L’offensiva populista parte dalla riforma del senato Fonte: il manifesto | Autore: Claudio De Fiores

Concentrazione del potere nelle mani del capo del Governo, maldestre manovre di restaurazione “coattiva” del bipolarismo, tentativi di espulsione delle forze politiche minori, rischiano di consegnarci un futuro senza politica e senza democrazia

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Con la pre­sen­ta­zione da parte del governo del dise­gno di legge costi­tu­zio­nale la riforma del bica­me­ra­li­smo entra nel vivo del con­fronto poli­tico. E ciò non può che essere accolto con sod­di­sfa­zione. Non solo per­ché di una riforma dell’assetto bica­me­rale vi era biso­gno da tempo, ma anche per­ché que­sta volta il per­corso di riforme, dopo le fal­li­men­tari avven­ture costi­tu­zio­nali del governo Letta, viene coe­ren­te­mente avviato nel solco dell’art. 138. E non si tratta solo di “forma”, posto che anche l’obiettivo di fondo per­se­guito dal dise­gno di legge appare ampia­mente con­vin­cente: la fine dell’anomalia ita­liana del bica­me­ra­li­smo per­fetto e la rimo­du­la­zione del rap­porto di fidu­cia tra una sola Camera (quella dei depu­tati) e il Governo.

Così come non sfugge alla nostra atten­zione che dopo anni di abusi e di ubria­ca­ture del ter­mine “fede­rale”, il dise­gno di legge si sot­trae abil­mente a que­sta sorte, scan­sando le mode isti­tu­zio­nali fino a oggi in voga. Di fede­rale nella riforma non v’è nulla. E anzi preso atto dei fal­li­menti della pre­ce­dente revi­sione del titolo V il pro­getto di riforma par­rebbe inten­zio­nato a pro­ce­dere ad un vistoso (e per molti aspetti oppor­tuno) ri-accentramento delle mate­rie a livello sta­tale (coor­di­na­mento della finanza; ordi­na­mento sco­la­stico; distri­bu­zione dell’energia; tutela della salute … ). E anche le norme di con­torno par­reb­bero con­fer­mare tale impianto: ricom­pare l’interesse nazio­nale, non c’è più la pote­stà ripar­tita Stato-Regione (causa dell’impennata del con­ten­zioso costi­tu­zio­nale di que­sti anni) e nem­meno la cd. devo­lu­tion debole (art. 116.3 Cost.).

Ciò che però non si com­prende è come que­sto pro­cesso di accen­tra­mento delle fun­zioni sta­tali possa mai rac­cor­darsi con la com­po­si­zione ter­ri­to­riale del futuro Senato. Cosa hanno a che fare pre­si­denti di Regione e sin­daci con l’istituzione di una Camera che nulla ha di ter­ri­to­riale (salvo il nome di “Senato delle auto­no­mie”)? E quale il loro ruolo spe­ci­fico all’interno di una Camera dotata di fun­zioni essen­zial­mente con­sul­tive e di una azione nor­ma­tiva che non va oltre l’approvazione delle leggi costituzionali?

Se obiet­tivo del Governo era quello di “rot­ta­mare” il Senato, si sarebbe allora più coe­ren­te­mente potuto optare per la solu­zione mono­ca­me­rale, sulla scia dei modelli adot­tati in altre demo­cra­zie euro­pee (Dani­marca, Fin­lan­dia, Gre­cia, Por­to­gallo, Sve­zia, Norvegia…).

Sia ben chiaro l’idea di un Senato delle Auto­no­mie non ha nulla di ever­sivo. In pas­sato molti di noi (com­preso chi scrive) ave­vano rite­nuto che per com­pen­sare gli effetti distor­sivi pro­dotti dalla riforma del titolo V fosse neces­sa­ria una ride­fi­ni­zione del ruolo del Senato (sul modello del Bun­de­srat tede­sco). Oggi, però, nel dise­gno di legge quel titolo V non c’è più. E gli squi­li­bri che inve­stono il sistema (e che lo stesso pro­getto in parte disvela) sono altri e di altra natura. E riguar­dano, in par­ti­co­lare, i rischi di con­cen­tra­zione del potere poli­tico nelle mani del capo del Governo (che adesso avrà a sua dispo­si­zione anche “la tagliola”), le mal­de­stre mano­vre di restau­ra­zione “coat­tiva” del bipo­la­ri­smo, i ten­ta­tivi di espul­sione delle forze poli­ti­che minori dal qua­dro poli­tico. E tutto ciò all’insegna di una costante mani­po­la­zione dell’etica pub­blica che, nel pun­tare a ridurre indi­scri­mi­na­ta­mente (a pre­scin­dere dai con­te­sti e dalle fun­zioni) i costi della poli­tica e della demo­cra­zia, rischia di con­se­gnarci un futuro senza poli­tica e senza democrazia.

La riforma del Senato è oggi parte inte­grante di que­sta offen­siva popu­li­sta. Non a caso, nel senso comune, essa viene rece­pita come una sorte di sfida riso­lu­tiva tra inno­va­zione e con­ser­va­zione. Da una parte i difen­sori dei pri­vi­legi e degli sti­pendi dei sena­tori, dall’altra i pala­dini di un Senato senza costi e senza inden­nità. In mezzo ci sono però i deli­cati con­ge­gni dell’architettura isti­tu­zio­nale deli­neati dalla Costi­tu­zione repub­bli­cana che rischiano di essere stri­to­lati in que­sta morsa.

Lo schema del Governo andrebbe per­tanto pro­fon­da­mente cor­retto se si vuole pro­vare a supe­rare, senza strappi e senza rot­ture, l’attuale con­di­zione di impasse. E una coe­rente solu­zione in que­sta dire­zione potrebbe essere rap­pre­sen­tata dall’istituzione di un Senato delle garan­zie. Una camera a com­po­si­zione ridotta, ma legit­ti­mata a con­cor­rere all’esercizio del potere nor­ma­tivo ogni qual volta si tratti di legi­fe­rare sui diritti, sul sistema elet­to­rale, sulla riforma della Costi­tu­zione. E ciò al fine di sot­trarre (quanto meno) diritti, demo­cra­zia poli­tica e Costi­tu­zione alle per­ver­sioni del mag­gio­ri­ta­rio e all’inquietante dila­ta­zione dei poteri del Governo oggi in atto.

Ma se que­sto è l’obiettivo da per­se­guire è evi­dente che le sud­dette fun­zioni non pos­sono essere affi­date, in ordine sparso, a pre­si­denti e rap­pre­sen­tanti di Regioni, sin­daci e sena­tori “pre­si­den­ziali”. Per rea­liz­zare tali fina­lità è neces­sa­rio un Senato demo­cra­ti­ca­mente legit­ti­mato e per­tanto eletto diret­ta­mente dai cit­ta­dini con il sistema proporzionale.

La blin­da­tura e i ricatti impo­sti al con­fronto par­la­men­tare non paiono tut­ta­via con­sen­tire vie d’uscita di que­sta natura. Altra è la dire­zione imboc­cata a tutta velo­cità dal Governo. Una dire­zione scon­clu­sio­nata e debole, per­ché rical­cata sui logori schemi dell’ingegneria isti­tu­zio­nale ita­liana. Que­gli stessi schemi che gli stra­te­ghi delle riforme si osti­nano a pro­pi­narci da oltre trent’anni incu­ranti del tempo e delle tra­sfor­ma­zioni del mondo.

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