ANPI news n. 118

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

APPUNTAMENTI

 

Domenica 4 maggio celebrazione dell’eccidio di Arcevia (AN). Oratore ufficiale il Presidente nazionale ANPI

 

Martedì 6 maggio, a Rimini, apertura del XVII Congresso nazionale della CGIL. Unico intervento esterno quello del Presidente nazionale ANPI

 

ARGOMENTI

 

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

Continuiamo a cercare di far fronte ad una mole enorme di impegni (due manifestazioni nazionali, 25 e 29 aprile, a così breve distanza), che resta davvero poco spazio per riflessioni pacate sulla nostra News. In attesa di tornare alla “normalità”, qualche breve considerazione sul 25 Aprile (…)

Dalle colonne del Corriere, la Ministra Boschi, non nuova a battute altezzose, ha detto che trova la polemica dell’ANPI sulle riforme “pretestuosa”, aggiungendo che lo dice da iscritta all’ANPI. Di questo particolare non mi ero ancora accorto, ma non aggiunge granché perché tutti gli iscritti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero, che non per questo però diventa straordinario. Ma che significa dire che la polemica è “pretestuosa”? Chi lo stabilisce? Forse l’On. Boschi? Mah(…)

 ANPINEWS N.118

1 maggio a milano

La madre di Aldrovandi: «Le istituzioni si difendano» Fonte: Il Manifesto | Autore: Carlo Lania

La voce è come al solito calma, anche se ogni tanto si incrina per la com­mo­zione e la rab­bia È la voce di chi, oltre ad aver perso un figlio, da anni deve anche subire perio­di­ca­mente le offese di alcuni col­le­ghi degli agenti di poli­zia che per quella morte sono stati con­dan­nati. Come è suc­cesso mar­tedì a sera a Rimini durante il con­gresso del Sap, uno dei mag­giori sin­da­cati di poli­zia, con i dele­gati in piedi ad applau­dire per cin­que minuti tre dei quat­tro agenti respon­sa­bili della morte di Fede­rico Aldro­vandi. Adesso però Patri­zia Moretti, la mamma di Fede­rico, è stanca. Stanca soprat­tutto di com­bat­tere da sola. «Da que­sto momento mi sot­traggo al dia­logo malato con gli assas­sini di mio figlio, con chi cerca la prova di forza», dice. «Non voglio più par­lare con loro. La parola deve pas­sare alla poli­tica e alle isti­tu­zioni, rispon­dano loro e pren­dano i prov­ve­di­menti ade­guati». È quasi un avver­ti­mento: non posso essere io, da sola, a difen­dere le isti­tu­zioni, che ora devono dimo­strare di saper reagire.

La mamma di Fede­rico parla al Senato in una con­fe­renza stampa orga­niz­zata dal sena­tore Luigi Man­coni, pre­si­dente della com­mis­sione diritti umani di palazzo Madama. Una rispo­sta civile agli applausi di Rimini defi­niti «inac­cet­ta­bili» dal mini­stro degli Interni Ange­lino Alfano che per que­sto ha disdetto un incon­tro fis­sato per mar­tedì con il Sap. E dopo la tele­fo­nata che il pre­mier Mat­teo Renzi le ha fatto mar­tedì sera, ieri hanno espresso soli­da­rietà a Patri­zia Moretti anche i pre­si­denti delle camere Laura Bol­drini e Pie­tro Grasso, che l’hanno incon­trata, così come hanno fatto Alfano e il capo della poli­zia, pre­fetto Ales­san­dro Pansa. E in serata è arri­vato anche il soste­gno di Gior­gio Napo­li­tano che ha par­lato di «vicenda indegna».Seduto accanto alla mamma di Fede­rico c’è il sena­tore Man­coni, che usa parole duris­sime: «Una parte né insi­gni­fi­cante, né irri­so­ria della nostra poli­zia è malata e inter­preta in senso auto­ri­ta­rio e vio­lento il pro­prio ruolo, e que­sto non riguarda solo le fami­glie delle vit­time, ma l’intero Paese», è l’accusa che lan­cia. «Le fami­glie da sole non pos­sono soste­nere que­sto cal­va­rio», pro­se­gue la mamma di Fede­rico. «Per que­sto rivolgo una richie­sta alla poli­tica, deve entrare nella que­stione, tro­vare una solu­zione prima di tutto cul­tu­rale e anche tec­nica. I poli­ziotti che hanno ucciso Fede­rico sono stati con­dan­nati, ma poi sono stati riam­messi in ser­vi­zio», ricorda. E mar­tedì, pro­se­gue, al con­gresso del Sap «sono stati applau­diti degli assas­sini. Qui c’è un ingra­nag­gio che si inceppa».

Basta soli­da­rietà, chiede, per­ché se alla soli­da­rietà non seguono i fatti «allora diven­tano parole vuote». E di parole vuote lei come Ila­ria Cuc­chi, la sorella di Ste­fano pre­sente come sem­pre tra il pub­blico, ma anche come i fami­liari di Giu­seppe Uva, Michele Fer­rulli, Ric­cardo Maghe­rini, tutti morti dopo essere state fer­mati dalle forze dell’ordine, non ne vor­reb­bero più sen­tire. La parola, allora, deve pas­sare alla poli­tica. Un primo passo, dice Patri­zia Moretti, sarebbe l’approvazione del reato di tor­tura, il cui ddl è in attesa del via libera defi­ni­tivo della Camera. «Il testo ori­gi­na­rio pre­sen­tato da me era ben diverso dall’attuale, ma sarebbe comun­que un buon passo avanti», spiega Man­coni. «Se quel testo fosse stato già legge quando hanno ucciso mio figlio, forse la sorte per i poli­ziotti con­dan­nati sarebbe stata ben diversa, e le pene meno lievi», com­menta Patri­zia Moretti.

Al mini­stro Alfano e al capo della poli­zia, incon­trati nel pome­rig­gio con Man­coni, la mamma di Fede­rico fa richie­ste pre­cise. «Per­ché i poli­ziotti che hanno ucciso Fede­rico non pos­sono essere desti­tuiti dalla poli­zia?», chiede al pre­fetto Pansa. Che le spiega come non sia pos­si­bile inter­ve­nire sui giu­dizi espressi dalla com­mis­sione disci­pli­nare, la stessa che ha sospeso per sei mesi dal ser­vi­zio gli agenti con­dan­nati. Ma anche come la desti­tu­zione di un agente sia pre­vi­sta solo nel caso sia rite­nuto col­pe­vole di un reato doloso, cosa che non è per i quat­tro agenti in que­stione. A Pansa è stato comun­que chie­sto di dese­cre­tare gli atti della com­mis­sione e di pro­ce­dere a una sua riforma, visto che oggi è un orga­ni­smo interno alla poli­zia com­po­sto da 2 sin­da­ca­li­sti e 3 poli­ziotti. Ad Alfano, infine, Patri­zia Moretti ha chie­sto di fare in modo che in futuro non acca­dano più casi simili a quello di Fede­rico. «Stu­dierò la cosa e ne par­lerò con Renzi», ha pro­messo il ministro.

Da parte sua il Sap rilan­cia chie­dendo un nuovo pro­cesso per gli agenti. E il suo segre­ta­rio, Gianni Tonelli, ammette: «I col­le­ghi li ho applau­diti anch’io, non mi nascondo die­tro un dito. Li con­si­dero con­dan­nati per un errore giudiziario».

È morto il poliziotto della lotta alle ecomafie. Ucciso dai veleni | Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Palladino

Eccola qui. Due anni di lavoro, di inter­cet­ta­zioni, di ana­lisi. Tutto finito in un cas­setto». Roberto Man­cini la sua infor­ma­tiva di 239 pagine sui traf­fici di rifiuti la con­ser­vava con una cura quasi mania­cale. Nella scri­va­nia del suo uffi­cio al com­mis­sa­riato San Lorenzo di Roma il volume aveva un posto d’onore, nel cas­setto sem­pre a por­tata di mano. La sua vita, in fondo, era lì, in quell’indagine che i suoi supe­riori e la magi­stra­tura hanno per un decen­nio evi­tato di leg­gere. Sapeva anche che in quelle pagine c’era la sua fine, l’origine del tumore al san­gue che lo ha ucciso ieri mat­tina, dopo un tra­pianto ten­tato come ultima spe­ranza di soprav­vi­venza. Sco­rie, veleni, scarti delle indu­strie del nord che per decenni sono finite inter­rate nelle terre del caser­tano e del basso Lazio, tra le case dei con­ta­dini e gli orti di quella che una volta chia­ma­vano Cam­pa­nia felix. Un fiume di rifiuti che sem­bra non finire mai.

Era pre­ciso come un chi­rurgo il vice com­mis­sa­rio Roberto Man­cini: per due anni ha ascol­tato le parole di Cipriano Chia­nese, l’avvocato-imprenditore di Parete (in pro­vin­cia di Caserta), anno­tando i nomi delle società, rileg­gendo la docu­men­ta­zione inter­cet­tata, incro­ciando con cura i dati. Dieci anni prima che il nome Gomorra diven­tasse un libro di suc­cesso, aveva rac­con­tato — da poli­ziotto all’antica — il mondo dei trafficanti.

«Qual­cuno mi deri­deva — rac­con­tava — alcuni col­le­ghi mi face­vano tro­vare i model­lini di camion della mon­nezza sulla scri­va­nia». Eppure quella sua inda­gine avrebbe potuto fer­mare quello che per i magi­strati napo­le­tani è oggi un disa­stro ambien­tale, in grado di con­ta­mi­nare forse migliaia di ettari di terre.Quell’inchiesta è costata la vita a Roberto Man­cini. Il con­tatto con i rifiuti sver­sati nelle terre cam­pane gli ha pro­vo­cato un lin­foma Hod­g­kin, risul­tato fatale. Nel 1997 — una volta con­clusa l’indagine su Cipriano Chia­nese — era stato nomi­nato con­su­lente della com­mis­sione par­la­men­tare d’inchiesta sui rifiuti, gui­data da Mas­simo Sca­lia. Fino al 2001 aveva con­ti­nuato a seguire le tracce dei veleni, visi­tando siti e aree con­ta­mi­nate. Qual­che mese dopo sco­pre la malat­tia. Il rico­no­sci­mento che ha avuto dallo Stato — dopo anni di bat­ta­glie — è stato di appena 5.000 euro. Nulla è arri­vato invece dalla Camera dei depu­tati, che pure lo aveva visto lavo­rare come con­su­lente in un ruolo ad alto rischio per quat­tro anni. Lo scorso anno aveva avviato una dif­fi­cile causa con l’amministrazione di Mon­te­ci­to­rio, che si è rifiu­tata di rico­no­scere una qual­siasi forma di risar­ci­mento. Solo nei giorni scorsi l’ufficio di pre­si­denza della Camera aveva messo in discus­sione la que­stione, su pres­sione di una rac­colta firme di change.org.

Man­cini alla fine è morto, senza rice­vere una rispo­sta posi­tiva. Ora la pre­si­dente Laura Bol­drini assi­cura «che la Camera saprà essere vicina come è giu­sto alla sua famiglia».

Con l’ANPI in difesa della Costituzione di Francesco Baicchi *

 

ANPI1Nonostante il giorno feriale, teatro Eliseo esaurito per ascoltare gli interventi di Stefano Rodotà e Gianni Ferrara, introdotti da un intervento del presidente nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia. Assente giustificata la professoressa Lorenza Carlassare, il cui messaggio di rammarico è stato letto dallo stesso Smuraglia. Tante le bandiere e gli striscioni delle sezioni locali ANPI, ma anche una delegazione della CGIL in rappresentanza della segretaria Camusso che non ha potuto essere presente e qualche ‘politico’, fra cui Stefano Fassina. Moltissime le donne e, ottima sorpresa di questi tempi, anche tanti giovani.
Questo il quadro in cui si è svolta martedì 29 aprile l’iniziativa dell’ANPI, il cui manifesto non lasciava molti dubbi sull’argomento da trattare: ‘Riforme, rappresentanza, coerenza costituzionale nel cambiamento: una questione democratica’.
L’associazione dei partigiani e di quanti si riconoscono idealmente nell’antifascismo al di là delle bandiere di partito ha deciso di esprimere pubblicamente la propria preoccupazione per le conseguenze che potrebbero avere sul nostro sistema istituzionale le ‘riforme’ concordate dal segretario del PD con il padrone di Forza Italia e attualmente all’esame del Parlamento, con un appello alla prudenza e soprattutto con un forte richiamo ai valori etici espressi nella nostra Costituzione.
Perché nel momento in cui sono più forti le pressioni per una rapida approvazione dei testi presentati al Senato, crescono anche il dissenso e le perplessità, presenti un po’ in tutti i partiti.
E l’apertura, affidata a un video che riproponeva un estratto della nota lezione di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del 1955 e alla lettura di un documento molto critico formulato da un gruppo di giovani iscritti, non è stata certo casuale.
I tre interventi, pur con accentuazioni diverse, hanno concordemente riproposto i rischi che potrebbero derivare dalla applicazione di una legge elettorale che distorcerebbe in maniera intollerabile la rappresentanza della volontà popolare, assegnando la maggioranza della Camera alla lista più votata, indipendentemente dall’entità del consenso ottenuto (una soluzione peggiore della legge truffa del 1953′ ha affermato Rodotà), e la contemporanea trasformazione del Senato in un organismo con competenze irrilevanti e privo di legittimazione popolare. Hanno anche sottolineato che nella valutazione degli ‘spazi di democrazia’ non possono non rientrare comportamenti discutibili come il continuo ricorso alla decretazione d’urgenza e alle ‘questioni di fiducia’, e la compressione dei tempi del dibattito parlamentare, che cancellano di fatto la separazione fra il potere legislativo e quello esecutivo.
Rodotà, che parlava a nome sia di Libertà e Giustizia che degli altri promotori della manifestazione ‘La via Maestra’ dell’ottobre scorso, ha ribattuto anche alle polemiche dei giorni scorsi, affermando che, se la Costituzione non è di competenza esclusiva dei ‘professori’, non è nemmeno proprietà del Presidente del Consiglio, ma del popolo italiano, che deve essere informato correttamente e coinvolto nel processo decisionale di eventuali modifiche.
Il professore ha anche lamentato l’opacità dei contenuti dell’accordo fra Renzi e Berlusconi, al cui rispetto ci si richiama continuamente senza che ne siano realmente noti i contenuti: ‘Se Renzi vuole veramente la trasparenza, tolga il segreto ai reali obiettivi su cui è stato trovato l’accordo.’ ha affermato, denunciando che siamo ormai in presenza di due visioni contrapposte della società e della democrazia, fra chi vuole cancellare il sistema parlamentare rappresentativo presente in tutte le democrazie avanzate, e chi invece lo ritiene migliorabile ma insostituibile.
Il professor Gianni Ferrara ha poi denunciato la gravità della scelta di non tenere conto della sentenza della Corte Costituzionale, che ha di fatto dichiarato la dubbia legittimità di un Parlamento eletto con procedure dichiarate incostituzionali, che avrebbe dovuto essere al più presto rinnovato e non ha l’autorevolezza necessaria per modificare la Carta costituzionale.
Ferrara ha anche ricordato come il tema della ‘governabilità’ abbia sempre nascosto tentazioni presidenzialistiche, da quando venne sollevato da Craxi alle ultime affermazioni di J.P.Morgan che tentano di attribuire all’eccessiva democraticità dei sistemi istituzionali europei l’origine della crisi socio-economica dei nostri Paesi. In realtà si vorrebbe sostituire al criterio della ‘rappresentanza’ parlamentare quello della ‘investitura’ di un capo dell’esecutivo con poteri quasi assoluti.
Comune la constatazione della forte involuzione culturale e della caduta del livello etico della politica negli ultimi venti anni, cui fa riscontro la crescita della aggressività nei confronti di quanti dissentono o propongono visioni diverse, che si esprime anche con l’irrisione nei confronti della ‘cultura’, cui si contrappone l’esaltazione di un attivismo approssimativo.
Sia Ferrara che Rodotà si sono associati all’appello che era stato lanciato in apertura dal presidente nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia per una azione unitaria finalizzata a fornire ai cittadini una informazione oggettiva sui reali contenuti delle ‘riforme’ all’esame del Parlamento, e per rifiutare l’imposizione di scelte affrettate dettate solo da esigenze elettorali, inaccettabili su temi così rilevanti.
Come ha ricordato Smuraglia, nessuno nega la possibilità di superare il bicameralismo perfetto, ma mantenendo pari dignità alle due Camere pur con funzioni diverse, come avviene nella grande maggioranza dei Paesi evoluti, e non facendo prevalere l’obiettivo, legittimo, della ‘governabilità’ su quello irrinunciabile della ‘rappresentanza’.
Da sottolineare infine il richiamo del presidente ANPI per una maggiore attenzione alla rinascita in Europa di pericolosi movimenti di estrema destra, quando non esplicitamente nazi-fascisti, spesso esaltati dall’espressione di un anti-europeismo becero; un tema colpevolmente assente dalle campagne elettorali in corso proprio per l’elezione del nuovo Parlamento dell’Unione.
In conclusione con la manifestazione dell’Eliseo si conferma l’esistenza e l’ampiezza di una vasta area di dissenso nei confronti di una politica dettata più da esigenze di affermazione personale dei protagonisti del ‘patto del Nazareno’ che dalla reale volontà di affrontare i problemi concreti del Paese, che non può prescindere dalla ‘questione democratica’.

L’autore è socio di Pistoia

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Se la politica ascoltasse quei ragazzi…da. articolo 21

Come sarebbe stato bello se Renzi e la Boschi, anziché prendersela con i “professoroni” che da trent’anni, non si sa come, non si sa perché, bloccherebbero le mitiche riforme, fossero stati con noi ieri pomeriggio al Teatro Eliseo! Come sarebbe stato bello se avessero partecipato all’iniziativa promossa dall’ANPI e dedicata a “una questione costituzionale”, ossia la tutela dei princìpi, dei valori e dello spirito originario della Costituzione dagli assalti di riformatori le cui proposte sembrano essere dettate più da esigenze elettorali che da un reale disegno di buona manutenzione della Carta!

Se fossero venuti con noi, ad esempio, si sarebbero accorti che nel Paese non c’è nessun gufo, nessun rosicone e nessun disfattista, tanto meno a sinistra, e che i nostri allarmi, i nostri appelli, le nostre richieste di chiarimento non derivano dalla volontà di favorire l’ascesa grillina a Palazzo Chigi bensì dal fermo desiderio di ricostruire una coalizione di centrosinistra degna di questo nome, in grado di garantire al Paese un governo all’altezza e di restituire credibilità alle istituzioni.

Se fossero venuti, inoltre, si sarebbero accorti che alla manifestazione promossa dall’ANPI non c’erano solo i “parrucconi” dal capello canuto che loro tanto avversano ma anche decine e decine di giovani che alle riunioni del PD non si vedono più. Giovani “partigiani”, giovani animati dall’amore per la politica e da un fortissimo impegno civile, giovani coraggiosi, ricchi di passione, desiderosi di raccogliere il testimone e prepararsi a combattere le resistenze moderne: per il lavoro, per i diritti, per la dignità della persona e anche per il ritorno della politica perché quella cui stiamo assistendo in questi mesi, oggettivamente, non lo è.

Non è politica quest’indegna e costante gazzarra priva di contenuti e di proposte; non è politica la religione dell’insulto e della delegittimazione dell’avversario; non è politica l’offesa gratuita, la sopraffazione delle minoranze e il tentativo di imporre il pensiero unico, da qualunque parte esso provenga; non è politica quest’arroccarsi in difesa di posizioni indifendibili mentre una moltitudine di cittadini ricchi di idee bussa alle porte e vorrebbe portare aria fresca nei palazzi del potere; non è politica, infine, questo scontro feroce, senza esclusione di colpi, all’insegna di un populismo e di una demagogia dilaganti che contribuiscono unicamente ad accentuare la sfiducia e il distacco delle persone da un sistema che viene considerato, spesso a ragione, dannoso e autoreferenziale.

È politica eccome, invece, il bel confronto fra una ragazza che avrà avuto la mia età o poco più e figure eccezionali come Rodotà, il professor Gianni Ferrara e il presidente dell’ANPI Carlo Smuraglia; è politica quella ragazza che ha imboccato il percorso della vita seduta a fianco di chi ha combattuto per rendere possibile la libertà del suo pensiero e delle sue parole; è politica vedere dei giovani col fazzoletto tricolore dell’ANPI  al collo e l’idea di essere i “partigiani del Terzo Millennio” o, meglio ancora, i “partigiani della Costituzione”; è politica il ricordo del meraviglioso discorso di Calamandrei ai giovani, quando li esortò a tener sempre vivo il ricordo del sangue e delle vite che era costata la nostra Costituzione. È la politica di cui avrebbe bisogno un Paese come il nostro, dalla memoria sempre più labile, in cui tutto sembra oramai consentito, persino dichiarazioni ignobili, persino le offese barbare ai sindacati e ai corpi intermedi, persino il vilipendio sistematico al Capo dello Stato, persino la logica dello sfascio nei confronti del sistema democratico.

È una politica onesta, genuina, pulita, in cui le generazioni si prendono per mano e camminano insieme, in cui chi è stato sui monti della Resistenza trasmette ai nipoti quei valori e quelle sensazioni, affidando alla nostra generazione il compito immane di custodirli e farli giungere alle prossime generazioni che, a differenza nostra, non avranno la fortuna di ascoltare la testimonianza diretta di chi ha vissuto quei giorni drammatici.

È, in poche parole, un’altra idea d’Italia, un’altra idea di confronto, un’altra idea di dialogo e di apertura mentale; è un’idea per cui vale la pena battersi perché, come abbiamo ricordato altre volte, è proprio nel momento dell’abisso che nacque il sogno dell’Europa unita ed è inaccettabile che oggi qualcuno si aggrappi persino a riforme complesse e ineludibili per utilizzarle in campagna elettorale, strumentalizzando la richiesta di cambiamento che si leva dal Paese.

Sì, c’è bisogno di cambiare, c’è bisogno di guardare al futuro, c’è bisogno di uscire da questo maledetto ventennio di declino e di degrado ma perché ciò accada è necessario, innanzitutto, appropriarsi di un nuovo linguaggio, poi tornare a guardarsi negli occhi, infine tornare a concepire la politica e la società nel suo complesso come una comunità solidale in cammino, riscattando con una nuova resistenza, morale e culturale, il senso stesso della dignità umana, calpestata dal liberismo, dall’egoismo, dall’idea che la società non esista e non abbia senso e, più che mai, dall’idea che non esistano più valori che non possono essere ridotti a merce.

Questa è la Resistenza cui sono chiamati i ventenni di oggi. Speriamo, per il bene della collettività, che ne siano all’altezza.

30 aprile 2014