Giornata mondiale dei Rom. Amnesty: “L’Europa non li protegge dal razzismo” | Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

Ieri è stata la Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti, istituita dall’ONU nel 1979 per commemorare l’8 aprile 1971, data in cui per la prima volta si riunirono a livello internazionale rappresentanti delle comunità rom, costituendo così la “Romani Union”, la prima associazione mondiale dei Rom. In quella occasione scelsero di definirsi “Rom” e non “zingari”, termine considerato dispregiativo.In Europa i Rom e i Sinti sono tra i 10 e i 12 milioni, in Italia sono circa 170 mila, ossia lo 0,3% della popolazione (in Romania sono 2 milioni e mezzo e in Spagna 800 mila). Si tratta per la maggior parte di cittadini italiani, presenti sul territorio dal 1400, e in parte di immigrati in regola, arrivati di recente, in ondate successive, da ex-Jugoslavia, Romania e Bulgaria.

Diversi studi scientifici evidenziano che il nomadismo ormai coinvolge solo il 3% dei rom, mentre la maggior parte di loro, a causa anche del fallimento delle politiche di inclusione sociale della popolazione rom in Italia, attualmente vive emarginata in “campi attrezzati”, creati e gestiti con denaro pubblico attraverso cooperative scelte dalle amministrazioni locali sulla base di contratti. I campi sono per lo più lontani dai centri abitati, dalle scuole e dai posti di lavoro. E sono anche piuttosto onerosi per le amministrazione pubbliche: una ricerca di Lunaria ha calcolato che, nella sola città di Roma, la gestione dei campi nomadi sia costata al contribuente 86 milioni di euro tra il 2005 e il 2011. Soldi che invece potrebbero essere usati in maniera più fruttuosa per integrare i residenti dei campi tramite supporti all’impiego, all’abitazione e alla scolarizzazione.

In molti paesi europei esistono quartieri ghetto, ma in nessun stato membro Ue vi sono villaggi creati dalle istituzioni appositamente per concentrarvi persone appartenenti a una singola etnia, per segregare le persone in base alla razza, costringendole a risiedere in baracche o container che nulla hanno a che vedere con abitazioni vere e proprie.

La discriminazione dei rom – nonostante gli obblighi internazionali e comunitari in tutela dei loro diritti, e i fondi strutturali stanziati dalla Ue contro la discriminazione su base etnica -, non solo nel nostro Paese, è all’ordine del giorno: razzismo, pregiudizi, paure ingiustificate e ignoranza comportano violenze, allarmismi e ghettizzazione di queste persone, allontanandone l’integrazione nella società. Ed è proprio questa “discriminazione sistematica e radicata” nei confronti delle comunità rom in Europa che viene denunciata da Amnesty International nel suo rapporto: “Chiediamo giustizia. L’Europa non protegge i rom dalla violenza razzista”, diffuso – non a caso – proprio nella giornata di oggi. Secondo l’organizzazione internazionale, gli stati europei non solo non stanno contrastando, ma addirittura in alcuni casi alimentano la discriminazione, le intimidazioni e le violenze nei confronti dei rom. “In Europa, negli ultimi anni, vi è stata una rilevante crescita della violenza anti-rom. La risposta a questo fenomeno allarmante è stata clamorosamente inadeguata. È inaccettabile che nell’Europa moderna di oggi le comunità rom debbano vivere sotto la costante minaccia della violenza e di attacchi simili ai pogrom (termine utilizzato in riferimento a tutti gli episodi di violenza, danni materiali, massacri e persecuzioni a sfondo etnico-razziale, n.d.r.) ” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Il rapporto prende in esame gli episodi più gravi di violenza e intimidazione compiute da rappresentanti dello stato e da comuni cittadini in Europa ai danni dei rom negli ultimi anni: in Repubblica Ceca nel 2013, dove gruppi di estrema destra hanno organizzato proteste anti-rom in decine di città e villaggi di tutto il paese, ricorrendo a sistematiche intimidazioni e marce a scadenza regolare nei confronti delle comunità rom. In Francia, dove la sera del 22 novembre 2011 a Marsiglia la polizia fece irruzione nell’insediamento informale vicino alla chiesa di St. Martin d’Arenc per eseguire lo sgombero forzato di dieci famiglie rom, lanciando lacrimogeni dentro le tende dove i bambini stavano dormendo, per poi distruggerle insieme ad altri effetti personali. Generalmente, i migranti rom di Marsiglia non denunciano i casi di intimidazione e di violenza perché non hanno fiducia nella polizia e temono ulteriori conseguenze. In Grecia, dove il 4 gennaio 2013 una settantina di persone lanciarono bombe molotov, pietre e travi di legno contro le abitazioni dei rom, nell’indifferenza della polizia. “In molti casi, le autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico non impediscono gli attacchi razzisti e non garantiscono che il movente di odio sia indagato adeguatamente e che gli autori di tali attacchi siano portati di fronte alla giustizia”, ha lamentato Dalhuisen.

“Troppo spesso i leader europei si mostrano compiacenti verso i pregiudizi che alimentano la violenza contro i rom, definendoli persone asociali e indesiderate. Se da un lato, in generale, condannano i più gravi episodi di violenza contro i rom, dall’altro le autorità sono riluttanti a riconoscerne l’effettiva dimensione e sono lenti a contrastarla. Da parte sua, l’Unione europea si è mostrata restia a contestare agli stati membri la sistematica e fin troppo evidente discriminazione nei confronti dei rom” – ha commentato Dalhuisen. “L’Unione europea ha un complesso legislativo a sua disposizione per assicurare che la violenza discriminatoria e la discriminazione in quanto tale siano contrastate. Tuttavia la Commissione europea, che ha il compito di supervisionare l’applicazione della legislazione comunitaria negli stati membri, non si è ancora impegnata in un’azione chiara e decisiva per affrontare la violenza e la discriminazione nei confronti dei rom all’interno degli stati membri.”

Amnesty International chiede ai governi nazionali e all’Unione europea un impegno visibile e tangibile per sradicare il flagello della discriminazione, dell’intolleranza e della violenza contro i rom nel continente.

Anche in Italia, dove nonostante la legge Mancino-Reale tuteli le persone vittima di crimini di odio per motivi etnici e di razza, molto resta da fare per prevenire e rafforzare la tutela dei rom e non solo.

In mattinata il presidente della Camera Laura Boldrini ha ricevuto una delegazione di giovani rom, e il Comune di Roma nel pomeriggio ha organizzato una tavola rotonda nella Sala della Piccola Protomoteca alla quale hanno partecipato, oltre a esponenti della Giunta Regionale e comunale, rappresentanti di associazioni impegnate nell’integrazione della comunità rom e sinti. Ed è proprio in questa ricorrenza che la “Federazione Roma e Sinti Insieme” ha lanciato la campagna nazionale per la raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare per il riconoscimento giuridico della minoranza linguistico-culturale dei Rom e Sinta italiana.

Il 4 aprile scorso invece, un gruppo di associazioni e organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani della comunità rom di Roma ha scritto al sindaco Ignazio Marino chiedendo di fermare la segregazione abitativa dei rom nei campi autorizzati e che le risorse economiche destinate al rifacimento del “villaggio attrezzato” di via della Cesarina siano investite in progetti per la realizzazione del diritto a un alloggio adeguato e l’inclusione sociale per le famiglie rom attualmente accolte nel centro di accoglienza: “Best House Rom” e per le famiglie non rom in condizione di disagio abitativo.”Le violazioni dei diritti umani dei rom da parte delle autorità italiane, incluse quelle di Roma, continuano: sgomberi forzati, segregazione in campi in condizioni abitative gravemente inadeguate ed esclusione dall’edilizia residenziale pubblica stanno proseguendo sotto l’amministrazione del sindaco Marino”, ha ricordato lo stesso Dalhuisen.”Amnesty International aveva auspicato un cambio di rotta da parte della giunta Marino dopo gli anni del “Piano Nomadi” della giunta Alemanno. Lo scorso ottobre avevamo accolto con favore l’impegno della giunta Marino a ritirare misure chiaramente discriminatorie nei confronti delle famiglie rom residenti nei campi autorizzati nell’accesso alle case popolari, ma ad oggi il sindaco Marino non ha mantenuto quegli impegni né ha risposto alla nostra lettera del 14 febbraio scorso, in cui esprimevamo profondo rammarico per il fatto che la graduatoria per l’assegnazione delle case popolari riferita al bando pubblico del 31 dicembre 2012 non fosse stata ancora pubblicata e che l’attribuzione del punteggio a ciascuna domanda venisse ancora compiuta in applicazione dei criteri previsti nella circolare del dipartimento Politiche abitative del 18 gennaio 2013. Insieme ad Amnesty International, anche il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks aveva evidenziato il carattere discriminatorio di quella delibera, che impedisce ai rom residenti nei campi autorizzati di veder riconosciuto il proprio stato abitativo gravemente disagiato e dunque riduce enormemente le loro probabilità di vedersi assegnata una casa popolare”, ha proseguito Dalhuisen.

“Chiediamo al sindaco Marino anche di fare chiarezza su come intenda impiegare i fondi recentemente messi a disposizione dalla Regione Lazio per la cosiddetta ‘emergenza abitativa’.

Non possiamo accettare che quest’operazione ancora una volta si concluda con l’esclusione delle famiglie rom residenti nei campi, oltre che di altri cittadini che hanno fatto domanda per un alloggio residenziale pubblico in base alla graduatoria del 31 dicembre 2012”, ha concluso Dalhuisen. A Roma, nell’ambito di una grave emergenza abitativa dovuta alla scarsa disponibilità di alloggi pubblici, dei 50.000 nuclei familiari che vivono nelle case popolari della capitale gestite dall’Ater solo lo 0,02 % è costituito da rom, sebbene i rom costituiscano oltre lo 0,2 % della popolazione totale della città.

Tav, da ieri è legge. Prc:”Un abominio”. Dosio: “Distanza da paese reale”. Sel: “Pieno di amianto” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La ratifica dell’accordo tra Italia e Francia per la Torino-Lione ad alta velocita’ e’ legge. Il voto decisivo (173 si’, 50 no e quattro astenuti) ieri al Senato, con dure contestazioni del Movimento 5 Stelle. Con l’ok del Senato, la Tav “e’ una realta’ dalla quale non si torna indietro”, sottolinea Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. L’accordo, firmato dai governi francese ed italiano il 30 gennaio 2012, riguarda la ‘sezione transnazionale’ della Torino-Lione, il tratto con i 57 km della maxi-galleria che colleghera’ le nuove stazioni internazionali di Saint Jean-de-Maurienne, nell’omonima valle transalpina, e Susa (Torino).
Il via ai lavori di scavo del megatunnel tra le valli della Maurienne e di Susa, e’ previsto all’inizio del 2016. A settembre di quest’anno si aprira’ la procedura per il contributo europeo: la Ue dovrebbe arrivare alla quota massima del finanziamento, il 40%. La decisione e’ attesa nel febbraio 2015.
Nel frattempo, al cantiere di Chiomonte, in Valle di Susa, e’ stata completato in queste ore il montaggio del nastro che trasporta all’esterno le rocce scavate. La talpa, dopo una sosta di qualche giorno, torna a scavare da 508 metri. Dovra’ lavorare per altri 7 km, ma secondo i responsabili del cantiere lo scavo potrebbe terminare a fine 2015.
Le contestazioni alla Tav, pero’, non si fermano, neppure sul fronte politico: “La Torino-Lione – sostengono i senatori del M5S – costera’ 700 milioni di euro all’anno per 12 treni al giorno, mentre per farla andare a pareggio ne dovrebbero passare 350″.
Sul pericolo veleni, Massimo Cervelli, senatore di Sel, chiede che vengano acquisiti e valutati con attenzione i dati, in quanto riportano la presenza di uranio e amianto in valori superiori ai livelli consentiti”. “Il voto di oggi in Senato dimostra ancora una volta come il Palazzo sia lontano anni luce dai reali bisogni del Paese – commenta Nicoletta Dosio, valsusina, volto noto della protesta e candidata alle Europee nella lista Tsipras – il cantiere di cui parla il ministro Lupi e’ un luogo di morte, in cui pochi, grandi, sporchi interessi distruggono risorse umane e ambientali, dilapidano il pubblico denaro, negano il diritto ad un presente decente e ad un futuro vivibile per tutti”. Paolo Ferrero, segretario del Prc, parla di ”abominio”. Mentre Trenitalia taglia gli intercity, i pendolari viaggiano in condizioni indegne di un paese civile, la gente non arriva alla fine del mese e lo Stato si permette di buttare miliardi cosi’! Per un’opera inutile, dannosa e che la popolazione non vuole, giustamente”.

Quei consiglieri del Principe Fonte: il manifesto | Autore: Mauro Volpi

Riforme. Il costituzionalista Ceccanti scaglia la pietra contro le presunte incoerenze di Rodotà ma dimentica quando lui proponeva un senato eletto

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In que­sti giorni si mol­ti­pli­cano gli attac­chi con­tro i “pro­fes­sori”, accu­sati addi­rit­tura di avere bloc­cato le riforme negli ultimi trenta anni. Si tratta di una evi­dente fal­sità, sia per­ché i pro­fes­sori, e tra que­sti i costi­tu­zio­na­li­sti, hanno assunto posi­zioni diverse, fir­mando appelli e con­trap­pelli, sia per­ché le vere cause che hanno deter­mi­nato il fal­li­mento di alcune riforme stanno altrove: nelle deci­sioni di Ber­lu­sconi nel 1998 e nel 2013 e nel rigetto popo­lare espresso a larga mag­gio­ranza nel refe­ren­dum del 2006. Inol­tre la realtà dovrebbe avere inse­gnato che riforme fatte a colpi di mag­gio­ranza e con la fretta, come quella del Titolo V nel 2001 e il Por­cel­lum nel 2005, hanno pro­dotto effetti nefasti.

Ma l’attacco ai pro­fes­sori è comun­que un brutto segnale di imbar­ba­ri­mento e di volontà di imporre un pen­siero unico. La verità è che il potere poli­tico non ama essere cri­ti­cato e anzi­ché fare fronte ai pro­pri fal­li­menti, pre­fe­ri­sce pren­der­sela con chi lo cri­tica, com’è avve­nuto spesso nella nostra storia.

Per rima­nere all’Italia repub­bli­cana, senza sco­mo­dare Mus­so­lini i cui rap­porti “pro­ble­ma­tici” con il ceto intel­let­tuale sono noti, basti ricor­dare il “cul­tu­rame” attac­cato da Scelba nel 1949 (espres­sione ripresa da Bru­netta nel 2009), e le cri­ti­che all’intellettuale “dei miei sti­vali” di cra­xiana memo­ria. Quanto a Renzi, prima di met­tere sotto accusa i “pro­fes­so­roni”, non ha rispar­miato nep­pure i 42 saggi nomi­nati dal governo Letta. Così il 27 otto­bre 2013 ha affer­mato che alla com­mis­sione dei saggi era pre­fe­ri­bile «la com­mis­sione dei bischeri» e il 2 dicem­bre ha riba­dito l’inutilità dei saggi «che vanno in ritiro a Fran­ca­villa». Tutte mani­fe­sta­zioni di quel «rozzo Stil novo» di cui ha par­lato Revelli nei giorni scorsi.

Il fatto è che chi svolge una pro­fes­sione intel­let­tuale è per sua natura por­ta­tore di un pen­siero cri­tico. Ma anche chi decide di diven­tare con­si­gliere del Prin­cipe non dovrebbe mai dimen­ti­care la sua voca­zione ori­gi­na­ria e asser­virsi al potere. Sia per non smar­rire la pro­pria natura sia per­ché non con­tri­bui­rebbe affatto ad un eser­ci­zio illu­mi­nato e demo­cra­tico del potere, i cui errori sareb­bero sem­pre giu­sti­fi­cati e coperti. Pur­troppo viviamo in tempi bui nei quali imper­ver­sano i popu­li­smi e le sem­pli­fi­ca­zioni e molti lea­der pre­fe­ri­scono par­lare più alla pan­cia che alla testa del paese. La pro­po­sta gover­na­tiva di riforma del Senato ne è una dimo­stra­zione. Pare fatta non per garan­tire la coe­renza e la fun­zio­na­lità di un modello bica­me­rale dif­fe­ren­ziato, ma per rispon­dere dema­go­gi­ca­mente alla parola d’ordine della “ridu­zione dei costi”. E così viene pro­po­sto un Senato debole e infar­cito di per­sone che cumu­le­reb­bero il pro­prio man­dato con un man­dato locale, pro­prio in un momento in cui la classe poli­tica regio­nale e locale è in piena crisi e non ha dato buona prova di sé. Per giunta, iro­nia della sorte, vi sareb­bero 21 per­so­na­lità illu­stri nomi­nate dal Capo dello Stato, e quindi tra que­ste ine­vi­ta­bil­mente anche un certo numero degli odiati “professoroni”.

In que­sto clima chi dis­sente viene sco­mu­ni­cato. È capi­tato a Rodotà, accu­sato di incoe­renza per aver pro­po­sto nel 1985 l’abolizione del Senato. L’accusa è ridi­cola per­ché il dise­gno di legge da lui sot­to­scritto andava, all’opposto delle riforme Renzi, in dire­zione del raf­for­za­mento del Par­la­mento di fronte al Governo e delle garan­zie volte a limi­tare il potere della mag­gio­ranza, e si muo­veva nel con­te­sto di un sistema elet­to­rale pro­por­zio­nale. Il mini­stro Boschi si può anche capire, anche se non giu­sti­fi­care: sta stu­diando molto per fare bene il suo nuovo mestiere e non ha avuto il tempo di leg­gere il testo del 1985. Ma il costi­tu­zio­na­li­sta Cec­canti non può essere né capito né giu­sti­fi­cato. In primo luogo per­ché cono­scendo il dise­gno di legge del 1985 avrebbe dovuto coglierne la radi­cale diver­sità rispetto alle riforma pro­spet­tata da Renzi. E poi per­ché con la sua cri­tica di incoe­renza ha imboc­cato un ter­reno sci­vo­loso. Infatti negli anni scorsi ha sot­to­scritto come sena­tore due dise­gni di legge costi­tu­zio­nali, nel 2008 e nel 2012, nei quali veniva pro­po­sto un Senato com­po­sto da cit­ta­dini eletti su base regio­nale con­te­stual­mente al rin­novo dei Con­si­gli regio­nali e tito­lare di poteri più signi­fi­ca­tivi in mate­ria di leggi bica­me­rali e di potere di veto sulle leggi appro­vate dalla Camera. Quindi un Senato com­ple­ta­mente diverso da quello pro­po­sto da Renzi. Non dirò che Cec­canti ha cam­biato idea ed è incoe­rente, anche per­ché cam­biare idea è legit­timo pur­ché se ne spie­ghino le ragioni. Ma non è accet­ta­bile che chi ha scelto di soste­nere acri­ti­ca­mente il Prin­cipe di turno rivolga quelle stesse accuse, peral­tro infon­date, con­tro chi pre­fe­ri­sce svol­gere una fun­zione di cri­tica nei con­fronti del potere. Insomma la pole­mica tra pro­fes­sori dovrebbe essere impron­tata ad uno spi­rito diverso: la ricerca del con­fronto cri­tico e il rispetto reci­proco. Di ciò i tito­lari del potere poli­tico che voles­sero agire con sag­gezza non potreb­bero che avvantaggiarsi.

Def, i sindacati si accorgono finalmente che c’è il blocco dei contratti del pubblico impiego fino al 2020 Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“E’ fondamentale che il governo trovi le risorse per i contratti del pubblico impiego. Quale statista chiede aiuto ai lavoratori per rivedere la spesa e poi dimentica il giusto diritto ad un rinnovo?”. Anche se con un giorno buono di ritardo (ieri controlacrisi ha pubblicato la protesta dei Cobas), i segretari generali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa, Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili, si sono accorti che il Def contiene il blocco dei contratti pubblici. E in una nota congiunta chiedono al Governo Renzi “un chiarimento immediato”.

Il Def prevede “l’attribuzione dell’indennità di vacanza contrattuale riferita al triennio contrattuale 2018-2020”. I contratti erano già fermi dal 2010 e il governo Letta aveva deciso un’ulteriore proroga del blocco al 2017. Adesso per effetto del Documento di economia e finanza del governo Renzi potrebbero rimanere congelati per altri 3 anni. Nella versione definitiva del Def trasmessa al Parlamento non è previsto quindi nessuno stanziamento per il rinnovo contrattuale. “La spesa per redditi da lavoro dipendente delle amministrazioni pubbliche – si legge – è stimata diminuire dello 0,7 per cento circa per il 2014, per poi stabilizzarsi nel triennio successivo e crescere dello 0,3 per cento nel 2018, per effetto dell’attribuzione dell’indennità di vacanza contrattuale riferita al triennio contrattuale 2018-2020”. Viene confermato anche il blocco del turn over fino al 2017.
“Un ulteriore blocco sarebbe inaccettabile – scrivono i sindacati – e – aggiungono – la nostra risposta non si farebbe attendere”. “I Def hanno sempre colpevolmente omesso la programmazione delle risorse per le retribuzioni del pubblico impiego. Il punto e’ che quelle risorse vanno trovate”, prosegue la nota. “Le lavoratrici e i lavoratori delle pubbliche amministrazioni – viene ricordato – hanno gia’ subito una lunga pausa, perso una parte consistente del loro potere d’acquisto e adesso il famoso differenziale tra pubblico e privato non puo’ essere piu’ utilizzato come un’arma”.
“Rinnoviamo il nostro appello al Governo affinche’ affronti la riforma della pubblica amministrazione e il riordino dei servizi ai cittadini, a partire dalla valorizzazione del lavoro pubblico. Pretendere che gli stessi lavoratori a cui si chiede uno sforzo di modernizzazione ed efficientamento producano risultati mentre si impoveriscono e continuano a veder negate aspettative basilari come un rinnovo di contratti e’ un’inutile ingiustizia alla quale in caso di conferme – concludono i quattro sindacalisti di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa – ci opporremo con tutti i mezzi a nostra disposizione”

Il sogno della Fiom: democrazia e partecipazione per vincere la sfida. L’intervento di Landini al congresso | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

A Rimini ha preso il via il congresso della Fiom. Un appuntamento molto atteso, soprattutto per quanto riguarda lo spinoso e difficile dibattito interno. Dalle prime avvisaglie si capisce che l’assise di maggio della Cgil sarà un appuntamento da non mancare. Mace n’è anche per il Governo. “#Matteo non stare sereno”: e’ il messaggio lanciato dal segretario generale al presidente del Consiglio poco prima di salire sul palco congressuale. “Se potessi mandare un messaggio, come adesso si fa con Twitter – dice – mi sentirei di dire al presidente del Consiglio :”#Matteo non stare sereno, perche’ noi alle nostre richieste non rinunciamo e non ce ne faremo una ragione”.

La relazione di Landini parte con un affondo contro la Cgil, responsabile di aver cambiato la natura del congresso facendo prevalere una logica autoritaria,e bluffando addirittura sui numeri. Il punto è il voto sugli emendamenti. I dati che Landini presenta sono molto diversi da quelli della Cgil. In pratica, alla Fiom risulta che i cinque testi presentati pur sempre all’interno del documento di maggioranza hanno ottenuto nelle altre categorie una percentuale tra il 32 e il 46%. Da Corso d’Italia fanno invece sapere che il rane è tra il 7% e il 23%. Illeader della Fiom va giu duro: “Operazione truffaldina, mortificazione del pluralismo della nostra organizzazione”. Ma non è finita qui, quei numeri, secondo la Fiom, dicono anche dell’altro. Ed è il nodo della partecipazione visto che i documenti sono stati votati da meno del 16,5% degli iscritti in Cgil. “La forma congresso è superata,non serve più a nessuno. Né a partecipare né a parlare con la società”. “La Cgil al contrario – sottolinea Landini – ha bisogno di aprirsi e allargare la rappresentanza e cambiare le pratiche di funzionamento. Una sfida decisiva per il nostro destino. Non si può pensare di ‘mantenere le posizioni’ o adeguarsi ai cambiamenti in corso. Dobbiamo misurarci e essere in grado di proporre delle soluzioni alternative. Se rimaniamo fermi per conservare noi stessi impauriti ci porta verso una lenta agonia e rischia di essere un suicidio. Superare la logica della riduzione del danno aspettando tempi migliori. Stiamo vivendo una crisi di rappresentanza esplicita”. Una requisitoria molto dura, che ha però il pregio della verità e della trasparenza. Una analisi impietosa che via via si estende alla crisi e alla necessità di accettare la sfida, “per cambiare il Paese”. Lo strumento? La scelta dello stare insieme con giustizia, ovvero del sindacato. Solo così è possibile rimanere fedeli ai valori della libertà e dell’uguaglianza. “Non c’è più niente da conservare se non la natura confederale del sindacato, ovvero ‘insieme con giustizia’”.

La crisi divide, e i governi non aiutano, a cominciare dai vincoli europei. Il punto è che l’austerity non lascia più spazio agli investimenti. “La vera battaglia da lanciare è far assumere la piena occupazione che non può venire perseguita se non attraverso nuove politiche pubbliche”. LaFiom fa le sue proposte: riforma della banca centrale europea; per consentirle l’emissione di eurobond e il perseguimento della crescita, con un operato sottoposto al puntello del Parlamento europeo; riforma fiscale; riforma del sistema finanziario; politiche industriali rispettose dell’ambiente e con una idea diversa di rapporto con il territorio e le città. Una idea di società che rimette al centro la politica economica e non l’austerità, né la conservazione dell’esistente. Lontano anni luce dal comportamento servile di alcuni ministri alla Fiat. “Un tema, quello della Fiat, che deve toranre centrale per impedire che Termini Imerese chiuda e trovarci con gli altri siti nel futuro di fronte ai problemi”. A maggio novità dalla Fiat? “Bene,ma quanto si produrrà in Italia? Se fai sei milioni di auto nel mondo più di un milione devono essere prodotti dall’Italia”.

Insomma, se si vuole cambiare veramente, nell’interesse degli ultimi, bisogna superare le barriere accettando la sfida. La prospettiva del sindacato europeo nelle parole di Landini sembra davvero meno rituale. Così come sul piano nazionale, un contratto nazionale dell’industria. Landini pensa alle divisioni sindacale di questi anni  e alla neccessità di tornare a fare il sindacato che davvero promuove l’unità dei lavoratori. Del resto è l’unico strumento rimasto di fronte a un sistema delle imprese che accentrano le decisioni, promuovono la concorrenza tra i lavoratori e distruggono i contrati nazionali. Un sindacato europeo che abbia fermi i seguenti obiettivi: salario minimo, orario di lavoro, lotta alla precarietà, voto dei lavoratori e democrazia partecipativa.

“La Fiom non ha mai smesso di sognare né di difendere le proprie idee”, dice Landini ricordando Pio Galli. “La sua esperienza ci parla”, aggiunge. “Il ruolo di Pio fu fondamentale per rinnovare il sindacato”. Ma soprattutto nello gestire la gloriosa epoca unitaria dell’Flm.

La crisi e le colpe dei socialisti europei | Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Nicola Melloni

L’inizio della crisi, nel 2007, era avvenuto in un contesto politico europeo dominato dalla destra. In Spagna e Regno Unito i governi progressisti furono velocemente rovesciati dall’elettorato, mentre in Germania e Francia i conservatori la facevano da padroni. In Grecia ed Italia, poi, l’emergenza economica portò all’emergenza politica con la creazione di governi tecnocratici. La risposta alla crisi, dunque, fu dominata da politiche conservatrici e liberali, fedeli al credo monetarista e basate su rigore fiscale e centralità del mercato. Una risposta in tutto e per tutto simile a quella di Herbert Hoover, e della gran parte dei suoi colleghi europei, alla crisi del ’29, in un contesto istituzionale diverso ma, in realtà, comparabile. Se il regime finanziario internazionale di allora era caratterizzato dal Gold Standard, quello presente, in Europa, è costituito da Bce, Commissione europea, ed Unione Monetaria. Uno svuotamento cioè delle funzioni dei Parlamenti nazionali, o meglio, una prevalenza chiara di un certo tipo di scienza economica sulla democrazia – piegata ai diktat dei “mercati ci chiedono”, alla centralità di debito e deficit rispetto alla disoccupazione e alla produzione, ai meccanismi automatici di riequilibrio dei disavanzi commerciali attraverso recessioni auto-indotte (dall’austerity).

Negli ultimi anni, però, il panorama politico è cambiato, con la vittoria di Hollande e poi con la formazione di un governo squisitamente politico come quello di Renzi. Eppure, continua clamorosamente a mancare una risposta di sinistra, di alternativa politica ed economica al mainstream neoliberale – quella risposta keynesiana, socialista o, che più in generale mettendo al centro della politica economica la domanda, il lavoro, il salario, aveva sconfitto la Grande Crisi. La sinistra, in effetti, aveva abbandonato quelle idee e programmi già da una trentina d’anni, a cominciare non da Blair e Schroeder ma da Mitterand già nel 1983, senza dimenticare l’austerity anticipata dei vari governi Prodi in Italia. Eppure, quella sbornia neo-liberista denunciata da D’Alema qualche anno fa sembra lungi dall’essere passata. Anche davanti ad una crisi economica di portata storica, i socialisti europei si sono contraddistinti per un atteggiamento ultra-passivo rispetto alla risposta conservatrice data alla crisi. Il rigore finanziario è stato sposato e difeso a spada tratta, un po’ sotto la pressione dello spread, un po’ per convinzione e mancanza di riferimenti economico-culturali alternativi.

In realtà nel mondo accademico un forte movimento di rigetto dell’austerity c’è stato, ma non ha mai trovato nessun vero spazio nelle stanze dei bottoni del Pse.

Socialisti e conservatori non sono chiaramente totalmente assimilabili, ma le decisioni – senza dibattito – sulla politica economica sono state demandate a Bruxelles mentre nell’arena politica nazionale si discute di temi importanti quali il salario minimo (la Spd in Germania) o quali tipo di tagli al welfare (nel Regno Unito) senza per questo portare ad un generale ripensamento dei cardini della politica economica. Anzi, tanto i socialdemocratici tedeschi che i laburisti inglesi hanno fatto di tutto per accreditarsi come “responsabili”, per chiarire al di là di qualsiasi ragionevole dubbio che l’austerity non sarebbe stata toccata in caso di cambiamento della maggioranza di governo.

In Francia, dove i socialisti sono andati in effetti al potere, questo trend è stato ancora più evidente: Hollande è stato eletto come alfiere di un’altra Europa, ma una volta all’Eliseo ha abbracciato subito il dogma dei conti in ordine. In un primo momento si è cercato di contrastare l’austerity alzando le tasse, salvo poi, negli ultimi mesi, rilanciare l’abbassamento delle stesse, e i tagli alla spesa pubblica. Giustificando il tutto con il (neo)classico “l’offerta crea la domanda”, l’articolo di fede dei neo-lib, che sancisce infine la perfetta comunanza tra conservatori e socialisti, con il pensiero unico economico che diventa pensiero unico politico – quello che in fondo era il leit motif del tutt’altro che morto Washington Consensus (*).

In Italia, ovviamente, la storia si è ripetuta. Il Pd non è certo uscito dal paradigma liberale: ha sostenuto un governo tecnocratico come quello di Monti, ha votato fiscal compact e pareggio di bilancio in Costituzione e continua a predicare il rigore e il rispetto degli impegni europei. Si parla tanto di sviluppo e crescita, ma nulla o quasi è stato fatto in questo senso. D’altronde il responsabile economico del PD, Filippo Taddei, già in passato si era distinto per definire l’austerity un falso problema – le riforme e non la politica economica sono la risposta alla crisi. Questa vulgata è aumentata esponenzialmente con l’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi. La politica economica è stata ignorata, con vari giri di valzer sul limite del 3% per il deficit, prima denunciato in patria, e poi santificato a Berlino. Ed in visita nelle varie cancellerie dell’Europa, da Parigi a Londra, Renzi ha fatto il giro delle 7 chiese (e mercati) dichiarando di rifarsi ogni volta a modelli politici diversi ma che in comune hanno l’allergia a spesa pubblica e politiche anti-cicliche. Le cosiddette novità di Renzi sono, appunto, nelle riforme, che nulla hanno a che fare con la scelta di paradigmi economici differenti da modelli mainstream di rigore. A più riprese il Premier si è detto indignato per la disoccupazione galoppante, che dovrebbe essere risolta da una nuova contrattualistica, rimanendo dunque in un ottica che nega qualsiasi ruolo alla domanda – facilitiamo gli investimenti dando più libertà/meno costi agli imprenditori, e, come per magia, la disoccupazione calerà. Senza neanche entrare nel merito – o meglio, nei demeriti – del jobs act, la filosofia del supply side rimane assolutamente immutata.

In realtà una piccola concessione all’importanza della domanda c’è stata, con l’incremento promesso in busta paga per i redditi medio-bassi. Il Pd l’ha presentata come una rivoluzione copernicana, e Taddei è andato a tutti i talk show per spiegare che il Pd mette il lavoro al centro della politica e dell’economia. Ma un partito che rifiuta in via di principio politiche keynesiane, che rimane guardiano dei conti in ordine, che chiede al mercato – con disoccupazione e riduzione dei salari – di risolvere le proprie crisi, nega in fieri un ruolo centrale per il lavoro. La piena occupazione rimane tabù, mentre la stella polare rimane il mercato che si auto-regola, l’utopia del liberismo sfrenato denunciata da Polanyi commentando la crisi del ‘29. A differenza di allora, però, il dibattito sulla politica economica – che è forse il contenuto principale della democrazia – è stato espulso dalla dialettica politica cancellando qualsiasi possibile risposta di sinistra alla crisi. Cancellando però, allo stesso tempo, qualsiasi ruolo politico significativo per la sinistra stessa.

(*) Basta qui ricordare le parole di Williamson – cui tuttora dobbiamo la definizione di Washington Consensus, secondo cui: “It would be ridiculous to argue that as a matter of principle every conceivable point of view should be represented by a mainstream political party. No one feels that political debate is constrained because no party insists that the Earth is flat…. The universal convergence [of economic policies] seems to me to be in some sense the economic equivalent of these (hopefully) no-longer-political issues.” (Williamson, J. (1993). “Democracy and the Washington Consensus.” World Development 21(8), p. 1330)