Salario minimo, la mistificazione del modello tedesco Fonte: Il Manifesto | Autore: Tommaso Nencioni

In Ger­ma­nia, a par­tire dal 2017, il sala­rio minimo sarà ele­vato a 8,5 euro. La gran­cassa media­tica si è già messa in moto per pre­sen­tare que­sto risul­tato come la logica con­se­guenza della vita­lità del modello tede­sco, un modello da seguire tanto nei suoi aspetti strut­tu­rali quanto in quelli politici.

Si tende oltre­tutto, spe­cial­mente da sini­stra, a pre­sen­tare que­sta misura come una vit­to­ria della social­de­mo­cra­zia. Il modello è sem­pli­ci­sti­ca­mente descritto, con qual­che sfu­ma­tura, nella seguente maniera.

Un Paese con isti­tu­zioni solide; con un sin­da­cato dei lavo­ra­tori non ideo­lo­gico, mode­rato, «respon­sa­bile» e dispo­sto, per il bene futuro, a sop­por­tare «sacri­fici»; con una bassa inten­sità della con­flit­tua­lità poli­tica, che trova la pro­pria qua­dra nel modello della «grande coa­li­zione»; con una lea­der­ship forte e sicura di sé; tutto que­sto por­te­rebbe, quasi natu­ral­mente, ad una cre­scita eco­no­mica armo­nica, nel medio periodo desti­nata a far rica­dere, a piog­gia, bene­fici su tutte le fasce della popolazione.

Si tratta in realtà di una descri­zione misti­fi­ca­to­ria, basata a ben vedere su di un totale rove­scia­mento delle cause e degli effetti del «secondo mira­colo» tede­sco. Già il grande teo­rico labu­ri­sta inglese Harold Laski, riflet­tendo, nel corso degli anni Trenta del secolo scorso, sulla sto­ria del pro­prio Paese, aveva dimo­strato che è il suc­cesso eco­no­mico ad essere alla base della sta­bi­lità demo­cra­tica nei regimi libe­rali, e non vice­versa. E che, in un sistema come quello capi­ta­li­stico, di per sé ten­dente alla pro­du­zione e alla accen­tua­zione delle disu­gua­glianze, que­ste pre­con­di­zioni si regi­strano in realtà di tipo impe­riale; in sistemi politico-sociali, cioè, ove più facile sia sca­ri­care sulle «peri­fe­rie» il prezzo del benes­sere dif­fuso nella «metro­poli». Venendo alle cose nostre di oggi, la lezione di Laski viene utile per dimo­strare che, da una parte, le virtù del modello poli­tico tede­sco, più che pro­durlo, risul­tano como­da­mente assise sul suc­cesso eco­no­mico; e dall’altra, che tale suc­cesso risulta a sua volta lar­ga­mente costruito sulla scon­fitta dei com­pe­ti­tors più deboli.

Se infatti il sala­rio minimo tede­sco cre­scerà, si trat­terà tut­ta­via di un recu­pero, vista la pres­sione verso il basso cui gli stessi salari tede­schi sono stati sot­to­po­sti a par­tire dai primi anni Due­mila (l’operazione fu avviata dai governi social­de­mo­cra­tici gui­dati da Gerhard Schöe­der, con la famosa «Agenda 2010», det­tata al Par­tito ope­raio per eccel­lenza dal Top Mana­ger di uno dei più influenti gruppi capi­ta­li­stici del Paese). Come ha messo in luce una recente ras­se­gna pub­bli­cata da Giaime Pala , il dum­ping sala­riale tede­sco, unito a una bassa infla­zione dovuta a una domanda aggre­gata interna ane­mica, portò nella Ger­ma­nia dei primi anni Due­mila ad una vera e pro­pria sva­lu­ta­zione interna masche­rata; stru­mento cui, con l’entrata in vigore dell’euro, i paesi più deboli non pote­vano più far ricorso; e pro­prio nel momento in cui essi si inde­bi­ta­vano per acqui­stare pro­dotti tede­schi più com­pe­ti­tivi e subi­vano sulla pro­pria pelle (soprat­tutto, sui pro­pri ter­ri­tori) l’invasione dei capi­tali dei paesi più forti in libera uscita. Il capo­la­voro eco­no­mico delle classi diri­genti tede­sche è con­si­stito quindi nello sca­ri­care sulle eco­no­mie dei cosid­detti «Pigs» i costi del loro suc­cesso; quello poli­tico nel masche­rare quello che è stato un vero e pro­prio attacco sotto il manto della costru­zione euro­pea, cosic­ché classi diri­genti miopi e subal­terne cul­tu­ral­mente non hanno nep­pure vis­suto l’attacco come tale. Non a caso, sot­to­li­nea ancora Pala, alla base dell’accordo della Grande Coa­li­zione tede­sca vi è l’esplicito veto, per il futuro, ad una armo­niz­za­zione dei regimi fiscali e delle poli­ti­che del lavoro dell’Unione europea.

È quindi fio­rita una nar­ra­zione quasi antro­po­lo­gica sulle defi­cienze dei Paesi del Sud, che non tiene asso­lu­ta­mente in conto lo stato reale dei rap­porti di forza pre­senti nel Con­ti­nente e delle loro cause. Una nar­ra­zione oltre­tutto – e qui sta il pro­blema, che altri­menti si rischia di cadere in una sorta di demo­no­lo­gia su una Ger­ma­nia «dal destino e dalla voca­zione al male segnati» – accet­tata supi­na­mente dalle éli­tes dei Paesi peri­fe­rici. Que­ste pren­dono come unico rife­ri­mento e bus­sola varianti locali dell’«Agenda 2010» e delle misure neo­li­be­rali che essa det­tava, igno­rando le cause straor­di­na­rie che ne hanno accom­pa­gnato il suc­cesso. E, nel frat­tempo, accet­tano l’austerità euro­pea, con l’effetto di inde­bo­lire ulte­rior­mente le pro­prie eco­no­mie: pri­va­tiz­za­zioni scon­si­de­rate inde­bo­li­scono il patri­mo­nio pro­dut­tivo nazio­nale; tagli alla ricerca favo­ri­scono l’attrazione verso le «metro­poli» delle migliori ener­gie intel­let­tuali; la pre­ca­rietà del lavoro, lungi dal favo­rirla, mina la com­pe­ti­ti­vità delle nostre aziende, sti­mo­late meno ad inno­vare e più a tagliare i costi del lavoro.

La rispo­sta poli­tica che ceti medi impo­ve­riti, classi popo­lari senza più rap­pre­sen­tanza poli­tica ed éli­tes inte­res­sate stanno dando agli effetti disa­strosi di que­sto per­verso cir­colo vizioso non fanno dor­mire sonni tran­quilli in vista delle pros­sime ele­zioni euro­pee. La sini­stra dal canto suo, se dav­vero è inte­res­sata ad ela­bo­rare una via d’uscita pro­gres­si­sta alla crisi, dovrebbe sfrut­tare l’imminente agone elet­to­rale e dar bat­ta­glia attorno a que­sti temi, per non rischiare di vedersi tagliata fuori in un bipo­la­ri­smo tutto rac­chiuso nella sfida tra tec­no­crati libe­ri­sti e destre populiste.

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