‘Ndrangheta, la Cassazione conferma: “Micciché contattava Dell’Utri per conto dei Piromalli” da: antimafia duemila

dellutri-marcello-web6di AMDuemila – 23 aprile 2014

Aldo Micciché, estradato dal Venezuela in Italia lo scorso settembre, dopo l’arresto nel luglio 2012, ha avuto un “ruolo di contatto tra la ‘ndrina dominante di Gioia Tauro (quella dei Piromalli ndr) e gli ambienti politico istituzionali”. E’ per questo motivo che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dello stesso ex esponente della Dc, contro la decisione del tribunale del Riesame di Reggio Calabria che ha confermato lo scorso novembre alcune misure coercitive nei suoi confronti. Nelle motivazioni della sentenza i supremi giudici hanno riconosciuto in toto l’ipotesi fatta dalla Dda di Reggio Calabria. Micciché è accusato di “essersi interessato al fine di alleggerire il 41 bis”, ossia il regime del carcere duro “nei confronti del boss Giuseppe Piromalli di Gioia Tauro”. Anche se da tempo all’estero, secondo i giudici è da considerarsi “a più riprese partecipe a pieno titolo del sodalizio mafioso” e per spiegare ciò viene fatto riferimento a diverse intercettazioni, a partire dal settembre 2007, appartenenti all’inchiesta “Cent’anni di storia”.

“Il tribunale – spiegano i giudici della Cassazione – ha rievocato gli esiti delle intercettazioni telefoniche nonchè il tenore di significativi colloqui intercorsi tra il ricorrente, uomo politico in un non recente passato e successivamente trasferitosi in Venezuela, e Gioacchino Arcidiaco, amico di Antonio Piromalli a sua volta figlio di Giuseppe Piromalli, capo riconosciuto della omonima ‘ndrina di Gioia Tauro”.
Tra le  intercettazioni prese in esame si fa riferimento anche ai contatti tra il “faccendiere” e l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (ora detenuto in ospedale a Beirut, ndr). “Micciché – scrivono i giudici – consiglia Arcidiaco di far valere con forza le nostre ragioni, cioè della ‘ndrina, al cospetto di un importante uomo politico, Marcello Dell’Utri. Riferisce direttamente allo stesso Antonio Piromalli dei contatti intrattenuti o previsti con vari uomini politici (on. Mastella, sen. Tassone, sen. Colombo) nonchè di contatti con non meglio indicati ambienti della massoneria”. Secondo i Supremi giudici proprio alla luce delle risultanze investigative, “la valutazione in ordine al ruolo” di Micciché “quale uomo di contatto” tra il clan Piromalli e “ambienti politico-istituzionali” è “conforme alle risultanze investigative“. Ed è per questo motivo che il ricorso dell’ex latitane è stato dichiarato “inammissibile”.

Caso E-Servizi: se a indagare è il parente dell’avvocato di Dell’Utri da: antimafia duemila

SICILIA-E-SERVIZI-PH-GAIA-ANDERSONdi Aaron Pettinari – 19 aprile 2014

La questione è nota. La Corte dei conti ha contestato al governatore siciliano Rosario Crocetta, all’ex pm Antonio Ingroia e a sei assessori un danno erariale di 2,2 milioni di euro. In particolare il sostituto procuratore Gianluca Albo contesta l’assunzione di oltre 70 dipendenti ex Sisev eseguite dalla società Sicilia e-servizi, che in Ingroia ha il suo amministratore unico. Secondo il magistrato contabile, che ha presentato un documento di una trentina di pagine, il reclutamento sarebbe da considerare illegittimo perché portato a termine senza avere prima valutato il fabbisogno del personale. Inoltre, sempre stando all’accusa, a occuparsi delle attività informatiche avrebbe dovuto essere del personale della Regione. Immediato è stato il commento di Ingroia che ha detto: “Mi verrebbe da sorridere a vedermi recapitare un avviso di garanzia per presunto danno erariale. Comunque me lo aspettavo: l’avviso era stato già preannunciato a mezzo stampa. Inoltre, non è la prima volta che, pur di non dirmi grazie, le regole del senso comune vengono rovesciate”.

“Se non avessimo adottato la procedura che oggi ci viene contestata – ha aggiunto l’ex pm – il blackout informatico sarebbe stato inevitabile, con conseguente rischio per servizi pubblici essenziali. Penso al 118 o i servizi ospedalieri. Ed è incontestabile che solo così il danno erariale, sociale ed alla salute, incalcolabile (altro che 2 milioni di euro!), si poteva scongiurare. E’ vero che quello che abbiamo fatto ha consentito ed ancor più consentirà di risparmiare denaro pubblico dopo anni di allegra gestione, su cui, stranamente, finora nessuno ha osato indagare. Da anni mafiosi e amici dei mafiosi provano a mettermi sul banco degli accusati, ma l’evidenza è sotto gli occhi di tutti”.
ingroia-crocetta-c-ansaLeggendo i fatti l’attacco all’ex procuratore aggiunto di Palermo appare davvero evidente e strumentale. Appena arrivato alla Sicilia@servizi compito di Ingroia è stato quello di venire a capo di una delle tante società a partecipazione pubblica che ingoiano milioni di euro. Fare luce, ripulirla e alla fine proporre se chiuderla o tenerla in vita. In particolare ha messo in evidenza che la società era partecipata al 49% da un socio privato il quale beccava tutti i quattrini gestendo utto l’apparato informatico della Regione con i server domiciliati in Valle d’Aosta. E quando l’ex pm palermitano ha deciso di liquidare questo “speciale partner”, questi ha smobilitato lasciando a casa tutti i 76 dipendenti. La scelta di assumerli con un contratto a termine era anche un modo per mettere alla prova gli stessi, fare selezione in base alle capacità e poi confermare soltanto i più meritevoli. E così è stato e lo scorso marzo per 16 di 76 lavoratori che sono stati licenziati. Tra questi vi era anche Marilena Bontate, figlia del boss Stefano, assassinato nel 1981.
Ma è un’altra la coincidenza che fa venire qualche dubbio sull’effettiva serenità da parte della Corte dei Conti nel coinvolgimento di Ingroia. Il sostituto procuratore Albo è infatti parente di Enzo Trantino (nipote della moglie ndr), ex Presidente della commissione Telekom Serbia, nonché avvocato di Marcello Dell’Utri, che proprio all’epoca dello scandalo nominò Albo come consulente.

Foto in alto © Gaia Anderson

Foto a destra © Ansa

«Dal 25 aprile De-Liberiamo Roma» Autore: Stefano Galieni da: controlacrisi

Con questo slogan semplice ed efficace questa mattina è iniziata una campagna sociale e politica che intende pesare nella capitale. Di fronte al tentativo di svendita dell’immenso patrimonio pubblico contrabbandata come “Decreto Salva –Roma” esponenti di una settantina di realtà associative e politiche ha deciso di passare al contrattacco scegliendo di riprendersi, seppur solo simbolicamente, uno dei luoghi più belli e importanti della città, quello di Via del Governo Vecchio 39, un tempo Governatorato Pontificio, poi Pretura e infine dagli anni Settanta, quando venne occupata dai collettivi femministi, sede della Casa delle Donne, Locali magnifici che per anni furono esempio europeo della lotta femminista e che da quasi trent’anni erano stati abbandonati al degrado. Erano stati dichiarati inagibili e nessuno volle intervenire mentre nel cortile crescevano piante selvatiche e negli splendidi corridoi che contornavano l’edificio si aprivano crepe, sparivano bellissimi murales, si lasciava tutto al degrado. Una scelta non una casualità, per far spazio a quelle forme di speculazione edilizia di cui Roma è sempre stata vittima sacrificale. Non a caso le circa 200 persone che sono entrate nella mattinata nell’edificio per una lunga e appassionata conferenza stampa, hanno scelto un luogo in cui il valore simbolico si univa alla concreta visibilità dei danni prodotti da scelte sciagurate. All’occupazione quella città meticcia che ormai sta costruendo tessuti di relazioni altrimenti spariti; vedere insieme, nello stesso spazio, coloro che furono protagonisti di decenni di lotte (all’epoca gli uomini potevano entrare nella sede solo in determinate occasioni) e giovani allora non ancora nati nonché cittadini e cittadine provenienti dai quattro angoli del pianeta ma animati dalla stessa consapevolezza. L’occupazione è stata l’occasione per presentare quattro delibere di iniziativa popolare. La prima ovviamente per il riutilizzo a fini sociali del patrimonio pubblico e il blocco delle vendite immobiliari e delle speculazioni che si vanno programmando da parte dell’amministrazione. E poi la ripubblicizzazione di ACEA ATO2 S.p.a. che gestisce il servizio idrico nella Provincia di Roma e su cui ancora non ha inciso il referendum vinto con 27 milioni di voti, la modifica del Patto di Stabilità interno e l’introduzione di misure di finanza pubblica e sociale per contrastare gli effetti della crisi sulla popolazione meno abbiente. Da ultimo il rispetto del diritto ad una scuola pubblica e laica che va potenziata anche attingendo a risorse che invece vengono donate a istituti privati spesso a carattere confessionale. Quattro delibere nate dal basso, presentate ognuna con inoppugnabili argomentazioni in quanto possibili soluzioni alternative alla crisi nella metropoli. Coloro che si sono alteranti al microfono hanno chiesto ripetutamente all’amministrazione di scegliere se stare dalla parte di chi, dal governo Renzi –Alfano alle direttive europee, intende puntare tutto sul libero mercato o se dalla parte di una cittadinanza che intende veder soddisfatti i propri bisogni senza esser per questo considerata problema di ordine pubblico. Nel pomeriggio si sono consegnati i testi delle delibere in Campidoglio, da ora partiranno i 3 mesi entro cui si dovranno raccogliere le 5000 firme necessarie. Ma firmare non basta è stato ripetuto da molti e molte. Quasi sempre le proposte che nascono dalle esigenze delle persone finiscono, per quanto legittime, a ricoprirsi di polvere in un cassetto, quindi non solo occorrerà raccoglierne ben oltre il numero necessario ma sarà importante far si che anche nei quartieri periferici giunga il messaggio lanciato oggi da questa iniziativa. La raccolta inizierà ufficialmente il 25 aprile e si potrà firmare alla fine del corteo indetto come ogni anno dall’Anpi per ricordare la data fondativa della nostra Repubblica. Durante la giornata saranno attivi banchetti per la raccolta laddove si terranno iniziative legate a tale data, dal Parco degli Acquedotti, alla sede sgomberata dell’ “Angelo Mai” al Cinema America Occupato. Per organizzare iniziative, conoscere eventi e luoghi per i banchetti, per mettersi a disposizione per contribuire a rendere questa una campagna ancor più diffusa sul territorio è da oggi attivo il sito http://www.deliberiamoroma.org.
Nutrita, tanto in mattinata che nel pomeriggio, la presenza di esponenti locali e nazionali di Rifondazione Comunista che considera non solo le delibere ma l’idea stessa di ricostruire uno spazio sociale e politico caratterizzato da una aggregazione di diverse soggettività, come parte integrante della realizzazione di una sinistra di alternativa. Claudio Ursella che del partito è segretario romano, raggiunto in campidoglio commenta molto positivamente la giornata: «Si tratta di temi su cui già da tempo si è cominciato a lavorare ma che manifestano insieme urgenza di bisogni e possibilità di ricostruire alleanza sociale. Pensando solo alla delibera relativa all’acqua pubblica, a mio avviso va connessa alla necessità di contrastare il “Decreto Lupi” soprattutto laddove, all’articolo 5 nega le utenze idriche e la residenza a chi non è intestatario dei locali in cui vive. Questo significa privare, laddove venisse applicato, fasce intere di popolazione che vive a Roma, di un bene primario come l’acqua e di un diritto come quello di poter avere una residenza. Le persone che si sono mobilitate oggi sono il segnale che una opposizione sociale si può e si deve costruire». Sempre in mattinata giungeva intanto la notizia di un ulteriore sgombero, a Pisa, del Distretto 42 un area militare abbandonata che da mesi era divenuta per la città il Municipio dei Beni Comuni. Al momento in cui scriviamo il tentativo di sgombero è ancora in corso, gli attivisti sono saliti sugli alberi dell’area, al cui interno è stato realizzato un parco pubblico intitolato a Don Gallo. Sono in corso le trattative con l’amministrazione comunale che da una parte manda parole concilianti ma contemporaneamente attua provvedimenti aventi unicamente carattere repressivo. Infatti insieme alla disponibilità ad intervenire presso il Ministero della Difesa per ottenere l’uso a fini sociali dell’area incriminata, dalla questura ed evidentemente dal sindaco è stato emanato l’ordine di procedere allo sgombero degli attivisti presenti. La polizia ha aperto i cancelli e si è chiesto l’intervento dei vigili del fuoco per provvedere alla cacciata dei presenti. I vigili, dopo essere entrati nell’area ed aver effettuato un sopralluogo hanno dichiarato la propria indisponibilità ad andare a prendere sugli alberi gli occupanti. In maniera e con pretesti ridicoli, si vuole privare il capoluogo toscano di un vero e proprio presidio democratico e di garanzia dei diritti, i cittadini pisani stanno reagendo pacificamente ma con fermezza

#12A, l’abbraccio resistente diventa una scultura per i “partigiani di oggi” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Una statua per ricordare le partigiane di oggi”: l’abbraccio tra i giovani attivisti Andrea Coltelli e Deborah Angrisani, entrambi a terra durante gli scontri di Roma dello scorso 12 aprile diventa una scultura di gesso. A realizzarla e’ stato un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti che ora la espongono a Fosdinovo in occasione della mostra “Artiste/i per la Resistenza 2014”, organizzata dagli Archivi della resistenza in occasione della Festa di Liberazione.
Del progetto, si e’ occupato il quotidiano Il Tirreno. Nato da un’idea di Elia Buffa e’ stato realizzato con l’aiuto di Silvia Scaringella, Lavinia Mancini, Ludovica Neri e Giulia Berrettoni e ritrae il ragazzo intento a fare scudo con il proprio corpo alla compagna caduta a terra durante la carica della polizia e ha gia’ suscitato grande scalpore e non solo in ambito artistico.
“Ci siamo ispirati direttamente alle immagini che in questi giorni sono state trasmesse molte volte dalle televisioni nazionali – racconta Elia Buffa -. Si tratta di una scena molto forte che ci ha profondamente colpito. Io da anni sono impegnato attivamente in politica a Massa e conosco bene Andrea Coltelli che, invece, e’ di Viareggio”. Per realizzare la scultura tutti i giovani artisti hanno impiegato circa una settimana e ora questa rimarra’ esposta a Fosdinovo.

“Il progetto e’ nato dopo che ho visto le immagini alla televisione – spiega Elia Buffa -. In realta’ avevo gia’ in mente di realizzare una scultura dedicata alle donne partigiane, ma poi ho deciso di cambiarlo e contestualizzarlo ai giorni nostri. Il risultato e’ questa scultura che parla”

La strage dei contadini Fonte: Il Manifesto | Autore: Marinella Correggia

Per oltre ses­santa dei suoi ottan­totto anni, Kri­sh­nam­mal Jagan­na­than, per tutti Amma (mamma) è stata giorno e notte impe­gnata ad affer­mare nella sua India i diritti dei sen­za­terra fuo­ri­ca­sta (un bino­mio quasi fisso) e quelli di madre natura. Rac­conta spesso il secondo evento deci­sivo della sua vita – il primo fu l’incontro con il mahatma Gan­dhi. Erano gli anni ’70 e mal­grado l’indipendenza i lati­fon­di­sti con­ti­nua­vano a sfrut­tare i brac­cianti e a com­met­tere atro­cità. In un vil­lag­gio del Tamil Nadu, dopo un lungo scio­pero di pro­te­sta decine di lavo­ra­tori, donne, bam­bini, uomini, vec­chi, furono chiusi in un capan­none e arsi vivi come puni­zione. Alla noti­zia, Kri­sh­nam­mal arrivò sui luo­ghi dal Bihar – dove stava par­te­ci­pando alla cam­pa­gna gan­d­hiana per il “dono della terra” o  bhoo­dan — e non se ne andò più. In Tamil Nadu fondò il Movi­mento Lafti per la libe­ra­zione dei brac­cianti e per una vera riforma agra­ria, insieme al marito Jagan­na­than (Appa, papà), morto l’anno scorso a 100 anni.

Una lon­ge­vità quasi mira­co­losa, quella di Amma e Appa. Per­ché non sono pochi gli atti­vi­sti ambien­ta­li­sti e per i diritti sulla terra a morire pre­ma­tu­ra­mente, in modo vio­lento, in tutti con­ti­nenti. Il 17 aprile, ogni anno il Movi­mento Sem terra (Mst) del Bra­sile e i gruppi di appog­gio ricor­dano l’anniversario della strage di rurali sen­za­terra in lotta nell’Eldorado dos Cara­jas nello stato bra­si­liano del Parà, nel 1996. E sono pas­sati 25 anni dall’assassinio, sem­pre in Bra­sile, del lea­der dei serin­guei­ros  Chico Men­des il quale disse, poco prima di morire: «Avevo cre­duto di bat­termi per gli alberi del cauc­ciù che ci davano lavoro. Poi mi sono accorto che stavo lot­tando per la fore­sta amaz­zo­nica. Adesso rea­lizzo che mi sto impe­gnando per l’umanità».

Sal­tando in un altro con­ti­nente e in un’altra fore­sta minac­ciata, pochi giorni fa è stato vit­tima di un atten­tato ed è grave il capo guar­diano del Parco nazio­nale del Virunga nella Repub­blica demo­cra­tica del Congo (Rdc), il belga Emma­nuel de Merode. Del resto con­ti­nua lo stil­li­ci­dio di guar­da­parco uccisi – 150 in venti anni — dai brac­co­nieri e da chi ha inte­ressi nelle atti­vità estrat­tive, in que­sto parco nella regione dei Grandi laghi che ospita gli ultimi gorilla di mon­ta­gna e che è patri­mo­nio dell’umanità.

La Gior­nata per la Terra è un’occasione per ren­dere omag­gio ai caduti per la Terra e per la terra, pun­tando il dito sui man­danti impu­niti e sui loro con­ni­venti. Lo ha fatto l’organizzazione ambien­ta­li­sta e per i diritti umani Glo­bal Wit­ness, pub­bli­cando alcuni giorni fa il rap­porto  Deadly Envi­ron­ment. The dra­ma­tic rise in kil­ling of envi­ron­men­tal and land defen­ders  (Ambiente mor­tale. Il dram­ma­tico aumento degli assas­si­nii di difen­sori dell’ambiente e della terra) che si rife­ri­sce al periodo fra il gen­naio 2002 e il dicem­bre 2013. I paesi in esame sono 74, tutti in Asia, Africa, Cen­tra­me­rica e Ame­rica del Sud. Là sono loca­liz­zate le vit­time. I paesi man­danti d’Occidente non sono nell’elenco.

Secondo la tra­gica map­pa­tura, che incro­cia diverse fonti, in dodici anni sono state uccise 908 per­sone in 35 paesi. Quali sono i posti più peri­co­losi? Secondo la conta dei morti di Glo­bal Wit­ness, basata in par­ti­co­lare su Huri­Search – The Human Rights Search Engine (http://www.hurisearch.org), in testa è il Bra­sile (con 448 morti), seguito da Hon­du­ras (109), Filip­pine (67), e poi Peru’, Colom­bia, Mes­sico. Il 2012 è stato l’anno più san­gui­noso.
Peral­tro, secondo il rap­porto, se le vit­time cen­site si con­cen­trano in alcuni paesi dell’America cen­trale e del Sud e in alcuni Stati dell’Asia, è pro­ba­bil­mente per­ché in quei luo­ghi c’è un numero mag­giore di movi­menti e gruppi in lotta, ma anche di orga­niz­za­zioni in grado di documentare.

Il rap­porto indi­vi­dua la causa delle vio­lenze nella «com­pe­ti­zione per le risorse che si è inten­si­fi­cata nell’economia glo­bale costruita intorno alla cre­scita e al con­sumo sem­pre mag­giore». Spiega che «molti dei minac­ciati o col­piti sono sen­za­terra, gruppi indi­geni, movi­menti con­ta­dini, eco­lo­gi­sti che si oppon­gono all’accaparramento dei suoli, alle atti­vità estrat­tive, alle mono­col­ture, alla defo­re­sta­zione pro­vo­cata dal pre­lievo di legname o dall’espansione di alle­va­menti e mono­col­ture». Nel mirino in par­ti­co­lare sono le comu­nità indi­gene, i cui diritti sulle terre non sono rico­no­sciuti dai potenti inte­ressi che li tac­ciano di essere «con­tro lo sviluppo».

Regna sovrana la regola dell’impunità: fra il 2002 e il 2013 sono stati con­dan­nati solo dieci respon­sa­bili, per l’1% dei casi dun­que… C’è una cul­tura ende­mica dell’impunità. Fa ecce­zione ad esem­pio il caso del rac­co­gli­tore di noci nella fore­sta e atti­vi­sta José Cláu­dio Ribeiro da Silva – Zé Cláu­dio — e di sua moglie Maria do Espí­rito Santo uccisi nello stato del Pará il 24 mag­gio 2011. Sono stati però con­dan­nati gli ese­cu­tori mate­riali, ma non l’allevatore pro­ba­bile mandante.

Ma i respon­sa­bili mul­ti­na­zio­nali non pagano mai. Per­fino quando rico­no­scono – raris­si­ma­mente – i torti. Ad esem­pio l’International Finance Cor­po­ra­tion, branca della Banca mon­diale per i pre­stiti a pri­vati, di recente ha ammesso di non</CW><CW-14> aver saputo pro­teg­gere i diritti sociali e ambien­tali accor­dando 30 milioni di dol­lari alla com­pa­gnia di agri­bu­si­ness Dinant, accu­sata di omi­cidi ed evi­zioni for­zate in Cen­tra­me­rica e in par­ti­co­lare in Honduras.

Per una pano­ra­mica delle lotte con­tro le ingiu­sti­zie ambien­tali è utile con­sul­tare l’Atlante glo­bale della rete Ejolt (www.Ejolt.org), della quale fa parte il Cen­tro di docu­men­ta­zione dei con­flitti ambien­tali (Cdca).

Libri & Conflitti. La recensione di CIE E COMPLICITA’ DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE | Autore: carlo d’andreis da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti. In Italia, in tredici Centri di Identificazione ed Espulsione sono recluse oggi migliaia di persone – nel 2012, 7.012 uomini e 932 donne – che hanno la sola colpa di essere migranti. Miliardi di euro vengono spesi per trattenere queste persone e poi espellerle, verso i Paesi dai quali erano faticosamente e onerosamente partite. Molti di questi soldi pubblici finiscono nelle tasche delle organizzazioni “umanitarie” che hanno accettato di gestire i CIE, ben sapendo che i dispositivi fondamentali sui quali questi non-luoghi sono costruiti sono gli stessi che hanno caratterizzato i campi di internamento storici, compresi i lager nazisti. Le frequenti manifestazioni di disagio dei reclusi nei Centri non lasciano dubbio alcuno sulle condizioni di vita al loro interno. E, d’altra parte, chiudere in gabbia delle persone che si spostano nel mondo non sembra in ogni caso una risposta accettabile. Questo libro vuole aprire una riflessione seria e non ideologica sull’istituzione CIE e invita ciascuno di noi a confrontarsi con la propria personale responsabilità riguardo alla loro esistenza.

L’estratto QUI

Il libro di Davide Cadeddu ci parla dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) oggi più presenti nei mass-media in seguito alle molte rivolte, scioperi ed episodi di autolesionismo accaduti al loro interno. I CIE sono veri e propri luoghi di detenzione, dove uomini e donne che non hanno commesso alcun reato restano reclusi fino a un periodo che può durare – adesso- anche diciotto mesi.

Nei CIE ci si entra per motivi di vario tipo, come ci dice il racconto di Aziz, da cui ne è evaso due volte: “Ai CIE si entra per tanti motivi, con tante storie diverse. La maggior parte delle persone che ho conosciuto è stata portata in un CIE perché, una volta perso il lavoro, ha perso il permesso di soggiorno che a questo è collegato”.
Proprio per questo meccanismo che la macchina delle espulsioni di cui i CIE fanno parte, come rileva l’autore, genera una condizione di terrore negli immigrati che vivono con la paura di tornarsene nei paesi di appartenenza da cui sono fuggiti (di solito per fame, a causa della guerra o perché perseguitati) per giunta con un debito da pagare contratto per comprarsi il viaggio clandestino che con molte sofferenze li ha portati fin qui.

L’autore con il supporto di numerosissime fonti e con l’ausilio di molti articoli affronta il tema dei CIE da vari punti di vista; così apprendiamo che, nonostante “la macchina” delle espulsioni costi duecentomila euro allo Stato, solamente una parte molto esigua dei clandestini è rimpatriata, compito per cui formalmente sono preposti tali apparati. Più avanti si citano tutte le leggi che a vario titolo, e durante governi diversi, hanno modificato la natura e il tempo massimo di permanenza nei CIE.

L’autore cerca inoltre di ripercorrere la storia dei campi d’internamento, in continuità tra loro per la caratteristica di essere Istituti Totali dove i diritti dei reclusi sono sospesi e dove non esistono alcun tipo di regole, a differenza dei carceri, dove esistono delle regole ben precise.

La questione centrale (e anche la più inedita e coraggiosa) di questo libro, dichiarata esplicitamente nel sottotitolo, è la denuncia della complicità delle organizzazioni umanitarie che gestiscono i CIE nella segregazione degli immigrati clandestini come prassi preferenziale.
Queste organizzazioni come la Croce Rossa e Connecting People per tornaconto economico hanno interesse a che i CIE restino operativi: ”I gestori – da sempre- dei campi per migranti, invece di assumersi le proprie responsabilità per il fallimento colossale e sotto gli occhi di tutti del sistema CIE, invece di assumersi le responsabilità morali per aver fatto carne da macello della vita e dei corpi di tanti migranti internati, dicono alle istituzioni che tale insuccesso è dovuto al fatto di non essere stati messi nelle condizioni per poter operare adeguatamente e reclamano così un loro maggior coinvolgimento operativo.”

Pur condividendo le ragioni di questo libro e i molti e giusti argomenti di riflessione ritengo che sia stata un’occasione mancata per portare alla luce alcune delle tante storie e testimonianze che s’intrecciano nei CIE, fatta eccezione per i brevi racconti di Aziz e Angela (ex operatrice CIE).
L’eccesivo ricorso alla trascrizione di testi anche molto lunghi e l’approccio spesso didattico nel cucire i tanti aspetti dell’argomento fanno somigliare il testo, nella forma dell’impianto, a una preziosa tesi di laurea.

Davide Cadeddu (1974), educatore, insegnante e formatore. Vive a Torino, dove, negli ultimi 16 anni, ha promosso e coordinato progetti socioeducativi e formativi nell’ambito del lavoro di strada, delle tossicodipendenze, dell’aggregazione giovanile, dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo politico; ha lavorato nella formazione professionale con giovani e adulti. Attualmente lavora come educatore in una comunità per minori. Ha dato vita all’Associazione Onda Urbana e al progetto “Tana Libera Tutti”, nel quartiere torinese di Porta Palazzo.Cie e le complicità delle organizzazini umanitarie
di Davide Cadeddu
Sensibili alle foglie
isbn 978-88-89883-80-8
Euro 15,00
pagine 128

Come i media preparano un regime Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Viale

Ci si chie­deva spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato pos­si­bile che nel 1931, su oltre mil­le­due­cento docenti uni­ver­si­tari, solo una quin­di­cina avesse rifiu­tato di giu­rare fedeltà al fasci­smo; e come fosse stato pos­si­bile che con loro si fos­sero alli­neati migliaia di gior­na­li­sti, di scrit­tori, di intel­let­tuali — la tota­lità di quelli rima­sti in fun­zione — con­tri­buendo tutti insieme a costruire una solida base di con­senso alla dit­ta­tura di Mussolini.

Il con­te­sto è sicu­ra­mente cam­biato, ma forse il ser­vi­li­smo è rima­sto inva­riato. Oggi, senza nem­meno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere auto­ri­ta­rio e incon­trol­lato, a cui peral­tro anche allora molti erano già ben pre­di­spo­sti, la corsa ad alli­nearsi con il potente di turno, magni­fi­can­done qua­lità e ope­rato, ha assunto da due decenni a que­sta parte un anda­mento a valanga; per poi accor­gersi, una volta usciti tem­po­ra­nea­mente o defi­ni­ti­va­mente di scena i desti­na­tari di tanta ammi­ra­zione, che i risul­tati del loro ope­rare — del loro «fare» in campo eco­no­mico, sociale, isti­tu­zio­nale e, soprat­tutto, cul­tu­rale — erano incon­si­stenti, nega­tivi, o addi­rit­tura dram­ma­tici. Ma rima­neva tut­ta­via, in alcuni angoli riser­vati del gior­na­li­smo car­ta­ceo e tele­vi­sivo, lo sforzo di un vaglio cri­tico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spi­ra­glio alla legit­ti­ma­zione di un’opposizione.

Da qual­che mese, al seguito della caval­cata sul nulla di Mat­teo Renzi — «dà con una mano per pren­dere con l’altra» (e molto di più) è la sin­tesi del suo ope­rato — il coro delle ova­zioni si è fatto assor­dante; lo spa­zio che gli riser­vano gior­nali e tv è tota­li­ta­rio (come docu­menta l’osservatorio sulle tv di Pavia); i toni sono peren­tori; i rimandi alle sue polie­dri­che capa­cità incon­ti­nenti; il ser­vi­li­smo degli adu­la­tori dila­gante (papa Fran­ce­sco copia «lo stile di Renzi» ci ha infor­mato un noti­zia­rio). Non c’è più un regime fasci­sta a imporre que­sto alli­nea­mento; sono piut­to­sto que­sti alli­nea­menti a creare le solide pre­messe di un «moderno» auto­ri­ta­ri­smo. «Moderno» per­ché è quello auspi­cato dall’alta finanza, che ormai con­trolla la poli­tica e le nostre vite; come emerge anche da un docu­mento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si sca­glia con­tro le costi­tu­zioni anti­fa­sci­ste e demo­cra­ti­che che osta­co­le­reb­bero il pro­fi­cuo svol­gi­mento degli «affari». È l’autoritarismo per­se­guito dalle «riforme» costi­tu­zio­nali ed elet­to­rali di Renzi, tese a can­cel­lare con pre­mio e soglie di sbar­ra­mento ogni pos­si­bi­lità di con­tro­bi­lan­ciare i poteri dei par­titi — o del par­tito — al potere: non solo in Par­la­mento, ma ovun­que; a par­tire dai Comuni, non certo aiu­tati a «fare», bensì para­liz­zati dai tagli ai bilanci e dal patto di sta­bi­lità per costrin­gerli ad abdi­care dal loro ruolo, che è for­nire quei ser­vizi pub­blici locali di cui è intes­suta l’esistenza quo­ti­diana dei cit­ta­dini. Renzi, come Letta, Monti e Ber­lu­sconi, vuole costrin­gerli ad alie­narli: come aveva fatto Mus­so­lini sosti­tuendo ai con­si­gli comu­nali i suoi prefetti.

Una riprova non mar­gi­nale di que­sto clima è il modo in cui stampa e media seguono la cam­pa­gna elet­to­rale euro­pea, con­fi­nan­dola inte­ra­mente in un con­fronto Renzi-Grillo (con Ber­lu­sconi ormai ai mar­gini) privo di con­te­nuti pro­gram­ma­tici e tutto incen­trato sulle diverse forme di «cari­sma» che i due lea­der esibiscono.

In que­sto con­te­sto il silen­zio calato sulla lista L’altra Europa con Tsi­pras, l’unica che si pre­senta con un pro­gramma per cam­biare radi­cal­mente l’Europa (che è l’argomento di cui è proi­bito par­lare) e non per abban­do­narla insieme all’euro, né per con­ti­nuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come pas­sag­gio obbli­gato per tor­nare alla “cre­scita”. Della lista L’altra Europa stampa e tv hanno seguito e ingi­gan­tito le dif­fi­coltà incon­trate nel corso della sua for­ma­zione, per poi calare una cor­tina di silen­zio totale sulla sua esi­stenza e sui suoi suc­cessi. La venuta di Tsi­pras a Palermo, con un tea­tro pieno, la gente in piedi e mille per­sone rima­ste fuori ad ascol­tare, con una visita all’albero di Fal­cone accom­pa­gnato da cen­ti­naia di soste­ni­tori e con l’incontro con il sosti­tuto Di Mat­teo, non ha meri­tato nem­meno un cenno o una riga. Nem­meno la con­se­gna delle 220 mila firme rac­colte per con­sen­tire la par­te­ci­pa­zione della liste alle ele­zioni, un risul­tato su cui molti media ave­vano scom­messo che non sarebbe mai stato rag­giunto, ha avuto la minima men­zione. L’apertura della cam­pa­gna elet­to­rale al tea­tro Gobetti di Torino con la par­te­ci­pa­zione di Gustavo Zagre­bel­sky e altre cen­ti­naia di soste­ni­tori è anch’essa scom­parsa nel nulla. Quando si accenna di sfug­gita alla lista L’altra Europa, per lo più per deni­grare o sbef­feg­giare i tanti intel­let­tuali di valore che la sosten­gono — ribat­tez­zati “pro­fes­so­roni”; e solo per que­sto se ne parla — il suo pro­gramma viene assi­mi­lato a quello dei no-euro, dei nazio­na­li­sti o addi­rit­tura dei fasci­sti. Per­ché “se non si è con Renzi non si può che essere con­tro l’Europa”.

Il bara­tro in cui è pre­ci­pi­tato il gior­na­li­smo ita­liano si vede dal fatto che molti non rie­scono nem­meno a capire che si possa volere un’Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Ber­lu­sconi e Tre­monti quando erano al governo. Eppure non è man­cato agli stessi gior­nali e tele­gior­nali lo spa­zio per occu­parsi del con­gresso del “nuovo” (il 14°) par­tito comu­ni­sta fon­dato da Rizzo, della pre­sen­ta­zione della lista elet­to­rale Sta­mina, della riam­mis­sione dei Verdi alla com­pe­ti­zione elet­to­rale anche senza aver rac­colto le firme (men­tre chi le ha rac­colte non ha meri­tato nem­meno una riga).

Il tutto viene com­ple­tato con la pre­sen­ta­zione di son­daggi che danno la lista per morta: sono i tre divul­gati dalle tv di regime, men­tre tutti gli altri son­daggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbar­ra­mento, ma non ven­gono resi noti. Io, che ho lavo­rato anche in una società di son­daggi, so bene come si fa ad orien­tarli (e anche a fal­si­fi­carli) e quanto con­tri­bui­scano a “orien­tare” e a mani­po­lare la realtà. Gior­nali occu­pati dalla stig­ma­tiz­za­zione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affron­tare que­sta cam­pa­gna elet­to­rale senza un euro di finan­zia­menti di stato o di pub­bli­cità. E così via. Poco per volta, e a volte imper­cet­ti­bil­mente, si sci­vola verso un nuovo regime e in que­sta tem­pe­rie per­sino le cri­ti­che all’operato di Renzi ven­gono pro­po­ste come ragioni per un soste­gno dovuto e ine­lut­ta­bile.
Tipico da que­sto punto di vista, per­ché rias­sume una para­bola che coin­volge un po’ tutti i com­men­ta­tori poli­tici che in qual­che modo devono misu­rarsi con numeri e dati che con­trad­di­cono fron­tal­mente le dichia­ra­zioni del lea­der, è l’editoriale (l’omelia set­ti­ma­nale) di Euge­nio Scal­fari com­parso sul numero pasquale di Repub­blica . In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza coper­tura finan­zia­ria, che gli ser­virà per stra­vin­cere le ele­zioni euro­pee, anche se è basata un una serie di imbro­gli con­ta­bili che pre­sto ver­ranno alla luce. Ma — scrive Scal­fari, che pure, in mar­gine a una cri­tica alla riforma del Senato pro­po­sta da Renzi mani­fe­sta, senza sot­to­li­nearla, la con­sa­pe­vo­lezza che la sua riforma elet­to­rale stra­vol­gerà com­ple­ta­mente l’assetto demo­cra­tico del nostro paese — c’è da augu­rarsi comun­que che quell’imbroglio fun­zioni; per­ché così il governo si raf­for­zerà, recu­pe­rerà anche in Europa il pre­sti­gio per­duto e la cre­scita potrà ripar­tire. Il che mostra in che conto Scal­fari tenga “que­sta Europa”: quella a cui stiamo sacri­fi­cando le ormai molte “gene­ra­zioni per­dute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vec­chiaia e la vita stessa di un numero cre­scente di cit­ta­dini, di lavo­ra­tori e di impren­di­tori, e l’intero tes­suto pro­dut­tivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia — e non solo lui — della cre­scita (il “flo­gi­sto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gal­lino: tutti ne par­lano e nes­suno sa che cosa sia).

Ma soprat­tutto mostra dove porta que­sta teo­ria, o visione, o per­ce­zione, sem­pre più dif­fusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiag­gia”. Così, quando si sarà com­piuto il disa­stro eco­no­mico, sociale e isti­tu­zio­nale a cui ci sta tra­sci­nando quella sua caval­cata fatta di vuote pro­messe, di truc­chi con­ta­bili e di nes­suna capa­cità di pro­get­tare un vero cam­bia­mento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tor­nare indie­tro. È per que­sto che biso­gna fer­marlo qui e ora, a par­tire da un rove­scia­mento dei pro­no­stici — meglio sarebbe chia­marli auspici di regime — tutti a favore delle destre nazio­na­li­ste e raz­zi­ste masche­rate die­tro la cam­pa­gna anti-euro, o delle lar­ghe intese tra Ppe e Pse, con le quali la poli­tica eco­no­mica, fiscale e mone­ta­ria dell’Unione dovrebbe pro­se­guire indi­stur­bata il suo cam­mino di distruzione.