“Yes, we can … fight”. Le panzane di Renzi sugli F35. Obama lo rimette in riga | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra le panzane di Matteo Renzi, che Obama chissà perché chiama “visione”, dopo quella sulla legge elettorale ora cade anche quella sugli F35. Il presidente degli Usa gli ha dato una tirannia d’orecchi. E l’ex sindaco di Firenze se l’è ben stampato in testa. Tanto che da Bruxelles, dove l’Italia ha partecipato alla conferenza annuale dell’Agenzia europea di difesa, il sottosegretario Domenico Rossi fa sapere che entro fine anno sara’ pronto il “libro bianco” della Difesa per “individuare le reali esigenze di tutti i sistemi d’arma” nel quadro delle alleanze, documento che – “insieme all’indagine conoscitiva del Parlamento” – “permettera’ di definire le esigenze quantitative dei vari sistemi, tra i quali gli F35”. Tradotto in “italiano” vuol dire che il taglio nell’acquisto degli F35 non c’è.

Obama va giù duro sulla difesa
Il niet di Obama è piuttosto preciso, e lo mette tra le priorità del colloquio con il presidente del Consiglio Renzi che con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.”Non possiamo pagare solo noi”, dice riferendosi alle “esigenze” di difesa del mondo occidentale. Per la difesa comune, gli Stati Uniti spendono troppo e l’Europa sempre di meno, in un momento in cui le spese destinate alla sicurezza europea rischiano di lievitare di nuovo con la crisi in Ucraina e le crescenti tensioni con la Russia. Al termine dell’incontro bilaterale a Villa Madama, a Roma, Obama non cita direttamente gli F35 di cui l’Italia intende ridurre il numero, ma sottolinea con vigore che “non ci puo’ essere una situazione in cui gli Usa spendono piu’ del 3% del loro Pil nella difesa, gran parte concentrato in Europa”, mentre “l’Europa spende in media l’1%”. E ricorda che gli Stati Uniti sono appena usciti da due guerre, in Iraq e in Afghanistan, e stanno attraversando un momento di transizione piuttosto delicato. Secondo le ultime cifre della Nato, la spesa Usa e’ addirittura al 4,1% del Pil, rispetto ad una media dell’1,6%, e un obiettivo condiviso del 2%, con risparmi evitando doppioni di spesa. Insomma, invece che tagliare la spesa Obama impone all’Italia la strada di evitare gli sprechi, per ottenere “una maggiore efficienza”. Renzi ha risposto affermando di condividere “il pensiero del presidente Obama, quando dice che la liberta’ non puo’ essere considerata gratis”. E per questo l’Italia ha sempre fatto la sua parte, consapevole delle proprie forze. Ma, ha aggiunto il premier, “il tema dell’efficienza dei costi della pubblica amministrazione e della difesa sono sotto gli occhi di tutti e, nel rispetto della collaborazione, provvederemo a verificare i nostri budget”.

La denuncia di “Rete italiana per il disarmo”
A tastare il polso alla situazione reale è la Rete italiana per il disarmo impegnata nella campagna “Taglia le ali”. “Nonostante la discussione in corso in Parlamento e presso l’opinione pubblica, il Ministero della Difesa – si legge in un comunicato – prosegue nella sua marcia di acquisizione dei caccia F-35, addirittura confermando contratti sul lotto numero 9 (da definirsi solo nel 2015). Tutto questo mentre il Governo Renzi sembrava sul punto di ripensare il programma e il Documento presentato dal PD chiedeva una sospensione dei contratti”. Per “Taglia le ali alle armi” si tratta di un comportamento “inaccettabile e che dimostra come le pressioni di chi vuole mantenere alte le spese militari scavalchino qualsiasi sensata considerazione sui caccia F-35 La notizia proviene direttamente da fonte del Dipartimento della Difesa statunitense e, a meno di smentite mai fatte in passato per avvisi dello stesso tipo, si configura molto grave. L’Italia ha continuato la propria serie di acquisti, in questo caso per “parti, materiali e componenti di supporti”, relativa al cacciabombardiere F-35. Una decisione ed una firma avvenute in assoluto disprezzo sia del dibattito politico e pubblico in corso in questi giorni, (con i ripensamenti annunciati dal Governo Renzi e il recente documento del PD sulle spese militari) sia – e soprattutto – in piena inosservanza delle prescrizioni Parlamentari dello scorso anno”.”Ricordiamo infatti che le Mozioni votate sia alla Camera che al Senato a meta’ 2013 prevedevano l’interruzione di qualsiasi “ulteriore acquisto” relativo al programma dei caccia F-35. In realta’ il ministero della Difesa, in particolare il segretariato Generale della Difesa che ha la responsabilita’ della gestione della nostra partecipazione al programma JSF, non aveva rispettato tali prescrizioni anche nel corso del 2013″, conclude il comunicato.

La Nato ci costa 70 milioni di euro al giorno | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Rapporto Sipri. Ogni ora si spendono tre milioni di euro per difesa, armi e Alleanza atlantica. Ecco quanto paga l’Italia. Senza contare F35 e missioni militari all’estero

«La situa­zione in Ucraina ci ricorda che la nostra libertà non è gra­tuita e dob­biamo essere dispo­sti a pagare»: lo ha riba­dito il pre­si­dente Obama, a Roma come a Bru­xel­les, dicen­dosi pre­oc­cu­pato che alcuni paesi Nato vogliano dimi­nuire la pro­pria spesa mili­tare.

La pros­sima set­ti­mana, ha annun­ciato, si riu­ni­ranno a Bru­xel­les i mini­stri degli esteri per raf­for­zare la pre­senza Nato nell’Europa orien­tale e aiu­tare l’Ucraina a moder­niz­zare le sue forze mili­tari. Ciò richie­derà stan­zia­menti aggiun­tivi. Siamo dun­que avver­titi: altro che tagli alla spesa militare!
A quanto ammonta quella ita­liana? Secondo i dati del Sipri, l’autorevole isti­tuto inter­na­zio­nale con sede a Stoc­colma, l’Italia è salita nel 2012 al decimo posto tra i paesi con le più alte spese mili­tari del mondo, con circa 34 miliardi di dol­lari, pari a 26 miliardi di euro annui.
Il che equi­vale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pub­blico in forze armate, armi e mis­sioni mili­tari all’estero.
Secondo i dati rela­tivi allo stesso anno, pub­bli­cati dalla Nato un mese fa, la spesa ita­liana per la difesa ammonta a 20,6 miliardi di euro, equi­va­lenti a oltre 56 milioni di euro al giorno. Tale cifra, si pre­cisa nel bud­get, non com­prende però la spesa per altre forze non per­ma­nen­te­mente sotto comando Nato, ma asse­gna­bili a seconda delle cir­co­stanze. Né com­prende le spese per le mis­sioni mili­tari all’estero, che non gra­vano sul bilan­cio del mini­stero della difesa. Ci sono inol­tre altri stan­zia­menti extra-budget per il finan­zia­mento di pro­grammi mili­tari a lungo ter­mine, tipo quello per il cac­cia F-35.

Il bud­get uffi­ciale con­ferma che la spesa mili­tare Nato ammonta a oltre 1000 miliardi di dol­lari annui, equi­va­lenti al 57% del totale mon­diale. In realtà è più alta, in quanto alla spesa sta­tu­ni­tense, quan­ti­fi­cata dalla Nato in 735 miliardi di dol­lari annui, vanno aggiunte altre voci di carat­tere mili­tare non com­prese nel bud­get del Pen­ta­gono – tra cui 140 miliardi annui per i mili­tari a riposo, 53 per il «pro­gramma nazio­nale di intel­li­gence», 60 per la «sicu­rezza della patria» – che por­tano la spesa reale Usa a oltre 900 miliardi, ossia a più della metà di quella mondiale.

Scopo degli Stati uniti è che gli alleati euro­pei assu­mano una quota mag­giore nella spesa mili­tare della Nato, desti­nata ad aumen­tare con l’allargamento e il poten­zia­mento del fronte orientale.

Oggi, sot­to­li­nea Obama, «aerei dell’Alleanza atlan­tica pat­tu­gliano i cieli del Bal­tico, abbiamo raf­for­zato la nostra pre­senza in Polo­nia e siamo pronti a fare di più». Andando avanti in que­sta dire­zione, avverte, «ogni stato mem­bro della Nato deve accre­scere il pro­prio impe­gno e assu­mersi il pro­prio carico, mostrando la volontà poli­tica di inve­stire nella nostra difesa col­let­tiva». Tale volontà è stata sicu­ra­mente con­fer­mata al pre­si­dente sta­tu­ni­tense Barack Obama dal pre­si­dente delle repub­blica Napo­li­tano e dal capo del governo Renzi. Il carico, come al solito, se lo addos­se­ranno i lavo­ra­tori italiani.

Forza Italia e il rebus simbolo e candidature. Intanto va giù nei sondaggi Autore: marco piccinelli

Brutte notizie in casa Forza Italia: i sondaggi mostrati stamattina dalla trasmissione ‘Agorà’ (Rai Tre) mostrano il partito dell’ex Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi cedere qualche punto percentuale.
Il messaggio di Forza Italia arriverebbe al 20% e spiccioli dell’elettorato, o meglio: alla parte di esso che ancora intende recarsi alle urne per la tornata elettorale europea del maggio prossimo.
Ma i sondaggi, che pure Silvio Berlusconi guarda con molta più attenzione di qualunque altro ‘attante politico’, sono solo la punta dell’iceberg del volo mancato di Forza Italia.
Nell’impeto di riprendere in mano un progetto che si stava terribilmente inclinando e descritto sui mezzi di informazione attraverso categorie ornitologiche (vd. falchi e colombe), Berlusconi aveva puntato sul rinnovamento a Forza Italia del precedente partito: il Popolo della Libertà.
Le grane, però, per Berlusconi non sono semplicemente quelle legate ai sondaggi: essendo incandidabile, giacché condannato, si deve correre necessariamente ai ripari.
I componenti di Forza Italia, cosiddetti ‘forzisti’, sanno bene che qualora non ci fosse Berlusconi candidato sarebbero costretti a raccogliere le briciole di una tornata elettorale, già magra di affluenza, come può essere quella europea.
Lasciare il nome ‘Berlusconi’ sul simbolo che si troverà sulla scheda elettorale, come se niente fosse, è comunque un azzardo, ‘Silvio’ non si può candidare e far rimanere impresso il nome sul partito suona quasi come una menzogna e potrebbe far invalidare il voto, come scriveva Amedeo la Mattina su ‘La Stampa’ del 20 marzo: «Rimane la possibilità di mettere il nome di Berlusconi nel simbolo («Forza Italia per Berlusconi») ma ci sono delle controindicazioni: molti elettori potrebbero scrivere il nome Berlusconi come preferenza e questo andrebbe a invalidare il voto».
Giovanni Toti, nel frattempo, in qualità di consigliere politico di Forza Italia, twitta: “Leggo sui giornali: Forza Italia, tutti contro tutti! Ragazzi…avete sbagliato pagina, non è’ il PD!! Da noi #nessunodevestaresereno!!”; si invola in dichiarazioni come “Silvio Berlusconi è più in campo che mai”, ma la sostanza è una: il partito, senza il leader ora condannato, potrebbe evaporare in un attimo.
I figli di Berlusconi, come candidati alle elezioni europee, comunque, potrebbero essere la soluzione estrema per il salvataggio del partito, un appiglio ma da Marina a Pier Silvio, però, è tutto un diniego.
Sebastiano Messina nel suo ‘Bonsai’ di ‘La Repubblica’, il 26 marzo provava ad ironizzare così: «E’ interessante l’idea del simpatico Rotondi di mettere in lista per le europee — al posto del capostipite — i figli di Berlusconi: tutti e cinque, uno per circoscrizione. Si può fare anche di meglio, volendo. Dal momento che bisogna trovare 73 candidati — tanti sono gli europarlamentari da eleggere — sarebbe magnifico presentare delle liste monocognome: tutti Berlusconi, dal primo all’ultimo, così non si scontenta nessuno. Basterebbe attingere agli elenchi telefonici, dove troviamo quattro Berlusconi a Bordighera, due a Soprana, cinque a Vigo di Cadore e tre a Roma. Purtroppo non ce n’è nessuno in tutto il Sud, ma per fortuna c’è la Lombardia, dove ne vivono 83 solo a Veniano, 50 a Lurago Marinone e 20 a Saronno. Pure troppi. Si potrebbe tirare la monetina. Testa, sei in lista. Croce, fai il figurante a “Verissimo”».Ora ‘Silvio’ prova a convincere Barbara, ipotesi mai tramontata per la successione familistica del partito: meglio lei che i capi locali nelle varie regioni.
Anche perché i coordinatori regionali possono sempre prendere in mano la situazione che, nella maggior parte dei casi, non coincide più con la visione di Berlusconi e il caso della Campania ne è un esempio.
E’ manifesto, ormai, che la rinascita di Berlusconi non passava per la cruna dell’ago della ricostruzione del ‘sogno forzista’, tornando alla composizione del partito del ’94: il baratro è ad un passo e per evitarlo ci vogliono manovre sapienti.