Ucraina: la verità vittima della guerra. L’Europa ha qualcosa da dire? | Fonte: listatsipras.eu | Autore: Barbara Spinelli – Fabio Amato – Eleonora Forenza – Guido Viale

Come in tutte le guerre, la verità e l’informazione sono vittime designate. Il caso ucraino non fa eccezione. Si omette deliberatamente di dare notizia sull’uso di paramilitari nazisti al servizio del governo di Kiev, così come dei tragici eventi accaduti ad Odessa (46 persone disarmate uccise in un vero e proprio pogrom antirusso, imputabile alle milizie filogovernative di Pravyi Sektor, Settore di Destra) . Criminale è l’aver fomentato, soprattutto da parte degli USA, una guerra civile e aver sdoganato in Europa forze naziste, che speravamo di aver cancellato definitivamente dal futuro dell’Europa.

Ed è anche il futuro dell’Europa che si gioca in Ucraina: gli Stati Uniti hanno lavorato e stanno lavorando pesantemente per destabilizzare la situazione ucraina, in primo luogo al fine di favorire una espansione ad Est dei confini della NATO. Non solo: nel contesto della trattativa sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip), gli Stati uniti lavorano per impedire qualsivoglia autonomia geopolitica dell’Europa, e per arginare gli scambi Europa-Russia, soprattuto energetici. Insomma, si vuole rinchiudere l’Europa in un più serrato patto atlantico, volto a fare dell’Europa il cortile degli USA sia sul terreno militare che su quello economico.
Occorre che le pacifiste e i pacifisti si mobilitino in Italia e in Europa, contro la violazione dei diritti umani e il governo  di Kiev  e in favore di una Ucraina libera e federata. Come ha detto Alexis Tsipras al “Guardian”: “L’Unione europea dovrebbe far di tutto per ristabilire l’accordo di Ginevra del 17 aprile , e cercare la fine immediata delle violenze. Dovrebbe anche lanciare un ultimo monito al governo provvisorio ucraino, esigendo che gli accordi non siano ancora una volta violati.

Il massacro nell’edificio dei sindacati a Odessa mostra che esistono elementi nel governo  ucraino, intimamente legati a unità paramilitari criminali e naziste, che vogliono un’Ucraina più piccola e “etnicamente ripulita”. È per raggiungere i propri obiettivi che cercano di provocare la Russia. La soluzione praticabile della crisi richiede come prima cosa la rimozione di tutti gli elementi neonazisti e  di estrema destra dal governo provvisorio. La pace in Ucraina è difficile se tali elementi restano al potere, perché la loro strategia consiste nel seminare insicurezza in tutte le minoranze etniche e religiose del paese”.

ANPI news n. 119

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

Non siamo conservatori, ma il cambiamento si realizza solo nel solco della Costituzione e nel quadro di una democrazia che si rafforza anziché ridurre gli spazi della rappresentanza

Pubblichiamo di seguito la versione integrale dell’intervento del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia, alla manifestazione del 29 aprile al Teatro Eliseo di Roma: Riforme, rappresentanza, coerenza costituzionale nel cambiamento: UNA QUESTIONE DEMOCRATICA (…)


Pubblichiamo di seguito un comunicato del Comitato provinciale ANPI di Pavia in cui si dà l’importante notizia dell’emanazione – in vista delle prossime elezioni amministrative – delle “Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature”. In esse ha trovato riscontro il lavoro portato avanti in Senato e alla Camera con le interrogazioni dello scorso anno a seguito dell’ammissione nel Comune di Alagna Lomellina (PV) delle liste “Fascismo e libertà” e “NSAB-Mlns – Movimento Nazionale e socialista dei lavoratori”(…)

 


 

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

A Rimini, ho partecipato al Congresso Nazionale della CGIL, con quasi mille delegati, molti invitati e parecchi ospiti, nella bella sala del Centro Congressi, come sempre, in Emilia, organizzatissimo. Ho ascoltato la relazione di Susanna Camusso e vi ho trovato una prova di maturità e di consapevolezza straordinaria. Sono stati affrontati molti temi, formulate diverse proposte di particolare interesse (…)

ARGOMENTI

ANPINEWS N.119

“Trattativa”, processo a Mannino: il pm chiede di acquisire gli atti sulla Falange armata da: antimafia duemila

mannino-calogero-webL’ex ministro viene giudicato da solo con il rito abbreviato. Secondo il sostituto Tartaglia, i documenti dovrebbero delineare meglio la stagione delle stragi e la crisi che maturò nei rapporti fra Cosa nostra e i politici.

Palermo. L’acquisizione di nuovi atti e documenti, fra i quali il testo cosiddetto “Corvo 2” e quelli relativi alla Falange armata è stata chiesta dal pm Roberto Tartaglia al processo nei confronti dell’ex ministro Calogero Mannino, imputato di attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato nell’ambito del procedimento per la trattativa Stato-mafia. Il processo si svolge col rito abbreviato dinanzi al gup Marina Petruzzella. “Avanziamo la richiesta di integrazione probatoria – ha detto Tartaglia, in aula con il procuratore aggiunto Vittorio Teresi – con l’acquisizione di atti e documenti che sono strettamente connessi a uno dei principali temi probatori, non solo del processo dinanzi alla Corte d’assise, ma anche del procedimento odierno”.
Gli atti di cui viene proposta l’acquisizione dovrebbero delineare “la maturata consapevolezza del venire meno dei rapporti tra Cosa nostra e i referenti politici, la scelta maturata dai corleonesi di punire tutti coloro che si erano impegnati con Cosa nostra e avevano fallito, in primis subito dopo la conferma della sentenza del maxiprocesso, avviando la stagione delle stragi avviata con l’omicidio Lima”.
Ma i pm chiedono anche di far entrare nel processo documenti sulle rivendicazioni delle stragi da parte della Falange armata, i timori di Mannino di essere ucciso in seguito ai quali, secondo i testi dell’accusa, si assiste all’instaurazione di un canale di comunicazione occulto, “clandestino – ha detto Tartaglia – tra i carabinieri e i vertici di Cosa nostra”

La sfida di Landini per un’altra Cgil da: il manifesto.it

Sindacato. Al congresso di Rimini l’atteso intervento del leader della Fiom. Che attacca a tutto campo la segretaria Camusso per la gestione della crisi. Rottura sulla rappresentanza. Il dirigente delle tute blu presenta la sua lista (la terza è quella di Cremaschi) e disegna un nuovo modello sindacale

Maurizio Landini

Un discorso appas­sio­nato, applau­di­tis­simo, non solo dai suoi. L’intervento di Mau­ri­zio Lan­dini dal palco di Rimini rap­pre­senta uno spar­tiac­que nella vita della Cgil. Il lea­der della Fiom, che ha uffi­cial­mente pre­sen­tato una seconda lista di oppo­si­zione, ha attac­cato in modo duris­simo la segre­ta­ria Susanna Camusso, rin­fac­cian­dole tutti gli errori degli ultimi anni: errori che hanno con­tri­buito, è la sua tesi, a fare spa­zio alle cri­ti­che demo­li­trici di Renzi e Grillo. «Il con­senso di Renzi – ha detto – è figlio delle nostre dif­fi­coltà, delle cose che non abbiamo rea­liz­zato negli anni per con­tra­stare le diverse poli­ti­che, e del fatto che non abbiamo osta­co­lato i governi che ci sono stati».

Una cri­tica radi­cale, sostan­ziale, che dise­gna una stra­te­gia del tutto oppo­sta a quella della segre­ta­ria: in altri sistemi (ma non nell’attuale Cgil) potrebbe benis­simo deli­neare la figura di un anti-Camusso, il can­di­dato alla segre­te­ria gene­rale al posto dell’attuale lea­der. Lan­dini incarna ormai que­sta figura nel Paese, agli occhi di tutti gli osser­va­tori esterni (si sia d’accordo con lui o no), ma per i far­ra­gi­nosi sistemi di sele­zione della Cgil que­sta con­trap­po­si­zione non può essere gio­cata. Forse in futuro con le pri­ma­rie, chi lo sa. «Non pos­siamo più nascon­derci die­tro un’apparente rap­pre­sen­tanza che all’esterno non ci viene rico­no­sciuta, dirci che siamo molto demo­cra­tici e che tutto fun­ziona: per­ché così faremo la fine dei par­titi poli­tici, è solo que­stione di tempo», dice in un crescendo.

Lan­dini ha spie­gato di essere d’accordo con la rela­zione di Camusso, «quando chiede di aprire una ver­tenza su pen­sioni, fisco e ammor­tiz­za­tori: ma noi non siamo stati scon­fitti sulle pen­sioni, noi quella par­tita non l’abbiamo nem­meno aperta». «Il pro­blema è che dob­biamo cam­biare subito il nostro approc­cio con i gio­vani, i pre­cari, le per­sone che oggi non ci cono­scono. Ho incon­trato in treno immi­grati che lavo­rano a Bre­scia per 2 euro l’ora, e ho detto loro che sono sin­da­ca­li­sta: pen­sa­vano che fossi pagato dallo Stato. Ma que­ste per­sone qui, io come le con­vinco?». Un altro nodo da affron­tare è quello della «tra­spa­renza»: «Qui il pro­blema non è la casa o il con­do­mi­nio – dice Lan­dini rife­ren­dosi a una meta­fora usata da Camusso — qui siamo di fronte a un ter­re­moto per cui non esi­stono più case e con­do­mini. Il pro­blema è la pos­si­bi­lità di costruire una casa di vetro, fino ad arri­vare a un codice etico».

Si può discu­tere del nuovo sin­da­cato nella Con­fe­renza di orga­niz­za­zione annun­ciata da Camusso per il 2015? «Non c’è più tempo – dice Lan­dini – Noi dob­biamo capo­vol­gere il ragio­na­mento: non dob­biamo fare qual­cosa per­ché ce lo chiede qual­cuno, la poli­tica o Renzi. Ma dob­biamo agire per­ché ce lo chie­dono i lavo­ra­tori, dob­biamo met­tere in gioco la nostra vita con loro». La spinta emo­tiva a que­sto punto è altis­sima, visto che il lea­der Fiom parla addi­rit­tura di sacri­fi­cio della vita, in una evi­dente iper­bole: «Il fatto è che sento la respon­sa­bi­lità su di me: tra qual­che anno dovrò lasciare que­sto ruolo, ma non mi chiedo cosa suc­ce­derà a me, ma cosa avrò lasciato agli altri». Un altro punto di scon­tro con Camusso, il nodo Fiat: «Non ho apprez­zato il fatto che nella rela­zione non sia stata citata la Fiat, e non solo per quello che accade in que­sti giorni. Ma per­ché il modello Fiat implica lo scar­di­na­mento totale non solo del con­tratto nazio­nale, ma della con­trat­ta­zione in sé, del sin­da­cato come soggetto».

Al segre­ta­rio Fiom non è pia­ciuto nean­che il modo in cui ci si è rap­por­tati con Cisl e Uil: «Ho sem­pre pen­sato che l’unità della Cgil venga prima dell’unità con Cisl e Uil. Men­tre una finta unità con Cisl e Uil è stata usata a volte per distrarre dai pro­blemi interni. A sen­tire Bonanni fare il pala­dino della demo­cra­zia a me sono venuti i capelli dritti, per­ché lui è quello che ha fir­mato per anni con­tratti sepa­rati, e accordi che hanno tenuto la Cgil fuori dalle fab­bri­che. E uno viene qui a fare le lezioni e noi a dire che non abbiamo pro­blemi ad applau­dirlo: ma stiamo scher­zando?». E allora per Lan­dini biso­gna guar­dare le dif­fi­coltà e le divi­sioni interne in fac­cia, serve «discu­tere, discu­tere, discu­tere». «Non si può risol­vere tutto a colpi di mag­gio­ranza: è vero che l’unità ci rende più forti, e io avevo accet­tato prima della firma del Testo unico un per­corso uni­ta­rio, ma poi non è stato possibile».

Que­sta la «piat­ta­forma» di Lan­dini per l’altra Cgil, per come la rico­strui­rebbe se fosse lui a gui­darla. Camusso per tutto il discorso è stata atten­tis­sima: spesso ha preso appunti, in altri momenti lo ha guar­dato, restando seduta die­tro alla pre­si­denza. Alla fine, quando il micro­fono alla sca­denza dei 15 minuti si è spento auto­ma­ti­ca­mente (una «ghi­gliot­tina» impo­sta a tutti, per non far dilun­gare gli inter­venti), e Lan­dini ha con­ti­nuato a par­lare ancora per mezzo minuto, ha applau­dito e sor­riso. Oggi rispon­derà cer­ta­mente in det­ta­glio a tutte que­ste cri­ti­che, nelle sue conclusioni.

Sin­to­nia con la rela­zione di Lan­dini, nelle parole di un altro inter­vento molto appas­sio­nato e ugual­mente applau­dito, quello della segre­ta­ria Spi Cgil Carla Can­tone. Era stata pro­prio lei, al suo con­gresso a porre il pro­blema del fal­li­mento del sin­da­cato nel con­tra­sto alla riforma For­nero delle pen­sioni. E ieri ha riba­dito il con­cetto, anti­ci­pando una cri­tica di sostanza a Camusso che è poi rie­cheg­giata nell’intervento del lea­der Fiom: «Noi dob­biamo avere il corag­gio della lotta – ha detto – e non farci incar­tare come è avve­nuto con la riforma For­nero. Per­ché non puoi scen­dere in campo dopo che tutto è già avve­nuto».
Indi­pen­denza e corag­gio nel con­tra­stare il governo che chiede anche Gior­gio Cre­ma­schi, che ha pre­sen­tato una terza lista: «Per­ché la bat­ta­glia sulle pen­sioni non l’abbiamo mai fatta non per timore di per­derla, ma per paura che riu­scisse troppo bene, così da creare pro­blemi al Pd che soste­neva il governo Monti».

è stata lanciata una petizione on line per le violenze perpetrate contro le donne in Nigeria. La mobilitazione delle donne Nigeriane ha bisogno di noi. Firmiamo la petizione e diffondiamo. da : udi catania

Udi Catania



Care tutte/i,
è stata lanciata una petizione on line per le violenze perpetrate contro le donne in Nigeria. La mobilitazione delle donne Nigeriane ha bisogno di noi. Firmiamo la petizione e diffondiamo.
 
 
 
234 ragazze sono state rapite nella città nigeriana di Bornu. Si presume che le ragazze siano state rapite da Boko Haram, un gruppo estremista islamico locale il cui nome significa “l’educazione occidentale è proibita”.
Si teme che le ragazze siano state vendute in matrimonio ai militanti e alcune siano state portate con forza in Camerun e Ciad.
Le informazioni sono contrastanti a proposito dello stato attuale delle ragazze. Vi chiediamo di portare l’attenzione a questo terribile evento per chiedere giustizia e dimostrare la vostra solidarietà alle donne nigeriane.

UDI Catania

Il trip di Giovanardi ricomincia dal senato da: il manifesto

Stupefacente. L’esponente del Ncd relatore del testo sulle droghe. Un solo obiettivo: riportare, nel ddl di conversione del decreto Lorenzin, la marijuana alla stregua delle droghe pensanti

Il senatore Carlo Giovanardi 

La noti­zia «stu­pe­fa­cente», come l’ha defi­nita Fuo­ri­luogo, è che a diri­gere i lavori con­giunti delle com­mis­sioni Giu­sti­zia e Sanità del Senato sul prov­ve­di­mento di con­ver­sione in legge del decreto Loren­zin sulle dro­ghe sarà niente meno che Carlo Gio­va­nardi. Non sarà solo, lo affian­cherà l’ex respon­sa­bile della Salute del Pd, Ame­deo Bianco, ma la noti­zia è risuo­nata «tra­gica e comica allo stesso tempo», per usare le parole del pre­si­dente di Anti­gone Patri­zio Gon­nella, per­ché «è come met­tere Dra­cula all’Avis». In effetti in molti, den­tro e fuori il Par­la­mento, si chie­dono quale sia il reale motivo che ha spinto i pre­si­denti delle due com­mis­sioni, Emi­lia De Biasi del Pd e il ber­lu­sco­niano Fran­ce­sco Nitto Palma, a nomi­nare pro­prio il padrino della legge annul­lata per inco­sti­tu­zio­na­lità dalla Con­sulta come rela­tore del testo appro­dato ieri a Palazzo Madama dopo essere stato licen­ziato dalla Camera il 30 aprile scorso col voto di fidu­cia impo­sto dal governo. Forse a par­ziale giu­sti­fi­ca­zione si può pren­dere l’ipotesi sug­ge­rita dal sena­tore Luigi Man­coni che ieri sul Foglio, in un arti­colo inti­to­lato «Il cer­chio si chiude», par­lava di un «caso Gio­va­nardi» come un esem­pio di «dipen­denza secon­da­ria» deri­vante dalla «con­di­zione di bur­nout» che «affligge coloro che, senza svol­gere diret­ta­mente un lavoro a con­tatto — per esem­pio — con i tos­si­co­mani, pos­sono risul­tare con­di­zio­nati osses­si­va­mente dalla que­stione droga, dal discorso intorno ad essa, dall’introiezione nella sfera men­tale e psi­co­lo­gica dei suoi effetti».

 

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Ma non è solo, Carlo Gio­va­nardi. Lavora in tan­dem con la mini­stra Loren­zin che della sen­tenza della Con­sulta avrebbe fatto subito carta strac­cia rimon­tando la legge Fini-Giovanardi sul treno del decreto legge, pro­prio con lo stesso esca­mo­tage boc­ciato per inco­sti­tu­zio­na­lità. E infatti ieri Gio­va­nardi ha spie­gato che il decreto legge è «in sca­denza, quindi i tempi devono essere rapidi. Ritengo — ha aggiunto però — che si possa appro­vare così come è, uni­ta­mente a un ordine del giorno che chieda al Mini­stero della Salute di cor­reg­gere il punto cri­tico riguardo la can­na­bis natu­rale arric­chita». Eccolo, il suo pal­lino: «La Camera — afferma il sena­tore del Ncd – ha resu­sci­tato, di fatto, la legge Gio­va­nardi, con­fer­man­done i prin­cipi car­dine, in pri­mis la con­ce­zione del tos­si­co­di­pen­dente come malato da curare. Resta solo il pro­blema della mari­juana: quella che si usava 20 anni fa poteva esser messa in una tabella a parte, ma quella che si usa oggi, sia natu­rale che sin­te­tica, è arric­chita e pre­senta un Thc altis­simo. Per que­sto – con­clude Gio­va­nardi – non andrebbe inse­rita in una tabella sepa­rata rispetto a dro­ghe più pesanti e peri­co­lose. Spero che il Senato intervenga».E a riprova che è uomo di lotta e di governo, Gio­va­nardi schiera anche le sue truppe. Ieri, infatti, men­tre da più parti si leva­vano rea­zioni di sde­gno con­tro l’incarico con­fe­ri­to­gli che rap­pre­senta «un ossi­moro», come lo defi­ni­sce Feder­Serd, o «un insulto in pri­mis alla ragione, poi alla Corte Costi­tu­zio­nale e, in ultimo, alla dignità stessa del Senato», come ha scritto il diret­tore di Fuo­ri­luogo, Leo­nardo Fio­ren­tini, in una let­tera al pre­si­dente dei sena­tori Pie­tro Grasso per chie­dere un suo inter­vento imme­diato e per annun­ciare un digiuno di pro­te­sta a staf­fetta orga­niz­zato da Forum Dro­ghe, alcune comu­nità “proi­bi­zio­ni­ste” con in testa San Patri­gnano si met­te­vano già sul piede di guerra. La con­te­sta­zione con­tro l’attuale testo di con­ver­sione parte oggi alle 14 da Piazza Far­nese; poi una dele­ga­zione ten­terà di por­tare in Senato le pres­santi richie­ste del “movi­mento”. Le stesse di Giovanardi.

L’esito però non è scon­tato. Per­ché se la nomina – media­zione tra il Pd e il Ncd – potrebbe essere “stra­te­gica”, per costrin­gere il rela­tore a mediare a sua volta tra le oppo­ste posi­zioni rap­pre­sen­tate in Senato, per il Pd, «indie­tro non si torna», secondo quanto afferma il sena­tore Giu­seppe Lumia, mem­bro della com­mis­sione Giu­sti­zia. «Si parte dalla sen­tenza della Con­sulta — dice — il testo non deve essere peg­gio­rato, e vanno respinti tutti i ten­ta­tivi di tro­vare esca­mo­tage per far rien­trare dalla fine­stra ciò che è uscito dalla porta».

Pur­troppo però, anche se i sena­tori di Sel bol­lano la nomina come «pura fol­lia», che «rasenta la pro­vo­ca­zione aperta», sarà dif­fi­cile sen­tire pro­nun­ciare a Palazzo Madama le parole scritte ieri da George Soros sul Finan­cial Times in un arti­co­lato fondo inti­to­lato «L’inutile guerra alle dro­ghe che spreca denaro e distrugge vite»: «La proi­bi­zione degli stu­pe­fa­centi ha creato un mer­cato nero immenso, valu­tato sui 300 miliardi di dol­lari». E, scrive Soros, «in tutto il mondo, il 40% dei car­ce­rati è den­tro per reati legati alla droga, e la cifra è solo desti­nata ad aumen­tare». In poche parole: «La war on drugs è stata un fal­li­mento da mille miliardi di dol­lari. I governi di tutto il mondo devono valu­tare i costi e i bene­fici delle loro poli­ti­che attuali, e rio­rien­tare le risorse verso pro­grammi che fun­zio­nano. I costi del non fare nulla sono troppo grandi da sopportare».

Congresso Cgil, il deja vu di Camusso: “Si riparte dalla mobilitazione sulle pensioni” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Quattro sfide della Cgil al governo” su pensioni, ammortizzatori sociali, lavoro povero e fisco. Sono quelle che lancia il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, dal XVII congresso nazionale, in corso a Rimini, “Il lavoro decide il futuro”. Quattro punti sui quali “aprire una vera e propria vertenza, da proporre a Cisl e Uil”. I “quattro temi” delle quattro sfide “rappresentano i lati del quadrato rosso” della Cgil (il logo), “che definiscono il nostro essere e il nostro fare”, afferma Camusso, che ha anche parlato della necessità di mettere in campo una mobilitazione contro l’evasione fiscale. “Tutte proposte nel solco del Piano del lavoro della Cgil e che non sono in cima all’agenda politica attuale. Temi – prosegue il segretario generale – da riportare al centro dell’attenzione, costruendo alleanze, ma soprattutto consenso, iniziativa, mobilitazione in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori. Tornare a quell’antica passione di quale Paese vogliamo, di come lo proponiamo, di come ne discutiamo in tutti i luoghi, tenendo alte le bandiere della Cgil, ognuna delle quali deve dire ‘Il Lavoro decide il futuro'”.Nella sua relazione, Camusso, pur senza mai nominare Renzi ha tenuto il faccia a faccia con l’esecutivo cercando una strada per incalzarlo, soprattutto sulla porta in faccia presa sulla concertazione. “Contrastiamo e contrasteremo l’idea di un’autosufficienza del governo”, ha detto Camusso; che determina “una torsione democratica verso la governabilita’ a scapito della partecipazione”. E ha prodotto “vittime come gli esodati”. Sul Jobs act ha sostanzialmente riconfermato le critiche.
Camusso nella sua relazione non ha fatto nessun accenno a mobilitazioni o scioperi, né si è occupata più di tanto del dibattito interno. Anche in questo caso, senza quasi mai citare la Fiom, ha criticato aspramente il sindacato dei metalmeccanici paventando il pericolo di arrivare a una coabitazione molto simile a un condominio. Del resto, Camusso ha sottolineato che dopo il voto del referendum sull’accordo del 10 gennaio ora le polemiche vanno chiuse e non rimane che applicare quelle regole. “Continuare a dire che 80 euro dati dal governo – ha aggiunto Camusso – sono piu’ di quanto riusciamo a dare con un aumento contrattuale significa farci del male”.
Nella Fiom c’è molta insoddisfazione per la relazione del segretario generale. Nelle prossime ore Landini e i suoi ratificheranno il non riconoscimento dei risultati del congresso nei luoghi di lavoro e quindi della composizione del congresso nazionale. Il che equivale a non riconoscere le decisioni che verranno formalizzate. La Fiom è pronta a fare la sua battaglia già da subito. Intanto, avvalendosi della possibilità di raccogliere le firme per presentare una lista “del 3%”. La stessa cosa potrebbe fare Giorgio Cremaschi, leader del documento congressuale “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha riportato il 2,7% nelle assemblee nei luoghi di lavoro.

Presenti ai lavori del congresso Roberta Fantozzi e Paolo Ferrero, rispettivamente responsabile Lavoro e segretario del Prc. “Le proposte avanzate da Susanna Camusso oggi al congresso della Cgil sono condivisibili – scrivono in una nota – dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze alla rimessa in discussione della controriforma Fornero, fino alla lotta alla precarietà. Per realizzarle l’unica strada è una grande vittoria della lista L’Altra Europa con Tsipras, l’unica che mette al centro la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici”. “Resta il rammarico perché quella della Camusso è di certo una buona relazione – aggiungono – ma per un segretario che si candida a gestire in futuro la Cgil, mentre in questi anni la Cgil ha fatto il contrario di quello che si dice oggi, a partire dal mancato contrasto alla sciagurata riforma Fornero delle pensioni”.

I movimenti tornano in piazza il 12 maggio contro il piano casa e il Jobs Act da: controlacrisi.org

I movi­menti per il diritto all’abitare tor­ne­ranno a sfi­lare a Roma il 12 mag­gio. Lo hanno annun­ciato ieri in una con­fe­renza stampa davanti ad un mini­stero dell’Interno blin­dato, sfi­dando le limi­ta­zioni alla libertà di mani­fe­stare più volte riba­dite da Alfano dopo il cor­teo del 12 aprile scorso e le cari­che della poli­zia in piazza Bar­be­rini e in via del Tritone.Obiet­tivo della pro­te­sta è anche quello di bloc­care il piano casa pre­sen­tato dal mini­stro delle Infra­strut­ture Lupi. I movi­menti chie­dono il ritiro dell’articolo 5 che con­tiene norme liber­ti­cide con­tro tutte le occu­pa­zione come il taglio della luce o del gas. I movi­menti inten­dono così riba­dire la loro oppo­si­zione anche con­tro il jobs act a favore del red­dito e del sala­rio minimo.
“In una città com­mis­sa­riata dal decreto Salva Roma e in mano ai poteri forti — affer­mano — l’amministrazione comu­nale e la sua mag­gio­ranza sem­brano esau­to­rate da ogni fun­zione di media­zione poli­tica o di rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, inermi e silenti davanti alla gestione mili­tare delle que­stioni sociali a par­tire dagli sgom­beri coatti delle ultime settimane.Una giunta pri­gio­niera del ricatto del debito, che pro­duce solo tagli e pri­va­tiz­za­zione, dismis­sione del patri­mo­nio pub­blico, men­tre la ren­dita e la finanza si sfre­gano le mani pronte a met­tere le mani sulla città di tutti”.

Pd e Fi, i due falsi contendenti nella manipolazione delle riforme costituzionali | Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Prima, la lettera di di Silvio Berlusconi al ‘Corriere della Sera’, in cui incitava la svolta presidenzialista per il Paese: «Sarebbe opportuno che il Presidente del Consiglio tirasse fuori da sotto al tappeto il grande convitato di pietra che è l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Senza questo passaggio, l’intero progetto di riforme rischia di essere solo un grande castello di carte. Per impedire questo ne siamo pronti a dare tutto il contributo possibile».

Poi Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri e segretario democratico che, commentando le parole del leader forzista, apre cautamente al Presidenzialismo «ma non prima della riforma del Senato».
Subito dopo il ‘sì’ in commissione, dunque, Renzi ieri notte twittava: «Approvato il testo base del Governo sulla riforma del Senato. Molto bene, non era facile. La palude non ci blocca! E’ proprio #lavoltabuona».

Infine, Daniele Capezzone, stamattina, commenta così l’esito del voto in commissione: «La notizia di ieri sera è che Forza Italia è decisiva per le riforme. Il nostro ruolo è determinante, numericamente e politicamente. E noi abbiamo confermato da una parte il nostro assoluto impegno per le riforme, e dall’altra che siamo ambiziosi, che vogliamo alzare l’asticella. Da questo punto di vista, come ha fatto in questi giorni il Presidente Berlusconi, va anche inserita nella
discussione dei prossimi mesi l’opzione presidenzialista. Se mettiamo mano alla Carta Costituzionale, facciamolo bene, portando davvero l’Italia nella Terza Repubblica, passando dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica dei cittadini».

Se Renzi twitta, Berlusconi intanto recupera terreno in una campagna elettorale che vede il suo partito in perdita di consensi: l’ex Cavaliere del lavoro attacca chiunque gli capiti sotto tiro con velenose dichiarazioni, ma al Primo Ministro non nega mai un’apertura, nonostante qualche “buffetto”.
E’ così, dunque, che Berlusconi tenta l’ennesima rimonta dovuta a mirabolanti iperboli nei comunicati stampa e a dichiarazioni come quella rilasciata nella lunga intervista a Corrado Formigli nella trasmissione “Piazza Pulita” in cui asseriva che Renzi sarebbe potuto stare anche in Forza Italia: «Perché no?! Non è comunista, non ha radici comuniste».
La discriminante del dialogo col centrosinistra, è evidente, è saltata: le riforme “si possono fare”. E senza quelle dannate “barriere ideologiche” che sono state il “vero ostacolo al dialogo”: si è aperta una nuova stagione, quella delle “cose da fare”, come direbbe Maurizio Crozza, vestendo i panni di Matteo Renzi.

Si è aperto lo spiraglio, finalmente, americanista: i due poli sono presenti, come repubblicani e democratici, così Pd e Ncd/Fi, e si differenziano su alcune sfumature. Si differenziano, certo, ma sono pur sempre inezie, dal momento che «l’accettazione delle regole del gioco», che dal renziano si traduce “il sistema economico”, è sempre lo stesso.
In questa direzione sembra andare anche Massimo d’Alema che, in un’intervista a ‘LaRepubblica’ di oggi, risponde così a Roberto Mania: «No. Questa è una vera idiozia. Lo scriva, lo scriva». La domanda era: «Non crede che la relazione del segretario della Cgil prospetti una proposta di sinistra alternativa a quella di Matteo Renzi, segretario del PD?».

Sulla stessa linea si poneva, mesi fa, un delfino dell’ex Cavaliere Berlusconi, Giampiero Samorì, presidente del Mir (Moderati in Rivoluzione) ed ora candidato nelle fila di Forza Italia: «ci sono dei momenti nella storia del mondo in cui, per riuscire ad uscire da certe fasi molto complesse, è indispensabile un minimo di strozzatura ai principi classici della democrazia». Le semplificazioni a cui faceva riferimento Samorì erano in termini partitici: aggregazione per semplificazione.
Ma è certo, ormai, che la politica e il Paese si trovano in una fase di transizione e la medicina amara del superamento del bicameralismo perfetto non si sa quanto possa giovare, in termini di tutele Costituzionali e di democrazia. Ma ormai il messaggio è passato, e dire il contrario sembra già prerinascimentale. Peccato, però, che non siano presenti, come nella Gerusalemme Liberata, i “soavi licor” sugli “orli del vaso” delle riforme che il Governo sta attuando, ma solo i “succhi amari” dell’ “egro fanciul”. Che rimane “ingannato”, come l’opinione pubblica.

Porcellum versione Camusso | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Lo scontro al Congresso Cgil. Sbarramento del 3% per entrare al Direttivo, tempi ridotti per il dibattito, numero di delegati non adeguato per la minoranza. Landini guida la nuova opposizione: “Regole così mai viste neanche nella peggiore assemblea di condominio”

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E così anche la Cgil può dire di avere il suo “por­cel­lum”. Se la rela­zione di aper­tura di Susanna Camusso ha aspra­mente con­te­stato la riforma costi­tu­zio­nale e la legge elet­to­rale del pre­mier Renzi, dall’altro lato al suo interno il sin­da­cato applica una norma che can­cella di fatto la rap­pre­sen­tanza pro­por­zio­nale e rende neces­sa­ria una soglia di sbar­ra­mento per entrare nel Diret­tivo. La norma fun­ziona così: per poter con­cor­rere all’elezione nel par­la­men­tino Cgil, devi rac­co­gliere firme pari al 3% della pla­tea dei dele­gati al Congresso.

Que­sta regola ha creato ieri un pro­blema all’unica mino­ranza per il momento uffi­cial­mente pre­sente nel sin­da­cato, quella del docu­mento 2 di Gior­gio Cre­ma­schi: avendo preso quest’ultima il 2,4% dei dele­gati al Con­gresso, pari a 23 (su com­ples­sivi 953), le man­cano ben 6 firme – da chie­dere in giro, neces­sa­ria­mente agli avver­sari – per­ché l’area sia rappresentata.

E’ vero che a un certo punto, dopo il bastone, è arri­vata la carota: la segre­ta­ria con­fe­de­rale Elena Lat­tuada ha offerto la sua firma, facendo capire quindi che la stessa Camusso non vuole esclu­dere fat­tual­mente la pic­cola mino­ranza cre­ma­schiana, ma il prin­ci­pio rimane. “E’ la prima volta che si sce­glie di non appli­care il pro­por­zio­nale puro in Cgil: un deciso cam­bio di rotta che impe­di­sce a tutte le voci, spe­cial­mente a quelle in dis­senso, di essere pre­senti”, lamenta Cremaschi.

L’evento forse dall’esterno potrà sem­brare minimo, ma in effetti è un segnale che si inse­ri­sce in un qua­dro di forti scon­tri tra la mag­gio­ranza camus­siana e la scis­sione che si è creata nel suo stesso docu­mento, quella gui­data da Mau­ri­zio Lan­dini. Con Lan­dini si sono uniti altri espo­nenti di mino­ranza Cgil: Gianni Rinal­dini, Dome­nico Moc­cia, Nicola Nico­losi, e il trait d’union della nuova oppo­si­zione a Susanna Camusso sono gli emen­da­menti fir­mati da que­sti sin­da­ca­li­sti. Sulle pen­sioni, la con­trat­ta­zione, il red­dito minimo.

Sul cal­colo dei voti agli emen­da­menti si è sca­te­nata la guerra: secondo la mino­ranza, hanno preso il 46% dei con­sensi, e quindi – in base al prin­ci­pio dell’”equilibrato rap­porto” con­cor­dato con la mag­gio­ranza — avreb­bero dovuto avere un’adeguata rap­pre­sen­tanza (almeno il 30–35% dei dele­gati al Con­gresso). Ma agli emen­danti è stato rico­no­sciuto solo il 15%, e da lì a cascata quindi discen­derà una sot­to­va­lu­ta­zione della loro pre­senza al Diret­tivo. Lan­dini e Rinal­dini hanno più volte defi­nito il metodo di cal­colo appli­cato dai camus­siano come “truffaldino”.

In que­sto con­te­sto già tesis­simo, oltre al “por­cel­lum” ieri si è aggiunto il restrin­gi­mento dei tempi per pre­sen­tare le liste. In pra­tica, anzi­ché dare come ter­mine ultimo per la pre­sen­ta­zione delle liste per il Diret­tivo la con­clu­sione del dibat­tito (quindi almeno la serata di oggi, o la mat­ti­nata di domani), si è scelto di porre la dead line alle 9,30 di oggi. La mino­ranza lo ha preso come un affronto.

“Non ho mai visto regole simili nean­che nelle peg­giori assem­blee di con­do­mi­nio – ha pro­te­stato Lan­dini – Si chiude il dibat­tito senza nean­che averlo aperto, appena con­clusa la rela­zione del segre­ta­rio gene­rale”. Un attacco fron­tale a Camusso. “Se si fa una ope­ra­zione di que­sta natura, si con­ferma il carat­tere non demo­cra­tico e l’idea un po’ auto­ri­ta­ria di come si gesti­sce una orga­niz­za­zione come la Cgil”.

Pro­te­ste dello stesso tono sono venute da Mari­gia Mau­lucci, Ser­gio Bel­la­vita, Cre­ma­schi, Nico­losi, e Rinal­dini: “Per­ché pren­derci in giro e spen­dere tanti soldi se il con­gresso è finito ancora prima di ini­ziare? — si chiede l’ex segre­ta­rio della Fiom — Prendo atto che que­sto è un con­gresso che non c’è: per­ché pre­sen­tare liste prima che ognuno possa espri­mersi con­ferma che il con­gresso non esiste”.

A que­sto punto le liste saranno dun­que almeno due (quella di Camusso e quella rife­ri­bile a Lan­dini), e diven­te­ranno tre se Cre­ma­schi sarà riu­scito a met­tere insieme le 6 firme neces­sa­rie per otte­nere lo sdo­ga­na­mento. Fino a ieri sera si ragio­nava sulla pos­si­bi­lità che i com­po­nenti del diret­tivo pos­sano essere 151, ma non esi­ste un numero defi­nito: poi­ché le liste sono bloc­cate, se alcuni camus­siani temes­sero di rima­nere fuori, si potrebbe deci­dere da parte della mag­gio­ranza di ampliare quella cifra (il Diret­tivo uscente è com­po­sto da 179 mem­bri). Ma a quel punto, ovvia­mente, aumen­te­reb­bero pro­por­zio­nal­mente anche gli eletti della nuova minoranza.