo», afferma pre­oc­cu­pato Elmar Alt­va­ter, 75 anni, pro­fes­sore eme­rito di scienze poli­ti­che della ber­li­nese Freie Uni­ver­si­tät, uno degli intel­let­tuali di mag­gior rilievo della sini­stra tede­sca. «E il motivo è la pola­riz­za­zione tra le forze che pro­pu­gnano un amplia­mento dei com­piti dell’Unione euro­pea e gli euro­scet­tici. Il forte con­flitto che si creerà a Stra­sburgo con gli euro­scet­tici — argo­menta Alt­va­ter — indurrà popo­lari e socia­li­sti a fare come qui da noi in Ger­ma­nia, cioè a met­tersi d’accordo».

In tale con­te­sto, quale potrebbe essere il ruolo delle forze che sosten­gono la can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras alla guida della Com­mis­sione Ue? Par­liamo della tede­sca Linke, del fran­cese Front de Gau­che e dell’italiana L’Altra Europa…Innan­zi­tutto mi lasci dire che mi auguro abbiano un buon risul­tato. Anche per­ché quanto più forte sarà il loro gruppo par­la­men­tare, tanto mag­giore sarà l’efficacia nel con­tra­stare l’austerity e, in gene­rale, l’impostazione neo­li­be­ri­sta delle poli­ti­che euro­pee. Biso­gna rego­lare i mer­cati finan­ziari per cer­care di mini­miz­zare il poten­ziale della crisi, e dall’altro si deve inter­ve­nire per il ritiro delle misure di auste­rity: sono due facce della stessa meda­glia. Sap­piamo già, tut­ta­via, che la sini­stra «pro-Tsipras» da sola non sarà abba­stanza forte: per inci­dere, dovrà agire in coalizione.

Pensa che ci sia spa­zio per un’alleanza con il Par­tito del socia­li­smo euro­peo (Pse) del can­di­dato pre­si­dente Mar­tin Schulz?

Il pro­blema è che la social­de­mo­cra­zia non è in grado di tro­vare accordi di fondo con la Sini­stra euro­pea (Se). Per­ché non lo vuole. Inten­dia­moci: su alcuni punti spe­ci­fici può acca­dere. Ne è un esem­pio pro­prio la Ger­ma­nia: la pro­po­sta di sala­rio minimo legale era ini­zial­mente una riven­di­ca­zione della Linke e suc­ces­si­va­mente è stata fatta pro­pria dai social­de­mo­cra­tici della Spd (e dai sin­da­cati). In casi come que­sto, i com­pro­messi sono pos­si­bili. Credo invece sia molto dif­fi­cile che si arrivi ad un accordo sta­bile e pro­gram­ma­tico tra la Se e il Pse in Europa. Sicu­ra­mente, la Spd — che è il socio di mag­gio­ranza del Pse — non va in que­sta dire­zione, e negli altri paesi euro­pei la situa­zione non mi sem­bra differente.

A pro­po­sito di Spd: nei primi mesi di grosse Koa­li­tion con i demo­cri­stiani (Cdu/Csu), il par­tito di Schulz ha por­tato a casa il sala­rio minimo legale a 8,5 euro all’ora, riven­di­cato come un suc­cesso. Secondo lei è dav­vero la misura che riu­scirà ad abbas­sare il gap di com­pe­ti­ti­vità tra i Paesi euro­pei, come dicono i socialdemocratici?

La strada giu­sta è cer­ta­mente quella del sala­rio minimo, ma deve essere unico per tutti: non ci pos­sono essere ecce­zioni (ad esem­pio per i disoc­cu­pati di lunga durata, ndr), come invece pre­vede la legge pro­po­sta dal governo tede­sco. Biso­gne­rebbe sug­ge­rire ai social­de­mo­cra­tici di rileg­gere Marx: nel capi­tolo ottavo del primo volume del Capi­tale si trova un’analisi superba sulla neces­sità di avere un limite senza ecce­zioni alle ore della gior­nata lavo­ra­tiva sta­bi­lito per legge, per­ché altri­menti la con­cor­renza spaz­ze­rebbe via qual­siasi argine. Ecco: lo stesso vale anche per il sala­rio. Biso­gna sta­bi­lire un minimo per tutti e non ci pos­sono essere ecce­zioni, per­ché altri­menti avremo un bel sala­rio minimo uguale per tutti in teo­ria, ma la realtà invece sarà ben diversa. In que­sto momento la Spd (che con­trolla il mini­stero del lavoro, ndr) sta accet­tando troppe ecce­zioni: sono così tanti com­pro­messi da ren­dere quella misura, poten­zial­mente molto posi­tiva, quasi del tutto inefficace.

Tor­niamo all’Europa. Nel dibat­tito inter­na­zio­nale, a sini­stra, si discute aper­ta­mente della pos­si­bi­lità che i Paesi della «peri­fe­ria in crisi» usino stra­te­gi­ca­mente la minac­cia di uscire dall’euro per otte­nere dalla Ger­ma­nia la fine dell’austerità. Il ragio­na­mento si fonda sul fatto che per la Repub­blica fede­rale la fine della moneta unica avrebbe con­se­guenze molto nega­tive. Lei cosa ne pensa?

È una posi­zione che mi lascia molto per­plesso. Che cosa gua­da­gne­reb­bero la sini­stra ita­liana, greca o spa­gnola se i loro paesi uscis­sero dall’euro? Nulla, io credo. Sareb­bero da soli con le loro monete nazio­nali: nes­sun pro­blema sarebbe risolto e non ci sarebbe più l’Europa. Cer­ta­mente si può soste­nere che que­sta Ue rap­pre­senti il blocco che impe­di­sce una poli­tica real­mente auto­noma negli stati mem­bri: è vero. Molti, però, sulla base di que­sta tesi sosten­gono la fine dell’euro. Ma spo­sando que­sta idea biso­gne­rebbe imma­gi­nare stra­te­gie su come si possa, a livello nazio­nale, rea­liz­zare poli­ti­che real­mente auto­nome e di sini­stra. E non mi sem­bra di vedere pro­po­ste rea­liz­za­bili. Su que­sto si sono espresse per­sone molto diverse in modi molto simili, cito ad esem­pio Toni Negri ed Etienne Bali­bar: dob­biamo imma­gi­nare stra­te­gie per ren­dere l’Europa il luogo del con­flitto di classe, non gli stati nazione. Que­sto mi sem­bra sia il più impor­tante com­pito della sini­stra: guar­dare al con­flitto di classe in Europa. Sono pas­sati quasi 25 anni dal trat­tato di Maa­stri­cht e non si può tor­nare indie­tro, val­gono le parole di Gor­ba­ciov: “Chi arriva tardi viene punito dalla vita”. Que­sto signi­fica che la sini­stra deve defi­nire l’Europa come ter­reno del con­flitto di classe: tutta la sini­stra euro­pea, insieme, deve ela­bo­rare stra­te­gie per ren­dere que­sto pos­si­bile. Minac­ciare il ritorno alla dracma o alla lira non mi sem­bra che por­te­rebbe ad alcun risul­tato progressivo.

In pro­spet­tiva, qual è il ruolo della Ger­ma­nia nella crisi euro­pea? C’è la pos­si­bi­lità che sia la Ger­ma­nia il Paese dove si rea­liz­zerà un vero cam­bia­mento poli­tico e cul­tu­rale con­tro la poli­tica dell’austerità?

A mio giu­di­zio no, non verrà dalla Ger­ma­nia que­sto cam­bia­mento. Per­ché l’austerity qui sente molto poco, siamo in una situa­zione abba­stanza con­for­te­vole. Que­sta è la ragione della rie­le­zione di Mer­kel. La crisi del sud Europa non viene avver­tita dal cit­ta­dino comune. Dai tempi delle riforme neo­li­be­rali del governo Schrö­der (1998–2005), la Ger­ma­nia ha abbas­sato i pro­pri salari diven­tando più com­pe­ti­tiva rispetto ai con­cor­renti euro­pei. Se la situa­zione non cam­bia, l’economia tede­sca ha la ten­denza a cre­scere rispetto a quelle degli altri paesi euro­pei, ed essen­doci una forte inter­re­la­zione tra le eco­no­mie con­ti­nen­tali, que­sto benes­sere si riflet­terà nega­ti­va­mente sui paesi in crisi. Il pro­blema dell’Ue è pro­prio che ci sono forti vin­coli eco­no­mici senza ade­guati mec­ca­ni­smi di aggiu­sta­mento, che sono prin­ci­pal­mente infor­mali. Le dif­fe­renze sono diven­tate molto forti: al con­tra­rio della Ger­ma­nia, gli stati in crisi non pos­sono inde­bi­tarsi se non a tassi molto alti, e que­ste dif­fe­renze por­tano a ten­sioni estreme. È una visione di breve periodo pen­sare all’uscita dall’euro, per­ché le ten­sioni non spa­ri­reb­bero, pro­prio a causa del forte gap di com­pe­ti­ti­vità. Si sono create dif­fe­renze nelle eco­no­mie reali che richie­dono una com­pen­sa­zione nelle poli­ti­che dell’Ue: que­sto dovrebbe essere il punto car­dine di una nuova poli­tica europea.

Mazzette Expo’, Italia al 68mo posto nella lotta alla corruzione | Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Villone

Oltre vent’anni dopo tan­gen­to­poli il  Cor­rup­tion Per­cep­tion Index 2013  di Trans­pa­rency Inter­na­tio­nal ci pone al 68mo posto nel mondo, pre­ce­duti da Mace­do­nia e Mon­te­ne­gro, e seguiti da Kuwait, Roma­nia, Bosnia-Erzegovina. Inu­tile dire che ai primi posti tro­viamo Dani­marca e Nuova Zelanda, Fin­lan­dia, Sve­zia e Nor­ve­gia. Non con­sola la con­sta­ta­zione che nel 2012 fos­simo al 72mo posto, alla pari appunto con la Bosnia-Erzegovina, che abbiamo valo­ro­sa­mente supe­rato. Eppure, il costo della cor­ru­zione per il sistema Ita­lia è — secondo una stima — 60 miliardi di euro (all’anno). Se si riu­scisse ad abbat­tere, altro che spen­ding review e can­cel­la­zione del senato elettivo.

Nes­sun paese è, o potrà mai essere, total­mente immune dalla cor­ru­zione. La dif­fe­renza è data dalla capa­cità di con­te­nere sta­bil­mente la malat­tia entro livelli minimi e com­ples­si­va­mente tol­le­ra­bili. La cor­ru­zione è una malat­tia ende­mica che va tenuta sotto con­trollo. A que­sto fine non bastano gesti ecla­tanti quando lo scan­dalo deva­stante è già scoppiato.

Serve invece la capa­cità di man­te­nere alti gli anti­corpi nel quo­ti­diano agire di ogni strut­tura pub­blica e di ogni sede in cui si assu­mono scelte rile­vanti per la col­let­ti­vità. Che que­sto in Ita­lia non accada ce lo dice auto­re­vol­mente — e perio­di­ca­mente — la Corte dei conti, cui si aggiun­gono la stampa quo­ti­diana e le cro­na­che giudiziarie.

Per que­sto nes­suna tan­gen­to­poli è di per sé riso­lu­tiva. La repres­sione è neces­sa­ria, ma il deter­rente della san­zione non basta per la cor­ru­zione, come per qual­siasi altro reato. La pre­ven­zione è invece vin­cente. Lo diceva già nel 2008 il rap­porto GRECO — Gruppo euro­peo di Stati con­tro la cor­ru­zione, di cui l’Italia, nono­stante tutto, fa parte — sot­to­li­neando tra l’altro la neces­sità di una poli­tica gene­rale anti­cor­ru­zione, volta a favo­rire la pre­ven­zione e la sco­perta dei feno­meni cor­rut­tivi, la denun­cia da parte di pri­vati o pub­blici fun­zio­nari, la tra­spa­renza, la pub­bli­cità e l’accesso agli atti. Potremo ricor­dare che il rap­porto richia­mava anche il rischio della pre­scri­zione, e la neces­sità di pre­ve­dere incom­pa­ti­bi­lità con la carica pub­blica nel caso di con­danna per reati di cor­ru­zione.
Pro­prio a seguito della sol­le­ci­ta­zione euro­pea, l’Italia con la legge 116/2009 ha rati­fi­cato la Con­ven­zione Onu anti­cor­ru­zione (UNCAC) del 2003. È seguita la legge 190/2012 e decreti legi­sla­tivi, come il decreto 235/2012 (Severino-Monti), por­tato a giu­sta fama dalla vicenda del con­dan­nato Ber­lu­sconi. Nel tempo, abbiamo avuto un Alto Com­mis­sa­rio anti­cor­ru­zione, poi sosti­tuito da un Ser­vi­zio Anti­cor­ru­zione e Tra­spa­renza (SAeT) presso il Dipar­ti­mento della fun­zione pub­blica, e abbiamo ora una Auto­rità Nazio­nale Anti­cor­ru­zione, pre­sie­duta da Raf­faele Can­tone, per­sona degna di stima e apprez­za­mento. Dun­que, tutto risolto? Vivremo in un paese decente e civile?

Vor­remmo che bastasse, ma non sarà così. Per l’Expo, essendo ormai pie­na­mente in campo la magi­stra­tura, biso­gna essere cauti, ed evi­tare soprat­tutto com­pli­ca­zioni e ritardi per l’inchiesta. Piut­to­sto, e per il futuro, per­ché non si pensa a rad­driz­zare la nor­ma­tiva anti­cor­ru­zione, che vide un forte con­tra­sto tra quelli che sono oggi com­pa­gni di strada del governo?
La let­tura degli atti par­la­men­tari e della stampa sulla legge 190 e sulla legge Seve­rino può offrire ampi spunti. Per­ché non si affronta il pro­blema del whi­stle­blo­wer, che dall’interno di una ammi­ni­stra­zione sol­leva l’allarme sul malaf­fare e la cor­ru­zione? Secondo la let­te­ra­tura inter­na­zio­nale è fon­da­men­tale nella lotta con­tro la cor­ru­zione, ma nella nostra cul­tura buro­cra­tica viene con­si­de­rato poco più che un dela­tore. Per­ché non si riflette sul come giun­gere a stra­te­gie anti­cor­ru­zione cogenti per le ammi­ni­stra­zioni regio­nali, oggi coperte da una auto­no­mia orga­niz­za­tiva costi­tu­zio­nal­mente pro­tetta? Qui una rifor­metta ad hoc non farebbe male. E per­ché infine non si pensa a vita­mi­niz­zare la stessa Auto­rità anti­cor­ru­zione, che in un recente rap­porto (9 aprile 2014) al Mini­stro per la sem­pli­fi­ca­zione e la pub­blica ammi­ni­stra­zione mostra tutta la sua debo­lezza, nel rap­porto con il Dipar­ti­mento della fun­zione pub­blica?  Uni­cui­que suum  è il van­gelo di ogni ammi­ni­stra­zione pub­blica italiana.

Ha ragione Ghe­rardo Colombo quando dice su que­ste pagine che com­bat­tere la cor­ru­zione è anzi­tutto una que­stione di cul­tura. Aggiun­giamo, poli­tica, civile, ammi­ni­stra­tiva. Auto­con­trollo severo della poli­tica, con­trollo della pub­blica opi­nione, con­tra­sto a clien­te­li­smo e favori, best prac­ti­ces ammi­ni­stra­tive, e solo alla fine occhiuta vigi­lanza giu­di­zia­ria. Le norme aiu­tano, non risol­vono. Vedremo cosa potrà fare un governo che trova tra gli aspi­ranti co-padri della patria alcuni tra i più forti fre­na­tori nella lotta con­tro i feno­meni corruttivi.

La cor­ru­zione si com­batte giorno per giorno, in ogni luogo in cui si gesti­sce la cosa pub­blica. Una buona occa­sione per Renzi. Se ci mette la fac­cia, potremo vederlo sem­pre, e dovunque.

Scuole inadeguate, al Sud pochi asili | Fonte: Redattore Sociale

In un Paese dove la povertà eco­no­mica col­pi­sce già un 1 milione di minori, è troppo alto il tasso di disper­sione sco­la­stica ita­liana e in par­ti­co­lare è nelle regioni del Sud che l’offerta edu­ca­tiva per bam­bini e ado­le­scenti è «scarsa e ina­de­guata». La regione con la maglia nera è la Cam­pa­nia, dove solo nel 6,5% delle scuole pri­ma­rie è garan­tito il tempo pieno. Sono solo alcuni dei dati rive­lati dallo stu­dio di Save The Chil­dren, nel primo rap­porto inti­to­lato «La Lam­pada di Ala­dino — L’Indice per misu­rare le povertà edu­ca­tive e illu­mi­nare il futuro dei bam­bini in Ita­lia». In Cala­bria, per esem­pio, gli asili nido pub­blici sono suf­fi­cienti solo per il 2,8% dei bam­bini fino a 2 anni di età. Fa peg­gio la Cala­bria con il 2,5% e si regi­strano valori bassi anche in Puglia (4,5%), Sici­lia (5,3%), Basi­li­cata (7,3%), Abruzzo (9,5%). L’Emilia Roma­gna è prima per coper­tura di nidi pub­blici (26,5%) e tra le prime per par­te­ci­pa­zione al tea­tro dei ragazzi (ci sono stati nell’ultimo anno il 38,7%) e pra­tica spor­tiva (57,8%).Meno di un terzo dei minori ita­liani fa sport. I libri e l’arte occu­pano il tempo libero di pochi: appena il 16% dei minori cam­pani ha visi­tato un monu­mento nell’ultimo anno, e ancora meno i ragazzi in Cala­bria, il 12%. La situa­zione è più grave e dif­fusa al Sud, ma per­fino Friuli Vene­zia Giu­lia, Lom­bar­dia e Emi­lia Roma­gna, le regioni ita­liane più «ric­che» di ser­vizi e oppor­tu­nità edu­ca­tive per bam­bini e ado­le­scenti, non reg­gono il con­fronto con l’Europa: nes­suna regione ita­liana è in linea con alcuni obiet­tivi euro­pei quali, per esem­pio, la coper­tura degli asili nido che dovrebbe essere del 33% (nella fascia di età 0–2 anni), ma arriva a stento al 26,5% in Emi­lia Roma­gna. E, per esem­pio, la disper­sione sco­la­stica, che ha numeri altis­simi in Cam­pa­nia e Sici­lia (22 e 25,8%), arriva anche in Valle d’Aosta al 19% (l’Ue ha posto obiet­tivo del 10% al 2020).

Tortura, Amnesty: Ancora troppa impunità e l’Italia non è da meno | Autore: Vittorio Bonanni da: controlacrisi.org

Ogni anno, testardamente, Amnesty International ricorda al mondo che una delle pratiche più ignobili utilizzate dal potere politico in particolare contro gli oppositori, è ancora ben lungi dall’essere cancellata. Stiamo parlando della tortura e del mancato impegno dei governi di ogni parte del mondo a cancellarla a trent’anni dalla storica adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro questo orrendo strumento di morte. Molti paesi non l’hanno ancora vietata per legge, altri invece lo hanno fatto e tuttavia non mancano di facilitarne l’applicazione, come ha denunciato ieri nella conferenza stampa di lancio della campagna “Stop alla tortura” Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana dell’associazione umanitaria. “La vietano per legge, la facilitano nella pratica. Ecco la doppia faccia dei governi quando si tratta della tortura” – ha dichiarato il dirigente di Amnesty, il quale ha ricordato come “non solo la tortura è viva e vegeta, ma il suo uso sta aumentando in molte parti del mondo poiché sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo così i progressi fatti negli ultimi 30 anni. Quella Convenzione era stata il prodotto di una campagna di Amnesty International contro la tortura. E’ disarmante rendersi conto che, nonostante i progressi fatti da allora, 30 anni dopo ci voglia un’altra campagna di Amnesty International affinché sia rispettata”.

E’ utile ricordare come a partire dal 1984, la Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi. “Amnesty International ha svolto ricerche su 142 di essi, giungendo alla conclusione che nel 2014 la tortura viene praticata ancora da 79 paesi. Negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha registrato casi di tortura o di altri maltrattamenti in 141 paesi ma, dato il contesto di segretezza nel quale la tortura viene praticata, è probabile che il numero effettivo sia più alto”, ha sottolineato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. In alcuni di questi paesi la tortura è sistematica, in altri è un fenomeno isolato ed eccezionale. Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, anche un solo caso di tortura è completamente inaccettabile. Questo strumento utilizzato per avvilire ed annientare l’avversario è usato spesso per ottenere delle informazioni. E’ un terribile tratto comune nella tormentata Storia dell’umanità e viene praticato attraverso sistemi diversi e tutti terribili, come la privazione del sonno, le scariche elettriche ai genitali e lo stupro. Per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tortura Amnesty ha commissionato all’istituto di ricerche GlobeScan un’inchiesta dalla quale è emerso che in 21 paesi il 44% della popolazione pensa che nel caso finisse sotto arresto potrebbe essere torturato. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura ma più di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura potrebbe essere giustificata in determinate circostanze. “I risultati sono sorprendenti: quasi la metà delle persone che abbiamo contattato si sente vulnerabile rispetto alla tortura. La vasta maggioranza ritiene che dovrebbero esserci norme chiare contro la tortura ma più di un terzo ancora pensa che in certi casi la tortura possa essere usata. Complessivamente, abbiamo riscontrato un forte sostegno globale in favore di azioni che prevengano la tortura” – ha dichiarato Caroline Holme, direttrice di GlobeScan. Nei paesi che hanno preso sul serio gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione contro la tortura, questa è diminuita grazie all’introduzione di un reato specifico nelle leggi nazionali, all’apertura dei centri di detenzione a organismi indipendenti di monitoraggio e alla registrazione video degli interrogatori. Amnesty International chiede ai governi di introdurre e applicare garanzie di protezione per prevenire e punire la tortura, come esami medici adeguati, immediato accesso agli avvocati, visite di organismi indipendenti nei centri di detenzione, indagini efficaci e indipendenti sulle denunce, procedimenti nei confronti dei presunti responsabili e adeguata riparazione per le vittime.

Sono cinque i paesi che Amnesty ha messo sotto osservazione. Il Messico dove è praticata massicciamente e impunemente dalle forze di polizia e di sicurezza. Terribile il caso di Miriam López Vargas, 31 anni, madre di quattro figli. E’ stata sequestrata da due soldati in borghese e portata in una caserma. Qui, in una settimana, è stata stuprata tre volte, sottoposta a scariche elettriche e semi-soffocata per costringerla a confessare presunti reati di droga. Sono passati tre anni ma nessuno dei suoi torturatori è stato portato di fronte alla giustizia. Scenario simile nelle Filippine. All’inizio del 2014 è stato scoperto un centro segreto di detenzione dove la polizia torturava i prigionieri per divertimento, usando una roulette lungo i settori della quale erano scritti vari metodi di tortura. Lo scandalo mediatico ha dato vita a un’indagine interna e alcuni agenti di polizia sono stati rimossi dall’incarico. Amnesty International ha chiesto un’indagine approfondita e imparziale che portasse in tribunale tutte le persone coinvolte. Ma la maggior parte degli atti di tortura da parte delle forze di polizia è rimasta impunita e i sopravvissuti alla tortura restano a soffrire in silenzio. Situazione drammatica anche nel Sahara occidentale, occupato dalle truppe marocchine e dove torture e vessazioni nei confronti della popolazione sahrawi sono all’ordine del giorno. E le autorita’ marocchine è rarissimo che indaghino sulle denunce di tortura. Ha fatto scalpore il caso di Ali Aarrass, estradato in Marocco dagli spagnoli malgrado corresse il rischio di essere torturato. E infatti è stato arrestato dai servizi di sicurezza, portato in un centro segreto di detenzione dove gli sono state somministrate scariche elettriche sui testicoli, e’ stato picchiato sulle piante dei piedi ed e’ stato tenuto appeso per i polsi per lunghe ore. Ha dichiarato di essere stato costretto a “confessare” di aver collaborato con un gruppo terrorista. Sulla base di tale “confessione” e’ stato condannato a 12 anni di carcere e le sue denunce non sono mai state prese in considerazione. Non è da meno la Nigeria, dove i militari ricorrono regolarmente alla tortura. Moses Akatubga è stato arrestato all’età di 16 anni. Lo hanno picchiato e gli hanno sparato a una mano. In una stazione di polizia è stato appeso per gli arti per ore. Sotto tortura, ha “confessato” di aver preso parte a una rapina. Le sue denunce di tortura non sono mai state pienamente indagate. Nel novembre 2013, dopo otto anni di attesa del verdetto, è stato condannato a morte. In Uzbekistan, dove Amnesty International non può entrare, la tortura è pervasiva ma pochi torturatori sono stati portati di fronte alla giustizia. Dilorom Abdukadirova ha trascorso cinque anni in esilio dopo che le forze di sicurezza aprirono il fuoco contro una manifestazione cui stava partecipando. Rientrata nel paese, è stata arrestata e accusata di tentativo di rovesciare il governo. Al processo, è apparsa in aula emaciata e con cicatrici sul volto. I suoi familiari sono certi che sia stata torturata.

Una particolare attenzione è stata dedicata da Amnesty all’Italia, la quale, ad oltre 25 anni dalla ratifica della Convenzione contro la tortura non ha ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale. “A 13 anni dal G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e nel nostro paese non esistono strumenti idonei per prevenire e punire le violazioni in maniera efficace. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni” , ha dichiarato Antonio Marchesi. Il 5 marzo il Senato ha approvato un testo unificato che qualifica la tortura come reato specifico prevedendo l’aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale. Non è passata invece la disposizione che prevedeva l’istituzione di un fondo nazionale per le vittime della tortura. “Dopo un quarto di secolo di attesa, è fondamentale che l’Italia si doti di norme efficaci per prevenire e punire la tortura e che queste soddisfino gli standard internazionali in materia di tortura che il nostro paese si è più volte impegnato a osservare. L’assenza di un reato specifico di tortura in Italia ha fatto sì, in questi anni, che fattispecie qualificabili e qualificate come tortura venissero sanzionate con pene lievi e non applicabili per intervenuta prescrizione e ha nuociuto alla stessa credibilità dell’operato delle forze di polizia” ha concluso Marchesi.

Ilo, la maternità negata alle lavoratrici: rapporto sul tema a livello mondiale Autore: redazione

Sono almeno 830 milioni le lavoratrici che, nel mondo, ancora non hanno un’adeguata protezione per quanto riguarda la maternità. E’ l’Ilo ad aver messo nero su bianco i numeri. Nel rapporto ‘Maternita’ e paternita’ nel lavoro: legislazioni e prassi nel mondo’, viene documentato che su 185 paesi e territori, solo poco più di un terzo hanno assunto impegni con almeno una delle tre convenzioni in materia di protezione della maternita’, adottate nel 1919, 1952 e 2000. Temi come la prevenzione dall’esposizione a rischi per la salute e la sicurezza durante la gravidanza e l’allattamento; il diritto al congedo di maternita’ retribuito, alla tutela della salute della madre e del bambino e ai permessi per allattamento; il diritto al reintegro sul posto di lavoro dopo il periodo di congedo,sono stati riconosciuti da sessantasei paesi.

Il rapporto fa un’analisi comparata delle legislazioni nazionali in 185 paesi e territori con le norme dell’Ilo piu’ recenti. “Tuttavia -spiega Laura Addati, coautrice del Rapporto ed esperta di protezione della maternita’ e di conciliazione vita-lavoro dell’Ilo- nella pratica la mancanza di queste tutele resta una delle principali sfide di oggi in materia di maternita’ e paternita’ nel lavoro”.
Secondo il Rapporto Ilo, nonostante i progressi, la discriminazione della maternita’ persiste in tutti i paesi. In tutto il mondo la maggioranza delle donne non gode ancora di un’adeguata protezione della maternita’ in termini di congedo e sicurezza del reddito al momento del parto.
Circa l’80% di queste donne si trova in Africa e Asia dove alcuni gruppi di lavoratori sono completamente esclusi da qualsiasi forma di protezione, sia dal punto di vista normativo che pratico. E’ il caso ad esempio dei lavoratori in proprio, migranti, domestici, del settore agricolo, occasionali o temporanei, o persone che appartengono a minoranze indigene e tribali.In queste aree geografiche, dove la copertura e’ principalmente sotto la responsabilita’ del datore di lavoro, predomina il lavoro informale,ampliamente sfruttato dalle multinazionali occidentali, e i tassi di mortalita’ materna e infantile sono ancora molto elevati.
Il Rapporto Ilo raccomanda ai governi di adottare e attuare leggi e politiche inclusive per rendere efficace la protezione, e sottolinea la necessita’ di fare una valutazione delle carenze esistenti nei sistemi attuali. Inoltre, indica che i datori di lavoro non dovrebbero sostenere l’intero carico dei costi delle prestazioni.