Quei consiglieri del Principe Fonte: il manifesto | Autore: Mauro Volpi

Riforme. Il costituzionalista Ceccanti scaglia la pietra contro le presunte incoerenze di Rodotà ma dimentica quando lui proponeva un senato eletto

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In que­sti giorni si mol­ti­pli­cano gli attac­chi con­tro i “pro­fes­sori”, accu­sati addi­rit­tura di avere bloc­cato le riforme negli ultimi trenta anni. Si tratta di una evi­dente fal­sità, sia per­ché i pro­fes­sori, e tra que­sti i costi­tu­zio­na­li­sti, hanno assunto posi­zioni diverse, fir­mando appelli e con­trap­pelli, sia per­ché le vere cause che hanno deter­mi­nato il fal­li­mento di alcune riforme stanno altrove: nelle deci­sioni di Ber­lu­sconi nel 1998 e nel 2013 e nel rigetto popo­lare espresso a larga mag­gio­ranza nel refe­ren­dum del 2006. Inol­tre la realtà dovrebbe avere inse­gnato che riforme fatte a colpi di mag­gio­ranza e con la fretta, come quella del Titolo V nel 2001 e il Por­cel­lum nel 2005, hanno pro­dotto effetti nefasti.

Ma l’attacco ai pro­fes­sori è comun­que un brutto segnale di imbar­ba­ri­mento e di volontà di imporre un pen­siero unico. La verità è che il potere poli­tico non ama essere cri­ti­cato e anzi­ché fare fronte ai pro­pri fal­li­menti, pre­fe­ri­sce pren­der­sela con chi lo cri­tica, com’è avve­nuto spesso nella nostra storia.

Per rima­nere all’Italia repub­bli­cana, senza sco­mo­dare Mus­so­lini i cui rap­porti “pro­ble­ma­tici” con il ceto intel­let­tuale sono noti, basti ricor­dare il “cul­tu­rame” attac­cato da Scelba nel 1949 (espres­sione ripresa da Bru­netta nel 2009), e le cri­ti­che all’intellettuale “dei miei sti­vali” di cra­xiana memo­ria. Quanto a Renzi, prima di met­tere sotto accusa i “pro­fes­so­roni”, non ha rispar­miato nep­pure i 42 saggi nomi­nati dal governo Letta. Così il 27 otto­bre 2013 ha affer­mato che alla com­mis­sione dei saggi era pre­fe­ri­bile «la com­mis­sione dei bischeri» e il 2 dicem­bre ha riba­dito l’inutilità dei saggi «che vanno in ritiro a Fran­ca­villa». Tutte mani­fe­sta­zioni di quel «rozzo Stil novo» di cui ha par­lato Revelli nei giorni scorsi.

Il fatto è che chi svolge una pro­fes­sione intel­let­tuale è per sua natura por­ta­tore di un pen­siero cri­tico. Ma anche chi decide di diven­tare con­si­gliere del Prin­cipe non dovrebbe mai dimen­ti­care la sua voca­zione ori­gi­na­ria e asser­virsi al potere. Sia per non smar­rire la pro­pria natura sia per­ché non con­tri­bui­rebbe affatto ad un eser­ci­zio illu­mi­nato e demo­cra­tico del potere, i cui errori sareb­bero sem­pre giu­sti­fi­cati e coperti. Pur­troppo viviamo in tempi bui nei quali imper­ver­sano i popu­li­smi e le sem­pli­fi­ca­zioni e molti lea­der pre­fe­ri­scono par­lare più alla pan­cia che alla testa del paese. La pro­po­sta gover­na­tiva di riforma del Senato ne è una dimo­stra­zione. Pare fatta non per garan­tire la coe­renza e la fun­zio­na­lità di un modello bica­me­rale dif­fe­ren­ziato, ma per rispon­dere dema­go­gi­ca­mente alla parola d’ordine della “ridu­zione dei costi”. E così viene pro­po­sto un Senato debole e infar­cito di per­sone che cumu­le­reb­bero il pro­prio man­dato con un man­dato locale, pro­prio in un momento in cui la classe poli­tica regio­nale e locale è in piena crisi e non ha dato buona prova di sé. Per giunta, iro­nia della sorte, vi sareb­bero 21 per­so­na­lità illu­stri nomi­nate dal Capo dello Stato, e quindi tra que­ste ine­vi­ta­bil­mente anche un certo numero degli odiati “professoroni”.

In que­sto clima chi dis­sente viene sco­mu­ni­cato. È capi­tato a Rodotà, accu­sato di incoe­renza per aver pro­po­sto nel 1985 l’abolizione del Senato. L’accusa è ridi­cola per­ché il dise­gno di legge da lui sot­to­scritto andava, all’opposto delle riforme Renzi, in dire­zione del raf­for­za­mento del Par­la­mento di fronte al Governo e delle garan­zie volte a limi­tare il potere della mag­gio­ranza, e si muo­veva nel con­te­sto di un sistema elet­to­rale pro­por­zio­nale. Il mini­stro Boschi si può anche capire, anche se non giu­sti­fi­care: sta stu­diando molto per fare bene il suo nuovo mestiere e non ha avuto il tempo di leg­gere il testo del 1985. Ma il costi­tu­zio­na­li­sta Cec­canti non può essere né capito né giu­sti­fi­cato. In primo luogo per­ché cono­scendo il dise­gno di legge del 1985 avrebbe dovuto coglierne la radi­cale diver­sità rispetto alle riforma pro­spet­tata da Renzi. E poi per­ché con la sua cri­tica di incoe­renza ha imboc­cato un ter­reno sci­vo­loso. Infatti negli anni scorsi ha sot­to­scritto come sena­tore due dise­gni di legge costi­tu­zio­nali, nel 2008 e nel 2012, nei quali veniva pro­po­sto un Senato com­po­sto da cit­ta­dini eletti su base regio­nale con­te­stual­mente al rin­novo dei Con­si­gli regio­nali e tito­lare di poteri più signi­fi­ca­tivi in mate­ria di leggi bica­me­rali e di potere di veto sulle leggi appro­vate dalla Camera. Quindi un Senato com­ple­ta­mente diverso da quello pro­po­sto da Renzi. Non dirò che Cec­canti ha cam­biato idea ed è incoe­rente, anche per­ché cam­biare idea è legit­timo pur­ché se ne spie­ghino le ragioni. Ma non è accet­ta­bile che chi ha scelto di soste­nere acri­ti­ca­mente il Prin­cipe di turno rivolga quelle stesse accuse, peral­tro infon­date, con­tro chi pre­fe­ri­sce svol­gere una fun­zione di cri­tica nei con­fronti del potere. Insomma la pole­mica tra pro­fes­sori dovrebbe essere impron­tata ad uno spi­rito diverso: la ricerca del con­fronto cri­tico e il rispetto reci­proco. Di ciò i tito­lari del potere poli­tico che voles­sero agire con sag­gezza non potreb­bero che avvantaggiarsi.

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