ANPI news n. 113

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

Lunedì 31 marzo 2014, dalle 14.30 alle 19.00, presso la Sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale in Piazza Montecitorio 131 a Roma, l’ANPI Nazionale e l’Istituto Alcide Cervi promuovono una seria e approfondita riflessione, col contributo di esperti e studiosi, sui fenomeni sempre più frequenti di rigurgito neofascista e neonazista: “Il contrasto ai neofascismi: gli strumenti giuridici e politici

 

     

“LegalMente – parole, immagini, suoni: legalità e giustizia dalla A alla Z”: promossa dall’Associazione Nazionale Legalità e Giustizia, si svolgerà a Firenze dal 4 al 6 aprile un’iniziativa pubblica che vedrà la partecipazione di numerosi rappresentanti del mondo politico, istituzionale, sindacale e associativo. L’ANPI nazionale ha concesso il suo patrocinio e il Presidente Carlo Smuraglia sarà presente e interverrà

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Sul progetto di “abolire” il Senato: un problema delicato e complesso, da affrontare con ponderazione e con rispetto per la Costituzione

Sono costretto a tornare ancora una volta sulla questione della cosiddetta “abolizione” del Senato.Riassumo le osservazioni che ho già fatto in precedenza, per maggiore chiarezza: (…)

Anniversario delle Fosse Ardeatine: sconfitte le strumentalizzazioni, resta il ricordo, doloroso, dei caduti e l’affetto di cui devono essere circondati i familiari delle vittime. Resta soprattutto la riflessione su un crimine così orrendo, contro l’umanità, perché essa serva come antidoto contro il possibile ripetersi di ogni forma di brutale violenza

Ieri ricorreva l’anniversario della strage delle fosse Ardeatine. Una tragedia terribile, che spero molti conoscano e ricordino: 335 uomini uccisi dai tedeschi per “rappresaglia” contro un attacco partigiano, a Roma,  in cui erano stati uccisi 32 militari tedeschi. Il commando tedesco decise che bisognava fucilare dieci italiani per ogni tedesco; poi, alla conta finale, gli uccisi risultarono 15 di più; ed anche questo è un dato terrificante, che dimostra quanto poco conto si facesse della vita delle persone. Un atto di crudeltà e di barbarie inaudito, non giustificato da nulla, neppure da convenzioni internazionali e tanto più grave quando eseguito su civili (…)

Apprendiamo con soddisfazione che in questi giorni, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne irrogate dal Tribunale militare di Verona per le stragi commesse nel 1944, nell’Appennino tosco-emiliano e in particolare nella provincia di Firenze(…)

Mi perviene una lettera aperta di tre ragazzi che il 1 aprile dovranno comparire davanti al Tribunale di Tivoli per danneggiamento ad un bene pubblico. Si tratta dell’accusa di aver imbrattato “con vernice la scalinata in marmo, due porte e quattro facciate del sacrario denominato “Il soldato”, sito in Affile. I tre ragazzi fanno alcune considerazioni e chiedono sostegno per un processo “che non deve passare come un semplice danneggiamento”. Ovviamente, io non so come stiano i fatti e quali prove vi siano sugli autori; e, avendo fatto per molto tempo l’avvocato, so che non bisogna mai pronunciarsi su atti che non si conoscono. Ma alcune considerazioni di carattere politico possono e debbono essere svolte; anzitutto per augurare, sinceramente, ai tre ragazzi in questione di poter dimostrare, nel giudizio, la proprio innocenza (…)

ANPINEWS N.113

Comunicato stampa : Il Presidente Nazionale dell’ANPI: ” la presenza di Berlusconi al Quirinale inquieta e preoccupa perché suona come pressione anche alla magistratura”

Il Presidente Nazionale dell’ANPI: 

” la presenza di Berlusconi al Quirinale inquieta e preoccupa perché suona come pressione anche alla magistratura”

 

Quando ho sentito che Berlusconi si era recato ancora una volta al Quirinale e si era a lungo intrattenuto col Presidente, non ci volevo credere, tanto una cosa del genere mi sembrava – e mi sembra – lontana dal mio pensiero e, spero dal pensiero di tanti cittadini e dell’intera Associazione che presiedo.

Ci sono detenuti nelle carceri che scontano pene, magari meritate;  cosa devono pensare di un condannato per gravi reati che frequenta liberamente i palazzi del potere, per il quale il Tribunale di sorveglianza non decide da mesi una sorte imposta da una sentenza definitiva e dalla legge?

E cosa può pensare il cittadino comune, incensurato e privo di problemi giudiziari, come me, che ha chiesto da parecchi giorni un incontro ad un Ministro per parlare di un problema importante (e lo ha fatto non a nome suo, ma a nome di una gloriosa  Associazione come quella dei Partigiani di Italia) ed ancora attende una risposta? Nelle istituzioni, c’è tempo per un condannato e non per una importante Associazione?

Né mi interessa l’oggetto del colloquio. La presenza al Quirinale di un personaggio che proprio sui giornali di ieri poneva un’alternativa  (“o ricevo una tutela contro gli attacchi giudiziari o faccio cadere tutto”), ha  di per sé un significato, che va contro ogni concezione civile ed etica della politica e suona come pressione anche sulla Magistratura, che dovrà sciogliere il nodo conclusivo in un’udienza ormai prossima.

Conosciamo i precedenti: un anno fa, quando si entrò in campagna elettorale, furono rinviati i processi di Berlusconi, per consentire un sereno svolgimento della campagna elettorale e la possibilità per l’imputato di parteciparvi. E non fu una cosa bella. Qualcuno sta pensando che l’esperienza possa essere ripetuta?

Noi speriamo di no: se accadrà qualcosa di simile, lo considereremo uno strappo alla giustizia, all’uguaglianza e ad altri valori consacrati nella Costituzione. L’ANPI non farà le barricate, né inscenerà manifestazioni di piazza: ma su tutte le piazze d’Italia, il 25 aprile, nel ricordare i Caduti per la libertà e nel rivolgere a loro un pensiero affettuoso e grato, diremo loro a gran voce e con immensa tristezza:  “questa non è l’Italia che avete sognato e per la quale avete combattuto ed immolato la vostra vita”.

 

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Roma, 3 aprile 2014

Cgil, è ancora scontro sui dati dei congressi di base. Altri due membri lasciano la commissione di garanzia Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ancora uno strappo in Commissione garanzia del congresso Cgil. Due membri, Carlo Baldini e Francesca Re David, lasciano l’incarico in aperta polemica con la segreteria confederale che l’altro giorno in una lettera alle strutture aveva anticipato l’esito del voto sugli emendamenti al documento di maggiroanza, primo firmatario il leader di Corso Italia, Susanna Camusso, assegnando al documento di maggioranza il 97,75% (2,25% al documento “Il sindacato è un’altra cosa”, di Giorgio Cremaschi).”Si tratta di un comportamento che contravviene ai principi di base del regolamento congressuale e che, di fatto, ha esautorato la Commissione di garanzia congressuale nazionale, unico organismo competente e legittimato a raccogliere e pubblicare gli esiti della partecipazione alle assemblee e del voto su documenti ed emendamenti”, dicono Baldini e Re David in una nota puntando il dito anche sul fatto che “i dati forniti dalla segreteria confederale non riportano l’esito corretto del voto, usando basi di calcolo totalmente arbitrarie, in totale contraddizione con il regolamento congressuale”.

Con la decisione di Baldini e Re David scendono cosi’ a 4 i componenti della Commissione di garanzia dopo la decisione di autosospendersi di altri due membri, circa un mese fa. A lasciare furono Barbara Pettine e Fabrizio Burattini, che in sede di conferenza stampa sottolinearono non solo la secretazione dei dati da parte della commissione ma anche la scarsa uniformità dell’andamento dei risultati delle assemblee a livello nazionale. Di lì a poco Giorgio Cremaschi ha denunciato la falsità dei risultati. Stando a quelo che ha detto Susanna Camusso, anche se non ancora certificato dalla commissione di garanzia, i consensi raccolti dalle cinque proposte emendatarie presentati dalla Fiom stati tra il 7% e il 23%, rapportati al voto congressuale.
Baldini e Re David hanno comunque danno appuntamento alla conferenza stampa indetta giovedi’ prossimo da Maurizio Landini e Domenico Moccia, primi firmatari di alcuni emendamenti, per dare conto di quanto avvenuto

La democrazia dimezzata Fonte: Il Manifesto | Autore: Gianni Ferrara

Il dise­gno di legge costi­tu­zio­nale appro­vato ieri dal Con­si­glio dei mini­stri per il “supe­ra­mento” del bica­me­ra­li­smo per­fetto non ha il solo obiet­tivo che dichiara. Quello che declama è secon­da­rio, stru­men­tale. La sosti­tu­zione del Senato pari­ta­rio con que­sto fan­to­ma­tico assem­bra­mento di pre­si­denti di regione, di due dele­gati di ogni regione, di sin­daci e di “nomi­nati” dal Capo dello stato in numero cor­ri­spon­dente a quello delle regioni non mira solo allo svuo­ta­mento espli­cito di potere di quel ramo del Par­la­mento (lo si potrà ancora chia­mare cosi?) ma a qual­cosa di più rile­vante e inquie­tante.

Anche più che inquie­tante. Non uso a caso un ter­mine di tal tipo. Di fronte abbiamo l’estremismo revi­sio­ni­sta che sfo­cia nell’assolutismo maggioritario.

Il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo del pro­getto ren­ziano non è affatto diretto a con­cen­trare in una sola Camera la forza della rap­pre­sen­tanza nazio­nale, come chi scrive pro­pose alla Camere (IX Legi­sla­tura pro­po­sta di legge cost. n. 2452) in rigo­rosa coe­renza con il costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico della sini­stra. Si viveva in ben altro clima, in una sta­gione della sto­ria repub­bli­cana del tutto diversa dall’attuale. Era il 1985, i par­titi c’erano, erano di massa ed erano que­gli stessi dell’Assemblea costi­tuente, il regime elet­to­rale era quello pro­por­zio­nale, gli anti­corpi allo stra­po­tere delle mag­gio­ranza gli erano impli­citi ed inestricabili.

Mira all’opposto del raf­for­za­mento della rap­pre­sen­tanza popo­lare il dise­gno di Renzi, mira ad eli­mi­narne una sede, un organo, una isti­tu­zione. Pri­vato della par­te­ci­pa­zione al potere di indi­rizzo poli­tico, il Senato delle auto­no­mie non eser­ci­terà nean­che una fun­zione legi­sla­tiva di qual­che rilievo. Non è organo par­la­men­tare una assem­blea che non la eser­cita, dispo­nendo solo del potere di emen­da­mento il cui eser­ci­zio non pro­duce effetti di qual­che con­si­stenza. Ma come con­fi­gu­rato, il Senato delle auto­no­mie non può rile­vare come espres­sione di una qual­che forma di democrazia.

A com­porlo non vi saranno rap­pre­sen­tanti della Nazione ma i man­da­tari degli enti regio­nali e comu­nali o per­ché tito­lari di organi di enti regio­nali o comu­nali o per­ché scelti da tali tito­lari di organi di enti regio­nali o comu­nali.
Si aggiun­gono ad essi 21 cit­ta­dini nomi­nati dal Pre­si­dente della Repub­blica, che, stante il loro numero cor­ri­spon­dente al numero delle Regioni, potreb­bero imma­gi­narsi come fidu­ciari del Capo dello stato per mediare con quello nazio­nale l’interesse spe­ci­fico degli enti di pro­ve­nienza della mag­gio­ranza dei mem­bri di un tale Senato. La cui mag­gio­ranza rispon­derà agli enti di pro­ve­nienza e i 21 al Pre­si­dente della Repub­blica la cui figura ver­rebbe sfi­gu­rata con qual­che impronta di regia memo­ria. Comun­que né gli uni né gli altri rispon­de­ranno al corpo elet­to­rale, alla imme­diata espres­sione di quel popolo tito­lare unico della sovra­nità dalla quale sol­tanto può deri­vare la rap­pre­sen­tanza poli­tica. Come si vede dalla ricon­fi­gu­ra­zione ren­ziana del Senato la rap­pre­sen­tanza poli­tica ne esce e la demo­cra­zia è dimezzata.

Come dimez­zata, con­tratta, svuo­tata è la rap­pre­sen­tanza poli­tica con­fi­gu­rata dalla legge elet­to­rale per la Camera dei depu­tati, il ren­zu­sco­num . Il cui obiet­tivo — e lo abbiamo scritto e moti­vato — è la distor­sione della rap­pre­sen­tanza par­la­men­tare e la sua ridu­zione a fun­zione ser­vente del pre­mie­rato asso­luto con ten­sione alla mono­cra­zia.
Sil­vio Ber­lu­sconi ha ragione nel dichia­rare che il dise­gno isti­tu­zio­nale di Mat­teo Renzi è quello incor­po­rato nella legge costi­tu­zio­nale che volle fare appro­vare nel 2005 e che il corpo elet­to­rale respinse nel 2006. Ad opporsi a quel dise­gno con tutte le forze della sini­stra e della demo­cra­zia ita­liana c’era il Par­tito demo­cra­tico. A rea­liz­zare quel dise­gno c’è ora il suo lea­der. È tri­ste ma dove­roso constatarlo.

Libri & Conflitti. L’intervista a Dario Leone di Le gabbie sociali della globalizzazione | Autore: carmine tomeo da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti E’ uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni.
Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato.

l’estratto QUI

Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.

La tesi centrale del tuo lavoro è che in quest’epoca in cui il “capitalismo globalizzato” è “trionfante” è venuta meno la dimensione collettiva. Secondo la tua analisi, quali ambiti di comunità sono stati intaccati dalla globalizzazione?

Direi tutti. La comunità oggi si regge su un localismo sterile e vuoto rispetto ad un potere reale e concreto che è globale. E gli aspetti psico-sociali terribili che questa condizione produce sull’individuo sono i veri protagonisti di questo mio lavoro.

Affermi che “il risultato è che il dissenso non si canalizza verso una piattaforma d’azione collettiva per un cambiamento, ma diventa un semplice e passeggero sfogo collettivo.” Quali sono secondo te le conseguenze di questo risultato?

Il nemico non è più il classico padrone o il caporale. E’ l’agenzia interinale (percepita come una benedizione), sono gli azionisti, i mercati finanziari. Manca un nemico in carne ed ossa, con un nome; un nemico riconoscibile come il male comune contro il quale combattere. La rabbia dunque, viene espressa contro l’assassino, il pedofilo, il ladro, il rom… Insomma viene espressa attraverso nemici in carne ed ossa, gli unici che in modo riconoscibile possono supplire all’assenza apparente del nemico autentico. Dunque, essendo questi nemici protagonisti di eventi passeggeri, lo scagliarsi contro uno di loro è niente più che uno sfogo passeggero ed è collettivo solo per il fatto che temporaneamente viene condiviso. Le grandi questioni come il cambiamento politico e sociale non producono più piattaforme di azione collettiva durature e granitiche come un tempo a causa dell’assenza della dimensione collettiva che porta l’attore sociale ad avere ritmi così pressanti a causa della ridefinizione del mercato del lavoro che lo investe e che lo porta a pensare che qualsiasi battaglia comune autentica e politica sia solo una mera perdita di tempo. Tempo che preferisce riservare alla coltivazione del suo orticello. Orticello che non produce nulla se non ansia, negazione del presente e assenza di futuro che sono le patologie sociali che avrebbero come unica cura la rinascita della dimensione collettiva alla cui costruzione l’individuo si sottrae.

La tua analisi ti porta a considerare l’individuo come un soggetto che finisce per ‘tornare a capo e ricominciare’ e che questa condizione è causa del rigetto di qualsiasi impegno costante, di qualsiasi coinvolgimento. La crisi dei soggetti collettivi (partiti, sindacati, ecc.) è da considerare, secondo te, come conseguenze di questa condizione?

L’uomo postmoderno non è “l’uomo senza qualità” di Musil, ma un uomo con troppe qualità. Ne ha così tante che si annullano a vicenda. Parlo nel libro del concetto dell’uomo modulare che adatta i suoi moduli identitari a seconda del momento. Questo porta l’individuo in una condizione di continua costruzione della propria identità. Un processo che non ha fine. Pertanto la sua adesione a partiti e sindacati è fragile e momentanea. I partiti sono diventati dei taxi. Quando uno di questi rimane senza benzina se ne prende un altro. Basti osservare come ad esempio l’Italia dei valori abbia svolto il ruolo del taxi nei confronti di tanti nostri ex compagni. Le conseguenze sulla credibilità dei soggetti politici è sotto gli occhi di tutti. Ma aggiungo anche che i partiti delegando il proprio ruolo decisionale al libero mercato non sono oggi più nelle condizioni di offrire risposte autenticamente risolutive. Sono semplicemente esecutori materiali di ordini indirettamente imposti da questo nuovo e inedito capitalismo. La loro crisi ha come causa la perdita della loro funzione più che il loro malcostume.

Tu vieni da una formazione marxista. Eppure noto che nel tuo libro le classi sociali rimangono sullo sfondo e la tua analisi si concentra sull’individuo osservato da un punto di vista sociologico. Da cosa deriva questa impostazione analitica?

Nel libro ho dimostrato durkhenianamente la presenza di una forza extrasociale più che extraindividuale (e cioè la globalizzazione e chi la determina) attraverso l’individualismo metodologico popperiano. Questo perché penso che alla base di tutto vi sia la percezione individuale degli eventi. Il superamento delle classi in questo contesto storico ha prodotto una babele di miserie inedite e di oppressi così differenti e numerosi che definire una classe oppressa è difficile così come definire una classe di oppressori che si perdono nella nube del libero mercato. Venendo meno la dimensione collettiva che è la classe, l’unico modo per partire nell’analisi è l’individuo. Cerco di capire quali sono gli ostacoli che gli impediscono di comprendere il suo essere sociale e quindi la sua coscienza. Pertanto lo sforzo è proprio quello di ricercare (o ritrovare) una dicotomia di classe sulla quale poter lavorare politicamente (nel mio caso teoricamente). L’idea di una nuova dicotomia postmoderna che ho ricavato è nell’ultimo capitolo del libro intitolato “risoluzioni o sogni”.

Le gabbie sociali della globalizzazione
di Dario Leone
Susil
ISBN 8897880177
Pagine 176
Euro 13,00

Revelli: Renzi ha introdotto il rozzo Stil novo, l’alternativa è l’Altra Europa con Tsipras | Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Revelli

La crisi ita­liana sta pro­du­cendo uno dei feno­meni poli­tici più inquie­tanti, oggi, in Europa: un popu­li­smo di tipo nuovo, viru­lento e nello stesso tempo isti­tu­zio­nale. Tanto più pre­oc­cu­pante per­ché emer­gente non al mar­gine ma nel cen­tro stesso del sistema di potere. Non dal basso (come avviene per i movi­menti così eti­chet­tati) ma “dall’alto” (dal cuore del potere ese­cu­tivo, dal Governo stesso), assu­mendo come vet­tore (altro para­dosso) l’unico par­tito che con­ti­nua a defi­nirsi tale.

E che fino a ieri ten­deva a pre­sen­tarsi, a torto o a ragione, come la prin­ci­pale bar­riera con­tro le derive auto­ri­ta­rie e popu­li­sti­che. Mi rife­ri­sco al rozzo Stil novo intro­dotto da Mat­teo Renzi, con la con­vin­zione che non si tratti, solo, di una que­stione di stile. O di comu­ni­ca­zione, come fret­to­lo­sa­mente lo si clas­si­fica. Ma che tutto ciò che si con­suma sotto i nostri occhi alluda a una muta­zione gene­tica del nostro assetto isti­tu­zio­nale e dell’immaginario poli­tico che gli fa da con­torno, in senso, appunto, populista.

Se infatti per popu­li­smo si intende l’evocazione (in ampia misura reto­rica) di un “popolo” al di fuori delle sue isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive e per molti versi con­trap­po­sto alla pro­pria stessa rap­pre­sen­tanza (al corpo dei pro­pri rap­pre­sen­tanti ricon­fi­gu­rati in “casta”), allora non c’è dub­bio che Renzi ne inter­preta una variante par­ti­co­lar­mente viru­lenta. E’ tipico di Renzi, da quando ha var­cato la porta di palazzo Chigi, lavo­rare per aggi­rare e ten­den­zial­mente liqui­dare ogni media­zione isti­tu­zio­nale (a comin­ciare dal Par­la­mento) per isti­tuire un rap­porto diretto capo-massa.

Le mani­che di cami­cia osten­tate nei palazzi del potere (come fosse il lea­der di un movi­mento di desca­mi­sa­dos anzi­ché pro­ve­nire da una tra­di­zione demo­cri­stiana di lungo corso e da uno dei più for­ma­li­stici pezzi dell’ esta blish­men t quale è stato in que­sti anni il Pd). Il les­sico da ricrea­zione sco­la­stica, anche dove si parla di cose serie. Il discorso al Senato — lo ricor­date? -, volu­ta­mente sgan­ghe­rato, infor­mal­mente invol­ga­rito, con quello sguardo per­duto lon­tano, nell’occhio delle tele­ca­mere per sem­brare pun­tato sull’intimità delle fami­glie, comun­que oltre i volti pre­oc­cu­pati dei sena­tori seduti davanti… Tutto allude a una volontà, espli­cita, di far tabula rasa della “società di mezzo”, delle mol­te­plici strut­ture di media­zione del rap­porto tra popolo e Stato, che siano le forme con­so­li­date della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva (il Par­la­mento in primo luogo), o quelle spe­ri­men­tate della rap­pre­sen­tanza sociale e dei gruppi di inte­resse (sin­da­cati, Con­fin­du­stria, liqui­dati tutti come con­cer­ta­tivi). E di ver­ti­ca­liz­zare quel rap­porto sull’asse per­so­na­liz­zato dell’uomo solo al comando. Del “mi gioco tutto io”. Anche “quello che è vostro”.

Ora non c’è dub­bio che in que­sta spe­ri­co­lata ope­ra­zione Renzi può con­tare su un dato sacro­santo di realtà, costi­tuito appunto dalla macro­sco­pica crisi della Rap­pre­sen­tanza. Dei suoi sog­getti e dei suoi isti­tuti, ben visi­bile nei fatti di cro­naca: nell’impotenza mostrata dal Par­la­mento a più riprese, dalla crisi che portò al governo Monti alle ver­go­gnose scene che accom­pa­gna­rono l’elezione del Pre­si­dente della Repub­blica. Nel discre­dito dei par­la­men­tari (quasi tutti), dei con­si­glieri regio­nali, degli ammi­ni­stra­tori pro­vin­ciali e comu­nali, giù giù a cascata lungo tutta la scala degli organi elet­tivi, nes­suno salvo. Per­sino nello sta­tus dei pro­ta­go­ni­sti attuali: nes­suno dei tre lea­der che si spar­ti­scono la scena, da Grillo, a Ber­lu­sconi a Renzi stesso è un “par­la­men­tare”. Ma a dif­fe­renza di chi di quella crisi non ha voluto nep­pur pren­dere atto (la pre­ce­dente mag­gio­ranza Pd, che infatti si è andata a schian­tare senza nep­pure capire per­ché), e di quanti (pochi) su quella crisi si arro­vel­lano per cer­carne una uscita in avanti (noi della lista per Tsi­pras, per fare un nome), Renzi ha deciso di quo­tarla alla pro­pria borsa.

E’ il primo che ha scelto con­sa­pe­vol­mente di capi­ta­liz­zare sulla crisi degli ordi­na­menti rap­pre­sen­ta­tivi. Per valo­riz­zare il pro­prio per­so­nale ruolo nel qua­dro di un modello di gestione del potere espli­ci­ta­mente post-democratico. O, dicia­molo pure senza temere di appa­rire retrò, anti-democratico. Fon­dato su una forma estrema di deci­sio­ni­smo, non più nep­pure legit­ti­mata dai con­te­nuti, ma dal metodo. Deci­dere per deci­dere. Deci­dere in fretta. Anzi, fare in fretta anche senza deci­dere, per­ché comun­que, quello che con­terà al fine del con­senso, non sarà un fatto con­creto ma piut­to­sto il rac­conto di un fare (Crozza docet).

Per que­sto hanno ragione, ter­ri­bil­mente ragione, gli autori del docu­mento di Libertà e giu­sti­zia , lad­dove denun­ciano il reale rischio di un auto­ri­ta­ri­smo di tipo nuovo. Basato sullo scon­quasso dell’architettura isti­tu­zio­nale e sulla rot­ta­ma­zione dell’idea stessa di demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, fatta con gio­va­ni­li­stica non­cu­ranza (con “stu­den­te­sca spen­sie­ra­tezza”, per usare un’espressione gobet­tiana), nel qua­dro di una par­tita in cui l’azzardo pre­vale sul cal­colo, la velo­cità sul pen­siero. E’ pos­si­bile, come temono (o spe­rano) in molti, che Mat­teo Renzi “vada a sbat­tere”. Che, come il cat­tivo gio­ca­tore di poker costretto a rilan­ciare con­ti­nua­mente la posta ad ogni mano per­duta, alla resa dei conti (all’emergere dell’ ice­berg som­merso del fiscal com­pact e delle decine di miliardi da pagare) fac­cia default . Prima o poi. Ma, appunto, dalla vici­nanza di quel prima o dalla distanza di quel poi dipende l’ampiezza dei danni (irre­ver­si­bili) che è desti­nato a fare. Den­tro que­sta for­bice tem­po­rale, si gioca la pos­si­bi­lità di costruire un’alternativa poli­tica, di sini­stra, par­te­ci­pa­tiva, non arresa ai vin­coli euro­pei, come vuole l’ Altra Europa con Tsipras , e al malaf­fare ita­liano. Anche solo una testa di ponte, per tenere quando si dovranno calare le ultime carte.