MARTEDI 15 APRILE ALLE ORE 17,30, LA PARTIGIANA LIDIA MENAPACE PRESENTERA’ PRESSO LA SEDE DELLA RAI SICILIA VIALE STRASBURGO, IL SUO ULTIMO LIBRO

MARTEDI 15 APRILE ALLE ORE 17,30, LA PARTIGIANA LIDIA MENAPACE  PRESENTERA’ PRESSO LA SEDE DELLA RAI SICILIA VIALE STRASBURGO, IL SUO ULTIMO LIBRO:

“ IO PARTIGIANA” La mia Resistenza

partecipiamo

Trasferiti i boss al 41 bis: perché ora? da: antimafia duemila

riina-trasferimento-manettedi Aaron Pettinari – 11 aprile 2014

Il Dap spiega: “Così evitiamo il radicamento nelle carceri”. Ma resta il dubbio sull’opportunità
E’ con un’operazione curata in ogni dettaglio che nella giornata di domenica si è dato il via allo spostamento di oltre duecento condannati per mafia e detenuti al 41 bis, ridistribuendoli tra le carceri di L’Aquila, Milano Opera, Parma, Viterbo, Ascoli, Tolmezzo, Novara, Spoleto e Roma. Le operazioni andranno avanti fino a fine mese ma quel che è certo è che in questi primi giorni di aprile ad essere spostati sono dei veri “pezzi da novanta” come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola, Leoluca Bagarella, Giuseppe e Filippo Graviano, a cui si aggiungono camorristi come Raffaele Cutolo, Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, esponenti della ‘Ndrangheta e della Sacra Corona Unita.

Dal Dap hanno fatto sapere che si tratta di un’operazione “che avviene ogni 3-4 anni per evitare che i detenuti si radichino troppo in un ambiente”. Inoltre, rispondendo alla richiesta di chiarimenti avanzata dal ministero della giustizia Andrea Orlando sullo spostamento di Bernardo Provenzano (trasferito dal carcere di Parma a Milano, dove è stato ricoverato all’ospedale San Paolo per accertamenti ndr) hanno aggiunto: “Il trasferimento è parte di una più generale movimentazione disposta da questa Direzione Generale che ha riguardato circa 250 detenuti, ristretti in regime di 41 bis e reclusi nel medesimo penitenziario da oltre cinque anni. Nel caso di Provenzano, e di altri detenuti in età avanzata, le ragioni della movimentazione hanno riguardato anche la necessità di allocare tali soggetti in Istituti dotati di centri clinici particolarmente attrezzati e siti in territori dello stato dove l’offerta sanitaria è notoriamente migliore”. Ma c’era anche dell’altro.
Lo spostamento generale sarebbe stato deciso sul finire di novembre in una riunione congiunta tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed i magistrati della Direzione nazionale antimafia e tra le questioni vagliate vi era anche la necessità di sradicare i boss ed i parenti da nuovi tessuti urbani in cui infiltrarsi. Luoghi come L’Aquila dove gli appalti per la ricostruzione possono fare davvero gola. Detto che l’iter della procedura è stato avviato a febbraio e che dell’operazione sarebbero state informate anche le direzioni distrettuali antimafia competenti appare comunque “particolare” la scelta della tempistica per effettuare i vari spostamenti.
Non è la prima volta che vengono trasferiti i capimafia (Riina ad esempio era stato spostato da Ascoli a Milano nel dicembre 2003 ndr), ma mai prima d’ora erano stati spostati così tanti boss allo stesso tempo. Da notizie di stampa si apprende che proprio il “Capo dei capi” avrebbe gradito lo spostamento da Milano a Parma e lo stesso ha fatto suo cognato, Leoluca Bagarella, passato dal carcere di Ascoli a quello di Tolmezzo, in Friuli.
Ed è forse questa l’immagine peggiore che si può ricevere da un’operazione del genere. Proprio ieri Giovanna Maggiani Chelli, commentando le vicissitudini in Senato in merito all’approvazione della legge sul voto di scambio (416 ter), diceva: “Ci fa stare in ansia vedere tutti i capi mafia, rei di strage del 1993, detenuti al 41 bis, passare da un carcere all’altro”.
Non si può poi non considerare il particolare momento storico in cui questi trasferimenti sono stati messi in atto. In questi mesi si vive una forte fibrillazione, provocata anche dai dialoghi di Riina, intercettati in carcere mentre passeggiava con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso, in cui il capomafia condannava a morte il pm della trattativa Stato-mafia, Antonino Di Matteo. “Organizziamola questa cosa, e non ne parliamo più, facciamola grossa” diceva riferendosi ad un attentato.
Nei mesi scorsi presso il carcere Opera di Milano era arrivata anche una lettera, intestata al capomafia corleonese, firmata dalla Falange Armata, in cui era scritto: “Chiudi quella maledetta bocca ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi”.
Oggi Riina è a Parma, ovvero lo stesso luogo dove Provenzano ha subito una caduta accidentale all’interno della cella nel dicembre 2012. Un fatto su cui comunque è aperta un’inchiesta da parte della Procura di Palermo. Può esservi una relazione? Probabilmente no. Resta comunque il fatto che lo spostamento di oltre duecento boss nel giro di un mese fa ragionare. Un’azione che è sicuramente legittima ma che forse sarebbe stato meglio effettuare un po’ per volta, abbassando così i clamori

“L’antimafia di Crocetta è ormai una finzione” da: livesicilia -Intervista a Nicolò Marino

 di

Intervista a Nicolò Marino: “Non riconosco più il presidente. Monterosso e Cicero inadeguati”. Il magistrato-assessore critica “le ingerenze di Confindustria” e al governatore rimprovera le parole sulla Chinnici: “Dovrebbe vergognarsi. Se pensa di fare la rivoluzione con Cardinale, Forzese e Fiumefreddo, forse è meglio andare a casa”.

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PALERMO – “Crocetta decida: o sta con la gente o sta con i poteri forti. E se davvero vuole fare la rivoluzione in questo modo, forse è meglio che qualcuno stacchi la spina al governo”. Del governo, intanto, da qualche ora lui non fa più parte. Ma l’ormai ex assessore Nicolò Marino non ha ancora lasciato gli uffici di via Campania. La smobilitazione è evidente anche tra gli scaffali, lungo i corridoi. Intanto, si attende la revoca ufficiale dell’incarico. E l’effettiva nomina dei nuovi assessori. L’esperienza nell’esecutivo dell’ex pm antimafia è comunque terminata.

Che esperienza è stata quella in giunta, dottor Marino?
“Sono sincero. Le giunte di governo erano un vero caos. Un colabrodo. Guardi qua (Marino mostra una lettera inviata al presidente Crocetta e agli assessori, ndr)”.

Che lettera è questa?
“Come vede già alcuni mesi fa (la nota è del 6 novembre 2013) chiedevo che le riunioni di governo rispettassero delle regole basilari. Le convocazioni avvenivano da un momento all’altro, senza alcun ordine del giorno, non sapevamo quindi né quali documenti presentare, né avevamo la possibilità di preparare l’argomento in questione. Così, dopo la vergognosa vicenda Humanitas ho dovuto formalizzare la richiesta di rispetto delle regole. Quelle giunte erano un colabrodo. Entrava chiunque. E credo anche che la struttura a supporto del presidente della Regione sia inadeguata sia dal punto di vista giuridico che amministrativo”.

A chi si riferisce?
“In questi mesi, ad esempio, ho più volte detto a Crocetta che il segretario generale è inadeguato a ricoprire quel ruolo. Non è solo una questione di titoli, ma di sostanza. E Patrizia Monterosso è anche costantemente presa dall’ansia di controllare ogni atto che riguarda il governo. Senza contare che la sua presenza in giunta non è prevista dalle norme. Ma c’è di più. Ritengo inaccettabile la scelta di Crocetta di tenerla al suo posto dopo la recente condanna della Corte dei Conti, considerata anche la necessità per un rappresentante delle istituzioni non solo di essere “terzo”, ma anche di apparirlo. Nessuna logica, nessun accordo politico potrebbe mai giustificare il mantenimento in quel ruolo del segretario generale. Mi auguro quindi che alla base non ci sia nessun’altra forma di condizionamento”.

Non mi dirà che i rapporti col presidente si sono incrinati per questo motivo…
“No, affatto. Credo che a creare un solco sia stata la vicenda dei termovalorizzatori. E soprattutto sulla difesa della Regione per la revoca dei mega-appalti sugli inceneritori. Ho deciso, considerando anche il fatto che per legge non potevo rivolgermi all’Avvocatura dello Stato e il fatto che l’Ufficio legislativo e legale si è dichiarato non in grado di sobbarcarsi quel carico di lavoro, di rinnovare l’incarico a Pier Carmelo Russo, che aveva ottenuto una splendida revoca e vittorie di fronte al Tar. Crocetta dapprima non si costituisce nemmeno di fronte al Tar, poi mi chiede di non rinnovare quell’incarico perché avrei dato ‘continuità al lavoro di Lombardo’. E addirittura, per convincermi, provò a passarmi al telefono la Monterosso. Gli risposi che non doveva permettere a una laureata in Filosofia di illustrare a me, che sono un magistrato, questioni di natura giuridica”.

Lei dice queste cose adesso, le posso chiedere allora come mai ha accettato l’invito di Crocetta a entrare in giunta?
“Ho accettato perché dopo tanti anni in trincea, a Caltanissetta, finalmente pensavo di poter anche costruire qualcosa per la Sicilia. E forse ha influito anche il fatto che qualcuno, nella magistratura nissena, non ha fatto molto per tenermi al mio posto. Io credevo di poter mettere ordine in un settore delicatissimo come quello dei rifiuti e dei termovalorizzatori. Ma sono persino stato ostacolato da altri pezzi della pubblica amministrazione. E quello dei termovalorizzatori è un tema delicatissimo. Da magistrato, infatti, ritengo che alla base del primo e del secondo tavolo che portò all’assegnazione di quegli appalti ci fossero delle mega-tangenti pagate dalle Ati inizialmente vincitrici. Alle quali, come “compensazione” per la perdita di quel, diciamo, investimento, fu offerta un ampliamento incomprensibile di alcune discariche”.

Lei ormai da mesi polemizza col vicepresidente della Confindustria siciliana Giuseppe Catanzaro. Perché questo scontro continuo?
“A dire il vero, lui è giunto a chiedermi, personalmente, un risarcimento da 1,6 milioni di euro. Una richiesta che ho interpretato come una minaccia. Ma della quale, ovviamente, non sono affatto preoccupato. Semmai, mi preoccupa l’idea che, una volta andato via, si possano bloccare una serie di istruttorie avviate proprio sulle discariche. Da Oikos a quella, appunto, di Siculiana”.

È questo scontro col numero due della Confindustria siciliana, allora, ad aver provocato lo strappo decisivo col presidente Crocetta?
“Il discorso è più generale. Non ho mai condiviso, né a Caltanissetta da magistrato, né qui da assessore l’ingerenza di Montante e Lo Bello sul governo regionale. Un esempio lampante è il caso di Alfonso Cicero. In quel caso Crocetta non può liquidare la questione sulla richiesta di risarcimento chiesta dalle ex Asi alla Regione dicendo: ‘la risolvo io in 48 ore’. Innanzitutto perché Cicero non dovrebbe nemmeno stare lì:le sue qualità professionali non sono rilevanti. Ma c’è di più”.

Cioè?
“Cicero fa parte di Confindustria. E l’organismo che doveva verificare la legittimità della costituzione in giudizio delle Asi contro la Regione è quello delle Attività produttive. Che guarda caso è guidato da Linda Vancheri, anche lei espressione di Confindustria. E, per ultimo, chi è l’avvocato che chiede i danni alla Regione? Antonio Fiumefreddo, che oggi, guarda caso, è assessore. Nonostante Crocetta l’avesse più volte criticato. E nonostante lo stesso governatore avesse subito, dal nuovo assessore, repliche pesantissime. Sulla scelta di nominare Fiumefreddo in giunta non riconosco più Rosario Crocetta. E poi, anche questo ovviamente sarà un caso, Fiumefreddo che, anche attraverso i giornali da lui controllati, attaccava pesantemente Confindustria, adesso ha smesso, ha cambiato atteggiamento”.

E intanto, però, si sfilacciava il rapporto col governatore…
“Quando ho accettato l’incarico stimavo Crocetta. E ho sempre provato a tutelarlo. Ma oggi non lo riconosco più. Anzi, sono costretto a stigmatizzare fortemente alcune sue azioni”.

A cosa si riferisce?
“Penso ad esempio alle sue parole su Caterina Chinnici. Una persona che ho conosciuto sia nelle vesti di magistrato che di amministratore. Crocetta dovrebbe vergognarsi di quello che ha detto. E, anzi, dovrebbe chiedere pubblicamente scusa”.

Quanto sono lontani i tempi in cui il governatore la considerava quasi un ‘fiore all’occhiello’ della sua giunta…
“Le ripeto, da un po’ di tempo non riconosco più quel Rosario Crocetta. Le racconto un aneddoto. Dopo la vicenda che mi vide votare contro, in giunta, alla conferma di Romeo Palma al vertice dell’Ufficio legislativo e legale, io incontrai Crocetta a Palazzo d’Orleans. E lì gli proposi le mie dimissioni, per toglierlo da ogni imbarazzo. Lui rispose: ‘non se ne parla proprio, tu non ti muovi’. E iniziò a parlarmi semmai di altri assessori in bilico. Poco dopo, ho letto che non rientravo più negli accordi politici alla base della formazione della nuova giunta”.

A dire il vero, il presidente ha detto che lei non era in linea col programma del governatore. Ad esempio sull’Eolico…
“In quel caso è stata detta un’enorme bugia. Io ho già presentato in giunta i provvedimenti che potrebbero, nel rispetto della legge, bloccare o notevolmente ridimensionare il fenomeno dell’Eolico, nei confronti del quale anche io sono contrario. Ma, non so come mai, Crocetta non ha ancora messo le mani su quei documenti. Lo stesso vale per l’acqua pubblica. Quando il presidente dice che il sottoscritto è a favore dell’Eolico o contrario alla pubblicizzazione dell’acqua dice una leggerezza o è in malafede”.

Sembra che il governatore invece sia stato anche infastidito dalle voci che parlano di un suo avvicinamento a forze politiche di centrodestra, Forza Italia su tutte. Quanto c’è di vero?
“Nulla. Non c’è nulla di vero. È stato solo strumentalizzato un rapporto di natura puramente istituzionale col presidente della Commissione antimafia Nello Musumeci. Quella è la sede nella quale ho ritenuto fosse giusto depositare alcuni atti. Tutto qua. Non c’è altro. E invece, a qualcuno è tornato utile mettere in giro questa voce. Non a caso, quando, durante la Finanziaria, mi impuntai per fare approvare degli emendamenti sul prezzario per le depurazioni, Crocetta mi contestò che mi ero messo d’accordo col centrodestra. E invece, ebbi l’appoggio di quasi tutta Sala d’Ercole. Soprattutto del Movimento cinque stelle”.

Come mai, alla luce di tutto quello che ci ha detto, non si è dimesso?
“Non volevo fare un piacere a un po’ di persone. E volevo tutelare il mio staff. Ma purtroppo ho continuato a vedere scelte assai discutibili. Penso ad esempio a quella di scegliere, come commissario della Provincia di Palermo, il prefetto Tucci, con gravi problemi di salute”.

Le polemiche di questi giorni stanno creando molta confusione. Queste querelle tra esponenti di quella che viene considerata l’antimafia crea sconcerto: un cittadino a chi dovrebbe credere? Dove sta la vera antimafia?
“Certamente non tra gli industriali siciliani. Lì la lotta per la legalità è solo una millanteria. E purtroppo, ormai, è una finzione anche nell’operato di Crocetta”.

Che vuole dire?
“Da magistrato ritengo che Crocetta abbia rischiato la vita solo in una occasione. Quando le minacce giunsero dal boss Emmanuello. In quel caso siamo intervenuti duramente (il boss fu ucciso nel conflitto a fuoco che scaturì dall’operazione, ndr). Il resto sono solo chiacchiere. E negli ultimi tempi vedo un proliferare di pallottole e teste di agnello. Che casualmente saltano fuori in momenti di difficoltà. Ma se ho capito qualcosa di Cosa Nostra, di fronte a questi fatti possiamo anche dormire tranquilli”.

Adesso che farà?
“Vedremo. Intanto aspetto che mi venga ufficializzata la revoca del mio incarico. Poi non potrò che prendere atto del fatto che Crocetta ha ceduto ad alcune lobby, anche all’interno del Pd. Io invece ho trovato un’interlocuzione assai utile e interessante col nuovo segretario regionale Fausto Raciti, che mi ha fatto un’ottima impressione. Spero che Rosario, che io ho stimato, difeso e tutelato, e nel quale riconosco una sincera volontà di ‘fare lo cose’, decida: se stare con la gente o dire di sì unicamente ai poteri forti”.

Lei cosa pensa che farà il presidente?
“Le posso dire solo quello che vedo: se si pensa di fare la rivoluzione con Cardinale, Forzese e Fiumefreddo, forse è meglio staccare la spina a questo governo. Nell’interesse dei siciliani”.

Carovana antimafie 2014 contro la tratta degli esseri umani da: diritti distorti

Carovana antimafie 2014 contro la tratta degli esseri umani PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini
Venerdì 11 Aprile 2014 10:20
Partita da Roma martedì 8 aprile, la Carovana Antimafie ha raggiunto l’Abruzzo, dove le ferite aperte dal terremoto di 5 anni fa sono ancora tutte aperte. Tappa a Pescara e poi a Vasto per poi avviarsi verso il Molise e la Puglia.

 

La prima parte del suo viaggio si concluderà il 15 giugno in Sicilia, da dove partì per la prima volta 20 anni fa. Organizzata da Arci, Libera, Avviso Pubblico con Cgil, Cisl e Uil e con Ligue de l’Enseignement (l’organizzazione francese che si batte per una scuola pubblica e laica), Carovana antimafie festeggia quest’anno i suoi primi vent’anni di vita. Da venti stagioni, Carovana sviluppa i temi della legalità democratica, della giustizia sociale, della partecipazione, dei diritti, dell’eguaglianza sociale, della solidarietà.

 

Lo fa rivolgendosi ai territori, attraverso incontri e iniziative in ognuna delle tappe di cui si compone il suo percorso. Ciascuna tappa è l’occasione per sviluppare nuovi punti di vista, saldare le esigenze nazionali con le istanze dei territori, fare luce su aspetti inediti o poco conosciuti dei temi affrontati. Così, se l’anno scorso i riflettori di Carovana antimafie erano puntati sui costi dell’illegalità (“Se sai contare inizia a camminare” era il titolo del viaggio 2013), quest’anno si affronterà la tratta di esseri umani, ormai un “core business” della criminalità organizzata, che trova ampie fonti di guadagno nello sfruttamento dei migranti. In questo percorso la Carovana Antimafie incontra il progetto internazionale Cartt (Campaign for Awareness Raising and Training to fight Trafficking), declinando il tema della tratta nei diversi aspetti di sfruttamento del lavoro: in Francia nel campo dell’edilizia, in Romania in quello minorile, a Malta nel settore turistico. In Italia, infine, il tema sarà lo sfruttamento del lavoro domestico, di cui sono vittime soprattutto le badanti straniere, in mano a organizzazioni che operano nell’Europa dell’est.

 

Affrontare il tema della tratta con la metodologia di Carovana antimafie significa mettere a fuoco il modo il cui le organizzazioni criminali si impadroniscono di ampie porzioni del mercato del lavoro e mettere in evidenza le lacerazioni causate dalla crisi economica nel tessuto sociale. Ma anche gettare un ponte fra la conoscenza del fenomeno e la possibilità di contrasto del medesimo. E, infine, tentare di restituire libertà, dignità e possibilità di scegliere la propria vita a chi è finito nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

 

Contatti:

http://www.carovanaantimafie.eu

fb carovana internazionale antimafie

Il 25 aprile e la fretta di Renzi La presa di posizione dell’Anpi nei confronti della riforma del senato non ha nulla a che fare con la Festa della Liberazione da: europa

Il 25 aprile e la fretta di Renzi

La presa di posizione dell’Anpi nei confronti della riforma del senato non ha nulla a che fare con la Festa della Liberazione

Il 25 aprile e la fretta di Renzi

Egregio direttore, in relazione all’articolo di Mario Lavia (8 aprile 2014, titolo “Davvero un 25 aprile contro Renzi?”), devo rilevare – a prescindere dagli sprezzanti giudizi dell’articolo nei confronti dell’Anpi e dell’evidente insofferenza nei confronti di qualsiasi manifestazione di dissenso e di critica – che l’autore non ha colto nel segno. La presa di posizione dell’Anpi nei confronti della “abolizione” del senato e la promozione di una manifestazione per illustrare ai cittadini i rilievi e le proposte dell’Anpi, non hanno assolutamente nulla a che fare col 25 aprile, che è, e deve restare, festa nazionale della Liberazione.

La vicinanza temporale col 25 aprile della manifestazione che promuoviamo sulle riforme costituzionali è imposta – semplicemente – dalla fretta con cui intende muoversi il presidente del consiglio.

Il ddl costituzionale è già in senato e Renzi lo vuole varare in prima lettura prima del 25 maggio (perché?); dunque, se si vuole fare una manifestazione (e spero che ce ne sia riconosciuto il diritto) non la si può fare quando l’iter del disegno di legge è non solo avviato, ma a buon punto. Se non ci fosse stato l’impegno della nostra organizzazione per un bel 25 aprile, l’avremmo fatta subito. Per correre al passo di Renzi, dobbiamo farla subito dopo, comunque al più presto (ma dopo c’è il primo maggio).

Dunque, nessuna mescolanza e nessuna contraddizione: il 25 aprile sarà dedicato alla Liberazione, alla Resistenza e alla Costituzione che ne è nata. Nell’altra manifestazione si parlerà dei progetti di riforme costituzionali in corso. Tutto qui.

Quanto poi ad associarci a «gruppetti extraparlamentari», viene da sorridere; non siamo un «gruppetto», perché l’Anpi conta 130 mila iscritti; e se siamo «extraparlamentari» è perché non stiamo (giustamente) in parlamento, date le nostre caratteristiche di Associazione libera, indipendente ed apartitica.

Con i più cordiali saluti.

(L’autore della lettera è il presidente nazionale Anpi)

Legge 40: ciò che resta della bandiera dello stato etico voluto dai vescovi | Fonte: www.uaar.it

Ha da poco com­piu­to die­ci anni, ma di­mo­stra già die­ci se­co­li. È la leg­ge 40 sul­la fe­con­da­zio­ne ar­ti­fi­cia­le: la “leg­ge bur­qa”, come la de­fi­nì Le Mon­de. Vo­lu­ta, for­tis­si­ma­men­te vo­lu­ta dal Va­ti­ca­no, ap­pro­va­ta da uno dei par­la­men­ti più cle­ri­ca­li che si sia­no mai vi­sti, scam­pa­ta a un re­fe­ren­dum in cui i ve­sco­vi – per pau­ra di con­tar­si nel­le urne – ri­cor­se­ro al­l’a­sten­sio­ni­smo, è sta­ta poi an­ni­chi­li­ta da una se­rie im­pres­sio­nan­te di scon­fit­te le­ga­li in Ita­lia e al­l’e­ste­ro, alla Cor­te Eu­ro­pea dei di­rit­ti del­l’uo­mo. Piac­cia o no, quel­la leg­ge giu­ri­di­ca­men­te non è mai sta­ta in pie­di, per­ché è pa­le­se­men­te an­ti­co­sti­tu­zio­na­le. In tan­ti l’han­no so­ste­nu­to dal­l’i­ni­zio, in tan­ti lo sa­pe­va­no dal­l’i­ni­zio ma han­no fat­to fin­ta di nien­te. Per­ché han­no fat­to di quel­la leg­ge e di quel­la bat­ta­glia una bat­ta­glia ideo­lo­gi­ca.

L’ul­ti­ma (e si spe­ra de­fi­ni­ti­va) mar­tel­la­ta è giun­ta ieri dal­la Cor­te Co­sti­tu­zio­na­le. In gio­co, gra­zie a un’i­ni­zia­ti­va giu­ri­di­ca pro­mos­sa dal­l’as­so­cia­zio­ne Luca Co­scio­ni, c’e­ra un pun­to fon­da­men­ta­le: l’ac­ces­so alla fe­con­da­zio­ne co­sid­det­ta ete­ro­lo­ga, alla pos­si­bi­li­tà cioè di ri­cor­re­re a un do­na­to­re ester­no in caso di in­fer­ti­li­tà. La sen­ten­za, dopo die­ci anni di di­vie­to, ne ha nuo­va­men­te san­ci­to la le­git­ti­mi­tà, eli­mi­nan­do la di­scri­mi­na­zio­ne nei con­fron­ti del­le cop­pie ste­ri­li. Ed è dun­que un’im­por­tan­te vit­to­ria per la li­ber­tà di scel­ta dei cit­ta­di­ni. Non a caso, le rea­zio­ni cat­to­li­che alla no­ti­zia stan­no in­ve­ce di­pin­gen­do il so­li­to sce­na­rio apo­ca­lit­ti­co, con­fer­man­do così l’as­so­lu­ta in­con­si­sten­za del­la new age di papa Ber­go­glio.

Mon­si­gnor Ren­zo Pe­go­ra­ro, can­cel­lie­re del­la Pon­ti­fi­cia Ac­ca­de­mia per la Vita, ha af­fer­ma­to che la sen­ten­za “com­por­te­rà una ca­sca­ta di con­se­guen­ze dif­fi­ci­li da ge­sti­re” e “mol­ti pro­ble­mi per la tu­te­la del na­sci­tu­ro, l’e­qui­li­brio del­la cop­pia, non­ché con­se­guen­ze di ca­rat­te­re giu­ri­di­co”, tan­to da lan­cia­re l’al­lar­me sul­la “se­le­zio­ne ri­pro­dut­ti­va”. Per­si­no il set­ti­ma­na­le Fa­mi­glia Cri­stia­na, ri­te­nu­to da mol­ti pro­gres­si­sta, ha cri­ti­ca­to sen­za mez­zi ter­mi­ni la sen­ten­za de­fi­nen­do­la “l’ul­ti­ma fol­lia ita­lia­na”, che apri­rà alla “fe­con­da­zio­ne sel­vag­gia”. L’as­so­cia­zio­ne dei me­di­ci cat­to­li­ci già in­ci­ta al­l’o­bie­zio­ne di co­scien­za.

Per la de­pu­ta­ta Eu­ge­nia Roc­cel­la (Ncd), si è aper­ta “una de­ri­va mol­to pe­ri­co­lo­sa: cade il di­rit­to di ogni nato a cre­sce­re con i ge­ni­to­ri na­tu­ra­li”, e c’è il ri­schio che si crei “un mer­ca­to del cor­po uma­no”. Il se­na­to­re Car­lo Gio­va­nar­di (an­ch’e­gli Ncd, au­ten­ti­co brac­cio se­co­la­re va­ti­ca­no nel­la mag­gio­ran­za di go­ver­no) ha par­la­to di “col­po alla de­mo­cra­zia” e di “aper­tu­ra alla schia­vi­tù”. Pare che l’u­ni­ca ar­go­men­ta­zio­ne a di­spo­si­zio­ne per di­fen­de­re la loro leg­ge in­di­fen­di­bi­le sia il ri­cor­so al pia­no in­cli­na­to. Che com’è noto è un’ar­go­men­ta­zio­ne fal­la­ce.

La mi­ni­stra Lo­ren­zin, com­pa­gna di par­ti­to di Gio­va­nar­di e Roc­cel­la, è ca­du­ta dal pero: il go­ver­no re­ce­pi­rà la sen­ten­za (non po­treb­be fare al­tri­men­ti, del re­sto), ma ora ab­bia­mo “una leg­ge svuo­ta­ta”, che ri­chie­de dun­que “un in­ter­ven­to par­la­men­ta­re”. Con­ti­nua quin­di come sem­pre il pal­leg­gio di re­spon­sa­bi­li­tà tra il go­ver­no e le Ca­me­re, in una si­tua­zio­ne che vede la pres­so­ché to­ta­le ina­zio­ne da par­te di en­tram­bi. E dire che la leg­ge con­ti­nua a con­te­ne­re pun­ti con­tro­ver­si, come il di­vie­to di ri­cer­ca su­gli em­brio­ni. Ma non si ve­do­no par­la­men­ta­ri par­ti­co­lar­men­te an­sio­si di met­te­re mano alla leg­ge, an­che se al­me­no due ono­re­vo­li (Mar­za­no del Pd e Fuck­sia del M5S) han­no avan­za­to pro­po­ste nei mesi scor­si. Si trat­ta però di pas­sa­re ai fat­ti, chie­den­do e ot­te­nen­do l’av­vio im­me­dia­to del di­bat­ti­to in com­mis­sio­ne. An­che per­ché in que­ste ore l’u­ni­ca che ad aver pre­an­nun­cia­to un pro­get­to di leg­ge è pro­prio Roc­cel­la.

Sa­rem­mo fe­li­ci se, a dif­fe­ren­za dei ve­sco­vi ita­lia­ni, chi ci go­ver­na o ci rap­pre­sen­ta nel­le isti­tu­zio­ni ca­pis­se la sof­fe­ren­za del­le cop­pie che non pos­so­no ave­re fi­gli e che sono sta­te co­stret­te, in se­gui­to a una leg­ge li­ber­ti­ci­da, a ri­cor­re­re ai viag­gi del­la spe­ran­za al­l’e­ste­ro. Non­ché l’an­cor mag­gio­re sof­fe­ren­za di co­lo­ro che, quei viag­gi, non han­no pro­prio po­tu­to per­met­ter­se­li. La leg­ge 40 non esi­ste più, se non sul­la car­ta. La sua ap­pro­va­zio­ne po­te­va rap­pre­sen­ta­re l’av­vio del­l’e­ti­ciz­za­zio­ne cle­ri­ca­le del no­stro Sta­to. Non è an­da­ta così, al­me­no per ora: la sen­ten­za di ieri co­sti­tui­sce un im­por­tan­tis­si­mo al­to­là al po­ten­tis­si­mo mo­vi­men­to con­tra­rio alla li­ber­tà di scel­ta. Che se può con­ti­nua­re a spe­ra­re di ri­bal­ta­re la si­tua­zio­ne è solo a cau­sa del dif­fu­so as­ser­vi­men­to di chi do­vreb­be fare gli in­te­res­si del po­po­lo ita­lia­no, an­zi­ché quel­li del­le ge­rar­chie va­ti­ca­ne.

La sinistra che ha paura del popolo | Fonte: Il Manifesto | Autore: Agnese Ambrosi

«Popu­li­sta!». Quest’accusa ricorre spesso sulla bocca di tanta sini­stra. Cer­ta­mente la crisi della rap­pre­sen­tanza e dei corpi inter­medi è un pro­fondo vul­nus della nostra demo­cra­zia. È però utile inter­ro­garsi sul motivo per cui la sini­stra non rie­sce più a essere non tanto popu­li­sta, quanto popo­lare. A dare rap­pre­sen­ta­ti­vità alle istanze e al sen­ti­mento pro­fondo di tanta parte della popo­la­zione. Forse il modo in cui lo fanno gli altri potrà essere sba­gliato, ma va rico­no­sciuto che rie­scono là dove noi non riu­sciamo più. Mar­chiamo la distanza che ci separa dai popu­li­sti, e li disprez­ziamo anche un po’. Affer­miamo di rap­pre­sen­tare l’alternativa al neo­li­be­ri­smo e all’austerità, diamo giu­dizi, for­niamo solu­zioni cre­di­bili. Giu­sto. E ben venga. Ma allora? Per­ché non rac­co­gliamo quel con­senso che que­sta cre­di­bi­lità dovrebbe susci­tare?

Cri­ti­chiamo i tec­no­crati, ma un poco in quell’inganno ci siamo caduti anche noi. Come se l’alternativa si costruisse uni­ca­mente for­nendo solu­zioni tec­ni­che alter­na­tive. Quando non siamo rima­sti anco­rati a vec­chie ideo­lo­gie, ci siamo mossi nello stesso para­digma eco­no­mi­ci­sta di coloro che cri­ti­chiamo. Abbiamo perso la capa­cità di sognare, di avere davanti agli occhi un imma­gi­na­rio che indi­chi la dire­zione e di cre­dere in modo sostan­ziale e non for­male che possa diven­tare realtà, nono­stante tutto, ren­den­dosi i primi testi­moni di esso. Si tratta di susci­tare un sen­ti­mento dif­fuso, un’idealità, una con­nes­sione intima tra le per­sone e le cose, un’appartenenza comune in cui le per­sone pos­sano rico­no­scersi. Cre­dere che il para­digma domi­nante che ci ha reso oggetti e merce possa essere supe­rato signi­fica modi­fi­care radi­cal­mente la forma men­tis e le pra­ti­che della sini­stra per imper­so­nare con­cre­ta­mente que­sto cam­bia­mento. Riaf­fer­mando il pri­mato dell’umano” dei sen­ti­menti e della vita rela­zio­nale su quello del potere e dell’avere.
Il lavoro da fare è impe­gna­tivo e fati­coso per­ché implica innan­zi­tutto una messa in discus­sione del pro­prio agire. La cen­tra­lità della per­sona umana non può infatti essere rista­bi­lita a parole, ma richiede la forza della testi­mo­nianza viva, den­tro e fuori la vita e la pra­tica poli­tica di chi alla sini­stra dice di appar­te­nere. Non abbiamo biso­gno di pre­di­ca­tori della sini­stra. Ma di testi­moni appas­sio­nati e coe­renti, con un imma­gi­na­rio che li porti a guar­dare sem­pre avanti e una con­nes­sione intima con gli altri esseri umani. Gli inter­lo­cu­tori per­ce­pi­scono se parli di sini­stra, o se invece quello che ti muove è l’amore per le per­sone che sono alla base di quelle idee di ugua­glianza e dignità che la sini­stra ha da sem­pre fatto sue. Se al cen­tro c’è la per­sona, con le sue sof­fe­renze e le sue bel­lezze, e non invece l’ego nar­ci­si­sta di chi pre­tende di lot­tare in suo nome. E noi, spesso, ci siamo inna­mo­rati delle parole e delle idee, invece che delle per­sone.
I pro­blemi che ci pone que­sto pre­sente sono enormi. Essi pre­ten­dono auten­ti­cità e one­stà intel­let­tuale. Non ci viene chie­sto solo di tro­vare alter­na­tive, ma di ren­derci testi­moni viventi di un sen­ti­mento e di una pra­tica, di indi­care un imma­gi­na­rio di cui ci ren­diamo i primi rea­liz­za­tori. Se ognuno di noi, a sini­stra, risco­prirà que­sta voca­zione per­so­nale senza aspet­tare che siano altri a indi­care la via, e se pra­ti­che­remo que­sta voca­zione insieme, una grande sini­stra popo­lare forse potrà essere rico­struita. Quella in cui al cen­tro dell’attenzione non ci saranno i popu­li­sti, ma il nostro popolo. Non è mai troppo tardi per ripartire.