Ecco i partigiani di Sicilia da: la repubblica palermo.it

E c´è il dolore dei sopravvissuti, un dolore che ha attraversato il tempo ed è giunto a noi con queste parole: «Avrei voluto che mio marito tornasse a casa anche con una gamba o un braccio, invalido o malato ma tornasse – ci dice con voce strozzata la moglie di Salvatore Privitera – Mi ha lasciato un figlio di un anno meno 8 giorni, un figlio che non ha conosciuto suo padre. Era sepolto nella nuda terra con una croce sopra e una medaglia su cui era scritto il nome: Privitera Salvatore. Lo abbiamo riportato nella sua terra. Adesso riposa nel cimitero di Reitano. Lui era piccolo di statura, un metro e sessanta circa. Ed era la vita mia. Io ero ancora giovane sposa. Soltanto due anni meno qualche mese siamo stati insieme. Il tempo di concepire mio figlio. Adesso mio figlio ha 64 anni». E in un paese vicino Genova cadde sul campo Raimondo Saverino, il partigiano “Severino”, un simbolo. Stasera viene commemorato a Licata suo paese d´origine.

Un capitolo a parte è quello delle donne nella Resistenza. Ricordiamo la catanese Graziella Giuffrida. Trovata in possesso di una pistola, venne arrestata e condotta alla sede di Comando di Fegino (Genova) dove fu torturata e violentata, prima di essere uccisa e buttata in una delle fosse di via Rocca de´ Corvi. In questa località il 28 aprile del 1945 furono ritrovati i corpi di altre vittime. Alcune furono deferite al Tribunale Speciale: Alessandra Marrale, Giuseppina Cosolito di Caltagirone, Amalia Gregorio nata a Santa Teresa Riva, Emilia Ermellino di Messina. Storie ripescate e storie ancora rimaste intrappolate dentro una fossa comune, in qualche registro di Stato civile, nei racconti di sopravvissuti, storie difficili perché la Resistenza fu una pagina complessa e non riconducibile ad un unico piano di lettura. Molte le anime, tante le ombre che ancora l´avvolgono, moltissime le reticenze che la inquinano, spesso connotata come storia di parte. Ma tale non fu, perché fu soprattutto guerra per qualcosa che si chiama libertà.

Furono Cuneo e Torino le province con il maggior numero di vittime siciliane, cento partigiani siciliani caduti in ciascuna delle due province. Cinque i siciliani fucilati alle fosse Ardeatine. E poi c´erano i partigiani convinti, quelli che aderirono da subito alla Resistenza, quelli di spicco. Ricordiamo Pablo, nome in codice di Crollallanza, Aliotta che diede il nome a una divisione, Lupo Di Fina anche lui sacrificato e a lui intitolata la Diffida. Più di quaranta i partigiani che ebbero riconoscimento per il loro valore: 10 le medaglie d´oro al valore militare, 20 le medaglie d´argento, dieci le medaglie di bronzo, due le croci di guerra. Rilevante il sacrificio delle famiglia di Emma Di Dio che immolò due figli alla Resistenza: Antonio ed Alfredo, entrambi nati a Palermo il cui padre funzionario della questura si era trasferito a Cremona dove i due giovani studiavano. Entrambi decorati con medaglie d´oro e d´argento e considerati cremonesi di adozione.

Non serve stigmatizzare la violenza, né rinfocolare la faziosità, non è questo lo spirito della ricerca da me condotta. A noi che non vivemmo quei giorni la memoria serve per non dimenticare il costo della libertà, il sacrificio di chi rispose al suo richiamo con la vita. Da parte nostra con questa ricerca fatta in modo capillare, attingendo alla banca dati, spulciando il dato comune per comune, nominativo per nominativo, consultando tutti i fogli di riconoscimento, cercando presso gli Istituti di Storia della Resistenza delle varie province del Nord, presso le sedi Anpi, attingendo alle fonti bibliografiche e anagrafiche, vorremmo far luce su un frammento di verità dimenticata, riportando a galla simbolicamente tutti quei caduti ancora non codificati che morirono due volte, la prima perché fucilati, trucidati, impiccati o martoriati; la seconda perché dimenticati. A questi 211 siciliani e a coloro che caddero per la libertà va il nostro grazie.

(25 aprile 2008)
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