“Ucciso dalla mafia, e non fu un delitto alla carlona” da: antimafia duemila

rostagno-mauro-web3di Rino Giacalone – 12 aprile 2014

La prima parte della requisitoria del pm Gaetano Paci nel processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Le responsabilità di Cosa nostra e i pregiudizi di chi indagò sull’assassinio
Il pubblico ministero della Dda di Palermo Gaetano Paci all’avvio del suo intervento in Corte di Assise, per la requisitoria nel processo per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, ha voluto subito rendere omaggio alla figura dell’ucciso. “Questo processo ha restituito lo splendore della figura umana e intellettuale di Rostagno. In questi anni ogni aspetto pubblico e privato della sua vita è stato scandagliato e ne è venuta fuori una personalità controcorrente, poliedrica, capace di scelte radicali in nome di forti tensioni morali”.

Altro che omicidio per “corna”, vendette meschine, altro che rivalsa di un pugno di spacciatori o ancora per coprire le magagne contabili della comunità. Ammazzato dalla mafia seguendo prima, durante e dopo, le metodologie mafiose: gli avvertimenti, i segnali di fastidio, le modalità del delitto, il mascariamento della vittima seguito successivamente, per quasi 26 anni. La “firma” della mafia sta tutta in queste poche righe. Solo chi non ha voluto vedere non ha visto. Anche tra i giornalisti, che fino a pochi giorni addietro hanno ancora scritto facendo intendere che la pista mafiosa è la panacea per tutti i mali di questa terra. “Dimostrerò – ha commentato il pm Paci – che avere individuato la mafia quale mandante ed esecutrice del delitto non è stata la pista più comoda e facile da battere. Non è stata comodità ma si sono messe in fila una serie di prove, e lo abbiamo fatto processando in questo processo anche chi ha condotto le indagini, inquirenti e investigatori”.

“Oggi è una giornata storica per la vicenda del sociologo Mauro Rostagno”. Ha iniziato così il pm Gaetano Paci. Seduti al suo fianco c’erano l’altro pm Francesco Del Bene e il Procuratore aggiunto Teresa Principato. Dietro di loro le parti civili. Assenti Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, la compagna e la figlia di Mauro, stavolta nessun assente tra i banchi dei legali di parte civile, schierato lo stato maggiore di Libera costituita parte civile con l’avv. Enza Rando e Domenico Grassa, c’erano Enrico Fontana, Davide Pati, dell’ufficio nazionale di presidenza, il coordinatore regionale Umberto Di Maggio, la referente del presidio di Trapani Gisella Mammo Zagarella. Tra i banchi della stampa Adriano Sofri, con un blocchetto rosso tra le mani, nuovo di zecca, che presto ha cominciato a riempire di appunti su quello che il pm andava dicendo. Ha disertato l’udienza il presunto sicario di Mauro Rostagno, Vito Mazzara, la prima assenza dopo 67 udienze e tre anni di processo. Il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga è rimasto collegato ma per un paio di ore in video conferenza dal carcere Opera di Milano (dove nel frattempo è stato trasferito da quello di Parma, anche lui tra i trasferiti del 41 bis), poi anche lui ha rinunciato. Assenze che offrono una precisa lettura, la sfrontatezza e arroganza della mafia contro la magistratura inquirente.

La parte iniziale della requisitoria il pm Paci l’ha utilizzata a descrivere la “esemplare” figura di Mauro Rostagno. Esemplare termine che nessun magistrato prima di lui aveva mai rivolto a Rostagno. Anzi altri andavano dicendo che la sua era una vita da mille risvolti che le casuali dell’omicidio potevano essere tante. Bastava essere più attenti, e rendersi conto che quella esemplarità dava fastidio alla mafia in quel 1988, mentre Cosa nostra cambiava pelle, diventava impresa, si toglieva le “spine” interne ed esterne alla organizzazione, rendeva favore ai politici che non ne potevano più di quel giornalista con la barba e vestito di bianco che ogni giorno alle 14 con i suoi interventi giornalistici a Rtc, televisione privata della città, catalizzava l’attenzione di quasi tutta la città. Per il pm Gaetano Paci quella poliedricità di Mauro Rostagno era qualcosa di positivo, qualcosa di troppo positivo che la mafia non poteva oltre sopportare.. E un giorno passeggiando tra gli alberi di un agrumeto a Castelvetrano, tra i profumi più belli della nostra terra, il patriarca della mafia belicina, il padrino don Ciccio Messina Denaro, ordinò per questo il delitto di Mauro Rostagno, “uno che era diventato una camurria” come è venuto a raccontare in aula il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori. “Uno che raccontava minchiate” come lo apostrofò da un’aula di Tribunale il boss di Mazara, don Mariano Agate. Don Ciccio e don Mariano sono morti, condannati al carcere a vita per delitti e stragi, hanno però evitato questo processo, Aiutati da quelle indagini che per anni hanno lasciato fuori dalla mafia dall’inchiesta. Aiutati da depistaggi? “Abbiamo in qualche modo processato anche le indagini fatte negli anni scorsi”, ha aggiunto il pm che ha denunciato “le sottovalutazioni inspiegabili, le omissioni, le miopie e anche gli orientamenti di pensiero adesivi a cosa nostra.. non si può prescindere dall’attività giornalistica di Rostagno” nel ricercare il movente del delitto. “Senza alcuna ironia – ha aggiunto il pm – solo il comandante del reparto operativo dei carabinieri di Trapani dell’epoca, generale Nazareno Montanti, non si era accorto dell’impatto mediatico dei suoi interventi televisivi”.

L’atto di accusa è pesante. E’ rivolto dal pm Paci ai carabinieri ma non solo che si occuparono del delitto di Mauro Rostagno. Un intervento che proponiamo partendo dalla fine: “O ammettono che non hanno saputo fare il loro mestiere o c’è dell’altro”. L’indice è puntato contro l’ex comandante del reparto operativo, il generale Montanti e dell’allora brigadiere oggi maresciallo Beniamino Cannas. Paci ha stigmatizzato le indagini dei carabinieri, quasi che a tutti i costi si doveva escludere la pista mafiosa. “Addirittura in un primo rapporto, quello del novembre 1988, i carabinieri scrivono che nonostante la sbandierata (sic!) pista mafiosa da parte della stampa non si sono trovati riscontri…il fatto che il fucile è esploso porta a escludere che si tratti di professionisti”. Il generale Montanti sintetizzerà in aula la circostanza dicendo che per loro con grande evidenza si trattava di un delitto alla carlona e quindi non poteva essere stata la mafia a sparare. Montanti aggiungerà che per la poliedrica figura del Rostagno le indagini non presero mai la pista mafiosa. “Ma c’è anche altro che non fecero i carabinieri – ha aggiunto Paci – caso più unico che raro per il delitto Rostagno non furono attivate intercettazioni se non a quasi un anno da delitto…quando di solito a poche ore da un delitto la magistratura è solita indagare ricorrendo alle intercettazioni…a un anno di distanza quelle intercettazioni servirono solo a fare scoprire le malversazioni dentro la Saman, nessun elemento utile alle indagini sul delitto”. L’elenco delle cose non fatte comprende diverse cose. Anche la mancata trasmissione all’autorità giudiziaria di due verbali sottoscritti da Rostagno che era stato sentito a proposito delle indagini sulla loggia massonica Iside 2. A questo punto Paci ha ricordato cosa era quella loggia. “Una loggia dove erano scritti mafiosi, politici, nelle agende furono trovati appunti e indicazioni da ricondurre anche a giudici e magistrati, come il dott. Lombardo e il dott. Palmeri, una loggia che arrivava dunque fin dentro le stanze delle istituzioni e Rostagno se ne stava occupando, solo che quei verbali per anni sono rimasti non considerati, dimenticati, sepolti, se non emergere adesso nel corso del dibattimento”. “Siamo stati dinanzi a comportamenti di investigatori dei carabinieri ma anche da parte di inquirenti colmi di pregiudizi uniti a miopia insufficienze e sottovalutazioni di chi ha operato nell’immediatezza del crimine. “Comportamenti e condotte anche sono arrivati fin dentro il palazzo di giustizia, condotta che hanno penalizzato indagini e hanno impedito di collocare delitto nel contesto della Trapani dell’epoca, è stato gravissimo il danno arrecato alle indagini”. Per il pm Paci è clamoroso poi che il maresciallo Cannas sentito nel processo (il suo ex comandante lo aveva indicato come punta di diamante del reparto) abbia detto che lui si occupava di droga e però clamorosamente c’era lui sulla scena del delitto”. A seguire il pm Paci si è soffermato invece sul rapporto di Polizia che nel 1988 indicò subito la pista mafiosa. Fu firmato dall’allora capo della Mobile, Rino Germanà. “Siamo dinanzi ad  lettura tecnica e asettica del fatto omicidiario, chi scrisse quel rapporto dimostrò di avere profonda conoscenza del territorio, d’altra parte la firma in calce a quel rapporto era quello di un poliziotto che ancora oggi  rappresentata da una delle migliori espressioni a livello nazionale della Polizia, l’odierno questore di Piacenza Rino Germanà”.

Alla requisitoria, che continuerà lunedì e mercoledì prossimi, si è arrivati a tre anni dall’avvio del processo, 67 udienze, 144 testi sentiti e 4 perizie eseguite. Esposte sono stati i contenuti delle testimonianze delle testimoni oculari, Monica Serra che accompagnava Mauro in auto, le sorelle Fonte che si videro passare davanti l’auto di Rostagno seguita da un’altra auto, loro ascoltarono i colpi di arma da fuoco e videro presto l’auto che inseguiva Rostagno tornare indietro, mentre erano ferme all’incrocio della stradina per Lenzi. Ha quasi letto per intero in aula la testimonianza di Chicca Roveri, che raccontò ai giudici, interrogata al processo, di avere sentito degli spari, di aver pensato a dei cacciatori e di essere scesa in strada, davanti alla sede della comunità Saman, solo dopo avere udito delle grida. La Roveri vide allora l’auto con dentro il corpo del compagno. Si sedette sulle sue ginocchia. Gli sfilò la fede e gli disse: “Ora sei solo”. Solo dopo mesi, e in una circostanza molto singolare, la donna fu sentita dall’allora procuratore di Trapani Coci. Il magistrato le disse di non parlare del loro incontro e le rivelò che gli inquirenti temevano già tempo prima per la vita di Rostagno. Ai giudici, poi, la Roveri disse quali erano i filoni sui quali Rostagno stava concentrando il suo lavoro giornalistico: traffici di droga, connubio tra mafia massoneria e pubblica amministrazione e il processo al capomafia Mariano Agate. Conoscenze che lei per tempo non potè mettere a conoscenza di chi indagava perché prima non fu sentita poi ricevette l’invito del procuratore Coci a “non parlare”. Anni dopo finì in carcere, accusata di avere favorito gli assassini del marito, quando l’ipotesi era quello di un delitto maturato dentro la comunità Saman. Una indagine finita archiviata e anche l’elenco delle inadempienze investigative è risultato essere lungo, anche un verbale che in aula una teste ha detto di disconoscere. “Coci mi disse che era un incontro riservato perchè poteva essere pericoloso per tutti e due…Coci mi chiese se avevamo mai pensato che Mauro era in pericolo io risposi di no lui mi disse noi lo sapevamo ma non lo dica”.

Quella sera a Lenzi. La testimonianza di Monica Serra. “A un certo punto ho visto i vetri che volavano, ho visto che Mauro era ferito, non capii subito cosa era successo…chiedo a Mauro tutto bene? Si, la risposta, non ti preoccupare…stai giù e io mi sono calata giù…pensavo stupidamente che saremmo tornati in tv e avrebbe fatto uno scoop…invece ho sentito altri colpi…poi ha sentito una macchina che andava via…sono scesa dall’auto e sono corsa in comunità poco distante per dare l’allarme”. La Serra ha detto di avere sentito una sequenza di colpi, vede i vetri posteriori arrivare davanti…conferma che si è cominciato a sparare da dietro…”Mauro aveva una macchia rossa sulla spalla, la spalla destra”. “Già questo bastava a riconoscere che si trattava di un delitto di mafia”. E invece a Chicca Roveri toccò sentire un carabiniere che parlando alla radio diceva…”c’è stato un incidente” e poi all’obitorio un altro carabiniere che diceva ai giornalisti che nella borsa di Rostagno erano stati trovati “droga e dollari”. Bugie. “Nei delitti di mafia i primi colpi vengono esplosi a distanza per fermare la vittima, poi i colpi a distanza ravvicinata, questo è accaduto anche per uccidere Rostagno. A parte il fatto che l’auto usata dai sicari e trovata bruciata in luogo poco distante dal delitto risultò rubata nel marzo del 1988, cosa questa che solo una organizzazione criminale può permettersi. Eppure a causa di errori metodologici – ha evidenziato Paci – tutte queste circostanze sono rimaste non considerate. Gli investigatori dei carabinieri presero quell’elemento del fucile scoppiato, sulla scena del crimine furono trovati i pezzi della canna (dove poi la perizia del Dna ha trovato le tracce genetiche del killer Mazzara) per dire che non poteva essere un delitto di mafia, come se la mafia non compie errori”. Addirittura si discusse sulla impossibilità che la mafia avesse lasciato in vita una testimone, Monica Serra. “La mafia che non compie errori è la stessa che per fortuna non è riuscita a uccidere il vice questore Germanà a Mazara nel 1992 per non avere saputo usare un kalanshikof. La mafia che lascia viva i testimoni è la stessa che il 23 dicembre 1995 uccise l’agente Giuseppe Montalto lasciando indenne la moglie che sedeva affianco sulla loro auto. E a sparare quella sera a Montalto fu proprio Vito Mazzara.

“U sintisti che successe ai picciotti”. E’ una parte di un colloquio tra mafiosi ripetuto ai magistrati dal pentito Ciccio Milazzo. “Parlavano di quel fucile scoppiato e in aula ce lo ha confermato Milazzo” ha rimarcato il pm Paci. I collaboratori di giustizia hanno spiegato in aula l’astio contro Mauro Rostagno. Brusca in Corte di Assise venne a dire che quando Riina sentì in tv la notizia del delitto non si mostrò sorpreso, commentò dicendo che “aviano fatto bono…bono ficiro”.

Scontri Roma 12 aprile 2014 -I 20 minuti di guerriglia che hanno sconvolto la zona tra via Veneto e Piazza Barberini. Manifestanti e polizia sono entrati in contatto sotto il ministero dell’Economia. Prima un fitto lancio di ortaggi, poi sassi, petardi e bombe carta. La polizia è avanzata sparando lacrimogeni e caricando i manifestanti fino a via Tritone.

http://www.youreporter.it/video_Scontri_Roma_12_aprile_la_guerriglia_minuto_per_minuto

Laureati d’Europa, Italia fanalino di coda Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

L’Italia è ultima in clas­si­fica in Europa per numero di lau­reati. Ormai è così da tre a que­sta parte. Gli ita­liani fra i 30 e i 34 anni che hanno com­ple­tato il ciclo di studi uni­ver­si­tari sono il 22,4% della popo­la­zione, il livello più basso fra i 28 Paesi dell’Unione europea.Secondo i dati dif­fusi ieri da Euro­stat, e rela­tivi al 2013, l’Italia si clas­si­fica die­tro Roma­nia (22,8%), Croa­zia (25,9%) e Malta (26%), men­tre la media Ue si atte­sta al 37%. Dal 2002 al 2013, si sot­to­li­nea nel rap­porto dell’Eurostat, c’è stato un aumento costante della per­cen­tuale di per­sone lau­reate nell’Unione euro­pea, pas­sata dal 24% al 37%. E il numero è aumen­tato in tutti i Paesi, con in testa Irlanda (52,6%), Lus­sem­burgo (52,5%) e Litua­nia (51,3%).

Dalle tabelle dell’istituto di sta­ti­stica euro­peo emerge anche che l’Italia sof­fre nella clas­si­fica dell’abbandono del secondo ciclo di studi, dove si piazza quin­tul­tima. In Europa la per­cen­tuale di abban­dono sco­la­stico dei gio­vani fra i 18 e i 24 anni è dimi­nuita costan­te­mente, dal 17% del 2002 al 12 del 2013. Anche sul fronte della bat­ta­glia con­tro gli abban­doni sco­la­stici, l’Italia si clas­si­fica in fondo alla clas­si­fica: 23esima su 28 per numero di ragazzi tra i 18 e 24 anni che hanno abban­do­nato studi e for­ma­zione dopo la scuola media, il 17%, men­tre la media Ue è dell’11,9%. Peg­gio fanno solo Spa­gna (23,5%, record nega­tivo), Malta (20,9%), Por­to­gallo (19,2%) e Roma­nia (17,3%). Ma se Madrid e Lisbona hanno tut­ta­via regi­strato impor­tanti pro­gressi: gli spa­gnoli sono pas­sati dal 31% di abban­doni del 2007 al 23,5% del 2013 e i por­to­ghesi dal 36,9% al 19,2%, l’Italia in sei anni è miglio­rata solo del 3%. I paesi vir­tuosi sono invece Croa­zia (3,7%), Slo­ve­nia (3,9%) e Repub­blica ceca (5,4%).

Que­sto qua­dro a tinte fosche è stato ripe­tu­ta­mente trac­ciato da ana­lisi simili a quelle di Euro­stat, pub­bli­cate negli ultimi mesi sia da Alma­lau­rea che dall’Anvur in occa­sione della pre­sen­ta­zione del primo rap­porto sullo stato dell’università 2013. Ad appro­fon­dire però gli effetti della deli­be­rata stra­te­gia intra­presa dalle classi diri­genti ita­liane con il taglio di 10 miliardi di euro dal 2008 all’istruzione e alla ricerca è giunto ieri il rap­porto Ricer­carsi, una ricerca sul pre­ca­riato nelle uni­ver­sità con­dotta su un cam­pione di 1.700 que­stio­nari pre­sen­tato ieri alla città della scienza di Napoli nel corso del con­gresso della Flc-Cgil. «Meno della metà dei ricer­ca­tori delle uni­ver­sità ita­liane è assunto a tempo inde­ter­mi­nato, men­tre tra i ricer­ca­tori solo il 30 per cento ha un rap­porto a tempo inde­ter­mi­nato» ha detto il ricer­ca­tore Fran­ce­sco Vitucci. Negli ultimi 10 anni il pre­ca­riato nelle uni­ver­sità è quasi rad­dop­piato: 10 mila posi­zioni in più, a dimo­stra­zione che al blocco del tur­no­ver le uni­ver­sità hanno rispo­sto in un solo modo: mol­ti­pli­cando il numero dei con­tratti pre­cari, senza con­tare il lavoro gra­tuito e le cor­vée. Nel decen­nio della grande dismis­sione deciso dal governo Ber­lu­sconi e mai più cor­retto dai suoi suc­ces­sori, solo il 7% dei 35 mila con­tratti sti­pu­lati si è tra­sfor­mato in assun­zioni. Il 35% dei fuo­riu­sciti è oggi disoc­cu­pato. Lo Stato ita­liano si con­ferma il più grande sfrut­ta­tore al mondo di lavoro pre­ca­rio, in par­ti­co­lare di quello qua­li­fi­cato. Non biso­gna infatti dimen­ti­care che, solo restando al mondo dell’istruzione, tiene da tan­tis­simi anni sulla corda almeno 141 mila docenti pre­cari, senza con­si­de­rare le mul­ti­formi pre­ca­rietà del resto del per­so­nale scolastico.

I dati di oggi rive­lano tut­ta­via qual­cosa in più. Come taglia­tore di teste, lo Stato ita­liano è molto più spie­tato di qual­siasi mana­ger in un’azienda privata.

Merkel in soccorso a Samaras e in migliaia scendono in piazza | Fonte: Il Manifesto | Autore: Argyrios Panagopoulos

Ieri migliaia di ate­niesi hanno mani­fe­stato per le strade, sfi­dando il divieto e i cin­que­mila poli­ziotti, le decine di auto­blindo e le cen­ti­naia di moto­ci­cli­sti coraz­zati che aveva mobi­li­tato il governo di Anto­nis Sama­ras per pro­teg­gere la sua illu­stre ospite e pro­tet­trice: la can­cel­liere Angela Merkel.In testa al cor­teo — par­tito da piazza Kla­th­mo­nos, a pochi passi dalla banca dove è esplosa l’autobomba due giorni fa– i licen­ziati dalla tele­vi­sione pub­blica Ert e le donne delle puli­zie licen­ziate dal mini­stero delle Finanze che hanno scan­dito lo slo­gan «Né Mer­kel, né Sama­ras — il futuro appar­tiene al mondo del lavoro». Gio­vani hanno tirato pal­lon­cini con colore rosso con­tro i poli­ziotti che ave­vano iso­lato il par­la­mento e costretto il cor­teo a tor­nare verso l’Università in via Pane­pi­sti­miou. Par­te­ci­pare al cor­teo non era facile per­ché tutto il cen­tro di Atene era bloc­cato da immense forze di poli­zia e le sta­zioni della metro­po­li­tana erano chiuse.

Syriza aveva chia­mato la gente a sfi­dare i divieti e di par­te­ci­pare alle pro­te­ste con­tro la visita di Mer­kel. Al cor­teo hanno par­te­ci­pato tra gli altri il sin­da­cato del set­tore pub­blico Adedy, la extra­par­la­men­tare Antar­sya e i sin­da­cati di tutti i media. Alcuni dei mani­fe­stanti hanno sfi­dato più tardi anche la piog­gia restando fino alla sera in via Panepistimiou.

La visita di Mer­kel ad Atene ha avuto un carat­tere pura­mente pre­e­let­to­rale e pro­pa­gan­di­stico sia per appog­giare il fido Sama­ras sia per dare all’opinione pub­blica tede­sca l’ imma­gine che le sue poli­ti­che di auste­rità hanno avuto suc­cesso. Non a caso il governo di Sama­ras, senza nes­sun motivo eco­no­mico o finan­zia­rio, aveva emesso il giorno prima dell’arrivo di Mer­kel, bond cin­quen­nali per il valore di 3 miliardi con inte­ressi del 4,95%, che coste­ranno al popolo greco 750 milioni in 5 anni. Ieri Mer­kel e Sama­ras hanno sot­to­li­neato il finto ritorno della Gre­cia sui mer­cati, nascon­dendo il suo vero costo e il fatto che la Bce aveva in pra­tica garan­tito prima il suc­cesso di que­sta ope­ra­zione speculativa.

Sama­ras cerca di com­prare il voto dei greci nelle immi­nenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive ed euro­par­la­men­tari pro­met­tendo 833 euro per ogni fami­glia con due figli o 500 euro alle fami­glie con red­diti fino a 6.000 euro annui. Soldi che saranno pagati dal sur­plus pri­ma­rio che hanno gene­rato i tagli. Nella loro con­fe­renza stampa dopo l’incontro Sama­ras e Mer­kel hanno cer­cato di creare un clima otti­mi­sta per il futuro del paese, dopo i sacri­fici per met­tere i conti in ordine. I due hanno insi­stito sulle rela­zioni bila­te­rali, con la par­te­ci­pa­zione della Ger­ma­nia nel Fondo Greco di Investimenti.

Sama­ras ha rin­gra­ziato Mer­kel per la sua visita e la soli­da­rietà del popolo tede­sco verso la Gre­cia. «Credo che la Gre­cia con la sua matu­rità e i sacri­fici del suo popolo può riu­scire ad avere successo.Questa è la rispo­sta migliore a tutti quelli che ave­vano dato per scon­tato l’insuccesso del paese», ha detto Sama­ras rife­ren­dosi indi­ret­ta­mente al lea­der «pian­ta­grane» di Syriza Ale­xis Tsi­pras, che rimane primo nei son­daggi per le europarlamentari.

Mer­kel ha elo­giato il lavoro del governo di Sama­ras e la sua «coe­rente poli­tica rifor­mi­sta», «il suc­cesso delle misure di auste­rità» e che «aspetta per quest’anno il ritorno dell’economia greca in ter­mini posi­tivi», ma ha evi­tato di visi­tare il par­la­mento greco ed avere col­lo­qui con chi è con­tra­rio alla sua poli­tica, come aveva già fatto nella sua pre­ce­dente visita ad Atene il 2012.

Intanto un altro diri­gente di Alba Dorata è finito ieri in car­cere. Una­nime la deci­sione dei giu­dizi istrut­tori, che hanno con­si­de­rato il segre­ta­rio della sezione dei neo­na­zi­sti del Pireo, Tho­mas Mpa­re­kas impli­cato in aggres­sioni con­tro immi­grati. Tra i capi di accusa anche il feri­mento di due mino­renni ed un con­si­gliere comu­nale di Pireo.
Una volta par­tita Angela Mer­kel, Syriza ha aspet­tato Sama­ras in par­la­mento per sen­tire le sue spie­ga­zioni circa le rela­zioni del suo fidato segre­ta­rio gene­rale Mpal­ta­kos con il lea­der di Alba Dorata Kas­si­dia­ris e i depu­tati neo­na­zi­sti, come lo stesso Mpal­ta­kos ha ammesso ai giu­dici. Il fatto che gli incon­tri tra i due sareb­bero avve­nuti dopo l’assassinio del rap­per di sini­stra Pavlos Fys­sas per mano di cri­mi­nali neo­na­zi­sti e la car­ce­ra­zione del capo di Alba Dorata Mixa­lo­lia­kos, ha raf­for­zato l’idea della con­vi­venza di Alba Dorata con set­tori di Nuova Demo­cra­zia e le istituzioni.

Il mare umano di Vik | Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

Gaza. I fondi raccolti contribuiranno alla costruzione di un asilo intitolato a Vittorio a Khan Yunis, Gaza e a sostegno della fondazione Vik Utopia onlus

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Il mare di Gaza che Vit­to­rio amava. Il mare di Gaza che Vit­to­rio sol­cava a bordo delle bar­che della Free­dom Flo­tilla e dei pesche­recci pale­sti­nesi che, con la sua pre­senza, spe­rava di pro­teg­gere dagli assalti della marina mili­tare israe­liana. Il mare di Gaza che accom­pa­gnava tanti momenti di rifles­sione di Vittorio.

Da oggi è dispo­ni­bile in un ebook for­mato digi­tale, «Il mare di Gaza» che rac­co­glie 12 arti­coli di Vit­to­rio Arri­goni pub­bli­cati nel 2009–2011 dal nostro-suo gior­nale e il rac­conto del seque­stro che tre anni fa, nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2011, portò all’assassinio dell’attivista e gior­na­li­sta ita­liano, con il lutto mon­diale che ne sca­turì. Ci piace cre­dere che al testimone-mediattivista-internazionalista Vik avrebbe fatto pia­cere dare que­sto titolo a una rac­colta, sta­volta digi­tale, di suoi arti­coli curata dal mani­fe­sto .

Il rica­vato di que­sto libro sarà inte­ra­mente devo­luto in bene­fi­cenza per la costru­zione di un asilo a Khan Yunis (Gaza) che por­terà il nome di Vit­to­rio e per soste­nere le atti­vità della Fon­da­zione Vik Uto­pia onlus.

Vik ci ha dato tanto, è il tempo di resti­tuire con­tri­buendo, con pro­getti con­creti, alla rea­liz­za­zione di ciò che lui avrebbe voluto per la sua Gaza. «Non era un eroe, né un mar­tire, solo un ragazzo che cre­deva nei diritti umani», ha scritto la madre di Vit­to­rio, Egi­dia Beretta Arri­goni. Stay human, Restiamo umani.