Verità a rischio: il processo Stato-mafia sotto attacco da: antimafia duemila

de-donno-mori-subranni-tribunaledi Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – 16 aprile 2014

Il 18 aprile la Cassazione deciderà sull’istanza di remissione presentata da Mori, De Donno e Subranni
Da quando il mese scorso è stata inviata alla Cassazione l’istanza di remissione del processo Stato-mafia (che vede alla sbarra lo stesso ex comandante del Ros, alcuni suoi colleghi dell’Arma, ex ministri, ex esponenti politici, collaboratori di giustizia e boss mafiosi di prima grandezza ndr), presentata dagli ex ufficiali dell’Arma, Mori, Subranni e De Donno, sullo stesso dibattimento aleggia un’aria sempre più pesante. La Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, in questi mesi è andata dritta per la sua strada, senza sospendere le udienze e fissando già prossime previste per il mese di maggio ma è ovvio che ora l’attenzione è completamente spostata su quel che accadrà venerdì 18 aprile a Roma, quando la Suprema Corte che si dovrà pronunciare accogliendo o meno la richiesta dei tre imputati.
Se l’istanza non verrà rigettata gli effetti saranno devastanti. Si ricomincerebbe tutto da zero presso un’ altra sede, una nuova Corte e nuovi pm che dovrebbero rappresentare l’accusa.
Ma ancor più devastante sarebbe il messaggio che la Corte di Cassazione manderebbe all’esterno, a quell’Italia onesta che su certi fatti vuole sapere la verità.

Sì perché a chiedere la remissione del processo non sono i boss di Cosa nostra, come spesso accadeva invece negli anni ’70 quando i processi per mafia venivano celebrati a Bari o a Catanzaro, ma ex uomini delle istituzioni. E’ lo Stato che non vuole processare se stesso, o che comunque fa di tutto pur di stoppare indagini e dibattimenti. Certo non sarebbe una novità visti i ripetuti tentativi da parte del Presidente della Repubblica per sottrarsi alla citazione in aula (dopo aver già chiesto ed ottenuto la distruzione delle telefonate con l’imputato Nicola Mancino ndr).

Dentro il “gioco sporco”
L’azione messa in atto da Mori, Subranni e De Donno però è ancora più subdola. Un “gioco sporco” che arriva a strumentalizzare certi fatti avvenuti nell’ultimo anno. Dalla condanna a morte espressa in carcere da Salvatore Riina nei confronti di Antonino Di Matteo, pm di punta del pool “trattativa”, al pericolo attentati che potrebbe coinvolgere anche quelle persone che con tanta passione civile seguono il processo.
Sono i “rischi per l’incolumità pubblica” ad essere messi in evidenza: “Ogni udienza – si legge nell’istanza – vede, in media, la partecipazione di circa un centinaio di persone che, in considerazione di tali minacce sono esposte al grave rischio di attentati e di azioni violente. In considerazione di ciò – ed a esclusiva tutela dell’ordine e dell’incolumità e sicurezza pubblica – potrebbe essere opportuno disporre la sospensione del processo in attesa della decisione di codesta Ecc.ma Corte Suprema”.
Per corroborare la propria “tesi strumentalizzata” viene riportato nella stessa un articolo del Corriere della Sera in cui è scritto che “Le minacce di Riina, sostiene più di un Pm, sono state utilizzate anche mediaticamente per rilegittimare un processo che era stato incrinato dall’assoluzione del generale Mori per la presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995”. Nel riportare fedelmente il virgolettato del pezzo pubblicato lo scorso 18 gennaio, gli avvocati di Mori sottolineano che “il giornalista ha citato espressamente fonti provenienti dalla Procura della Repubblica, e quindi, autorevoli, secondo le quali ‘le minacce…sono state utilizzate…per rilegittimare un processo…’”.
Parole che a loro dire dimostrerebbero che “il clima, a Palermo, non è sereno ma condizionato”, in quanto “il giornalista del Corriere della Sera non ha utilizzato la particella verbale al ‘condizionale’ ma ha scritto ‘sono state utilizzate’, quindi ha dato per certo e per avvenuto (o comunque tentato) quanto sopra”. Persino l’intervento del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, durante la manifestazione del 12 gennaio scorso, organizzata dal Fatto Quotidiano in sostegno al pool di Palermo, viene indicato come un tentativo di “condizionare il processo”.
Assolutamente meschino l’utilizzo di diverse interviste allo stesso Di Matteo in cui si parla dell’escalation di minacce nei suoi confronti e rispetto all’intero pool, composto anche dai pm Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene.
Le stesse parole di Nino Di Matteo, secondo i legali, certificherebbero quindi “un attuale, immanente, concreto ed inevitabile pericolo per l’ordine pubblico”. Addirittura vengono strumentalizzate le manifestazioni antimafia a difesa dei magistrati di Palermo arrivando alla conclusione che: “La prognosi sul fatto che il pericolo verrebbe meno spostando il processo va fatta indubbiamente ex ante, ma solo ex post si potrà avere la relativa certezza”. Di fatto, ad avviso dei legali, essendo che l’ordine di morte lanciato dal carcere è già noto la rimessione del processo “costituisce l’unico sicuro mezzo per eliminare il pericolo in atto e salvaguardare sia l’incolumità dei P.M. sia quella pubblica”.

Il problema sicurezza che non c’è
maxiprocesso-c-shobhaDetto della strumentalizzazione dei fatti, messa in atto pur di spostare il processo, non si può fare a meno di ricordare il perché lo stesso deve restare a Palermo. La “questione sicurezza” sollevata da Mori, Subranni e De Donno non sta in piedi per il semplice fatto che qualora il processo dovesse ricominciare a Caltanissetta o in qualsiasi altra Corte d’Italia i rischi nei confronti dei pm palermitani non sarebbero affatto estinti.
La città di Palermo è sicuramente la più sicura ed adatta per poter ospitare un procedimento di questo tipo. La prima dimostrazione si è avuta ai tempi del maxiprocesso. L’aula bunker venne realizzata in pochi mesi ed è forse la struttura più sicura e protetta d’Italia.
All’epoca il rischio attentati e ritorsioni da parte di Cosa nostra era per certi versi ancora più alto, considerato che i capimafia stragisti non erano in carcere ma latitanti, liberi di agire indisturbati e con una potenza militare senza precedenti. Oggi il quadro è leggermene diverso.
Anche sul piano della sicurezza dei magistrati Palermo è la città più pronta a difendere i pm. I tanti martiri che su quella terra hanno perso la propria vita, da Falcone e Borsellino al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, hanno comunque contribuito ad alzare il livello di attenzione sotto ogni punto di vista, a cominciare anche dai semplici spostamenti.
La riprova è nel fatto che ad Antonino Di Matteo non viene impedito di recarsi al processo presso l’aula bunker di Palermo, mentre a Milano lo Stato ha preferito evitare lo spostamento del magistrato in quanto non si era in quel momento pronti ad intervenire per evitare un eventuale strage. Un fatto che resta grave, considerato che il primo compito dello Stato dovrebbe essere quello di permettere ai propri rappresentanti di compiere il loro lavoro, ma che comunque non ha pregiudicato lo svolgimento del dibattimento.
Resta aperta la questione “bomb jammer”, su cui ancora si attende la risposta definitiva da parte del ministro degli Interni Angelino Alfano per dotare le macchine dei magistrati di questo particolare strumento in grado di annullare le frequenze di un eventuale impulso a distanza, ma ciò non ha nulla a che vedere con la decisione che si dovrà prendere sull’istnza di remissione anche perché se verrà assegnato sarà un importante “plus” per la sicurezza dei pm.

Un “nuovo” processo di Norimberga
Quando è iniziato il dibattimento sulla trattativa l’avevamo definito come il “nostro” processo di Norimberga. Ed osservandolo con attenzione è sicuramente così. Dopo la seconda guerra mondiale era chiara a tutti l’importanza che i capi nazisti venissero processati in quella che era la loro terra, così come è stata importante la celebrazione del maxiprocesso a Palermo per il profondo significato che lo stesso aveva per la città e l’Italia intera. E questo procedimento non è da meno in quanto si scava proprio su quanto avvenuto in quei primi anni novanta (dalla sentenza del maxi al fallito attentato all’Olimpico, passando per l’omicidio Lima, la strage di Capaci e di Via d’Amelio, quindi gli attentati in continente nel 1993 ndr).
Anche il maxiprocesso subì diversi attacchi ed azioni ostruzionistiche. Il primo scontro vi fu proprio alla vigilia del Grande Processo. A provocarlo furono le polemiche sul rifiuto degli avvocati palermitani ad assumere l’ incarico di patroni di parte civile. Preoccupati del clima generale che si andava creando intorno al processo, una volta respinta l’insinuazione, i penalisti minacciarono di chiedere la legittima suspicione, cioè lo spostamento del dibattimento ad altra sede. Poi, ci fu la ricusazione non accolta dalla Corte d’ appello del presidente Giordano, accusato di aver suggerito una risposta al superpentito Contorno. Quindi, una lunga diatriba sul calendario delle udienze e sulle ferie estive. Infine la richiesta di lettura delle 750 mila pagine degli atti processuali. Tale possibilità era prevista dal Codice (artt. 462-466) ma in disuso; nel caso del maxiprocesso, tale lettura avrebbe richiesto circa due anni di tempo, col rischio di incanalare l’intero processo in un binario morto da cui non sarebbe, forse, più uscito. Fu necessaria una nuova legge emanata dal Parlamento, la n° 29/1987, per scongiurare tale pericolo.
Dal momento che i termini di custodia cautelare per un centinaio di imputati scadevano l’8 novembre 1987 (poi prorogati di poche settimane), era necessario che il processo di primo grado si concludesse entro quella data. Per questo motivo il presidente Giordano, nonostante le proteste di alcuni avvocati difensori e giudici popolari, dispose che il processo si sarebbe celebrato tutti i giorni, ad eccezione soltanto delle domeniche e di alcuni sabati.

Il primo tentativo di ricusazione in udienza preliminare
Il primo attacco nei confronti del processo trattativa aveva avuto luogo con l’istanza di ricusazione del Gup dell’udienza preliminare, Piergiorgio Morosini.
A presentare l’istanza era stata la difesa dell’ex capitano De Donno che si è visto rigettare la stessa in un primo momento dalla terza sezione della Corte di Appello di Palermo (novembre 2012), poi dalla Seconda Sezione Penale della Cassazione che ha rigettato la richiesta della difesa (giugno 2013), confermando la decisione della prima. L’ex ufficiale dei carabinieri sosteneva che Morosini, avesse espresso un convincimento sulla trattativa, perdendo in questo modo l’imparzialità, nel libro «Attentato alla giustizia» da lui pubblicato un anno prima e in alcune interviste rilasciate durante la presentazione del volume. Per i giudici nel suo libro Morosini aveva sì “considerato degna di attenzione la tesi della trattativa illecita formulata dalla Procura di Palermo” ma questo “non denota un convincimento sulla sua fondatezza e non è idoneo a configurare quell’anticipazione di giudizio che la norma indica come causa di astensione e di ricusazione a tutela dell’imparzialità del giudice”. “Del resto – scrivono i giudici – se il giudice Morosini nel libro avesse ritenuto improbabile l’ipotesi accusatoria, la Procura avrebbe potuto di contro dolersi dell’espressione di un convincimento precostituito nella direzione opposta”.

Il nuovo attacco
Da quando il processo è iniziato a Palermo il numero di attacchi nei confronti dello stesso si è fatto sempre più forte e sibillino. In campo sono scesi giornalisti, giuristi e storici nel bieco tentativo di abbassare l’attenzione nei confronti del procedimento più importante d’Italia. La “trattativa” di cui in un primo momento si metteva in dubbio l’esistenza adottando terminologie come “presunta” o “fantomatica”, in breve tempo si è guadagnata l’appellativo “a fin di bene”, con la fiandaca-lupo-ottstesura del libro scritto a quattro mani da Fiandaca e Lupo (nella foto), o comunque “necessaria per evitare altre stragi”. L’ultima azione messa in atto in sede dibattimentale con la richiesta di remissione è soltanto l’ennesimo tentativo per stoppare l’accertamento della verità.
Non solo. A Palermo si respira un’aria simile a quella dei primi anni Novanta (le continue minacce contribuiscono ad alzare il livello di attenzione ndr) ma la sensazione è che l’interesse per un’eventuale eliminazione di Di Matteo e degli altri membri del pool non sarebbe proprio della mafia, ma di altre forze che temono lo svelamento del “gioco grande” che ha affossato le sue radici tra il 1992-1993 e che ha poi portato alla nascita della Seconda Repubblica.
E’ forse per questo motivo che il processo Stato-mafia fa paura? L’Italia come reagirebbe ad una nuova strage? E’ forse questo il motivo per cui, prima di armare nuovamente la mano di Cosa nostra, si cerca in tutti i modi di fermare questo processo e delegittimare il lavoro e le indagini degli inquirenti?
In questi primi mesi di processo ampio spazio è stato dato alle audizioni dei collaboratori di giustizia ma sin dalle prossime udienze sarà la volta di personaggi istituzionali. Sono forse queste le testimonianze che incutono timore?
L’istanza di rimessione che verrà discussa venerdì rappresenta un nuovo bivio della nostra storia. La speranza è che la Cassazione non si presti al “gioco sporco” rispedendola al mittente. Questo sì che sarebbe un bel segnale di giustizia

Omofobia: a scuola la Chiesa censura Essere gay in classe è un calvario Ma non eravamo uno Stato laico? da: l’espresso

Migliaia di ragazzi presi di mira perché omosessuali. Anche tra i banchi. E quando gli insegnanti provano ad affrontare il tema vengono attaccati dalle reti cattoliche. Nel silenzio delle istituzioni. Che, anzi, stanno per fare dietrofront davanti alla prima iniziativa contro il bullismo. Accettando le censure del Vaticano

di Michele Sasso e Francesca Sironi

 
0
l
Omofobia: a scuola la Chiesa censura<br />
Essere gay in classe è un calvario<br />
Ma non eravamo uno Stato laico?
G. aveva 14 anni quando si è suicidato, buttandosi dal balcone di casa sua, a Roma. Aveva lasciato un biglietto: «Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma». Lui morto, il caso è arrivato alle cronache. Ma migliaia di altri ragazzi affrontano gli stessi “frocio”, “ricchione”, “finocchio” ogni volta che entrano in classe. Senza dirlo a nessuno. È un problema. E non servono statistiche ufficiali (che non esistono, come aveva spiegato l’Espresso ) per dimostrarlo: basta ascoltare le esperienze di quanti l’omofobia la vivono ogni mattina sulle scale del liceo o provano ad affrontarla in cattedra. O ancora andare su Ask.fm , il social network più diffuso fra gli adolescenti, dove abbondano le domande anonime sul compagno-sicuramente-gay o la ragazza-evidentemente-lesbica, con il loro corredo di commenti pruriginosi e di insulti.Il problema esiste. Eppure dal Palazzo non solo non è considerato una priorità. Ma è osteggiato. La prima vera iniziativa dello Stato contro l’omofobia a scuola è diventata uno scandalo istituzionale, con i manuali prodotti dal dipartimento delle pari opportunità (un ufficio della Presidenza del Consiglio) boicottati dal cardinale Bagnasco e messi in sordina dallo stesso ministero dell’Istruzione prima ancora di essere distribuiti: censura preventiva in piena regola. Questo mentre l’amministrazione centrale lascia che i dirigenti scolastici si arrangino da soli davanti alle valanghe di lettere, denunce e ricorsi presentati dalle associazioni cattoliche contro ogni iniziativa che parli di genere, sesso o diversità.

Così, anche se alcuni istituti, alcune regioni, provano ad affrontarlo, il problema, continua, anzi aumenta, la guerra in sordina fra le case e i banchi scolastici, fino ai corridoi degli uffici ministeriali. Le vittime sono sempre le stesse: gli studenti e le studentesse gay o lesbiche. Che, ancora nel 2014, non possono contare che su sé stessi per affrontare l’ignoranza e le aggressioni.

Stato laico? Per dimostrare quanto sia considerato compromettente affrontare il discorso dell’omofobia a scuola, bisogna partire dai meandri dello Stato. Ovvero dal tragicomico caso dei libretti per “Educare alla diversità” dell’ Unar, l’ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali . La vicenda inizia l’anno scorso, con l’approvazione da parte del ministro tecnico Elsa Fornero della “strategia Lgbt”: un piano per combattere gli stereotipi contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. L’attività procede con successo negli incontri con polizia, giornalisti, sindacati. Fino a che non si tocca il tema scuola. E scoppia il caos.

L’Unar infatti, a nome del dipartimento delle Pari Opportunità, commissiona all’ Istituto Beck – un’associazione scientifica specializzata in psicoterapia – dei libretti rivolti agli insegnanti di elementari, medie e superiori per affrontare il tema del bullismo contro i gay in classe. Il progetto costa 24mila euro (su 500mila di finanziamento totale per la “strategia”) e viene affidato direttamente, senza gara: «per importi così bassi è normale», spiegano dall’ufficio. Quando i libretti sono pronti però, l’Istituto Beck, prima di farli passare al vaglio del ministero dell’Istruzione, li pubblica sul sito, “protetti” da password. Quaranta presunti esperti dovrebbero poterli studiare e scaricare. Uno di loro li pubblica in rete. Il link viene tolto, ma è troppo tardi.

Il cardinale Angelo Bagnasco
Il cardinale Angelo Bagnasco

È panico: il presidente della Cei Angelo Bagnasco consegna al quotidiano della Cei “Avvenire” la sua invettiva contro una «scuola pubblica che sta diventando un immenso campo di rieducazione» perché quei libretti «instillano preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa». Sul “Corriere della Sera” Isabella Bossi Fedrigotti si lamenta della guida perché attaccherebbe la «famiglia tradizionale» e sarebbe «una precipitosa corsa in avanti con uno scopo preciso: preparare il terreno al matrimonio omosessuale». Il caso conquista copertine, articoli, speciali: 180 pagine di giornale in poche settimane.

E dallo Stato, a difesa di quel libretto mai distribuito, mai arrivato a scuola, ma che secondo un protocollo ufficiale dovrebbe arrivare in classe? Nessuna parola. Anzi sì, qualcuna. Ma di censura. Il sottosegretario alfaniano all’Istruzione Gabriele Toccafondi parla di «Impronta culturale a senso unico» e boccia i libretti. La due giorni organizzata coi tecnici dell’amministrazione – compresi i dirigenti scolastici – per parlare di bullismo slitta. «Ma il ministro Stefania Giannini la confermerà, entro la fine dell’anno», promettono dal ministero: «Prima però incontrerà i forum degli studenti e dei genitori per discuterne».

Il ministro dell'Istruzione Stefania...
Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini

Intanto il quotidiano “Avvenire” brinda a una presunta circolare con cui la Giannini sarebbe pronta a stoppare definitivamente l’arrivo dei manuali anti-omofobia. «Una notizia falsa che abbiamo chiesto di rettificare», commentano dal ministero: «Quei libretti non sono mai arrivati a noi. E quindi mai partiti. Né mai bloccati. Appena potremo li esamineremo e capiremo il da farsi». La polemica così procede, fra comunicati e anti-comunicati. Mentre nel “mondo reale” c’è chi prova ad affrontare sul serio il problema. Per difendere gli studenti. Senza aspettare il via libera di Roma.

Scuole in trincea. Pontassieve, piccolo paese a 11 chilometri da Firenze, dove vive, fra gli altri, l’attuale premier Matteo Renzi. Provincia, comune, istituto scolastico (dalle elementari alle medie) e un’associazione di volontariato hanno avviato  il progetto “E.cos – decostruire per costruire”: una serie di incontri dedicati agli alunni, ai loro genitori e agli insegnanti, per riflettere sugli stereotipi di genere tra maschile e femminile. Per un gruppo di famiglie che si firma “ Scuola senza ideologie ” questo sarebbe un attacco frontale al diritto dei genitori di scegliere l’educazione dei propri figli e di controllare ciò che imparano. Parte così un appello ai dirigenti scolastici perché blocchino le lezioni scomode. Ma la raccolta firme non le ferma. Gli incontri sono iniziati e continueranno fino a maggio: sale piene di genitori, poche proteste, aule zeppe di alunni con le mani alzate a fare domande. «Sembra che gli attacchi viaggino su canali paralleli. Non quelli reali delle famiglie da cui provengono i nostri studenti», provano a spiegare dal Comune: «È da tempo che altre città, come Firenze, trattano argomenti come questi. Mai una barricata. Ora la situazione è cambiata».

Che l’educazione sia diventata un terreno di scontro fra pro e contro discriminazione lo racconta anche Giuseppina La Delfa, presidente dell’associazione “ Famiglie arcobaleno ” che riunisce migliaia di genitori gay e lesbiche: «Esistiamo da 10 anni», racconta: «Ormai almeno 300 bambini figli di coppie omosessuali frequentano la scuola italiana. Non abbiamo mai avuto problemi. Mai». La quiete però sembra a rischio, adesso: «Il clima è peggiorato. In una scuola materna di Roma una coppia ha proposto di chiamare la festa del papà festa della famiglia, così da poter partecipare: Forza Nuova allora ha organizzato una manifestazione fuori dall’ingresso. A Bologna settimana scorsa hanno fatto un presidio anche davanti alla biblioteca in cui eravamo state invitate per un dibattito».

Gay che dimostrano di essere ottimi genitori, incontri per combattere le discriminazioni, lezioni contro il bullismo: per le associazioni cattoliche sono tutte armi di quella che loro definiscono “Ideologia del gender”. È il cappello sotto cui finisce, per loro, ogni tentativo di spiegare che è assolutamente normale non riconoscersi nel genere in cui si è nati, oppure amare persone dello stesso sesso, o ancora vivere ed essere una famiglia anche senza un uomo e una donna che copulino al solo scopo di riprodursi. «Se la scuola di vostro figlio propone corsi di educazione all’affettività, educazione sessuale, se parlano di superamento degli stereotipi o di relazione tra i generi: date l’allarme!», scrive il “Forum delle associazioni familiari dell’Umbria” in un volantino: «Inviate una lettera raccomandata e in caso non vi diano ascolto esercitate il vostro diritto ad educare la prole a casa e non fate uscire i vostri figli per quella lezione».

Silenzio in aula. Così, mentre a Roma si litiga sui libretti, i docenti si trovano ad affrontare questi argomenti a loro rischio . Senza le spalle coperte dall’istituzione: «Mi è capitato di spiegare in una terza media di provincia che il sesso non è una cosa sporca», racconta Isabella Milani, insegnante, autrice e blogger : «Dopo la lezione il prete è andato nelle case degli alunni a fare un discorso riparatore, e io sono stata convocata dalla preside». E sì che la sessualità dovrebbe essere un tema “facile”. Sicuramente più semplice di quelli che riguardano la diversità, il riconoscersi o no in un determinato genere, gli affetti: «L’ignoranza su questi aspetti è ancora tanta. Fra gli studenti ma anche fra noi docenti», continua la prof: «La maggior parte evita l’argomento perché lo ritiene troppo difficile. Altri sono i primi a fare battutine. E tra gli alunni è uguale. Capita che in occasione della gita nessuno voglia avere in camera il ragazzino considerato gay. O che si offendano tra loro a colpi di “lesbica” e “finocchio”: qualche giorno fa, per esempio, dei ragazzi hanno attaccato sulla schiena delle compagne un pesce d’aprile con la scritta: “Sono una lesbica”». Per questo, conclude: «Non possiamo lasciare che i giovani omosessuali affrontino da soli una società come quella in cui viviamo. La scuola dovrebbe fare la sua parte».

Ma i quattordicenni restano effettivamente soli ad affrontare gli attacchi: «Un adolescente gay nella maggior parte dei casi non può contare sull’appoggio della famiglia», racconta L., docente di matematica in un istituto tecnico del Nord, omosessuale, dichiaratosi ai colleghi ma non agli alunni, per non creare problemi ai genitori: «Se un ragazzino di colore viene insultato, lo denuncia subito, a noi e a casa. Un gay invece non può, perché spesso in famiglia non ha detto nulla. E tiene tutto per sé». Fino ad arrivare a decisioni drastiche quella di G., che si è buttato dal balcone, o del 16enne che un anno fa ha provato a uccidersi per gli insulti ricevuti all’istituto nautico che frequentava. «Se da una parte la situazione è migliorata», continua l’insegnante: «Dall’altra insulti e bullismo si sono spostati online, o sui cellulari. Io stesso adesso mi devo occupare di un caso di bullismo proprio via Whatsapp, l’applicazione per mandarsi gratis i messaggi. Gli adolescenti non si accorgono della gravità di quello che scrivono. Usano parole durissime in modo inconsapevole».

Eppure se su ask.fm c’è, in effetti, Martina, ad esempio, 13 anni, di Bergamo, che tra le trenta cose che odia di più al mondo inserisce “i ricchioni”, c’è anche Francesca, 14 anni, di Pavia, che alla domanda «Come è avere quel frocio di Marlon in classe? Non essergli amico! È frocio fa schifo!», risponde: «Povera te: hai ragione, sono davvero sfortunata ad aver trovato un buon amico».

Figli versus Genitori. Che i ragazzi siano più “avanti” dei loro vecchi – e delle vecchie istituzioni romane – quando si parla di questi argomenti lo dimostra il caso del liceo Muratori di Modena, dove gli studenti avevano invitato Vladimir Luxuria e il presidente dell’Arcigay locale per parlare di transessualità. Alcuni genitori presenti in consiglio d’istituto però si sono opposti, bloccando l’incontro. E nonostante l’ok degli alunni a fare lo stesso il dibattito ospitando un contraddittorio, Vladimir non è potuto entrare in classe, perché i docenti, intimoriti dalla risonanza mediatica della vicenda, non si sono presentati alla riunione che doveva votare il via libera definitivo. Il dibattito così si è spostato su Facebook. Dove a difendere l’attivista transessuale non sono solo militanti o invasati. C’è anche Irina, ad esempio, una quindicenne che legge Jane Austen, ha i capelli biondi, un fidanzato maschio, ma sostiene che è un peccato che la conferenza sia saltata. Perché sarebbe stata interessante per tutti.

L'attivista Vladimir Luxuria
L’attivista Vladimir Luxuria

E sono stati sempre gli studenti a denunciare il docente di Religione del Liceo Foscarini di Venezia che in classe aveva portato un bigino in cui si sosteneva che fosse meglio curare chi è gay. Oppure a pubblicare il questionario portato da un insegnante, dove fra le colpe dell’umanità di cui discutere, dopo guerra, infanticidio e furto, spuntavano omosessualità e Hiv. E sì che educarli al rispetto dovrebbe essere uno dei compiti principali della scuola: «Abbiamo l’impegno di formare cittadini e di mettere al riparo gli adolescenti dalla xenofobia, dal razzismo, dalla violenza, dalla caccia al diverso», ragiona Mimmo Pantaleo, responsabile scuola della Cgil: «Non si possiamo meravigliare poi dell’esplosione del bullismo se noi stessi non affrontiamo l’argomento in classe»

NCD COME CASAPOUND: SALUTI ROMANI DURANTE LA CONVENTION DEI GIOVANI

La crisi di FI, Bonaiuti orbita con Ncd ma intanto si preparano altre defezioni Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

E così anche Paolo Bonaiuti lascia il partito dell’ex cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi approdando al Nuovo Centrodestra. O meglio, si sta avvicinando al Ncd. Nella giornata di oggi l’ex portavoce berlusconiano ha ricevuto un merito da Fabrizio Cicchito, una lama affilata da Giovanni Toti ed ha incontrato Angelino Alfano al Viminale.
La notizia, ormai, sembra essere data per certa e il sodalizio Bonaiuti/Ncd èsolo una questione di ore, forse di formalità, ma comunque è quasi fatta.
Le amarezze in casa forzista si fanno sentire e il consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti, in una nota, ha dichiarato: «Mi dispiace, Paolo è sempre stato un amico. Da giornalista ci ho lavorato per anni. Non capisco ancora la sua decisione. Andrà con Alfano. Quello che mi stupisce della politica in generale è che quando a qualcuno non va più bene, nonostante trent’anni di carriera, non dice: ‘signori non sono più d’accordo con il mio partito me ne vado a casa, vado in pensione…’. No. Cambia partito per star lì altri dieci anni. Questa è la cosa insopportabile».

Mentre Angelino Alfano afferma che, qualora Bonaiuti dovesse approdare al Ncd quella dell’ex portavoce berlusconiano sarebbe una «grande scelta di coraggio», Cicchitto non le manda a dire a Toti asserendo che le sue sono braccia rubate all’agricoltura.
In un botta e risposta di un paio di giorni, che ha visto il suo culmine nella giornata di oggi, Fabrizio Cicchitto si conferma strenuo difensore della linea che ha portato gli ‘alfaniani’alla scissione con l’ala, cosiddetta, dei falchi di Forza Italia.
Ma la pulizia in casa forzista è lampante, così come Alberto d’Argento su ‘La Repubblica’di oggi scrive: «Eppure i forzisti ora tremano, si teme che con il portavoce siano pronti a fare il salto del fosso altri 5 o 6 senatori. E dopo le europee c’è il rischio di smottamenti di massa».
Il dato da rilevare, nella faccenda interna al centrodestra italiano, è una: la ricostruzione ex-novo di un progetto politico riproposto dopo anni di distanza, non serve a nulla, se non suffragato da una imponente forza di volontàdel gruppo dirigente e militante.
Ammesso che quest’ultimo esista ancora e che i dirigenti siano tali.
Il partito di Alfano, dunque, si conferma sempre di piùcome bacino elettorale, ed elemento di unione, per gli esponenti forzisti che non sanno a che santo votarsi: crollato Berlusconi, crolla tutto e non si sa piùche fare.
Un po’come l’Alberto Sordi che interpretava il graduato italiano in ‘Tutti a Casa’di Comencini: i tedeschi sparavano addosso agli italiani che, a loro volta, non avevano ricevuto un ordine preciso mentre gli Stati Maggiori tentennavano, usando un eufemismo.
Lo Stato Maggiore, in realtà, in Fi c’è, ma èlatente. Il sogno Berlusconiano si va infrangendo giorno dopo giorno e i fedelissimi non sanno che pesci pigliare, stretti a metàtra la morsa della fedeltàal leader e le elezioni europee: Forza Italia è, comunque, in calo nei sondaggi.

Quegli stessi sondaggi che Berlusconi, per la verità, nei giorni in cui era Primo Ministro brandiva come un’arma contro ‘la stampa di sinistra’, mentre ora i deputati e senatori forzisti «cercano una saldatura con i malpancisti Pd per mettere in difficoltàRenzi», come riporta oggi D’Argenio.
Il partito-persona è il lascito dell’impropriamente detta Seconda Repubblica, è il comitato elettorale permanente, ormai, a farla da padrone nella geografia politica italiana tutta: il candidato traina il partito e non l’organizzazione stessa ad essere portatore di idee e persone.
Quella del partito di Berlusconi è la storia di un partito che va percorrendo il Viale del Tramonto mentre, a quanto pare, quello dell’ex delfino Angelino Alfano prende il largo, spicca il volo.

Ma, nonostante tutto, l’impronta del ventennio personalista si fa sentire anche in casa alfaniana con il nome del leader ben visibile in calce al simbolo.

#12A. “A terra, insultata e presa a calci”, parla Deborah. Quattro fermi diventano arresti Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Convalida dei fermi e ed emissione di ordinanze di custodia cautelare in carcere, per due indagati, ed ai domiciliari per altri due. Sono queste le richieste del pm Eugenio Albamonte per i quattro fermati in occasione degli scontri avvenuti sabato nel centro di Roma durante la manifestazione per il diritto alla casa. L’esame delle richieste, e gli interrogatori dei quattro indagati da parte del gip, e’ in programma per mercoledi’ prossimo a Regina Coeli. Il pm ha chiesto la misura del carcere per Lorenzo Marabina e Antonio Pompea. Per loro l’accusa e’ di lancio di oggetti, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. I domiciliari sono stati sollecitati per Ugo Esposito e, per l’appena diciottenne, Simon Canca. A questi ultimi e’ contestato il lancio di oggetti.Intanto, continuano le polemiche sulle brutali cariche della polizia, compreso l’episodio in cui si vede un poliziotto salire sul corpo di una ragazza. La donna ieri ha dichiarato di non voler denunciare l’uomo (il “cretino”, come è stato definito da un funzionario delle forze dell’ordine), che nel mentre si è presentato in questura ammettendo dle proprie responsabilità. Secondo lei, “il processo non porterebbe a nulla”. Deborah Angrisani, ha 22 anni, e’ di Viareggio e studia all’Universita’ di Pisa. E’ stata intervistata assieme al ragazzo che nelle immagini finite su tutti i media cercava di proteggerla – Andrea Coltelli, 19 anni, che non e’ il fidanzato – dal quotidiano il Tirreno e dal sito popoff.globalist.it. Entrambi militano nella Brigata Antisfratto di Viareggio ed erano venuti a Roma per manifestare. “Non ero consapevole della violenza della polizia – dice Deborah al sito di controinformazione -. Era la mia prima manifestazione e dopo sabato ho dovuto aprire gli occhi. Non stavamo facendo niente. A me non piace la violenza, sono contro la violenza”. “Ero in mezzo alla folla con la mia amica – racconta -. La polizia ha cominciato a caricare e ci siamo riparate dietro ai giornalisti. A un certo punto ho visto Andrea sanguinante. Ero spaventata, l’ho rincorso cercando di tamponargli la ferita alla testa. Poi ci siamo sentiti prendere da dietro, ci hanno buttati per terra e hanno cominciato a picchiarci”. “Un poliziotto mi ha ferito col manganello sul braccio e sulla schiena – continua Deborah -. Poi, quando ero bloccata a terra mi e’ salito addosso e mi ha preso a calci sullo stomaco, sul fianco, sul petto – ho ancora le costole doloranti -, mentre Andrea cercava di proteggermi”. “Quando finalmente ci siamo rialzati e abbiamo chiesto ‘Ma cosa fate? Perche’?’ – prosegue – i poliziotti intorno hanno cominciato a insultarci”. “Vorrei che la nostra vicenda sia davvero utile a far conoscere la realta’”, conclude la studentessa, non che serva “solo a fare immagine e vendere qualche copia in piu’

Grillo trasforma la Shoah in uno spot elettorale Fonte: Il Manifesto | Autore: Carlo Lania

Ha tra­sfor­mato la Shoah in uno spot elet­to­rale. L’ultima pro­vo­ca­zione di Beppe Grillo è anche la più forte. Una foto ritoc­cata della scritta in ferro bat­tuto che cam­peg­giava all’ingresso del campo di Ausch­witz è apparsa ieri sul sito del comico sotto il titolo «Se que­sto è un Paese». Nell’immagine il motto nazi­sta «Arbeit Macht Frei» si è tra­sfor­mato in «P2 Macht Frei», la P2 rende liberi. Non con­tento, Grillo ha poi modi­fi­cato anche le parole della poe­sia che apre «Se que­sto è un uomo» di Primo Levi, usan­dola per tor­nare ad attac­care il pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano il pre­mier Mat­teo Renzi, la sini­stra e il patto Renzi-Berlusconi sulle riforme. Qual­cosa di più e di peg­gio delle solite bat­tute intrise di vol­ga­rità e che evi­den­te­mente il comico geno­vese ritiene diver­tenti per il suoi elet­tori. Al punto da pro­vo­care la rea­zione furiosa della comu­nità ebraica che non esita a defi­nire quella del lea­der del M5S «un’infame pro­vo­ca­zione», «un’oscenità sulla quale non si può tacere» visto che tocca «il valore della memo­ria e del ricordo di milioni di vit­time inno­centi».
Grillo si appro­pria dei versi di Primo Levi per la sua cam­pa­gna elet­to­rale. «Con­si­de­rate se que­sto è un paese che vive nel fango — scrive sul blog — che non cono­sce pace ma mafia, in cui c’è chi lotta per mezzo pane e chi può eva­dere cen­ti­naia di milioni, da gente che muore per un taglio ai suoi diritti civili, alla sanità, al lavoro, alla casa nell’indifferenza dell’informazione». E ancora: «Con­si­de­rate se que­sto è un Paese nato sulle morti di Fal­cone e Bor­sel­lino, dalla trat­ta­tiva Stato-mafia, schiavo della P2, coman­dato da un vec­chio impau­rito dalle sue stesse azioni che ignora la Costi­tu­zione». E poi gli attac­chi alla sini­stra e a Renzi, quando descrive l’Italia come «un paese con­se­gnato da vent’anni a Dell’Utri e a Ber­lu­sconi e ai loro luridi alleati della sini­stra. Un paese che ha eletto come spe­ranza un vol­gare men­ti­tore assurto a lea­der da povero buf­fone di pro­vin­cia».
Quello del fon­da­tore del M5S — che ieri sera a Roma ha chiuso il suo tour — è un salto di qua­lità per certi versi ina­spet­tato. Da tempo Grillo ha infatti alzato il tono dei suoi inter­venti con­tro quelli che con­si­dera suoi avver­sari. Sabato ha para­go­nato Mat­teo Renzi a Mar­cello Dell’Utri, l’ex sena­tore del Pdl fug­gito in Libano, ma ha anche usato una can­zone di Guc­cini per sca­ri­care velo­ce­mente il sin­daco di Parma Fede­rico Piz­za­rotti e soli­da­riz­zato con i seces­sio­ni­sti veneti. Senza con­tare gli insulti ai dis­si­denti, poi cac­ciati dal Movi­mento, o quelli alla pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini. Iper­boli ogni volta più accese, dalle quali si intui­sce la scelta di radi­ca­liz­zare sem­pre più il Movi­mento 5 stelle, spe­cial­mente ora che si è libe­rato di buona parte di coloro che pre­fe­ri­scono ragio­nare con la pro­pria testa anzi­ché ade­guarsi ai dik­tat suoi e di Gian­ro­berto Casa­leg­gio. Un M5S con par­la­men­tari ed elet­tori sem­pre più fedeli, ma anche sem­pre più estre­mi­sti nelle loro posi­zioni, pronti a con­di­vi­dere e giu­sti­fi­care tutte le intem­pe­ranze del capo. Tanto più quando, a poco più di un mese dalle ele­zioni euro­pee, i son­daggi sem­brano pre­miare que­sta scelta.
Nono­stante que­sto l’uscita di ieri, con l’oltraggio alla Shoah, è qual­cosa che va oltre le solite intem­pe­ranze ver­bali. E che non poteva non susci­tare rea­zioni indi­gnate. Tra i primi a inter­ve­nire c’è il pre­si­dente dell’Unione comu­nità ebrai­che ita­liane (Ucei) Renzo Gat­te­gna che defi­ni­sce quella di Grillo una «pro­vo­ca­zione» utile a «sol­le­ci­tare i più bassi sen­ti­menti anti­se­miti e caval­care il mal­con­tento popo­lare che si addensa in que­sti tempi di crisi». In serata, per il governo, inter­viene il sot­to­se­gre­ta­rio Gra­ziano Del­rio: «Non c’è nes­suna P2 che abita a Palazzo Chigi — è la replica a Grillo -. La P2 è stata una disgra­zia per que­sto Paese».
Ma cri­ti­che arri­vano anche dai par­titi, dal Pd a Forza Ita­lia. «Il post di Grillo può essere defi­nito sol­tanto in un modo: fasci­smo di stampo nazi­sta», com­menta il pre­si­dente dei sena­tori pd Luigi Zanda, men­tre per la sua col­lega Anna Finoc­chiaro parla di «ner­vo­si­smo cre­scente» del lea­der M5S «di fronte alla sfida elet­to­rale». Parole di con­danna anche da Forza Ita­lia e Scelta civica, ma anche dall’interno del M5S. Il depu­tato Tom­maso Currò, una delle voci cri­ti­che del movi­mento, attacca infatti la scelta del lea­der di usare la Shoah: «E’ una para­frasi che non sta in cielo né in terra — com­menta Currò — , è offen­siva e peral­tro tocca un tema rispetto al quale c’è una sen­si­bi­lità pro­fon­da­mente diffusa».

Pubblico impiego, Usb verso lo sciopero generale. “Contro il blocco dei contratti, contro l’austerity” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Coordinamento Nazionale USB Pubblico Impiego, riunitosi ieri, 14 aprile, con i responsabili dei territori e dei settori del lavoro pubblico, ha dato mandato all’Esecutivo Nazionale USB di proclamare lo sciopero generale dell’intera categoria.

Uno sciopero che già era nell’aria, ma che si è reso necessario dopo l’emanazione del Def da parte del governo Renzi, con il quale, nella sostanza, si bloccano i contratti di pubblico impego per un altro quinquennio e non si stanziano le risorse per alcuna stabilizzazione dei lavoratori precari.

Secondo il Coordinamento Nazionale USB P.I., “siamo di fronte ad un governo che, come quello Letta e quello Monti, si fa dettare la linea dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea, con la differenza che l’attuale premier assomiglia sempre più a un illusionista: dal cappello tira fuori 80 euro per chi ha redditi minimi e contemporaneamente, senza farsi vedere, Renzi taglia di fatto i salari ai lavoratori pubblici del 20%”.

“E’ evidente che con questa decisone – continua il Coordinamento nazionale Usb/Pi – nei prossimi due anni aumenteranno le famiglie sotto la soglia di povertà, a fronte anche del silenzio complice delle altre organizzazioni sindacali”.

L’USB P.I. invita dunque tutte le lavoratrici ed i lavoratori dell’amministrazione pubblica a mobilitarsi e a sostenere lo sciopero USB, che sarà preceduto il 14 maggio prossimo da una giornata nazionale di lotta con iniziative regionali.

Data e modalità dello sciopero saranno definite nelle prossime settimane, anche entrando in relazione con il movimento fatto di organizzazioni sociali e politiche che intende mobilitarsi contro i diktat dell’Unione Europea.

Emma Marcegaglia festeggia la nomina all’Eni e chiude una sua azienda di Milano Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Emma Marcegaglia festeggia la sua nomina a presidente dell’Eni chiudendo una fabbrica a Milano. A meno di 24 ore dalla nomina, il gruppo dell’ex presidente di Confindustria ha annunciato ai sindacati la chiusura della Marcegaglia Buildtech di Viale Sarca 336, tra Milano e Sesto San Giovanni, dove lavorano 169 persone. Lavorano nel senso vero del termine: non sono in cassa integrazione e fanno persino il turno di notte, segno che non mancano le commesse per i prodotti per l’edilizia (pannelli, profilati, coperture per i tetti che vengono utilizzati in sostituzione dell’amianto) che escono dalla fabbrica.

Nonostante questo, nell’incontro che si è svolto questa mattina la direzione aziendale ha comunicato, a sorpresa, la sua intenzione di chiudere il sito: “Se non fate troppo casino, a settembre dicembre, se invece provate a metterci i bastoni tra le ruote, subito”, è stato detto ai rappresentanti sindacali.

Così, dopo aver licenziato i lavoratori di Taranto che operavano nel settore del fotovoltaico e pannelli, il già presidente di Confindustria, oggi presidente di Eni, decide di trasformare la fabbrica milanese in area dismessa. Un’area che, guarda caso, si trova al centro del “Bicocca Village”, zona assai “gettonata” dal punto di vista edilizio.

“Ma gli operai della Marcegaglia Buildtech – si legge in un comunicato della Fiom di Milano – non hanno alcuna intenzione di subire in silenzio la chiusura della fabbrica e i licenziamenti e alla notizia dell’annuncio aziendale hanno deciso di organizzarsi. Intanto, questa mattina hanno organizzato un primo sit in proprio in viale Sarca.

Il gruppo Marcegaglia parla di un trasferimento verso il suo stabilimento di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria, ma a parte la fumosità della “proposta” e i circa 100 chilometri di distanza, c’è il piccolo particolare che lo stabilimento di Pozzolo ha recentemente annunciato 40 esuberi.

Hanno ucciso Vik per colpire la speranza. Tre anni dopo l’omicidio di Arrigoni, parla Rosa Schiano Fonte: left.it | Autore: Tiziana Barilla’


Tre anni dopo l’omicidio di Arrigoni, per gli attivisti si mette male. «L’esercito israeliano continua a sparare su contadini e pescatori. Siamo pochi, facciamo fatica e abbiamo interrotto gli accompagnamenti in mare». Parla Rosa Schiano, la reporter giunta a Gaza dopo la morte del collegaSi scrive Palestina si legge ingiustizia. Gaza, dopo 65 anni di conflitto, è sinonimo di guerra, negoziati mancati e impotenza della politica internazionale. Ma la Palestina, vista da vicino, significa anche vivere da profughi in casa propria. Rischiare la vita per lavorare nei campi o in mare. Perciò molti attivisti internazionali raggiungono la Striscia di Gaza, per accompagnare i contadini e i pescatori palestinesi a lavorare lungo il confine con lo Stato israeliano. Si chiama interposizione: gli attivisti – con le loro pettorine gialle – si posizionano tra i civili e i militari dell’esercito israeliano che difende i confini. Anche a colpi d’arma da fuoco. È questo che faceva Vittorio Arrigoni a Gaza. Ed è questo che raccontava, giorno dopo giorno, su Guerrilla Radio, il blog più visitato in Italia durante l’operazione militare dell’esercito israeliano “Piombo fuso”: 22 giorni di inferno – dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 – in cui l’unico cronista sul campo era proprio lui, Vittorio Arrigoni. Ma il suo lungo racconto termina la notte tra il 14 e il 15 aprile del 2011 quando, appena 36enne, viene rapito e ucciso per mano di quattro componenti di una cellula jihadista salafita, secondo il tribunale palestinese.

«Conoscere è il primo passo verso una soluzione», amava scrivere Vik. E per conoscere cosa succede a Gaza, tre anni dopo la sua uccisione left ha incontrato Rosa Schiano, 30 anni, fotoreporter e attivista dell’International solidarity movement. Adesso è lei a documentare la violenza nei Territori Occupati, anche grazie al suo Il blog di Oliva. «Dopo la morte di Arrigoni, a Gaza, la situazione è peggiorata», ci spiega: il numero di internazionali è ridotto al lumicino e le interposizioni in mare sono state interrotte. Mentre la politica locale è in balìa di divisioni e contrasti e quella internazionale continua a collezionare fallimenti. Incontriamo Rosa Schiano a Napoli, la sua città natale, appena rientrata da Gaza. Arriva all’appuntamento con il capo coperto da un foulard colorato e un sorriso stanco e un po’ spaesato. Prendiamo posto al tavolino di un bar, davanti a un caffè, e Rosa fa per accendere una sigaretta. Le ricordiamo che in Italia non si fuma nei locali pubblici e il ghiaccio si rompe: «Ieri ho anche sbagliato metropolitana», scherza.

Vive e lavora a Gaza da maggio 2011, è arrivata subito dopo l’uccisione di Vittorio Arrigoni. Non ha fatto in tempo a incontrarlo, eppure è un po’ come se ne avesse preso il posto.

Non ho mai conosciuto Vittorio di persona, ma è grazie a lui che ho appreso della situazione a Gaza, dell’assedio, degli attacchi israeliani. Lo seguivo attraverso facebook e il suo blog, ero impegnata politicamente a sinistra e la causa palestinese è parte del bagaglio della sinistra. Perciò, finiti gli studi, ho deciso di partire, sono arrivata a Gaza con un convoglio nel maggio 2011. C’era tensione. Tutti erano preoccupati per quello che era successo a Vik, anche il governo locale era preoccupato, temeva altri attacchi a internazionali. Perciò, eravamo seguiti da tanti uomini della sicurezza.

Come Vik, è una reporter e attivista. Come si traduce questo sul campo?

Essenzialmente ci interponiamo tra l’esercito israeliano e i civili palestinesi. Lungo il confine della Striscia di Gaza c’è una zona-cuscinetto, imposta illegalmente da Israele, in cui non è permesso accedere ai contadini. Ma in questa zona c’è quasi il 35 per cento delle terre agricole palestinesi. L’esercito israeliano usa sparare ai contadini palestinesi che coltivano la loro terra, nonostante siamo tutti disarmati, sia i contadini che noi. Se ci sono le jeep dei soldati ci posizioniamo in fila e mentre i contadini lavorano alle nostre spalle stiamo di fronte ai soldati. Se le jeep continuano a muoversi vuol dire che non c’è tanto da preoccuparsi, ma quando una jeep si ferma: muskila (problema in lingua araba, ndr). Perché i soldati scendono e iniziano a sparare.

Nonostante la vostra presenza?

Sì, nonostante la nostra presenza. Sparano colpi in area o a terra a distanza ravvicinata per farci spaventare. A volte siamo stati costretti a lasciare il campo perché gli spari erano così incessanti e vicini che era diventato pericoloso. Ma quando non ci siamo, spesso, sparano sui contadini, ferendoli generalmente agli arti inferiori o superiori.

Ad ascoltarla – e leggerla quando è lì – sembra di ascoltare i racconti di Arrigoni. Non è cambiato nulla in questi tre anni?

Sì, è messa male anche per gli internazionali. E questo l’ho capito subito, appena arrivata. Durante un accompagnamento in mare i militari mi hanno letteralmente distrutto la macchina fotografica, stavo fotografando quello che stavano facendo: sparavano addosso ai pescatori. Loro mi hanno attaccata con cannonate d’acqua distruggendo la mia macchina.

Siete volontari, non retribuiti e senza copertura, come affrontate questa situazione?

Purtroppo, nell’ultimo periodo abbiamo interrotto gli accompagnamenti con i pescatori, siamo troppo pochi e non riusciamo a coprire costantemente le barche. I pescatori sono 4mila e noi in quattro (ride amara). La Marina militare israeliana si “vendicava” sulle barche che portavano internazionali. Adesso gli stessi pescatori sono timorosi di portare internazionali a bordo. Ci sono state delle minacce chiare da parte delle forze israeliane che dicevano loro: se parlate con gli internazionali vi colpiremo. È una situazione di minaccia costante. Dopo diverse riunioni con i pescatori, abbiamo deciso che non è possibile in questo momento continuare gli accompagnamenti.

Perché siete così pochi?

Non è mai stato facile entrare a Gaza. Tanto più adesso, dopo il colpo di Stato in Egitto. Le autorità egiziane stanno ritardando i permessi per entrare nella Striscia di Gaza. Noi abbiamo due attiviste dalla Spagna e una dalla Svezia che da più di un mese e mezzo sono in attesa di avere un permesso dal ministro egiziano. Ma questo via libera non arriva.

Gli integralisti islamici di Hamas sono considerati da molti Stati dei terroristi. Ma nel 2006 i palestinesi li hanno scelti per governare. Dopo una dura guerra civile, dal 2011 ha inizio il governo congiunto con i socialisti di el-Fath, eredi di Arafat. In Palestina funzionano le larghe intese?

Non tanto. Ci sono molti contrasti interni, non solo tra Hamas ed el-Fath ma anche all’interno di el-Fath. È un gioco di potere tra personaggi politici, per cui poi vengono trascurati i bisogni della popolazione. Un esempio evidente è quello che è successo tra Abbas (presidente dell’Anp di el-Fath) e Mohammed Dahlan (leader di el-Fath che fino al 2007 ha tenuto in pugno la Striscia di Gaza e adesso, secondo i media locali, pare riavvicinarsi ad Hamas, ndr). Contrasti personali e di potere. Sicuramente ci sono grosse responsabilità anche da parte palestinese, soprattutto dall’autorità di Ramallah (quartier generale di el-Fath). La speranza è l’unità. Noi chiediamo sempre l’unità del popolo palestinese.

Anche il popolo è diviso?

Ultimamente no, le divisioni non si avvertono così tanto. E questo è anche merito del governo di Gaza (quartier generale di Hamas), che adesso consente più libertà di manifestare. La situazione è più rilassata.

Non sembra rilassata, invece, l’aria che tira con Israele.

Sui negoziati c’è un silenzio assordante. Il 4 aprile Israele ha negato il rilascio di 26 prigionieri politici palestinesi. Una ritorsione arrivata dopo la decisione dello Stato di Palestina di riavviare l’iter di adesione a 15 convenzioni delle Nazioni unite. E Israele si vendica cancellando il rilascio dell’ultimo gruppo di questi prigionieri, rilascio accordato durante i negoziati. Questo è un ricatto inaccettabile.

Nel mondo sono tante le zone in cui l’ingiustizia è disumana. Perché ha scelto la Palestina?

È l’esempio più eclatante. È evidente l’apartheid in Palestina, è evidente quello che succede negli insediamenti coloniali. Forse è l’esempio più grande, che continua da 65 anni senza che il resto del mondo prenda una posizione netta contro quello che succede. Certo, sono tanti i posti nel mondo in cui vengono violati i diritti umani, ma lì c’è anche una complicità da parte di altri Stati.

Parla di complicità con Israele, cosa lega questi Stati a Israele?

Credo sia un mix di interessi politici ed economici, la comunità ebraica è molto forte. Ma quando tu provi a denunciare le azioni del governo israeliano vieni sistematicamente accusato di antisemitismo. Giocano sulla questione dell’antisemitismo per confondere le persone. È un gioco sbagliatissimo, perché danneggia la stessa idea del popolo ebraico e della loro religione.

Infine, vuol raccontarci la sua giornata?

Mi sveglio, mi faccio un caffè espresso con la macchinetta italiana e guardo il mare. La mia casa è a Gaza City, vicino al porto vecchio. Mi piace tanto perché al risveglio posso vedere il porto e i pescatori che salpano in mare. È una bella sensazione anche se in realtà quello non è un mare libero, perché c’è un limite imposto dalla Marina israeliana. Per cui non puoi avvertire quel senso di libertà che normalmente senti quando guardi il mare.

A chi si affida nei momenti più duri?

A Gaza noi attivisti siamo circondati dall’affetto delle famiglie palestinesi. Lì ho lasciato tante famiglie che mi considerano come un loro membro, come una figlia o una sorella. Si preoccupano di qualunque cosa io possa avere bisogno. Lì non ti senti mai solo. Le relazioni sociali sono vere, intense…

Umane?

(sorride) Sì, sono rimasti umani.

Nomine Renzi, Amato (AltraEuropa): “Dai 16 ai 20 milioni di buoneuscite” | Autore: redazione da: controlacrisi.org

“L’operazione nomine è costata dai 16 ai 20 milioni di euro di buoneuscite: è uno scandalo che ci siano liquidazioni di questo tipo”. Così Fabio Amato, candidato alle Europee con la lista Tsipras. Nel commentare le nomine effettuate ieri sera dal governo Renzi, Amato ha anche sottolineato che la lista L’Altra Europa rappresenta l’unica vera alternativa da una parte al populismo inconcludente e dall’altra alla continuita’ con l’Europa che esiste sostenuta da Pd e Forza Italia, “che in Italia governano insieme condividendo le politiche di austerita’. Il dato reale e’ che abbiamo raccolto 220mila firme e non era affatto facile e scontato con le nostre forze di militanti e passione civile e democratica”. Marco Revelli, garante della lista “L’Altra Europa” parla, invece, di “nomine col trucco”. “Con l’operazione di ieri sulle nomine alla guida delle partecipate Matteo Renzi – aggiunge Rvelli – si conferma l’illusionista che e'”. “Esattamente come il prestigiatore Renzi ha agitato con una mano – conclude lo storico, professore all’Università di Torino – la questione di genere nominando alle presidenze, contano assai poco, figure femminili di facciata, per distogliere lo sguardo dalla sostanza: i posti che contano, quelli da Amministratore delegato, sono infatti stati riservati sistematicamente a uomini ampiamente stagionati. Uomini che sono garanzia di fedelta’ al potere e all’uomo che lo detiene, alcuni dei nuovi membri dei cda l’ hanno anche finanziato alle primarie, e soprattutto sicuri esecutori del programma di privatizzazione (diciamo pure svendita) del patrimonio pubblico, come il dogma liberista impone. Una scelta pesante di conservazione, in un luccicante involucro di finta innovazione”.