È morto il poliziotto della lotta alle ecomafie. Ucciso dai veleni | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Palladino

Eccola qui. Due anni di lavoro, di inter­cet­ta­zioni, di ana­lisi. Tutto finito in un cas­setto». Roberto Man­cini la sua infor­ma­tiva di 239 pagine sui traf­fici di rifiuti la con­ser­vava con una cura quasi mania­cale. Nella scri­va­nia del suo uffi­cio al com­mis­sa­riato San Lorenzo di Roma il volume aveva un posto d’onore, nel cas­setto sem­pre a por­tata di mano. La sua vita, in fondo, era lì, in quell’indagine che i suoi supe­riori e la magi­stra­tura hanno per un decen­nio evi­tato di leg­gere. Sapeva anche che in quelle pagine c’era la sua fine, l’origine del tumore al san­gue che lo ha ucciso ieri mat­tina, dopo un tra­pianto ten­tato come ultima spe­ranza di soprav­vi­venza. Sco­rie, veleni, scarti delle indu­strie del nord che per decenni sono finite inter­rate nelle terre del caser­tano e del basso Lazio, tra le case dei con­ta­dini e gli orti di quella che una volta chia­ma­vano Cam­pa­nia felix. Un fiume di rifiuti che sem­bra non finire mai.

Era pre­ciso come un chi­rurgo il vice com­mis­sa­rio Roberto Man­cini: per due anni ha ascol­tato le parole di Cipriano Chia­nese, l’avvocato-imprenditore di Parete (in pro­vin­cia di Caserta), anno­tando i nomi delle società, rileg­gendo la docu­men­ta­zione inter­cet­tata, incro­ciando con cura i dati. Dieci anni prima che il nome Gomorra diven­tasse un libro di suc­cesso, aveva rac­con­tato — da poli­ziotto all’antica — il mondo dei trafficanti.

«Qual­cuno mi deri­deva — rac­con­tava — alcuni col­le­ghi mi face­vano tro­vare i model­lini di camion della mon­nezza sulla scri­va­nia». Eppure quella sua inda­gine avrebbe potuto fer­mare quello che per i magi­strati napo­le­tani è oggi un disa­stro ambien­tale, in grado di con­ta­mi­nare forse migliaia di ettari di terre.Quell’inchiesta è costata la vita a Roberto Man­cini. Il con­tatto con i rifiuti sver­sati nelle terre cam­pane gli ha pro­vo­cato un lin­foma Hod­g­kin, risul­tato fatale. Nel 1997 — una volta con­clusa l’indagine su Cipriano Chia­nese — era stato nomi­nato con­su­lente della com­mis­sione par­la­men­tare d’inchiesta sui rifiuti, gui­data da Mas­simo Sca­lia. Fino al 2001 aveva con­ti­nuato a seguire le tracce dei veleni, visi­tando siti e aree con­ta­mi­nate. Qual­che mese dopo sco­pre la malat­tia. Il rico­no­sci­mento che ha avuto dallo Stato — dopo anni di bat­ta­glie — è stato di appena 5.000 euro. Nulla è arri­vato invece dalla Camera dei depu­tati, che pure lo aveva visto lavo­rare come con­su­lente in un ruolo ad alto rischio per quat­tro anni. Lo scorso anno aveva avviato una dif­fi­cile causa con l’amministrazione di Mon­te­ci­to­rio, che si è rifiu­tata di rico­no­scere una qual­siasi forma di risar­ci­mento. Solo nei giorni scorsi l’ufficio di pre­si­denza della Camera aveva messo in discus­sione la que­stione, su pres­sione di una rac­colta firme di change.org.

Man­cini alla fine è morto, senza rice­vere una rispo­sta posi­tiva. Ora la pre­si­dente Laura Bol­drini assi­cura «che la Camera saprà essere vicina come è giu­sto alla sua famiglia».

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