Appello a Doria e Burlando. La nomina dell’ex capo della polizia ai tempi del G8 del 2001 e attuale presidente di Finmeccanica alla guida della Fondazione Ansaldo getta uno schiaffo alla memoria e alla Genova democratica da : il manifesto.it

Gianni De Gennaro

Appren­diamo con scon­certo che il Pre­si­dente di Fin­mec­ca­nica Gianni De Gen­naro è stato nomi­nato Pre­si­dente della Fon­da­zione Ansaldo. L’attuale Pre­si­dente di Fin­mec­ca­nica Gianni De Gen­naro era il capo della Poli­zia che, sotto la sua guida, è stata pro­ta­go­ni­sta della più grave vio­la­zione di diritti umani in Occi­dente dopo la Seconda Guerra Mon­diale, con i mas­sa­cri per le vie di Genova, l’uccisione di Carlo Giu­liani, l’irruzione “cilena” alla scuola Diaz, le tor­ture della caserma di Bolzaneto.

La fon­da­zione Ansaldo è fon­data da Fin­mec­ca­nica spa, Comune di Genova, Pro­vin­cia di Genova e Regione Ligu­ria, ed è isti­tu­zione dedi­cata ai temi della cul­tura eco­no­mica, d’impresa e del lavoro. “Nel con­vin­ci­mento che pro­gresso civile e svi­luppo eco­no­mico pos­sano gene­rare un rap­porto siner­gico capace di accre­scere la com­pe­ti­ti­vità delle imprese e, insieme, la qua­lità della vita delle comu­nità, la Fon­da­zione si col­loca ideal­mente tra il mondo della cul­tura e il mondo dell’impresa; un ruolo che può essere assunto e svi­lup­pato solo se fon­dato sulla part­ner­ship, sul con­senso e sul coin­vol­gi­mento delle com­po­nenti sociali.”, così recita nel suo sito.

Di quale cul­tura sia por­ta­tore De Gen­naro l’abbiamo potuto spe­ri­men­tare a Genova nel 2001.

Forse la fon­da­zione Ansaldo, modi­fi­cando i suoi obiet­tivi, intende orga­niz­zare corsi su come si costrui­scono prove false, sulle tec­ni­che migliori per tor­tu­rare e mas­sa­crare cit­ta­dini inermi ? Chie­diamo l’immediata revoca di tale nomina che risulta un insulto per tutti coloro cha hanno a cuore la demo­cra­zia e la Costi­tu­zione italiana.

Chie­diamo al Sin­daco Marco Doria e al pre­si­dente della regione Clau­dio Bur­lando di entrare in sin­to­nia con l’indignazione della Genova demo­cra­tica e di far espri­mere l’indignazione attra­verso i loro rap­pre­sen­tanti nel con­si­glio di ammi­ni­stra­zione della Fon­da­zione, arri­vando anche a valu­tare la auto­so­spen­sione dal CdA stersso nel caso che de Gen­naro rimanga al suo posto.

Vit­to­rio Agno­letto, già por­ta­voce del Genoa Social Forum nel luglio 2001
Anto­nio Bruno, capo­gruppo Fede­ra­zione della Sini­stra in con­si­glio comu­nale a Genova

Congresso Cgil, Gli interventi di Landini e Cremaschi: “I lavoratori ci chiedono un sindacato indipendente” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Al congresso della Cgil non è stato solo il giorno della spaccatura della maggioranza con la presentazione della “lista 3%” da parte di Landini, che si è andata ad affiancare all’opposizione di Cremaschi, che è riuscito anche lui, leader del documento “Il sindacato è un’altra cosa”, ad ottenere il numero di firme necessario. Oggi è stato il giorno dei loro interventi.
Entrambi hanno centrato con nettezza e precisione i temi all’ordine del giorno. E, va sottolineato, anche con una certa enfasi. Anzi, si è trattato di due interventi accorati il cui obiettivo è stato quello di parlare proprio alla platea senza risparmiare verità scomode e analisi crude della realtà.

Landini: “Non c’è più tempo. Dobbiamo metterci in gioco”
Verità messe in fila una per una dal segretario della Fiom che ha ricordato aprendo il suo intervento l’origine unitaria del congresso, via via consumata da una serie di passaggi affrontati da Camusso “a colpi di maggioranza”, a cominciare dall’accordo del 10 gennaio. Non è così che si costruisce il sindacato del futuro. Anche perché, ed è stato questo uno dei punti in comune con l’intervento di Cremaschi, non si è forse ragionato sul disastro del presente. Secondo Landini il sindacato del futuro si costruisce nell’unità dei lavoratori e il primo strumento è la democrazia. Facile no? Certo, se ci fosse una Cgil meno legata a schemi predeterminati, come nella vicenda della Fiat, per esempio, rispetto alla quale Landini non fa mistero di non aver tollerato l’assordante silenzio della leader della Cgil. Oppure sul nodo dei rapporti con il Governo, rispetto al quale, come sembra sottolineare Landini, forse ci si è presentati troppo deboli e remissivi, sicuramente non avendo fatto tutto quello che c’era da fare sul piano delle mobilitazioni. Insomma, va bene riproporre l’obiettivo delle pensioni, come ha detto Camusso, ma non ci si può scordare che i lavoratori hanno presente ciò che la Cgil “non ha fatto” quando a legiferare era Monti. Alla desindacalizzazione imposta da Renzi va risposto con il consenso dei lavoratori al sindacato. Ovvero, il tema dell’indipendenza. “Non c’è più tempo”, dice Landini in chiusura del suo intervento. Non c’è più tempo di affrontare i nodi con la solita liturgia sindacale. Occorre “mettersi in gioco”. Per il leader della Fiom l’aver rinviato alla conferenza di organizzazione del 2015 la discussione sul rinnovamento interno e’ un errore: “Questi tempi non ci sono piu’, non abbiamo quel tempo. Gli operai- aggiunge- rischiano la vita: la domanda e’ se ognuno di noi e’ pronto a mettere la nostra vita in gioco per loro”.

Cremaschi: “Un sindacato veramente indipendente”
Anche per Cremaschi il tema principale in Cgil è quello dell’indipendenza. Altrimenti si rischia di raccontare un paese che non esiste. Non esiste un paese, dice Cremaschi che prende 80 euro e poi non si vede tagliare i servizi all’interno di una “redistribuzione che paghiamo con le nostre tasche”. Non esiste un paese che crede davvero che l’accordo del 10 gennaio metta davvero in discussione qualcosa. “Non ci sarà nessuna estensione dei diritti ma solo l’ennesimo isolamento delle Rsu che non sono d’accordo”, dice. Per Cremaschi la Cgil deve affrontare il tema del suo ruolo rispetto agli altri sindacati (“con Bonanni e Angeletti non si va da nessuna parte”), al Governo, a Confindustria e arrivare a una vera unità interna. C’è il rischio vero che la gestione interna del dissenso arrivi a una balcanizzazione. Cremaschi ricorda le “alterazioni, falsificazioni e problemi rispetto ai dati delle assemblee di base” e la “soglia di sbarramento” per entrare a far parte del Comitato direttivo nazionale della Cgil. Un’ultima frecciata Cremaschi se la riserva per la brutta vicenda dell’ospitalità concessa a Moretti, ex amministratore delegato di Trenitalia. Al congresso della Cgil è stato fatto parlare ma è stata negata la parola ai famigliari delel vittime della strage di Viareggio, che vede Moretti sul banco degli imputati. Un vero e proprio sgarbo doppiamente grave perché Moretti ha licenziato un delegato Cgil che aveva prestato la sua assistenza ai famigliari.

Jobs Act, il Senato ci vuole precari per sempre Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Il decreto «pre­cari per sem­pre», quello che porta il nome dell’ex pre­si­dente dell’alleanza delle coo­pe­ra­tive Giu­liano Poletti oggi mini­stro del lavoro nel governo Renzi, ha otte­nuto ieri la fidu­cia al Senato e verrà appro­vato senza ulte­riori modi­fi­che dalla Camera entro il 19 mag­gio. I respon­sa­bili di que­sta nuova pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti a ter­mine, la forma di lavoro più dif­fusa e ancora mini­ma­mente tute­lata nella giun­gla ita­liana, sono 158 (122 sono stati i con­trari) e ade­ri­scono al Par­tito Demo­cra­tico, al Nuovo Cen­tro Destra e a Scelta Civica.La tri­plice ha prima con­cor­dato con il governo otto emen­da­menti che hanno peg­gio­rato il «decreto Poletti» uscito dalla Camera, poi hanno votato l’ottava fidu­cia ad un governo in stato con­fu­sio­nale, infine hanno ras­si­cu­rato le imprese: anche il con­tratto di appren­di­stato potrà essere a ter­mine per svol­gere atti­vità sta­gio­nali e non ci sarà più l’obbligo di sta­bi­liz­za­zione per le aziende che sfo­rano il tetto del 20% dei con­tratti a ter­mine. Solo quelle con oltre 50 dipen­denti (e non più di 30) dovranno sta­bi­liz­zare il 20% degli appren­di­sti per poterne assu­merne altri. In più si pagherà una san­zione pecu­nia­ria «ammor­bi­dita» per tenere buone le imprese. Invece di sanare le irre­go­la­rità, lo Stato pre­fe­ri­sce non inter­ve­nire sul pro­blema della con­ver­sione dell’apprendistato in tempo inde­ter­mi­nato. Potrebbe sco­rag­giare le imprese dall’assumere. Imprese che con­ti­nue­ranno comun­que a non assu­mere per­chè non hanno lavoro. In com­penso il limite del 20% non si appli­cherà ai con­tratti a tempo sti­pu­lati dagli enti di ricerca.
A gestire l’intera par­tita sono stati l’ex mini­stro del lavoro ultra-liberista Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd) e il giu­sla­vo­ri­sta Pie­tro Ichino, rela­tore del prov­ve­di­mento, che teo­rizza da tempo la mone­tiz­za­zione dei diritti super­stiti del lavoro. Aver­gli lasciato il mono­po­lio della deci­sione, dopo avere con­cor­dato le modi­fi­che peg­gio­ra­tive al testo, è un’altra delle gravi respon­sa­bi­lità del Par­tito Democratico.

Osteg­giato for­te­mente dalla Cgil e da tutti i sin­da­cati di base, il decreto Poletti è in gene­rale il segno della pre­ca­riz­za­zione defi­ni­tiva dei con­tratti a ter­mine, il 43% dei quali già oggi dura meno di un mese. Il governo ha inteso così pro­gram­ma­ti­ca­mente aumen­tare la discon­ti­nuità dei rap­porti di lavoro, e con essa l’incertezza dei lavo­ra­tori senza nes­suna garan­zia di assun­zione alla fine dei 36 mesi pre­vi­sti senza «cau­sale» del con­tratto. Renzi e Poletti hanno voluto lasciare alle aziende la pos­si­bi­lità di ricor­rere ad altri lavo­ra­tori dopo cin­que pro­ro­ghe. L’acausalità nel tempo deter­mi­nato è stata pro­lun­gata fino a tre anni; si potranno fare fino a cin­que pro­ro­ghe più infi­niti rin­novi. Una misura che il giu­sla­vo­ri­sta Pier­gio­vanni Alleva ha defi­nito «uno scon­cio etico e inco­sti­tu­zio­nale» per­chè con­tra­sta con gli arti­coli 2 e 4 della Costi­tu­zione e viola la nor­ma­tiva euro­pea sui con­tratti a ter­mine. Quei pochi che ver­ranno «assunti» inon­de­ranno di ricorsi i tri­bu­nali del lavoro, tra l’altro sup­por­tati dai giu­ri­sti demo­cra­tici che hanno denun­ciato il governo alla Com­mis­sione Ue e hanno pro­messo di girare in cam­per per infor­mare i lavoratori.

Prima che la man­naia della fidu­cia can­cel­lasse gli oltre 700 emen­da­menti al Dl lavoro, l’approvazione del prov­ve­di­mento ieri in Senato è stata inter­rotta dalle pro­te­ste del movi­mento 5 Stelle. I sena­tori pen­ta­stel­lati si sono inca­te­nati in segno di pro­te­sta con­tro quello che defi­ni­scono senza mezzi ter­mini un prov­ve­di­mento che rende schiavi i pre­cari. Il leghi­sta Roberto Cal­de­roli ha sospeso la seduta arri­vando addi­rit­tura a minac­ciare di disporne l’arresto. La pro­te­sta poi è rien­trata. «Ho visto che avete ritro­vato le chiavi» ha detto Cal­de­roli agli M5S. Sel ha pro­te­stato in maniera più sobria: le catene le ha lasciate sui car­telli alzati in aula: «Nes­sun diritto, nes­suna casa, nes­suna pen­sione, nes­sun futuro» era scritto su uno di quelli esposti.

Ieri alla Sapienza di Roma gli stu­denti hanno con­te­stato un’iniziativa alla quale avreb­bero dovuto par­te­ci­pare l’ex mini­stro del lavoro Tiziano Treu, già autore dell’indimenticato «pac­chetto Treu» del 1997, e il pre­si­dente della Com­mis­sione lavoro alla Camera Cesare Damiano (Pd). Con­tro il «Jobs Act» e il piano casa di Lupi i movi­menti della casa mani­fe­ste­ranno a Roma il 12 mag­gio. Cin­que giorni dopo, sabato 17 a Roma, sarà il turno del cor­teo dei comi­tati per l’acqua pub­blica per i beni comuni e con­tro la precarietà.

Congresso Cgil, la Fiom candida capolista Ciro D’Alessio (Fiat Pomigliano) per il direttivo nazionale Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il rinnovamento della Cgil? Per la Fiom comincia da un nome: Ciro D’Alessio, uno dei 19 operai che furono reintegrati da Fiat a Pomigliano al termine di una lunga battaglia legale che sanci’ il comportamento antisindacale del Lingotto nel sito campano. Sarà lui ad aprire la lista che ha letteralmente spaccato la maggioranza, nota burocraticamente come la lista Landini-Nicolosi-Moccia. Un nome, quindi, che appartiene ad una precisa storia, quella antisilndacale e anticontrattuale di Fiat-Marchionne.

Una lista di “rottura”, sicuramente “di cambiamento”, come la definisce lo stesso leader della Fiom, Maurizio Landini, all’ottavo posto nell’elenco, che prevede il 41% di donne, il 24% di giovani sotto i 35 anni ed il 35% di delegati di fabbrica. La lista si affiancherà nel fronte dell’opposizione a quella di Cremaschi, che aveva già dato vita al documento “Il sindacato è un’altra cosa”.”E’ stata una scelta precisa, per dimostrare che noi il rinnovamento lo stiamo facendo”, spiega. Una lista “che ha come obiettivo e singnificato quello di tenere aperta una discussione interna alla Cgil”, aggiunge. D’altra parte, il fatto che il congresso, nato unitario finisca con il sancire una spaccatura dice proprio questo: “che una discussione non c’e’ stata”. Ed attendere la convocazione, tra due anni, di una Conferenza di programma per affrontare nodi e temi che dividono il sindacato e’ “anacronistico”. Sono tempi veloci, questi, infatti, quasi di corsa. “Non abbiamo tutto questo tempo per decidere come cambiare”, aggiunge.

Insomma, l’attacco di Landini, forte ora di un documento congressuale di opposizione, è a tutto tondo. Le norme di vita della Cgil “si configurano come una parodia dell’esercizio della democrazia”. “Democrazia, unita’ sindacale, rappresentanza e confederalita’ vanno oggi riscritte. E’ nel vuoto di questa discussione il fallimento di questo congresso. La confederalita’ – si legge nel documento che riprende un concetto espresso dal leader della Cgil, Susanna Camusso, nei confronti del governo – non si sostanzia nella torsione autoritaria delle forme di vita interna dell’Organizzazione, ma esiste se e’ capace di esprimere, a partire dagli interessi del lavoro dipendente, un progetto generale di cambiamento della societa’ e dell’Europa”.

Secondo il documento Landini-Nicolosi-Moccia, la Cgil deve essere “democratica e trasparente” dandosi anche in codice etico. “La Cgil sceglie la totale trasparenza con la pubblicazione on line di tutti gli introiti e di ogni spesa ordinaria e straordinaria- si legge nel testo che sara’ votato nel pomeriggio- pubblica tutte le tabelle retributive a partire dal segretario generale e predispone una anagrafe delle dichiarazioni dei redditi di tutti i dirigenti e funzionari”. Per la minoranza interna poi serve un codice etico con strumenti di “monitoraggio e controllo”.

Nel documento si afferma che il congresso della Cgil e’ stato “un’altra occasione mancata per svolgere un vero confronto democratico, con il coinvolgimento reale degli iscritti sulla crisi del sindacato, su come riorganizzare la rappresentanza sociale, su quali scelte rivendicative e contrattuali mettere in campo”. E si chiede, quindi, “una Cgil democratica”, che “sceglie la totale trasparenza”, che “si da’ un Codice etico”.

Si ribadisce “la contrarieta’”, nel merito e nel metodo, al Testo unico sulla rappresentanza e che “la democrazia e’ un diritto dei lavoratori e delle lavoratrici da affermare per legge”. Un “insieme di ragioni” per cui “non e’ possibile una conclusione unitaria della mozione ‘Il lavoro decide il futuro'”, prima firmataria Camusso. “Il congresso – prosegue – ha cambiato natura per una scelta precisa da parte della segretaria generale”; e’ stato “stravolto, perche’ il confronto auspicato nella premessa della mozione si e’ concluso prima ancora di cominciare”.