La sinistra che ha paura del popolo | Fonte: Il Manifesto | Autore: Agnese Ambrosi

«Popu­li­sta!». Quest’accusa ricorre spesso sulla bocca di tanta sini­stra. Cer­ta­mente la crisi della rap­pre­sen­tanza e dei corpi inter­medi è un pro­fondo vul­nus della nostra demo­cra­zia. È però utile inter­ro­garsi sul motivo per cui la sini­stra non rie­sce più a essere non tanto popu­li­sta, quanto popo­lare. A dare rap­pre­sen­ta­ti­vità alle istanze e al sen­ti­mento pro­fondo di tanta parte della popo­la­zione. Forse il modo in cui lo fanno gli altri potrà essere sba­gliato, ma va rico­no­sciuto che rie­scono là dove noi non riu­sciamo più. Mar­chiamo la distanza che ci separa dai popu­li­sti, e li disprez­ziamo anche un po’. Affer­miamo di rap­pre­sen­tare l’alternativa al neo­li­be­ri­smo e all’austerità, diamo giu­dizi, for­niamo solu­zioni cre­di­bili. Giu­sto. E ben venga. Ma allora? Per­ché non rac­co­gliamo quel con­senso che que­sta cre­di­bi­lità dovrebbe susci­tare?

Cri­ti­chiamo i tec­no­crati, ma un poco in quell’inganno ci siamo caduti anche noi. Come se l’alternativa si costruisse uni­ca­mente for­nendo solu­zioni tec­ni­che alter­na­tive. Quando non siamo rima­sti anco­rati a vec­chie ideo­lo­gie, ci siamo mossi nello stesso para­digma eco­no­mi­ci­sta di coloro che cri­ti­chiamo. Abbiamo perso la capa­cità di sognare, di avere davanti agli occhi un imma­gi­na­rio che indi­chi la dire­zione e di cre­dere in modo sostan­ziale e non for­male che possa diven­tare realtà, nono­stante tutto, ren­den­dosi i primi testi­moni di esso. Si tratta di susci­tare un sen­ti­mento dif­fuso, un’idealità, una con­nes­sione intima tra le per­sone e le cose, un’appartenenza comune in cui le per­sone pos­sano rico­no­scersi. Cre­dere che il para­digma domi­nante che ci ha reso oggetti e merce possa essere supe­rato signi­fica modi­fi­care radi­cal­mente la forma men­tis e le pra­ti­che della sini­stra per imper­so­nare con­cre­ta­mente que­sto cam­bia­mento. Riaf­fer­mando il pri­mato dell’umano” dei sen­ti­menti e della vita rela­zio­nale su quello del potere e dell’avere.
Il lavoro da fare è impe­gna­tivo e fati­coso per­ché implica innan­zi­tutto una messa in discus­sione del pro­prio agire. La cen­tra­lità della per­sona umana non può infatti essere rista­bi­lita a parole, ma richiede la forza della testi­mo­nianza viva, den­tro e fuori la vita e la pra­tica poli­tica di chi alla sini­stra dice di appar­te­nere. Non abbiamo biso­gno di pre­di­ca­tori della sini­stra. Ma di testi­moni appas­sio­nati e coe­renti, con un imma­gi­na­rio che li porti a guar­dare sem­pre avanti e una con­nes­sione intima con gli altri esseri umani. Gli inter­lo­cu­tori per­ce­pi­scono se parli di sini­stra, o se invece quello che ti muove è l’amore per le per­sone che sono alla base di quelle idee di ugua­glianza e dignità che la sini­stra ha da sem­pre fatto sue. Se al cen­tro c’è la per­sona, con le sue sof­fe­renze e le sue bel­lezze, e non invece l’ego nar­ci­si­sta di chi pre­tende di lot­tare in suo nome. E noi, spesso, ci siamo inna­mo­rati delle parole e delle idee, invece che delle per­sone.
I pro­blemi che ci pone que­sto pre­sente sono enormi. Essi pre­ten­dono auten­ti­cità e one­stà intel­let­tuale. Non ci viene chie­sto solo di tro­vare alter­na­tive, ma di ren­derci testi­moni viventi di un sen­ti­mento e di una pra­tica, di indi­care un imma­gi­na­rio di cui ci ren­diamo i primi rea­liz­za­tori. Se ognuno di noi, a sini­stra, risco­prirà que­sta voca­zione per­so­nale senza aspet­tare che siano altri a indi­care la via, e se pra­ti­che­remo que­sta voca­zione insieme, una grande sini­stra popo­lare forse potrà essere rico­struita. Quella in cui al cen­tro dell’attenzione non ci saranno i popu­li­sti, ma il nostro popolo. Non è mai troppo tardi per ripartire.

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