DAL 16 APRILE IN LIBRERIA “IL PARADISODEI FOLLI” di Matteo Incerti

DAL 16 APRILE IN LIBRERIA “IL PARADISODEI FOLLI” di Matteo Incerti

Il prequel e sequel del romanzo storico  “Il bracciale di sterline”. Destini e passioni dall’inferno della guerra a una vita d’arte

 

Dal 16 aprile in tutte le librerie e online uscirà il romanzo storico “Il paradiso dei folli. Destinie passioni. Dall’inferno della guerra a una vita d’arte” (Aliberti 2014 – distribuzione Rcs Libri, 368 pagine, 65 fotografie, euro 18) scritto dal giornalista Matteo Incerti.

 

 Il libro intreccia vicende realmente accadute tutte storicamente e fotograficamente documentate e rappresenta il prequel e sequel de “Il bracciale di sterline” scritto da Matteo Incerti e Valentina Ruozi per Aliberti nel 2011. Il bracciale di sterline è giunto alla seconda ristampa e  conta ben 65 presentazioni in tutta Italia  organizzate in collaborazione con le associazioni partigiane Anpi e Avl.

 

Da “Il bracciale disterline” è stato tratto anche l’album musicale “Battaglione Alleato” a cura dei Modena City Ramblers (2012) e lo spettacolo teatrale “Nani e giganti”(2014 – compagnia Las Cala).

 

A curare l’introduzione de “Il paradiso dei folli” è  Massimo Ghiacci (Modena City Ramblers).

 

Il romanzo è stato presentato dall’autore e Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers in anteprima al Circolo Arci Fuori Orario di Gattatico (Re) e ad Albinea (Re) in collaborazione con la locale sezione Anpi, in occasione delle celebrazioni del 69° anniversario di Operazione Tombola.
 

LA TRAMA –

 

La vera storia di un gruppo di donne e uomini italiani, britannici, americani e australiani che incrociarono i propri destini sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale. Dalla Sicilia allo sbarco in Normandia, da Montecassino ad Anzio fino alla Resistenza lungo la Linea Gotica. Dopo settant’anni tra peripezie, musica, set di Hollywood, guerre di spie, amori e vite salvate, un libro li fa di nuovo incontrare. E i tasselli di un puzzle, che sembravano dispersi nel tempo, si ricompongono incredibilmente in un gioioso inno alla vita. Una grande avventura, in cui si intrecciano vicende strepitose, tutte storicamente documentate.

 

Matteo Incerti è nato a Reggio Emilia nel 1971. Giornalista, è l’addetto stampa del gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle al Senato della Repubblica. Ha collaborato con «il Fatto Quotidiano», «Il Resto del Carlino», Radio Bruno, Reggionelweb.it e «Il Gazzettino», per il quale è stato corrispondente free lance dai Paesi Bassi tra il 1996 ed il 2001.

Per Aliberti ha scritto i romanzi storici Il bracciale di sterline, con Valentina Ruozi (2011), Si accende il buio, con Johannes Lübeck (2012) e il saggio politico Cittadini a 5 stelle, con Federico Pizzarotti (2012).

 

I blog dei romanzi storici sulla Resistenza antifascista scritti da Matteo Incerti

 

ilbraccialedisterline.wordpress.com

siaccendeilbuio.wordpress.com

ilparadisodeifolli.wordpress.com

Pagine facebook Il paradiso dei folli
                            Il bracciale di sterline
                            Si accende il buio
Per contattare l’autore per presentazioni: Matteo Incerti: matteincerti@gmail.com tel 335 5954971

Unni si’. Omaggio a Peppino Impastato

ANPI news 116 Martedì 29 aprile a Roma, al Teatro Eliseo, dalle ore 16:30, manifestazione pubblica dell’ANPI sul progetto di riforma costituzionale ed elettorale all’esame del Parlamento

n. 116 – edizione speciale – 14/22 aprile 2014
Periodico iscritto al R.O.C. n.6552
Riforme, rappresentanza, coerenza costituzionale nel
cambiamento:
una questione democratica
Martedì 29 aprile a Roma, al Teatro Eliseo, dalle ore 16:30,
manifestazione pubblica dell’ANPI sul progetto di riforma
costituzionale ed elettorale all’esame del Parlamento
Antifascisti e democratici insieme per lanciare l’allarme contro un progetto che,
unendosi ad una legge elettorale come quella che è stata approvata alla Camera ed al
proposito di irrobustire i poteri del Presidente del Consiglio e del Governo, si
risolverebbe (oltretutto) in una ulteriore e grave riduzione degli spazi di democrazia,
che subiscono da tempo una lenta ma progressiva erosione e che, invece, l’ANPI
considera intangibili, alla luce dei princìpi e dei valori costituzionali.
Troviamoci insieme con la voce delle radici, di quell’antifascismo e di quella
Resistenza da cui la democrazia ha preso le mosse e da cui non è possibile prescindere.
Pubblichiamo di seguito il documento‐manifesto del 29 aprile:
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Il Comitato nazionale dell’ANPI rileva che:
– l’indirizzo che si sta assumendo nella politica governativa in tema di riforme e di politica
istituzionale non appare corrispondente a quella che dovrebbe essere la normalità
democratica;
– si sta privilegiando il tema della governabilità (pur rilevante) rispetto a quello
della rappresentanza (che è di fondamentale e imprescindibile importanza)
– si continua nel cammino – anomalo – già intrapreso da tempo, per cui è il Governo che
assume l’iniziativa in tema di riforme costituzionali e pretende di dettare indirizzi e tempi al
Parlamento;
– un rinnovamento della politica e delle istituzioni è essenziale per il nostro Paese,
come già rilevato nel documento dell’ANPI del 12 marzo 2014;
– sono certamente necessari aggiustamenti anche del sistema parlamentare, così come
definito dalla Costituzione, rispettando peraltro non solo la linea fondamentale perseguita dal
legislatore costituente, ma anche le esigenze di centralità del Parlamento, della
rappresentanza dei cittadini, del controllo sull’attività dell’Esecutivo, delle aziende e degli enti
pubblici, in ogni loro forma e manifestazione;
– in questo contesto, è giusto superare innanzitutto il cosiddetto bicameralismo
“perfetto”, fondato su un identico lavoro delle due Camere e quindi, alla lunga, foriero
anche di lungaggini e difficoltà del procedimento legislativo; ma occorre farlo mantenendo
appieno la sovranità popolare, così come espressa fin dall’art. 1 della Costituzione e
garantendo una rappresentanza vera ed effettiva dei cittadini, nelle forme più dirette;
– il Senato, dunque, non va “abolito”, così come non va eliminata l’elezione da parte dei
cittadini della parte maggiore dei suoi componenti; possono essere individuate anche forme
di rappresentanza di altri interessi, nel Senato, come quelli delle autonomie locali, della
cultura, dei saperi, della scienza; ma in forme tali da non alterare il delicato equilibrio delle
funzioni e della rappresentanza;
– la maggior parte dell’attività legislativa può ben essere assegnata alla Camera, così come il
voto di fiducia al Governo; ma individuando nel contempo forme di partecipazione e tipi di
intervento da parte del Senato, così come previsto in molti dei modelli già esistenti in altri
Paesi;
– in nessun modo il Senato può essere escluso da alcune leggi di carattere
istituzionale, nonché dalla partecipazione alla formazione del bilancio, che è lo strumento
fondamentale e politico dell’azione istituzionale e dei suoi indirizzi anche con riferimento alle
attività di Autonomia e Regioni;
– tutto questo può essere realizzato agevolmente, anche con una consistente riduzione di
spese, non solo unificando la gran parte dei servizi delle due Camere, ma anche riducendo il
numero dei parlamentari, sia della Camera che del Senato, vista l’opportunità offerta dalla
differenziazione delle funzioni;
– bisogna anche dire che concentrare tutti i poteri su una sola Camera, per di più
composta anche col premio di maggioranza, lasciando altri compiti minori ad un
organismo non elettivo, con una composizione spuria e fortemente discutibile ed
obiettivi e funzioni altrettanto oscure, non appare rispondente affatto al disegno
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costituzionale, dotato di una sua intima coerenza proprio perché fatto di poteri e
contropoteri e di equilibri estremamente delicati; un disegno che in qualche aspetto può – e
deve – essere aggiornato, ma non fino al punto di stravolgere quello originario.
Queste sembrano, all’ANPI, le linee fondamentali di un cambiamento democratico delle
istituzioni, che esalti il ruolo del Parlamento, rafforzi la rappresentanza dei cittadini in tutte le
sue espressioni, ed assegni ad ognuna di esse il ruolo che le compete secondo gli
orientamenti generali della Carta Costituzionale e le esigenze della democrazia, da perseguire
con economicità di spesa ed efficienza dei risultati.
Appare, altresì, pacifico che deve essere riformato il titolo V della Costituzione,
procedendo ad una più razionale ripartizione delle competenze tra Stato e
Regioni, che elimini ragioni di conflitto e consenta agli organi centrali dello Stato
di esprimere una legislazione di pieno indirizzo su materie fondamentali per tutto
il territorio; definisca compiutamente e definitivamente il ruolo delle Regioni, a loro volta
bisognose di riforme sulla base dell’esperienza realizzata dal 1970 ad oggi, che spesso le ha
viste diventare altri organismi di centralizzazione dei poteri e le riconduca a funzioni di
indirizzo e controllo e non di gestione; nonché precisi in modo conclusivo tutta la materia
delle Province e degli enti intermedi, finora risolta con provvedimenti parziali che non
sembrano corrispondere ad esigenze di effettiva razionalità e di contenimento delle spese.
Tutto questo richiederà tempi più adeguati, escluderà la fretta, rispondente, piuttosto che ad
esigenze razionali, ad altro tipo di logiche; ma dovrà essere affrontato senza tergiversazioni e
senza inopinati stravolgimenti dei metodi e degli stessi contenuti. Se è giusto porre rimedio
ad alcune incongruenze strutturali rivelate dall’esperienza, l’obiettivo deve essere quello di
farlo con saggezza e ponderazione, ed anche con le competenze necessarie, sempre
preferibili alla improvvisazione ed all’incoerenza di una fretta dettata da ragioni molto lontane
dal rispetto con cui si devono affrontare serie riforme costituzionali.
Ci sono, sul tappeto, diverse proposte; altre sono fornite dall’esperienza giuridica e politica di
altri Paesi; le si esamini senza pregiudizi e insofferenze ed ascoltando pareri e proposte che
possono contribuire al miglior esito delle riforme.
E si approfitti dell’occasione per un ripensamento della legge elettorale, che così
come approvata da un ramo del Parlamento, non risponde alle esigenze di una
vera rappresentanza e di democrazia e soprattutto contraddice, oltre alle attese di gran
parte dei cittadini, le stesse indicazioni della Corte Costituzionale.
Infine, l’occasione non appare idonea per raccogliere l’antica esigenza,
manifestata da altri Governi e sempre respinta, di un rafforzamento dell’esecutivo
e del suo Presidente, che vada a scapito della funzione e del ruolo del Parlamento,
al quale il Governo può indicare priorità, come è suo diritto, ma non imporre
scadenze e calendari privilegiati rispetto a qualunque autonoma iniziativa del
Parlamento.
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Su tutti questi temi, l’ANPI è pronta a discutere e confrontarsi, ma prima di ogni altra cosa,
intende informare i cittadini, perché sappiano qual è la reale posta in gioco e capiscano che
questa Associazione, che si rifà a valori fondamentali e in essi trova la sua forza e la sua
autorevolezza, intende esercitare non solo la sua funzione critica, ma anche la sua capacità
propositiva, nel rispetto assoluto del suo ruolo e della sua autonomia.
Quando si tratta di difendere valori che si richiamano alla Costituzione ed alla democrazia,
oltreché ai diritti di fondo in cui si esprime la sovranità popolare, l’ANPI non può che essere
in campo, non per conservare, ma per innovare, restando però sempre ancorata ai valori ed
ai princìpi della Costituzione.
Questa non è l’ora della obbedienza ai diktat, ma è quella della mobilitazione, a
cui chiamiamo tutti i cittadini, per fare ciò che occorre con la dovuta ponderazione
e col rispetto e la salvaguardia degli interessi fondamentali dei cittadini, che certo
aspirano ad un rinnovamento, ma in un contesto equilibrato e democratico, corrispondente
alle linee coerenti e chiaramente definite dalla Costituzione repubblicana.
IL COMITATO NAZIONALE DELL’ANPI
aprile 2014
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Pablo Neruda-Lentamente Muore

La democrazia è un’inserzione contro Landini? | Fonte: Il Manifesto | Autore: Francesca Re David*, Mirco Rota**

Con un mes­sag­gio a paga­mento sull’ Unità del 31 marzo scorso — ma la cifra chie­sta è stata dav­vero con­cor­ren­ziale, spe­ci­fi­cano gli autori — si è voluto riba­dire che il segre­ta­rio gene­rale della Fiom Cgil nazio­nale, con le sue ripe­tute appa­ri­zioni tele­vi­sive e con le inter­vi­ste rila­sciate ai gior­na­li­sti, con­ti­nue­rebbe ad affer­mare — in modo asso­lu­ta­mente falso — una man­canza di demo­cra­zia in Cgil.

Nel docu­mento viene minu­zio­sa­mente rico­struito l’iter con­gres­suale della Cgil, tutt’ora in corso, forte di decine di migliaia di assem­blee nei luo­ghi di lavoro e tra i pen­sio­nati, in cui si discu­tono gli impor­tanti accordi inter­con­fe­de­rali su demo­cra­zia e rappresentanza.

Pec­cato che gli esten­sori del pezzo omet­tano due aspetti che sicu­ra­mente sono apparsi di det­ta­glio, anzi, non degni di nota per chi muove a Lan­dini la cri­titca di essere ingiu­sta­mente cri­tico nei con­fronti della con­fe­de­ra­zione: nei con­gressi non solo non esi­ste un ade­guato rap­porto tra i voti agli emen­da­menti e i dele­gati che li rap­pre­sen­tano, ma soprat­tutto ci si scorda che se gli accordi inter­con­fe­de­rali sono messi al voto è pro­prio gra­zie all’azione di chi oggi viene pesan­te­mente cri­ti­cato, e non di chi invece muove quelle accuse, che ha accet­tato solo in un secondo tempo la veri­fica da parte almeno degli iscritti. La demo­cra­zia sin­da­cale non ha facce che cam­biano a seconda di chi chiede che venga appli­cata, non assume aspetti diversi se la guardi da una cate­go­ria — che peral­tro ne ha fatto un ele­mento deci­sivo della pra­tica sin­da­cale — piut­to­sto che dalla con­fe­de­ra­zione (della quale anche Mau­ri­zio Lan­dini è diri­gente). La coe­renza non può diven­tare un valore solo quando la si pre­tende dagli altri.

Usare, a titolo gra­tuito, gli stru­menti di comu­ni­ca­zione per denun­ciare la tra­ge­dia in cui versa oggi il lavoro nel nostro paese ed espri­mere, in rela­zione a que­sto, opi­nioni diverse rispetto a quelle che paiono muo­vere l’azione della segre­ta­ria gene­rale della Cgil, assu­men­do­sene pub­bli­ca­mente la respon­sa­bi­lità — que­sta pare la colpa di Lan­dini — vuol dire inde­bo­lire la demo­cra­zia sin­da­cale? E quindi pagare una inser­zione per attac­care il segre­ta­rio della Fiom vuol dire essere fieri e con­vinti democratici?

Se si vuole cri­ti­care Lan­dini si pos­sono uti­liz­zare occa­sioni e stru­menti gra­tuiti, anche in con­si­de­ra­zione della deli­cata situa­zione eco­no­mica che molte Camere del Lavoro stanno attra­ver­sando… La scelta di pagare uno spa­zio per con­te­stare un diri­gente sin­da­cale è, se ci si riflette, l’aspetto più imba­raz­zante e tri­ste di que­sta vicenda, per il rispetto che sen­tiamo di dovere tutti alla Cgil di Di Vit­to­rio e di Tren­tin; ed è la dimo­stra­zione che oggi, al nostro interno, la voce di chi dis­sente non è più garan­tita, men­tre in pas­sato la stessa auto­re­vo­lezza del nostro sin­da­cato ha sem­pre assi­cu­rato la cir­co­la­zione delle idee e delle pro­po­ste, pure quando non imme­dia­ta­mente alli­neate alle deci­sioni della segre­te­ria nazio­nale. E’ di que­sto che dob­biamo discu­tere, per­ché mai come oggi ai lavo­ra­tori e alle lavo­ra­trici, a chi cerca di diven­tarlo e a chi rischia di non esserlo più, senza tutele e con sem­pre minori diritti, serve una Cgil forte, auto­re­vole e sin­ce­ra­mente democratica.

*Segre­ta­ria gene­rale Fiom Roma Lazio — **Segre­ta­rio gene­rale Fiom Lombardia

La destra che occupa lo spazio pubblico Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

NEO­FA­SCI­STI E NAZIONALISTI

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

UN AMARO BILANCIO

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

“Sanità, altro che tagli non lineari, l’attacco alla sanità c’è tutto”. Intervista a Mainardi (Prc) | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sui tagli del Governo nel settore della Sanità, Controlacrisi ha intervistato Nando Mainardi, della segreteria nazionale del Prc e responsabile Welfare.

Da quanto si è capito, la sanità subirà un bel taglio, anche se poi la propaganda di Renzi parla di tagli “non lineari”. Cosa vuol dire?
Innanzitutto è difficile dare una valutazione compiuta. Per ora il taglio che è stato annunciato viene definito una sforbiciata di un miliardo sul 2014 e non riguarderebbe i tagli lineari ma l’acquisto di beni e servizi sanitari e i cosiddetti costi standard. Dovremo vedere per bene cosa dirà il documento finanziario perché non è affatto detto che quando non si interviene con i tagli lineari e sui servizi sanitari si tagliano poi le spese inutili. Bisogna capire qual è la programmazione più complessiva della spesa perché comunque la Lorenzin ha fatto riferimento a 10 miliardi da tagliare nei prossimi 3 o 4 anni.

Quindi non cambia niente.
Il segnale è che si prosegue nella riduzione strutturale della spesa sanitaria con una operazione il cui impatto viene di fatto rappresentato come non dannoso rispetto al 2014 ma all’interno di uno schema che prevede una serie di ulteriori tagli. C’è comunque una grande preoccupazione in attesa di vedere il Def. Anche perché come abbiamo detto se tu vai ad incidere sul taglio dell’Irpef ma lo finanzi con tagli ai servizi bisogna vedere qual è il vantaggio per i cittadini. E poi va detto che i tagli di cui si parla nella sanità, tenendo conto che la stessa Lorenzin non ha fatto dichiarazioni rassicuranti, vanno ad aggiungersi ai tagli di Berlusconi e Monti tra il 2010 e il 2013, e siamo già a 30 miliardi di euro su una spesa complessiva che è di 107 miliardi di euro. Ovvero ai sensi della legge sul servizio sanitario nazionale lì’intervento è più che sostanzioso e prevalentemente alcune voci come il personale, e la spesa farmaceutica. La spesa non aumenta quindi ma diminuisce. In più nel novembre scorso la corte costituzionale è intervenuta mirando ai ticket del governo Berlusconi le cui entrate erano pari a due miliardi di euro. E quindi Renzi doverebbe aggiungere queste risorse.

Privatizzazione e decadimento del servizio vanno di pari passo.
Nel momento in cui viene avviato questo trend tra riduzione della spesa sanitaria pubblica e privatizzazione è chiaro che si definisce una fuoriuscita dal servizio sanitario pubblico.

Nei territori c’è molto fermento sulla sanità, almeno ogni volta che qualcuno vuole chiudere un ospedale.
Ho seguito alcune vicende legate all’Emilia Romagna dove non si colgono ancora le conseguenze piene dei tagli. C’è un processo di ristrutturazione che ha creato alcuni luoghi di sofferenza come il ridimensionamento di alcuni ospedali. L’impressione è che sulla sanità pubblica ci sia una forte attenzione, che però emerge quando riguarda il servizio sanitario territoriale mentre il nostro compito è far crescere una sensibilità generale. Questi due aspetti vanno inevitabilmente coniugati.

E’ tutto in mano alle Regioni che vanno al confronto con il Governo cercando però di limitare i danni.
Va detto intanto che non c’è stato l’accordo sull’adeguamento del fondo sanitario nazionale al 2013 ed è altrettanto evidente che sulla sanità c’è la conferenza Stato-Regioni in cui è lo Stato il soggetto forte e le Regioni con il compito di ridurre il più possibile il danno provocato dai tagli. Non si riesce ad invertire la direzione. Il tema è come far si che la difesa della sanità pubblica diventi una lotta a livello nazionale. Anche perché qui andiamo ben oltre la cosiddetta razionalizzazione.

No Tav, Cremaschi indagato dalla procura di Torino Autore: redazione da: controlacrisi.org

Giorgio Cremaschi, storico esponente della Fiom e attuale leader dell’area sindacale in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, e’ indagato dalla Procura di Torino per un episodio avvenuto durante una manifestazione No Tav del 23 ottobre 2011 quando venne tagliata una rete posizionata lungo il percorso del corteo.

La notizia è arrivata ieri nel corso dell’udienza del maxi processo per i fatti dell’estate 2011 in Valsusa, in cui Cremaschi e’ stato sentito come testimone. Cremaschi fu denunciato con altre quattro persone.

Cremaschi oggi in aula ha dichiarato di essere stato in Valsusa il 3 luglio: “ho partecipato a molte manifestazione ma non avevo mai visto tanti lacrimogeni lanciati con una traiettoria cosi’ lunga. Sono rimasto colpito, sembravano una nuvola di fumo. Sono un sostenitore del movimento No Tav – ha aggiunto – e non me ne vergogno”.

“Tutta la nostra solidarietà a Giorgio Cremaschi, indagato dalla Procura di Torino per una manifestazione No Tav. Basta con questa continua criminalizzazione verso chi giustamente protesta contro la Tav, basta con quest’opera inutile e dannosa che deve essere fermata”.

Pd, fermate il ddl senato. Ce lo chiede l’Anpi Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi

Il caso. I partigiani: un’iniziativa nei giorni della Liberazione. Il presidente Smuraglia: «Si va verso una grave riduzione della democrazia»

SENATO

Nel giorno in cui l’emerito pre­si­dente della Corte Costi­tu­zio­nale Gustavo Zagre­bel­sky, tra i prin­ci­pali pro­mo­tori dell’appello di alcuni costi­tu­zio­na­li­sti con­tro «la svolta auto­ri­ta­ria» con­te­nuta nelle riforme, sulla Stampa abbassa i toni e atte­nua la con­trap­po­si­zione con il pre­si­dente del con­si­glio («Forse l’appello è stato tran­chant», ammette il fon­da­tore di Libertà e giu­sti­zia), con­tro il ddl costi­tu­zio­nale cade un’altra tegola. Sta­volta non è colpa dei i «pro­fes­so­roni», dei «par­ruc­coni», del «mani­polo di intel­let­tuali», per dirla con le parole di Renzi e dei suoi.

Sta­volta a dire no è l’associazione nazio­nale dei par­ti­giani. La stessa che, sarà bene ricor­darlo, lo scorso 12 otto­bre 2013 aveva deciso di non par­te­ci­pare al cor­teo «La via mae­stra» orga­niz­zata con­tro la modi­fica dell’art.138 da Rodotà, Car­las­sare, Don Ciotti, lo stesso Zagre­bel­sky e Mau­ri­zio Lan­dini. Per non par­te­ci­pare a una mani­fe­sta­zione divi­siva, era stata la moti­va­zione, in una bat­ta­glia (con­tro quella riforma) che «non può essere solo di una parte dei cit­ta­dini, ma dev’essere la più estesa e con­di­visa pos­si­bile, anche per l’eventualità che alla fine si debba ricor­rere al refe­ren­dum». La mani­fe­sta­zione fu ster­mi­nata, e la sini­stra del Pd, che allora soste­neva un governo di lar­ghe intese con Ber­lu­sconi, si fece scudo di que­sta posi­zione e non par­te­cipò. Gli unici dem che anda­rono in piazza furono Pippo Civati e Laura Pup­pato (poi quest’ultima votò a favore della riforma). Poi Ber­lu­sconi ruppe con il governo Letta e mandò per aria l’iter delle riforme, per la quarta volta dai tempi della Bica­me­rale.
Sta­volta sospetti di ’par­ti­tini’ (infon­dati, si rive­la­rono poi) non ce n’è. E così ieri il pre­si­dente par­ti­giano Carlo Smu­ra­glia (già avvo­cato, mem­bro del Csm e tre volte sena­tore Ds, non­ché com­bat­tente nel Corpo Ita­liano di Libe­ra­zione, Divi­sione Cre­mona, ottava armata) si è deci­sa­mente messo di tra­verso sulla strada delle riforme tar­gate Renzi, schie­rando tutto il pre­sti­gio della sua asso­cia­zione. Spiega Smu­ra­glia: il ddl sul senato, in com­bi­nato dispo­sto con la legge elet­to­rale che a sua volta «irro­bu­sti­sce i poteri del pre­si­dente del Con­si­glio e del governo», va verso «un’ulteriore e grave ridu­zione dei mar­gini di demo­cra­zia, che subi­scono da tempo una lenta ma pro­gres­siva ero­sione e che, invece, noi con­si­de­riamo intan­gi­bili, alla luce dei prin­cipi e dei valori costituzionali».

Se non siamo alla «la svolta auto­ri­ta­ria» poco ci manda. «Non vogliamo con­ser­vare l’esistente a tutti i costi», sot­to­li­nea Smu­ra­glia, che è favo­re­vole alla fine del bica­me­ra­li­smo per­fetto, pro­blema che però «può essere risolto in molti modi, sce­gliendo fra i tanti modelli esi­stenti, ma rispet­tando la linea costi­tu­zio­nale di valo­riz­za­zione del par­la­mento, in quanto rap­pre­sen­tante diretto della volontà popolare».

Non sarà solo una dichia­ra­zione da met­tere a ver­bale, fra le tante che fioc­cano in que­sti giorni men­tre al senato viene incar­di­nata la riforma. Fra il 25 e il 30 aprile, e cioè a ridosso della tra­di­zio­nale cele­bra­zione dell’anniversario della Libe­ra­zione, l’Anpi annun­cia una mani­fe­sta­zione dove saranno invi­tate «tutte le asso­cia­zioni che da sem­pre si bat­tono per que­sta Costituzione».

Si ricom­patta dun­que il fronte che si era incri­nato lo scorso otto­bre. E si ricom­patta nei giorni vicini a un 25 aprile che quest’anno cade nel ven­ten­nale della mani­fe­sta­zione del 1994, quella ster­mi­nata di Milano, sotto la piog­gia, da cui partì la sla­vina che tra­volse il primo governo Ber­lu­sconi.
L’Anpi è stata attenta a non esporre la festa nazio­nale nelle pole­mi­che di parte, che però a occhio non tar­de­ranno ad arri­vare, a giu­di­care dalle prime rea­zioni della rete. Sta­volta, a vent’anni di distanza, a Palazzo Chigi c’è Mat­teo Renzi, capo di un governo ’amico’, almeno sulla carta. Ma le sue riforme con­tano ancora sull’appoggio indi­spen­sa­bile dell’ex cava­liere, che pure ormai è con­dan­nato, e sarà già in quei giorni affi­dato ai ser­vizi sociali.