La guerra senza sacrifici da : il manifesto.it

Panopticon virtuali. Gli attuali scenari militari vedono l’uso di veicoli aerei senza pilota. Una presenza che mette a nudo i rapporti di potere occultati dall’impiego di sistemi d’arma automatizzati. «La teoria del drone» di Grégoire Chamayou per DeriveApprodi

Una scena tratta dal film Oblivion

In uno stu­dio di qual­che anno fa Gré­goire Cha­mayou aveva rico­struito una sto­ria e una feno­me­no­lo­gia del potere a par­tire dalla sua natura «cine­ge­tica», ossia pren­dendo le mosse dal ruolo deci­sivo che la cac­cia rive­ste nella con­qui­sta e nella con­ser­va­zione del domi­nio sugli uomini. Una cac­cia, però, del tutto par­ti­co­lare: la cac­cia all’uomo (Le cacce all’uomo, mani­fe­sto­li­bri). Non sor­prende dun­que che que­sta sua linea di ricerca lo abbia con­dotto a pren­dere in esame il con­ge­gno che, sosti­tuen­dosi pro­gres­si­va­mente ai più tra­di­zio­nali stru­menti tec­no­lo­gici e orga­niz­za­tivi, rap­pre­senta la fron­tiera più avan­zata della cac­cia all’uomo: il drone, nel gergo mili­tare Unman­ned com­bat air vehi­cle (Ucav), ossia aero­vei­colo da com­bat­ti­mento senza equi­pag­gio (Teo­ria del drone, Deri­veap­prodi, pp 215, euro 17.00). Un occhio che indaga e uccide, senza limiti di spa­zio e di tempo. Insonne, attento, dotato di una memo­ria pro­di­giosa, rac­co­glie paziente gli indizi che fanno di un essere umano un nemico e dun­que una preda. La inse­gue dal cielo in ogni luogo e in ogni suo gesto, ne trac­cia il pro­filo bio­gra­fico e, infine, la abbatte. Ma a dif­fe­renza del cac­cia­tore, espo­sto al con­fronto con la preda, e sem­pre a rischio di vedere inver­tirsi le parti, di pas­sare dall’inseguimento alla fuga, il pilota del drone siede al riparo da ogni minac­cia in una cabina di comando, a migliaia di miglia dal suo ber­sa­glio e dall’ambiente ostile che lo cir­conda, in un Olimpo dal quale par­tono i ful­mini sca­gliati in un’unica dire­zione. Sor­ve­glia e distrugge il mondo di ombre che popola il suo schermo e, all’altro capo della terra, una vita reale che piut­to­sto appros­si­ma­ti­va­mente vi si riflette. Alla vit­tima non è dato com­bat­tere, nes­sun nemico è alla sua por­tata, né odio, né com­pas­sione, né paura fil­trano attra­verso il corpo metal­lico della mac­china che esplo­derà il colpo fatale. Que­sta uni­la­te­ra­lità insor­mon­ta­bile è ciò che sbri­ciola il con­cetto clas­sico di guerra, non­ché il diritto, fon­dato sulla reci­pro­cità, che le si accom­pa­gnava, lo ius in bello. È ciò che fa la dif­fe­renza tra il com­bat­ti­mento e l’assassinio, tra il sol­dato e il car­ne­fice. Ed è la realtà, in ver­ti­gi­nosa espan­sione, di quella guerra per­ma­nente tra­ve­stita da ope­ra­zione di poli­zia glo­bale (la cac­cia è infatti il modello prin­cipe dell’agire poli­zie­sco) cui il XXI secolo ci ha ormai abi­tuato. Una realtà che ha biso­gno della sua ideo­lo­gia, del suo qua­dro giu­ri­dico e per­fino dei suoi prin­cipi etici, cui folte schiere di apo­lo­geti del drone si sono ala­cre­mente dedi­cati nel ten­ta­tivo di tener salda la dif­fe­renza tra un sol­dato e un assas­sino, tra uno stato e un man­dante di omicidi.

Logi­che coloniali

Que­ste mac­chine di morte senza equi­pag­gio rispon­de­reb­bero, secondo i loro soste­ni­tori, a due fon­da­men­tali prin­cipi «uma­ni­tari». Il primo, quello di sal­va­guar­dare la vita dei pro­pri sol­dati, con­sen­tendo di con­durre una guerra senza caduti. Il secondo, quello di cir­co­scri­vere al mas­simo gli «effetti col­la­te­rali» di un attacco, indi­vi­duando con pre­ci­sione estrema il ber­sa­glio e iso­lan­dolo da un più ampio con­te­sto. Vuoi met­tere un mis­sile che fa terra bru­ciata in un rag­gio di 15–20 metri con un bom­bar­da­mento a tap­peto? Insomma il drone favo­ri­rebbe il rispar­mio di vite umane, rive­lan­dosi un «male minore». Diceva Han­nah Arendt che «coloro che optano per il minor male ten­dono velo­ce­mente a dimen­ti­care che hanno scelto il male». Ma non si tratta solo di que­sto. Si dovrebbe aggiun­gere che il primo prin­ci­pio, quello di sal­va­guar­dia della vita, pog­gia su una netta distin­zione, ben radi­cata nella tra­di­zione colo­nia­li­sta, tra il valore delle «nostre vite» e l’insignificanza di quelle altrui (gli inglesi ricor­re­vano volen­tieri alle truppe indi­gene per non rischiare in pro­prio) e mette il mano­vra­tore dell’arma letale al riparo da emo­zioni, dubbi e respon­sa­bi­lità, se non dalla noia della sor­ve­glianza. Una base piut­to­sto fra­gile sulla quale edi­fi­care un’etica.

Il secondo prin­ci­pio, anche a pre­scin­dere dalle «sba­va­ture» che sono costate migliaia di morti civili, si pre­sta a una replica infi­nita e a una arbi­tra­ria esten­sione della cate­go­ria dei ber­sa­gli («ogni indi­vi­duo maschio in età per com­bat­tere pre­sente in una zona d’attacco»). A forza di 15 metri si fanno i chi­lo­me­tri qua­drati. E intere popo­la­zioni sono costrette a vivere peren­ne­mente nel ter­rore di una morte incom­bente, sem­pre in pro­cinto di pio­vere improv­vi­sa­mente dal cielo. Ma alla guerra dei droni poco importa incu­tere ter­rore nella popo­la­zione civile, ali­men­tan­done l’odio. Con­tra­ria­mente alla clas­sica stra­te­gia con­tro­in­sur­re­zio­nale, che si ser­viva della pre­senza mili­tare umana sul ter­reno del con­flitto per con­qui­stare poli­ti­ca­mente la popo­la­zione alla pro­pria causa, la mat­tanza tele­gui­data non mira ad occu­pare, ma a sor­ve­gliare e distrug­gere. Nes­suna guar­dia car­ce­ra­ria si illu­de­rebbe di ricon­durre i dete­nuti alla pro­pria causa. Ed è pro­prio in una immensa pri­gione sor­ve­gliata dal panop­ti­con volante che sono state tra­sfor­mate vaste aree del pia­neta. Così i tec­no­crati della guerra per­ma­nente si sot­trag­gono a qua­lun­que dimen­sione poli­tica, affi­dan­dosi all’esibizione di un potere invul­ne­ra­bile e imper­mea­bile a ogni neces­sità di dia­logo o dicom­pro­messo. Ma è pro­prio que­sto abban­dono della poli­tica a favore di una ammi­ni­stra­zione ordi­na­ria della vio­lenza che abbi­so­gna di una spie­ga­zione filo­so­fico poli­tica. E in que­sto Cha­mayou è dav­vero maestro.

Una dif­fusa irresponsabilità

La domanda che si pone, a que­sto punto, è come la nuova arma, il drone, tenda a modi­fi­care il rap­porto dello stato con i pro­pri sud­diti, in guerra, ma anche in pace. Secondo lo schema con­trat­tua­li­sta hob­be­siano l’obbligo di obbe­dienza è il prezzo della pro­te­zione sovrana. Ma quando lo stato entra in guerra, allora, si ha l’obbligo di difen­dere il potere di cui si è goduto in tempo di pace e cioè il sovrano. Que­sto rove­scia­mento getta una luce sini­stra sulla sovra­nità, il cui impe­ra­tivo è ora «dovete obbe­dirmi per­ché io sia pro­tetto anche quando non vi pro­teggo più da nulla e soprat­tutto da me stesso». Che la si voglia met­tere nei ter­mini con­trat­tua­li­stici hob­be­siani, o in quelli idea­li­stici hege­liani della libertà rea­liz­zata nel con­fronto con la morte a mag­gior glo­ria dello stato, il sacri­fi­cio e l’esposizione al peri­colo sono inscin­di­bili dal rap­porto dei sud­diti con la sovra­nità sta­tale, dalla loro appar­te­nenza poli­tica. Ma è pro­prio que­sto il nodo che la «dro­niz­zaz­zione» tende a scio­gliere, o più pre­ci­sa­mente a masche­rare, a par­tire pro­prio dalla guerra, con­sen­tendo di con­durla senza alcun sacri­fi­cio, senza ver­sare una sola goc­cia di san­gue del pro­prio popolo. Vi è però, in que­sta oppor­tu­nità, un risvolto inquie­tante: la guerra «a costo zero» si fa estre­ma­mente allet­tante, tanto da potersi con­durre, se non pro­prio per capric­cio, almeno sulla base di un fle­bile sospetto, di una fumosa idea di «pre­ven­zione» e comun­que in un clima di dif­fusa irre­spon­sa­bi­lità. Fra l’altro non incon­tra nem­meno più l’ostacolo del «con­senso» che il prin­ci­pio kan­tiano di cit­ta­di­nanza le impo­neva: poi­ché in gioco è la vita e la morte dei cit­ta­dini que­sti sono chia­mati a espri­mere il pro­prio accordo, e certo non sce­glie­reb­bero a cuor leg­gero. Gra­zie ai droni, oltre che senza sacri­fi­cio, la guerra potrà essere con­dotta anche senza con­senso: poi­ché nes­suno vi si mette radi­cal­mente in gioco nem­meno gli si dovrà rico­no­scere voce in capi­tolo. L’intera società sarà così sgra­vata da una decisa ridu­zione dei costi poli­tici, eco­no­mici e d’immagine della guerra. Ma il pro­blema è, come non man­cherà di sug­ge­rire l’economista, che l’abbattimento dei costi accre­sce la domanda: la guerra a buon mer­cato tro­verà non pochi con­su­ma­tori. Sot­trarre la guerra alla sfera poli­tica tra­sfe­ren­dola a quella ammi­ni­stra­tiva, cir­co­scri­vere il numero di coloro che vi sono coin­volti e, ancor più, quello di coloro che deten­gono il potere di deci­dere, ridurre l’attenzione e il peso dell’opinione pub­blica e della pro­te­sta popo­lare, sono gli scopi, per nulla recon­diti, della dro­niz­zaz­zione bel­lica. Desti­nata, infine, a fare da modello all’organizzazione secu­ri­ta­ria dell’intera società.

Da quella ine­sau­ri­bile miniera che sono i Minima Mora­lia, Cha­mayou estrae una rifles­sione sulle V2 hitle­riane lan­ciate con­tro Lon­dra durante la seconda guerra mon­diale, nelle quali Adorno rin­viene i tratti tipici del fasci­smo: velo­cità senza sog­getto, per­fe­zione e cecità asso­luta. In que­sta vio­lenza senza bat­ta­glia né pos­si­bi­lità di difesa, dove il nemico funge da «paziente e da cada­vere» il filo­sofo fran­co­for­tese indi­cava un ele­mento «dia­bo­lico»: il fatto che «in un certo qual modo, si richiede più ini­zia­tiva che nella guerra clas­sica, e che, per così dire, occorre tutta l’energia del sog­getto per rea­liz­zare l’assoluta impersonalità».

La poli­tica occultata

L’automazione non è frutto di alcun auto­ma­ti­smo ma il risul­tato d<CW-26>ell’impegno ala­cre di una sog­get­ti­vità poli­tica deter­mi­nata. E qui, la teo­ria del drone e della sua imper­so­nale per­fe­zione, si allarga a un ben più vasto oriz­zonte. «Orga­niz­zare il disin­ve­sti­mento della sog­get­ti­vità poli­tica – scrive Cha­mayou – è oggi diven­tato il com­pito prin­ci­pale di que­sta stessa sog­get­ti­vità», per con­clu­dere, infine, che la trac­cia indi­cata da Adorno con­sente di rispon­dere a una domanda che osses­si­va­mente ci si pone sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo e della post­mo­der­nità, ossia dove si trovi il sog­getto del potere? La rispo­sta è que­sta: «pre­ci­sa­mente lì dove lavora atti­va­mente per farsi dimen­ti­care». Che si tratti del drone pilo­tato da un ano­nimo tec­nico, di un robot, in tutto e per tutto auto­nomo, ma inca­pace di disob­be­dire per­ché pro­gram­mato secondo le leggi della «guerra giu­sta», o delle sca­tole cinesi in cui si cela l’espansione del capi­tale finan­zia­rio, c’è sem­pre qual­cuno che aspira ad essere dimen­ti­cato. Un rap­porto sociale tra­vi­sato da indi­scu­ti­bile ogget­ti­vità. È que­sta spa­ri­zione che pre­serva il potere dai costi del suo eser­ci­zio, dalla respon­sa­bi­lità dei suoi atti e dalla rea­zione delle sue vit­time. E che tende a tra­sfor­marsi in un modello gene­rale di con­trollo e di governo oli­gar­chico della società. Sulle ali di un aero­pla­nino tele­co­man­dato vola anche que­sta sini­stra pro­spet­tiva. Sic­ché con­verrà com­piere uno sforzo per non dimen­ti­care il cac­cia­tore che si cela nell’anonimato.

Caso Manca, “ragion di Stato”? da: antimafia duemila

manca-attilio-risto-le-montagnedi Luciano Mirone – 1° aprile 2014

Il Papa dice che Attilio Manca è stato ucciso dalla mafia e lo Stato smentisce, o sta zitto. Don Luigi Ciotti, come migliaia di italiani, e decine di giornalisti e intellettuali, sono sulla lunghezza d’onda del Pontefice, ma lo Stato continua a smentire o a tacere. Ed è impressionante notare che, mentre nella Giornata della memoria dedicata alle vittime della mafia, al cospetto di Sua Santità, Attilio Manca è stato definito vittima di Cosa nostra, lo Stato continui a smentire una circostanza per la quale – in base agli elementi emersi – dovrebbe avere quantomeno un pizzico di prudenza. Specie se, in questo caso, lo Stato è rappresentato da un magistrato come Michele Prestipino, fino ad alcuni anni fa alla Procura di Palermo, dove un processo ha fatto luce su molti retroscena legati all’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si sottopose a Marsiglia Bernardo Provenzano.

Ecco cosa dichiara in Commissione parlamentare antimafia Michele Prestipino, oggi procuratore aggiunto a Roma: “C’è un’ultima questione, la questione di Attilio Manca. Io ora non parlo come procuratore aggiunto di Roma, perché Roma, che a me consti, non credo abbia attivato o seguito indagini. Ci sono le regole della competenza. Io me ne sono occupato quando ero sostituto a Palermo e, rispetto alle ultime emergenze, sia pure di tipo giornalistico e mediatico, sento il dovere di dire almeno una cosa. C’è un processo che si è svolto a Palermo, che si è concluso con sentenze divenute definitive, cioè con tre gradi di giudizio, con condanne e, quindi con l’accertamento delle responsabilità penali, in cui è stata ricostruita in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi passaggi, anche geografici, quella che mediaticamente è stata definita la ‘trasferta’ di Bernardo Provenzano nel territorio di Marsiglia per sottoporsi a un’operazione chirurgica”.

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Nel corso dell’audizione, il senatore del M5S Mario Michele Giarrusso puntualizza: “Con la carta di identità di Troia “. Giarrusso si riferisce al fatto che Provenzano, per quell’intervento a Marsiglia, ha usufruito di una carta d’identità falsa, approntata dall’ex presidente del Consiglio comunale di Villabate (Palermo), Francesco Campanella (all’epoca organico a Cosa nostra e contemporaneamente amico di politici di altissimo livello del centrodestra e del centrosinistra), ed intestata al panettiere Gaspare Troia.

“Sì, esattamente quella”, risponde Prestipino. Che prosegue così: “Quella vicenda è stata ricostruita, passatemi il termine, minuto per minuto e tutti i soggetti coinvolti che hanno commesso reati sono stati condannati con sentenza passata in giudicato grazie alle intercettazioni, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e agli atti acquisiti con una rogatoria presso l’autorità giudiziaria di Marsiglia, alla quale ho personalmente partecipato”.

“Noi abbiamo sentito – dice ancora il magistrato – con i colleghi francesi, i medici e il personale infermieristico. In più, abbiamo acquisito le dichiarazioni, estremamente collaborative, di una donna che è stata legata a uno degli uomini che avevano organizzato la trasferta e che ha curato e assistito personalmente, spacciandosi per una nipote, il signor Troia, in realtà Bernardo Provenzano, quando è stato ricoverato in terra di Francia. Ebbene, nella ricostruzione abbiamo sentito chi lo ha assistito, chi l’ha operato, chi ha fatto il prelievo; abbiamo potuto estrarre anche il profilo del Dna, perché all’epoca Bernardo Provenzano, quando abbiamo eseguito questa rogatoria, a giugno del 2005, era ancora latitante. Di tutti questi fatti, dalla partenza, proprio con orario e data, al ritorno, con orario, data e riconsegna delle valigie di Provenzano, non c’è mai stata traccia di Attilio Manca. Questo lo dico come dato di fatto. Mi sento in dovere di doverlo precisare”.

Fin qui le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, il quale “sente il dovere di precisare”, col senno di “ieri” – cioè col senno di determinate verità processali acclarate ma “cristallizzate” da un processo svoltosi alcuni anni fa – un caso (quello di Attilio Manca, giovane e brillante urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina), per il quale “oggi” stanno affiorando circostanze inedite che gli inquirenti di Viterbo (la morte di Manca si è verificata nella città laziale) non solo non si sono mai presi la briga di verificare, ma in talune occasioni hanno occultato, falsificato o, secondo l’ex magistrato antimafia Antonio Ingroia, addirittura “insabbiato”.

Citiamo Ingroia non a caso, perché Ingroia (oggi avvocato della famiglia Manca) è uno dei depositari più autorevoli dei segreti legati alla “trattativa” Stato-mafia, di cui, secondo molti, la storia di Attilio Manca potrebbe (potrebbe…) rappresentare un anello solo se si approfondissero certi elementi affiorati in questi anni.

Per questo, con il rispetto dovuto per la carica e per lo straordinario impegno profuso contro la mafia, ci permettiamo di chiedere al dott. Prestipino se sa che:

1.    Attilio Manca, proprio nell’autunno del 2003, nel periodo in cui Provenzano era a Marsiglia per operarsi alla prostata, si trovava in Francia per “assistere ad un intervento chirurgico”, come allora telefonicamente disse ai genitori.

2.    I familiari di Attilio Manca hanno chiesto, fin da subito, ai magistrati di Viterbo, di acquisire i tabulati telefonici del 2003 per accertare il luogo dal quale l’urologo avrebbe effettuato quella chiamata. Tale richiesta è rimasta inevasa (i motivi non si conoscono), e i tabulati sono stati distrutti dopo cinque anni, come prevede la legge. Questo lo sa il dott. Prestipino?

3.    Attilio Manca, all’epoca, era uno dei pochi chirurghi italiani, quasi certamente l’unico siciliano, in grado di operare quel tipo di patologia col sistema laparoscopico, importato dallo stesso Manca dalla Francia, dove si era specializzato due anni prima.

4.    Attilio Manca, dopo la specializzazione acquisita in Francia, fu il primo medico italiano – assieme al suo Maestro Gerardo Ronzoni, primario di Urologia all’ospedale Gemelli di Roma – ad operare il cancro alla prostata per via laparoscopica (2002).

5.    Bernardo Provenzano è stato operato con quel sistema.

6.    Francesco Pastoia, braccio destro di “Binnu ‘u tratturi”, intercettato da un’ambientale mentre era nel carcere di Modena, parlando degli omicidi commessi dal suo capo (quindi in un contesto ben preciso), disse: “Provenzano è stato operato ed assistito da un urologo siciliano”. Dunque, non solo “operato”, ma anche “assistito”. Il che vuol dire che c’è stato un medico siciliano il quale – magari sconoscendo la vera identità di Provenzano – è stato a contatto col boss corleonese durante l’intervento, ma anche prima e anche dopo. Prima per i controlli di routine, dopo per le cure post operatorie. Pastoia è morto misteriosamente in carcere appena tre giorni dopo. Non di morte naturale, ma impiccato. Si è svolta un’accurata indagine su questa misteriosa morte? Pochi giorni dopo, al cimitero di Belmonte Mezzagno (Palermo) è stata profanata la sua tomba in modo piuttosto macabro e violento.

7.    C’è dunque un “urologo siciliano che ha curato Provenzano”, almeno secondo Pastoia. Delle due l’una: o è Attilio Manca (che già allora conosce benissimo  la tecnica con la quale è stato operato il boss), o un altro. Se non è Attilio, chi è, perché non si accerta, perché non si è scoperto, dato che, come dice il dott. Prestipino, “quella vicenda è stata ricostruita minuto per minuto”?

8.    Se finora il misterioso urologo di cui parla Pastoia non è saltato fuori, siamo sicuri che il processo – come dice il magistrato – ha “ricostruito” tutto dell’intervento di Provenzano? Sicuramente ha accertato molte cose, ma siamo certi che ha fatto piena luce su “tutti i passaggi” che riguardano il “prima” e il “dopo”, e soprattutto ha accertato l’eventuale rete istituzionale che ha protetto la latitanza del capo dei capi? Sì, perché su questa vicenda si dovrebbe uscire da un equivoco: spesso per smentire eventuali collegamenti fra la morte di Attilio Manca e l’operazione di Provenzano, si prende come riferimento solamente la “trasferta” del boss a Marsiglia, dimenticando che c’è un “prima” e c’è un “dopo”, su cui forse non è stato ricostruito tutto.

un-suicidio-di-mafia9.    Ci sono ragionevoli motivi – leggendo le carte del Ros – per dire che Bernardo Provenzano, all’inizio degli anni Duemila (il periodo che stiamo trattando) abbia trascorso una parte della latitanza non in un posto qualunque, ma a Barcellona Pozzo di Gotto, dove “quella” mafia –  una delle più sanguinarie del mondo, quella che ha condannato a morte il giornalista Beppe Alfano – ha costruito il telecomando per la strage di Capaci, e da molti anni è in ottimi rapporti con l’ala “provenzaniana” di Cosa nostra.

10.    Secondo un autorevole investigatore allora in servizio a Messina ed oggi residente al Nord (in una intervista esclusiva rilasciata al sottoscritto per il recente libro sulla strana morte di Attilio Manca, “Un ‘suicidio’ di mafia” – Castelvecchi editore), l’urologo veniva addirittura prelevato in elicottero per visitare Provenzano latitante in terra barcellonese, servendosi di determinate strutture private. Non sappiamo la veridicità dell’argomento, ma si è mai indagato seriamente per accertarne la fondatezza?

11.    Le indagini su questo particolare – sempre secondo questo investigatore – sarebbero state fermate per volere di personaggi altolocati. Anche di questo non conosciamo la fondatezza (dato che la notizia è stata fornita mediante intervista e non per mezzo di atto processuale), ma una “bomba” del genere non merita di essere scandagliata dettagliatamente per capire se si tratta di esplosivo ad alto potenziale o di un minuscolo petardo?

12.    All’epoca della latitanza di Provenzano, un “mediatore”, rivolgendosi ai magistrati per “trattare” la resa del boss, ha dichiarato: “Binnu ‘u tratturi” è nascosto a due passi da Viterbo, tra Civita Bagnoregio e Civitella D’Agliana. Altre coincidenze sconvolgenti che potrebbero collegare Provenzano ad Attilio Manca: Barcellona Pozzo di Gotto e la provincia di Viterbo. È solamente un caso o qualcosa di più?

13.    L’allora capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (oggi condannato in Cassazione per avere falsificato i verbali sui fatti accaduti alla scuola Diaz di Bolzaneto nel 2001 durante il G8 di Genova, ovvero tre anni prima della morte di Manca), dopo il decesso del medico siciliano, scrisse che nel periodo di degenza di Provenzano a Marsiglia, Attilio Manca non si sarebbe mosso dall’ospedale di Viterbo, dove prestava servizio. Ebbene: Gava è stato smentito da una recente ricostruzione effettuata dalla trasmissione “Chi l’ha visto”. Proprio nei giorni in cui Provenzano era sotto i ferri in terra francese, il dott. Manca era assente dall’ospedale laziale. Questo ovviamente non dimostra che l’urologo fosse ad operare il boss, ma dimostra che sui movimenti del medico si è scritto il falso e non si è voluta accertare la verità. Questo pone una domanda molto seria: qual è la ragione che porta certi inquirenti a fare “carte false” per depistare le indagini ed occultare certe verità? Secondo lei, dott. Prestipino, è una “ragione normale” o una “ragion di Stato”?

Tratto da: linformazione.eu

Intermittenze tra vita e lavoro da: il manifesto.it

Saggi. “Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro”, un volume collettivo per Iacobelli editore

È un libro col­let­tivo, poli­fo­nico e dis­so­nante, que­sto Come un pae­sag­gio. Pen­sieri e pra­ti­che tra lavoro e non lavoro, curato da San­dra Bur­chi e Teresa Di Mar­tino (Iaco­belli edi­tore, p. 225, euro 14,90). Col­let­tivo e poli­fo­nico per­ché pre­senta quasi una ven­tina di inter­venti di ricer­ca­trici, stu­diose, atti­vi­ste, fem­mi­ni­ste intorno al nodo lavoro/non lavoro. Si parte con Carole Pate­man e si giunge al col­let­tivo romano Diver­sa­mente occu­pate, per pren­dere i due saggi di aper­tura e chiu­sura. Dis­so­nante per­ché si situa volu­ta­mente fuori dal coro della reto­rica lavo­ri­sta e fami­li­sta che inquina l’aria del discorso pub­blico appena si comin­cia a par­lare di lavoro e della sua man­canza. Soprat­tutto dinanzi al recente Decreto Poletti-Renzi di defi­ni­tiva pre­ca­riz­za­zione delle forme del lavoro e in attesa della legge delega sul Job­sAct.

Impos­si­bile ripor­tare la ric­chezza di ana­lisi, rifles­sioni e pro­po­ste squa­der­nata nelle tre parti in cui si divide il libro. Come dicono le cura­trici, l’intento è quello di «con­si­de­rare la posi­zione di una donna come la posi­zione da cui pen­sare una giu­sti­zia per tutti, ovvero le forme delle rela­zioni pen­sate su grande scala». Andando quindi oltre i tra­di­zio­nali modi di inten­dere e pra­ti­care cit­ta­di­nanza, denaro, spa­zio pub­blico e par­tendo dall’esperienza pre­sente, delle vite di donne «che par­lano da una posi­zione incar­nata». È la lezione irri­du­ci­bile del fem­mi­ni­smo, che vuole «cono­scere e inter­ve­nire sulle insuf­fi­cienze dei momenti più alti della tra­di­zione maschile», per citare Carla Lonzi, ricor­data da Fede­rica Giar­dini nella pre­fa­zione a que­sto libro. Con la con­sa­pe­vo­lezza di disin­ne­scare luo­ghi comuni, per inda­gare pra­ti­che, espe­rienze, rela­zioni e con­flitti capaci di gene­rare anche diritti.

E allora, un filo con­dut­tore potente, che accom­pa­gna molti inter­venti, è la riven­di­ca­zione con­creta e al con­tempo radi­cale, per­ché va alla radice delle con­di­zioni di vita, di un red­dito di base. «Il diritto al red­dito di base è ana­logo al diritto di voto – un diritto demo­cra­tico di tutti i cit­ta­dini», afferma ine­qui­vo­ca­bil­mente Carole Pate­man, a ven­ti­cin­que anni dal suo cele­bre Il con­tratto ses­suale (Edi­tori Riu­niti). Ina Prae­to­rious descrive il «red­dito di base incon­di­zio­nato» come pro­getto sociale, eco­no­mico ed esi­sten­ziale «post-patriarcale», citando alcune ini­zia­tive con­crete (tra Bra­sile, India, Nami­bia e Sviz­zera). Eleo­nora Forenza e Maria Pia Piz­zo­lante par­lano di red­dito di auto­de­ter­mi­na­zione. È l’affermazione di un con­creto diritto uni­ver­sale, frutto di un diritto vivente e pie­tra ango­lare di un nuovo Wel­fare, che non sia più ves­sa­to­rio, selet­tivo, buro­cra­tico, cor­po­ra­tivo e pater­na­li­sta. Una chiave di volta che per­metta di ripen­sare il «nodo cittadinanza/lavoro» nell’epoca della pre­ca­ria fles­si­bi­lità delle forme del lavoro e delle rela­zioni fami­liari (Ales­san­dra Gissi). Per­ché quel nodo è tutto da scar­di­nare. Andando oltre il dilemma pau­pe­ri­stico «cit­ta­di­nanza senza lavoro/lavoro senza cit­ta­di­nanza» (Anna Simone). Dinanzi a un lavoro che si man­gia la vita, quando si lavora a casa (Clau­dia Bruno e San­dra Bur­chi), e che con­fina tutte e tutti noi in un «equi­li­brio insta­bile tra tempi di lavoro e di vita» (Anna­lisa Murgia).

Siamo dinanzi a pro­spet­tive che nes­sun legi­sla­tore ha fino­sra assunto in que­sto impro­ba­bile tea­trino che è la poli­tica ita­liana. Eppure le autrici rifiu­tano qual­siasi ottica vit­ti­mi­stica e malin­co­nica. Piut­to­sto pen­sano un balzo in avanti, che fac­cia tesoro dei fili rossi di inin­ter­rotti pro­cessi di eman­ci­pa­zione. Per tenere insieme que­sto sforzo di imma­gi­na­zione costi­tuente il libro ci indica la pos­si­bi­lità di ripar­tire da «vec­chie e nuove pra­ti­che» (Elena Doria), come quelle di un mutua­li­smo che evo­chi le pos­si­bi­lità di auto­go­verno delle pro­prie esi­stenze sin­go­lari e in comune. Tor­nare a ripen­sare le ori­gini del quarto stato per rico­no­scersi nel quinto stato e nella sua urgenza di tute­lare il lavoro vivo e le vite oltre il lavoro. Per que­sto il libro verrà pre­sen­tato in dia­logo con gli autori, tra cui chi scrive, Il quinto stato (Ponte alle Gra­zie), alle ore 18 di oggi, al Tea­tro Valle Occu­pato di Roma.

L’F-35 made in Italy | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Due posi­zioni si con­fron­tano nel Pd sulla que­stione degli F-35. Quella di Roberta Pinotti, mini­stra della difesa, che dice ai ver­tici dell’aeronautica di «stare sereni» per­ché, come ha assi­cu­rato il pre­mier Renzi al pre­si­dente Obama, l’Italia «non può fare nes­sun passo indie­tro» nell’acquisto dei cac­cia. E quella di Gian Piero Scanu, capo­gruppo Pd alla com­mis­sione Difesa della Camera, che pro­spetta una ridu­zione del numero di cac­cia da acqui­stare, decisa dal par­la­mento dopo una «inda­gine cono­sci­tiva», e assi­cura che «il pre­si­dente degli Stati uniti si è dimo­strato affi­da­bile e ha dato l’idea di non voler inter­fe­rire». Si dimen­tica, nel «dibat­tito», un pic­colo par­ti­co­lare: che l’Italia non è un sem­plice acqui­rente, ma un impor­tante pro­dut­tore del cac­cia F-35.

Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di arma­menti con un fat­tu­rato mili­tare annuo di oltre 36 miliardi di dol­lari. La mac­china pro­dut­tiva ormai è in moto. Il 12 luglio 2013 la Nor­th­rop Grum­man, uno dei con­trat­ti­sti, ha con­se­gnato all’impianto Faco di Cameri la sezione cen­trale della fuso­liera del primo F-35 desti­nato all’Italia. Ciò avve­niva dopo che in mag­gio la Camera aveva impe­gnato il governo a «non pro­ce­dere a nes­suna fase di ulte­riore acqui­si­zione» dell’F-35.

Il 6 marzo 2014, comu­nica la Loc­kheed, è decol­lato per un volo di prova in Texas il primo F-35 con com­po­nenti delle ali fab­bri­cati da Ale­nia Aer­mac­chi. La stessa Loc­kheed pub­blica una car­tina della rete pro­dut­tiva dell’F-35 in Ita­lia. Com­po­nenti del cac­cia ven­gono pro­dotti a Cameri (No) da Ale­nia, a Bor­go­ma­nero (No) da Mecaer, a Torino da Ale­nia Aero­nau­tica e Selex Gali­leo, a Saronno (Va) da Roto­dyna, a Milano da Secondo Mona e Aerea, a Genova da Piag­gio Aero, a Casella (Ge) da Moog Casella, a La Spe­zia da Oto Melara ed Elet­tro­nica Melara, a Mon­te­var­chi (Ar) da Selex Com­mu­ni­ca­tion e Sirio Panel, a Foli­gno (Pg) da Oma, a Ortona (Ch) da Sam­pu­ten­sili, a Cisterna di Latina/Pomezia (Rm) da Selex Com­mu­ni­ca­tion (Mar­coni), ad Apri­lia (Lt) da Avio­gel e Aero Sekur, a Roma da Selex SI, Elet­tro­nica, Gemelli, Logic, Mbda Ita­lia, S3Log, Selex Com­mu­ni­ca­tion (Mar­coni), Vitro­ci­set; a Capua (CE) da Cira, a Palermo da Gali­leo Avionica.

L’Italia è stata dun­que legata a dop­pio filo al pro­gramma F-35: in quanto pro­dut­trice del cac­cia, è obbli­gata ad acqui­starne un con­gruo numero. Al mas­simo può dila­zio­nare i lotti da acqui­stare, ma non scen­dere sotto certi livelli per­ché ver­reb­bero dan­neg­giate le indu­strie pro­dut­trici. Resta comun­que il fatto che, men­tre i milioni dei con­tratti per la pro­du­zione di com­po­nenti entrano nelle casse di aziende pri­vate, i miliardi per l’acquisto dei cac­cia escono dalle casse pub­bli­che. L’unica solu­zione è uscire dal pro­gramma. Il pre­si­dente Obama, che Scanu assi­cura «non vuole inter­fe­rire», è stato però chiaro: qual­che «rispar­mio» lo potete pro­met­tere, basta però che non usciate dal programma.

Electrolux, 50 giorni in presidio | Fonte: rassegna

“Dopo oltre cinquanta giorni di presidio la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Electrolux di Forlì continua a raccogliere la solidarietà di tutto il mondo del lavoro, con un presidio permanente davanti ai cancelli che ha assunto ormai le caratteristiche di monito contro la desertificazione industriale di tutto un territorio”. Lo affermano in una nota Fim Fiom e Uilm di Forlì.

“Dal momento che è chiaro a tutti – si legge nella nota – che la vertenza di Electrolux è uno spartiacque per le relazioni e la politica industriale di questo paese, giovedì sera di fronte ai cancelli dello stabilimento su viale Bologna, a partire dalle 19.30, interverranno delegazioni dei sindacati dei metalmeccanici di un po’ tutta la Romagna: la Fiom dei territori di Cesena, Rimini e Imola, la Fim Romagna e la Uilm di Cesena”.

Intanto nello stabilimento sono avviati i preparativi per consentire a tutti i lavoratori di partecipare lunedì prossimo 7 aprile al presidio indetto dalle tre sigle davanti al ministero dello Sviluppo economico a Roma in occasione del prossimo incontro che vedrà la presenza di tutti i soggetti interessati (azienda, organizzazioni sindacali, governo e regioni). I pullman partiranno alle 9.30 di lunedì mattina proprio dal piazzale della fabbrica.

“Come Fim Fiom Uilm – conclude la nota – invitiamo i rappresentanti delle Istituzioni locali, nonché i consiglieri e parlamentari eletti nel territorio, ad essere presenti al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori”.

“Non rottamerai il dissenso” | Fonte: Il Fatto quotidiano | Autore: Silvia Truzzi

Intervista al professor Stefano Rodotà , costituzionalista

Il costituzionalista firmatario dell’appello di Libertà e Giustizia non si sente un ‘professorone’: “Sono un vecchio signore che qualche libro l’ha letto e un po’ conosce la storia. Questi modi hanno un retrogusto amaro”. E al premier dice: “Si cancella il Senato, si compone la Camera con un sistema ipermaggioritario, il sistema delle garanzie salta: il risultato sarebbe un’alterazione in senso autoritario della logica della Repubblica parlamentare che sta in Costituzione. E dovremmo stare zitti?”

Dice il presidente del Consiglio con le mani in tasca di aver “giurato sulla Costituzione, non sui professoroni”. E dunque abbiamo interpellato Stefano Rodotà , uno dei professoroni firmatari dell’appello di Libertà e giustizia , eloquentemente intitolato “Verso una svolta autoritaria”.

Professor Rodotà, si sente un po’ professorone?
Sono un vecchio signore che qualche libro l’ha letto e un po’ conosce la storia. Questi modi hanno un retrogusto amaro. “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”: ecco, non siamo a questo, ma il rispetto per le persone e per le idee male non fa. C’è, dietro l’atteggiamento sprezzante di Renzi, una profonda insicurezza. Altrimenti il confronto non gli farebbe paura. Potrebbe parlare con dei buoni consiglieri e poi argomentare: il confronto andrebbe a beneficio di tutti. Direttamente s’interviene su un terzo della Costituzione, indirettamente su tutto il sistema delle garanzie. Per i cittadini esprimere la propria opinione è un diritto, per chi si occupa di questi temi intervenire è un dovere.

La discussione non può ridursi al “prendere o lasciare”.
Matteo Renzi usa toni ultimativi, non gli piace la critica perché si disturba il manovratore. Non è la prima volta: quando c’era stata una presa di posizione, molto moderata, sulla legge elettorale aveva parlato di “un manipolo di studiosi” con un tono di sostanziale disprezzo. Però non gli riesce di rottamare la cultura critica: è un pezzo della democrazia. Le reazioni che ci sono state a questo appello dimostrano che la nostra non è una posizione minoritaria: è una rottamazione difficile.

“Ho giurato sulla Carta, non su Zagrebelsky e Rodotà”: significa “non mi curo di loro” oppure “non sono i depositari della verità costituzionale”?
Che Renzi pensi che noi non siamo i depositari della verità è assolutamente legittimo. Però non può nemmeno dire: “Ho giurato sulla Costituzione e dunque sono io il depositario della verità”. La storia è piena di spergiuri. Se ritiene che il terreno proprio sia la Carta, allora discuta.

Ci vuol tempo a fare discussioni. E ora è in voga il mito della velocità, la politica futurista.
I tempi della democrazia sono anche quelli della discussione. Proprio perché la democrazia è in grande sofferenza, si dovrebbero costruire ponti verso i cittadini. Non si è sentita una parola, in questo senso. Ho avuto la fortuna di essere amico di Lelio Basso, cui si deve anche l’articolo 49 della Costituzione sui partiti politici: Basso ha sempre detto “dobbiamo discutere”. E su quel tema una discussione ci fu, eccome. Non a caso c’è, in quell’articolo, la mano di un grande giurista, che non aveva paura né del confronto né di avere con sé il meglio della cultura giuridica. Questo c’è dietro un’impresa costituzionale, non la fretta, non i consiglieri interessati o i saggi improvvisati.

“Non ci sto a fare le riforme a metà. O si fanno le riforme, o me ne vado”.
Il premier dimostra di non avere orizzonti ampi. Alza i toni, urla e dice “me ne vado”. Ma chi si alza e se ne va, svela insicurezza.

Un aut aut minaccioso.
Mettiamo insieme la debolezza di Renzi e la scelta di Berlusconi come suo alleato, con cui pensa di potere fare questo tratto di strada. Il Pd può accettare a capo chino questa strada? Nessuno si pone il problema. Dicono: “Sta piovendo, cosa ci possiamo fare?” Almeno potrebbero comprare un ombrello!

Ci mette la faccia, ripete spesso.
Può voler dire “mi assumo la responsabilità”. Ma non può significare “da questo momento in poi detto le regole, i tempi, i modi e poiché la faccia ce la metto io mi dovete seguire”. La democrazia non funziona così. E poi anche noi, i firmatari del famigerato appello, ci abbiamo messo la faccia. Nel dialogo, siamo in condizioni di assoluta parità. Se vuole affermare una posizione di supremazia, sbaglia.

Non è il primo politico che usa toni da uomo della provvidenza.
Sono sempre molto diffidente, quando si afferma “dopo di me il diluvio”. In questi anni la politica italiana, ancor prima di Renzi, è stata condotta all’insegna dell’emergenza. Non si va alle elezioni, c’è bisogno del governo Monti e via dicendo: i progetti che c’erano dietro questa logica sono falliti.

Una circostanza è stata quasi ignorata: si vogliono fare le riforme durante un mandato in cui il Parlamento è fortemente delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. La non elettività del Senato, poi, diminuisce il potere dei cittadini di esprimersi: un “restringimento” democratico di cui si parla molto poco.
Per questo era indispensabile la nostra presa di posizione. Il discorso sulla delegittimazione politica del Parlamento non nasce come argomento contro Renzi. Alcune persone – Gustavo Zagrebelsky, Lorenza Carlassare e mi permetta: anche il sottoscritto – vanno ripetendo questo concetto da tempo. Il cuore della sentenza è la mancanza di rappresentatività del Parlamento. Ora bisognerebbe dire: ci sono mille ragioni, emergenza, fretta, i segnali da dare al mondo intero, per cui il Paese ha bisogno di riforme. Non è solo necessario coinvolgere un’ampia maggioranza, ma anche consentire a quel Parlamento scarsamente rappresentativo di essere coinvolto il più possibile. E aprire alla discussione pubblica: non dico che questo compensa il deficit di legittimazione, ma almeno tutti coloro che non sono rappresentati possono avere diritto di parola. Mi pare evidente che ci sia l’intenzione di far approvare le modifiche costituzionali con la maggioranza dei due terzi, in modo da impedire un possibile referendum: è un pessimo segnale. Il fatto che un Parlamento con questo grave deficit voglia mettere mano così pesantemente alla Carta, è un azzardo costituzionale: non può essere ignorato.

Si pensa di abolire il Senato come se si dovesse cambiare il senso unico di una strada di Firenze. Una pericolosa semplificazione: mancanza di strumenti o di cultura istituzionale?
C’è stata una regressione culturale profonda. È questo tipo di semplificazioni che introduce elementi autoritari. Si cancella il Senato, si compone la Camera con un sistema iper-maggioritario, il sistema delle garanzie salta: il risultato sarebbe un’alterazione in senso autoritario della logica della Repubblica parlamentare che sta in Costituzione. E dovremmo stare zitti?