Pd, fermate il ddl senato. Ce lo chiede l’Anpi Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi

Il caso. I partigiani: un’iniziativa nei giorni della Liberazione. Il presidente Smuraglia: «Si va verso una grave riduzione della democrazia»

SENATO

Nel giorno in cui l’emerito pre­si­dente della Corte Costi­tu­zio­nale Gustavo Zagre­bel­sky, tra i prin­ci­pali pro­mo­tori dell’appello di alcuni costi­tu­zio­na­li­sti con­tro «la svolta auto­ri­ta­ria» con­te­nuta nelle riforme, sulla Stampa abbassa i toni e atte­nua la con­trap­po­si­zione con il pre­si­dente del con­si­glio («Forse l’appello è stato tran­chant», ammette il fon­da­tore di Libertà e giu­sti­zia), con­tro il ddl costi­tu­zio­nale cade un’altra tegola. Sta­volta non è colpa dei i «pro­fes­so­roni», dei «par­ruc­coni», del «mani­polo di intel­let­tuali», per dirla con le parole di Renzi e dei suoi.

Sta­volta a dire no è l’associazione nazio­nale dei par­ti­giani. La stessa che, sarà bene ricor­darlo, lo scorso 12 otto­bre 2013 aveva deciso di non par­te­ci­pare al cor­teo «La via mae­stra» orga­niz­zata con­tro la modi­fica dell’art.138 da Rodotà, Car­las­sare, Don Ciotti, lo stesso Zagre­bel­sky e Mau­ri­zio Lan­dini. Per non par­te­ci­pare a una mani­fe­sta­zione divi­siva, era stata la moti­va­zione, in una bat­ta­glia (con­tro quella riforma) che «non può essere solo di una parte dei cit­ta­dini, ma dev’essere la più estesa e con­di­visa pos­si­bile, anche per l’eventualità che alla fine si debba ricor­rere al refe­ren­dum». La mani­fe­sta­zione fu ster­mi­nata, e la sini­stra del Pd, che allora soste­neva un governo di lar­ghe intese con Ber­lu­sconi, si fece scudo di que­sta posi­zione e non par­te­cipò. Gli unici dem che anda­rono in piazza furono Pippo Civati e Laura Pup­pato (poi quest’ultima votò a favore della riforma). Poi Ber­lu­sconi ruppe con il governo Letta e mandò per aria l’iter delle riforme, per la quarta volta dai tempi della Bica­me­rale.
Sta­volta sospetti di ’par­ti­tini’ (infon­dati, si rive­la­rono poi) non ce n’è. E così ieri il pre­si­dente par­ti­giano Carlo Smu­ra­glia (già avvo­cato, mem­bro del Csm e tre volte sena­tore Ds, non­ché com­bat­tente nel Corpo Ita­liano di Libe­ra­zione, Divi­sione Cre­mona, ottava armata) si è deci­sa­mente messo di tra­verso sulla strada delle riforme tar­gate Renzi, schie­rando tutto il pre­sti­gio della sua asso­cia­zione. Spiega Smu­ra­glia: il ddl sul senato, in com­bi­nato dispo­sto con la legge elet­to­rale che a sua volta «irro­bu­sti­sce i poteri del pre­si­dente del Con­si­glio e del governo», va verso «un’ulteriore e grave ridu­zione dei mar­gini di demo­cra­zia, che subi­scono da tempo una lenta ma pro­gres­siva ero­sione e che, invece, noi con­si­de­riamo intan­gi­bili, alla luce dei prin­cipi e dei valori costituzionali».

Se non siamo alla «la svolta auto­ri­ta­ria» poco ci manda. «Non vogliamo con­ser­vare l’esistente a tutti i costi», sot­to­li­nea Smu­ra­glia, che è favo­re­vole alla fine del bica­me­ra­li­smo per­fetto, pro­blema che però «può essere risolto in molti modi, sce­gliendo fra i tanti modelli esi­stenti, ma rispet­tando la linea costi­tu­zio­nale di valo­riz­za­zione del par­la­mento, in quanto rap­pre­sen­tante diretto della volontà popolare».

Non sarà solo una dichia­ra­zione da met­tere a ver­bale, fra le tante che fioc­cano in que­sti giorni men­tre al senato viene incar­di­nata la riforma. Fra il 25 e il 30 aprile, e cioè a ridosso della tra­di­zio­nale cele­bra­zione dell’anniversario della Libe­ra­zione, l’Anpi annun­cia una mani­fe­sta­zione dove saranno invi­tate «tutte le asso­cia­zioni che da sem­pre si bat­tono per que­sta Costituzione».

Si ricom­patta dun­que il fronte che si era incri­nato lo scorso otto­bre. E si ricom­patta nei giorni vicini a un 25 aprile che quest’anno cade nel ven­ten­nale della mani­fe­sta­zione del 1994, quella ster­mi­nata di Milano, sotto la piog­gia, da cui partì la sla­vina che tra­volse il primo governo Ber­lu­sconi.
L’Anpi è stata attenta a non esporre la festa nazio­nale nelle pole­mi­che di parte, che però a occhio non tar­de­ranno ad arri­vare, a giu­di­care dalle prime rea­zioni della rete. Sta­volta, a vent’anni di distanza, a Palazzo Chigi c’è Mat­teo Renzi, capo di un governo ’amico’, almeno sulla carta. Ma le sue riforme con­tano ancora sull’appoggio indi­spen­sa­bile dell’ex cava­liere, che pure ormai è con­dan­nato, e sarà già in quei giorni affi­dato ai ser­vizi sociali.

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