Reato di soggiorno per punti da:Coordinamento Migranti – Scuola di Italiano con Migranti XM24 – Sportello Legale XM24

Reato di soggiorno per punti

pallottoliereCon una circolare dello scorso febbraio il Ministero dell’Interno ha illustrato alle Prefetture il regolamento sull’accordo di integrazione, rendendo così esecutive le procedure di verifica del cosiddetto “permesso di soggiorno a punti” entrato in vigore nel marzo del 2012 con il decreto dell’allora ministro Maroni. Si tratta di una verifica che riguarda al momento soltanto circa 26 mila migranti (tra questi poco più di 2 mila nella provincia di Bologna). Eppure, l’accordo di integrazione e il relativo permesso a punti costituiscono il futuro orizzonte del razzismo istituzionale volto a definire le nuove gerarchie dello sfruttamento del lavoro migrante.

Ad eccezione di quanti hanno il permesso di soggiorno per asilo e per motivi umanitari, oppure di quanti hanno esercitato il diritto al ricongiungimento familiare o hanno ottenuto un permesso di soggiorno CE di lungo periodo o la carta di soggiorno, tutti i migranti entrati in Italia dopo il 10 marzo 2012 (data del decreto Maroni) sono obbligati a sottoscrivere un accordo di integrazione, firmando una Carta dei Valori e impegnandosi così a raggiungere (partendo da 16 punti) un minimo di 30 punti per non perdere il permesso di soggiorno e non essere espulsi. Dopo due anni dalla firma, lo Sportello Unico dell’Immigrazione è, infatti, chiamato a verificare il rispetto dell’accordo calcolando i punti conquistati e quelli persi. Che cosa stabilisce la Carta dei Valori? E soprattutto come si conquistano o si perdono punti?

La “Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione” descrive l’Italia come una comunità di persone e di valori: una sorta di paradiso in terra! Tra i molti valori che rendono gioiosa la vita in paradiso, ci sono: libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, dignità, la parità tra uomo e donna, i diritti umani e persino quelli sociali, come se il welfare non fosse ormai un miraggio per tutti, precari, operai e migranti. In effetti, quando entrano per la prima volta in questo paese, i migranti forse non sanno che esistono i centri di identificazione ed espulsione (CIE) dove si può essere rinchiusi per mesi senza aver commesso alcun reato, ma soltanto per aver perso il diritto a restare. Non sanno che per rinnovare il permesso dovranno dimostrare continuamente di avere un contratto di lavoro, di avere un reddito sufficiente, una casa con una certa metratura e di aver versato i contributi. Non sanno neanche di dover pagare centinaia di euro a ogni rinnovo per ogni membro della loro famiglia e di dover aspettare mesi (anche se la legge stabilisce un tempo massimo di sessanta giorni) per avere in mano un foglio di carta che talvolta è persino consegnato in scadenza. Non sanno inoltre che non potranno riscattare i contributi versati in anni di lavoro, nel caso perdessero il permesso o decidessero di tornare nel loro paese (a meno di accordi bilaterali stipulati dal governo italiano, ancora però con pochi paesi). Non sanno che dovranno aspettare più di dieci anni per avere la cittadinanza, semmai riusciranno a ottenerla. Non sanno che i loro figli nati e cresciuti qui non sono cittadini, ma dovranno sottostare come loro al ricatto del permesso di soggiorno una volta compiuti 18 anni e terminati gli studi. Non sanno neanche che può succedere che i loro figli siano respinti dalle scuole, si dice per “mancanza di posti”, nonostante il diritto alla scuola dell’obbligo sia stabilito dalla Costituzione. La Carta dichiara inoltre la parità di genere, ma le migranti che entrano per ricongiungimento familiare non sanno che per lo Stato italiano “esistono” soltanto nel permesso di soggiorno del marito. Però la poligamia è vietata. Non sapendo tutto questo, senza dubbio, i migranti aderiranno più che volentieri ai valori di una Carta che li vuole integrare in un paese che affonda le sue radici nella “tradizione ebraico-cristiana”, ma che comunque garantisce la libertà religiosa.

Dopo aver sottoscritto la Carta e stipulato l’accordo di integrazione, i migranti entrano in paradiso direttamente nel girone dei giochi a premi. Ecco alcuni esempi. Dopo due anni, chi dimostrerà di conoscere bene la lingua italiana – avendo conseguito titoli scolastici oppure semplicemente pagando un corso in una scuola d’italiano – conquisterà dai 10 ai 30 punti a seconda del livello di conoscenza. Chi avrà frequentato istituti tecnici o corsi universitari, oppure chi insegnerà nelle università, otterrà fino a un massimo di 50 punti. Diversamente, chi avrà conseguito semplicemente un diploma di istruzione secondaria o avrà aggiornato le proprie competenze con corsi di formazione professionale conquisterà soltanto un misero premio di 4 o 5 punti. Infine, sono previsti 6 punti per chi avrà un regolare contratto di affitto o di acquisto di una casa, e 4 punti per chi sceglierà un medico di base. Sanzioni penali e pecuniarie per reati e illeciti amministrativi e tributari di vario tipo comportano invece la perdita di un minimo di 2 punti fino a un massimo di 25.

A questo punto le regole del gioco a premi dovrebbero essere chiare. Dopo due anni, chi avrà raggiunto 30 punti sarà “libero” di vivere in paradiso pur dovendo sottostare al ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. Chi invece non avrà raggiunto 30 punti retrocede in purgatorio, rimane cioè sotto “giudizio” e avrà tempo ancora un anno per redimersi. Alla scadenza dell’anno, se i termini dell’accordo di integrazione non saranno rispettati, il suo permesso di soggiorno sarà revocato e si ritroverà in mano il foglio di via: sarà espulso. La revoca del permesso è immediata nel caso di punteggio pari a 0 dopo due anni dalla stipula del contratto. Alla fine del gioco quello che è chiaro è che il paradiso descritto dalla Carta dei Valori non è altro che l’inferno delle nuove gerarchie del razzismo istituzionale, non solo tra migranti e italiani, ma tra gli stessi migranti.

Quando è entrata in vigore ormai più di dieci anni fa, la legge Bossi-Fini ha introdotto in modo più stringente di quanto non fosse in passato il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: il permesso di soggiorno è così diventato un vero e proprio ricatto che, in particolare in seguito alla crisi economica, ha costretto i migranti ad accettare qualsiasi lavoro, senza qualifiche e sicurezze, con salari sempre più bassi e tempi di lavoro sempre più intensi. In questo modo, mettendo in competizione tra loro migranti, operai e precari italiani, il ricatto del permesso di soggiorno non ha soltanto impoverito il lavoro migrante, ma ha indebolito tutto il lavoro. Oggi, quando i migranti – in particolare nel settore della logistica – hanno nuovamente dimostrato che è possibile rompere il ricatto del permesso lottando insieme per conquistare salario e abolire la legge Bossi-Fini, l’accordo di integrazione e il “permesso  di soggiorno a punti” intendono rafforzare quel ricatto stabilendo nuove e profonde gerarchie. Anche se per il momento coinvolgono poche decine di migliaia di migranti, in prospettiva queste nuove norme avranno un preciso risvolto politico: posizionare i migranti dentro specifiche gerarchie che corrispondono alla loro istruzione, alle loro competenze professionali, al loro comportamento sociale. Se la legge Bossi-Fini ha reso i migranti tutti uguali come forza lavoro usa e getta funzionale alle esigenze dei padroni, l’accordo di integrazione e il permesso a punti vorrebbero stabilire quali migranti possono conquistare il diritto di restare e in quale posizione nel mercato del lavoro, a seconda della loro capacità di adeguarsi alle esigenze delle imprese e alle regole della società. Per certi versi, queste norme hanno anticipato e ora funzionano in modo complementare alle recenti riforme del lavoro (ultimo in ordine di tempo il decreto del ministro del lavoro “cooperativo”) che hanno ulteriormente individualizzato e precarizzato il lavoro, scaricando completamente sul lavoratore la responsabilità di conquistare un’occupazione dando buona prova di sé nella formazione, nel lavoro e nel mercato. Di nuovo, allora, la sfida politica che i migranti lanciano a tutti – movimenti, associazioni, sindacati – è quella di riconoscere e sostenere le rivendicazioni del lavoro migrante contro i centri di detenzione, il ricatto del permesso e la precarizzazione di tutto il lavoro: migranti, precari e operai italiani devono lottare insieme per rompere le gerarchie dello sfruttamento.

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SMURAGLIA sul progetto di “abolire” il Senato

27 marzo 2014 di palermo Lascia un commentNOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI

CARLO SMURAGLIA:
► Sul progetto di “abolire” il Senato: un problema delicato e complesso, da
affrontare con ponderazione e con rispetto per la Costituzione
Sono costretto a tornare ancora una volta sulla questione della cosiddetta “abolizione” del
Senato.
Riassumo le osservazioni che ho già fatto in precedenza, per maggiore chiarezza:
a) esistono dubbi sulla legittimità di questo Parlamento ad eliminare addirittura una delle due
Camere; quanto meno si dovrebbe porre il problema della “opportunità” che questo
Parlamento faccia riforme così impegnative sul piano costituzionale;
b) vi è la necessità, generalmente riconosciuta, di eliminare il bicameralismo “perfetto” (due
Camere che fanno le stesse cose) anche se bisogna riconoscere che, mentre di solito il
bicameralismo perfetto amplia in modo insopportabile i ritmi e i tempi del procedimento
legislativo, la storia di questi anni ci fornisce solidi esempi di situazioni in cui “le correzioni”
da parte dell’altra Camera, rispetto a quella che per prima aveva deliberato, sono state
positive ed addirittura determinanti. In ogni caso, sul punto non mi soffermerei troppo, anche
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perché c’è ormai un diffuso orientamento almeno verso un bicameralismo con funzioni
“differenziate”;
c) una riforma costituzionale di grande peso, come quella che attiene alla eliminazione o
trasformazione di una delle due Camere, non può essere neppure concepita per semplici
ragioni di risparmio di spesa. Il problema è quello della funzionalità, non quello dei costi.
d) una possibile riforma del “Senato” è stata oggetto di studi e riflessioni da parte di esperti, che
hanno prospettato diversi modelli di differenziazione. La Commissione dei cosiddetti “saggi”,
nominata dal precedente Governo, ha dedicato a questa problematica parecchie pagine della
relazione conclusiva, riferendo su modelli, opinioni prevalenti, opinioni dissenzienti e così via.
Prescindendo dalle conclusioni, che potrebbero anche risentire del clima politico e
dell’investitura ricevuta, perché non tener conto del lavoro di elaborazione compiuto? Oppure
si vuol continuare nel sistema di ricominciare tutto daccapo ogni volta che cambia il
Governo, perfino per ciò che riguarda studi e ricerche?
e) una riforma importante, come quella del Senato, richiede anzitutto rispetto per il lavoro dei
Costituenti, conoscenza dei problemi che si pongono e dei loro risvolti su tutto il sistema
disegnato dalla Costituzione: ma richiede soprattutto riflessioni approfondite, con la
determinazione necessaria per arrivare in fondo, ma anche con i tempi necessari perché tutto
venga fatto a ragion veduta e, appunto, con la massima ponderazione.
Non a caso, il legislatore costituente ha richiesto (art. 138) due letture per ogni Camera, con
un intervallo di tre mesi tra la prima e la seconda deliberazione. Si voleva, in sostanza,
garantire riflessione, eventuali ripensamenti, adeguati contatti col mondo della esperienza
giuridico costituzionale e così via. Imporre accelerazioni eccessive nuoce di per sé al lavoro e
soprattutto alla bontà dei risultati.
f) respinta ogni ipotesi di improvvisazione, è necessario puntare su una diffusa partecipazione
al lavoro di riforma, da parte dei parlamentari, da parte dei partiti e da parte dei cittadini.
Una partecipazione che deve, per la delicatezza della materia, essere consapevole (in parole
povere, bisogna che ognuno dei partecipanti conosca il problema, le difficoltà e le soluzioni
possibili, senza semplificazioni e senza “conformismi” (che significano adeguarsi alla volontà
del Governo o della maggioranza, senza porsi nessun problema);
g) sulle riforme costituzionali la parola spetta in primis al Parlamento.
Il Governo dovrebbe esprimere un parere conclusivo, su un progetto e non impostarlo,
presentarlo alle Camere e imporre i propri tempi, proprio per la ragione essenziale che il
problema dovrebbe essere sottratto al dominio della contingenza politica e delle scelte
governative, pena lo stravolgimento del sistema che vige nella nostra Repubblica. La
Costituzione, ovviamente, può imporre maggioranze numericamente qualificate, ma nel
presupposto che non può valere solo la forza dei numeri, in materia costituzionale, ma
occorre una partecipazione effettiva al lavoro di elaborazione ed alle scelte che esso richiede.
Queste le premesse da cui sono partito più volte e che, di volta in volta, ho illustrato. Perché
ci torno sopra anche oggi?
Per una ragione molto semplice: leggo sulla stampa che il Presidente del Consiglio ha
annunciato che venerdì partirà il lavoro di riforma del Senato e che conta di ottenere una
prima lettura entro maggio.
Mi sembra, allora, che tutte le proposizioni da cui sono partito minaccino di essere stravolte,
per vari motivi che non è difficile evidenziare.
Finora si è parlato, genericamente, di “eliminazione” del Senato, si è prospettato, altrettanto
genericamente, qualche modello (ipotetico) di una specie di Camera delle autonomie, prima
si diceva composta di Sindaci e, dopo, da componenti dei Consigli regionali.
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Poco o nulla si è detto su ciò che questi signori dovrebbero fare, se il potere legislativo
dovrebbe essere solo della Camera e se, per una serie di questioni, il nuovo organismo
dovrebbe assorbire il lavoro che oggi svolge la Conferenza Stato-Regioni.
Ancora meno si sa sul modo con cui questa Camera dovrebbe partecipare ad alcuni atti
fondamentali, come l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione di alcuni membri
della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della Magistratura, e così via.
Si è parlato, vagamente, anche di integrazioni possibili con altri componenti, non si sa bene
da chi nominati, né si è detto che cosa si pensa di fare dei Senatori “a vita”, attualmente in
carica, che magari – pur essendo Senatori a vita – verrebbero eliminati assieme al Senato,
per ragioni di risparmio (!). All’improvviso, ci si dice che un testo è ormai pronto, che nei
prossimi giorni verrà presentato, per l’approvazione, alla direzione di uno dei partiti di
maggioranza (il più consistente), nell’ambito – penso – di una mezza giornata; per poi essere
sottoposto subito al Parlamento, naturalmente dal Governo, che – nello stesso momento –
detterebbe i tempi, stabilendo che la prima lettura deve essere fatta entro maggio (un mese
in cui, fra due campagne elettorali, il Parlamento, praticamente, lavorerà ben poco, oltre a
doversi occupare del documento economico, che ha inevitabili scadenze).
Vengono allora, d’istinto, alcune domande:
– Chi ha elaborato questo testo, con quale contributo di esperti e con quali conoscenze del
vistoso materiale disponibile?
– Questo testo sarà del Governo o d’iniziativa parlamentare, concordata – appunto – tra gli
esponenti dei gruppi parlamentari che sono al Governo?
– I componenti dell’organismo dirigente del PD che dovrà esaminare il testo e decidere se
vararlo, sono a conoscenza del testo stesso (e magari dei precedenti in materia), oppure
dovranno decidere subito, sulla semplice indicazione del “Capo”?
– Lo stesso vale per gli altri partiti governativi: quando avranno il tutto, quando lo
esamineranno?
Viene forte il dubbio che il testo dovrà essere preso quasi a scatola chiusa ed approvato
senza discussione, perché altrimenti i tempi non potrebbero essere rispettati. Se è così,
questa è democrazia e questo è rispetto per la Costituzione? Sinceramente ne dubito.
Ma, superato questo scoglio non da poco, come farà ad approvarlo in poco più di un mese, il
Senato, che – oltretutto – dovrà giudicare su se stesso ed è plausibile ed umano che abbia
qualche remora? Anche in questo caso, ci saranno tempi strettissimi, emendamenti limitati,
discussione semplificata e accelerata, perché altrimenti si andrebbe oltre il 25 maggio?
Sono tutte domande giustificate e, penso, lecite, alle quali non è facile trovare risposta, se
non ipotizzando che si segua l’iter che ha contraddistinto l’approvazione della legge
elettorale: un’intesa, fuori dal Parlamento, tra due importanti uomini politici, entrambi
estranei al Parlamento; una rapida discussione nei partiti governativi e un ritmo così
accelerato, alla Camera, da non sopportare emendamenti, praticamente anche quelli più
ragionevoli, più auspicati e più idonei a salvare quella legge dal sospetto di incostituzionalità.
Tutto questo per consentire al capo del Governo di sostenere di aver raggiunto il primo dei
suoi obiettivi, cioè l’approvazione della legge elettorale entro breve termine, come mai era
accaduto nel passato; dimenticando di rilevare che quella legge è stata approvata da una
sola Camera e che già molti stanno affilando le armi, per quando sarà completata e
promulgata, per portarla, se non al giudizio dei cittadini, quanto meno a quello della Corte
costituzionale. Si vuol ripetere davvero questo iter, a proposito di una riforma che riguarda
addirittura un ramo del Parlamento? E lo si vuol fare a tutti i costi, senza curarsi della
necessità di approfondimento, delle obiezioni, delle contrarietà che partono non solo dal
mondo degli esperti, ma perfino da quella parte della “gente comune”, che ha il senso di
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appartenenza ad una Costituzione straordinaria, che può essere certamente modificata, ma
non deve essere stravolta, nei suoi princìpi e nei suoi fondamenti.
Per chi non conosce a fondo la materia, segnalo alcuni modi per differenziare il lavoro delle
Camere, già in uso in vari Paesi o comunque analizzati dai costituzionalisti, precisando che si
tratta solo di qualche esempio, e che l’elenco potrebbe essere lunghissimo (per altre
indicazioni, si può consultare la relazione finale della Commissione per le riforme
costituzionali, nominata dal precedente Governo (i c.d. “saggi”), depositata il 17..9.2013
(vedi particolarmente da pag. 6 a pag. 15). La prima soluzione e la più semplice, consiste
nell’attribuire alla Camera la funzione legislativa e il voto di fiducia e al Senato lo svolgimento
delle funzioni di controllo; un’altra è quella di attribuire la funzione legislativa alla Camera (e
la fiducia) e al Senato il controllo, le nomine previste dalla Costituzione e la
compartecipazione alla formazione del bilancio; altre soluzioni prevedono ancora l’esercizio
della funzione legislativa da parte della Camera, però con un potere di “richiamo” di leggi di
particolare interesse, da parte del Senato. Altri sistemi tendono, invece, a differenziare di più
il lavoro delle due Camere, attribuendo al Senato in varie forme il connotato di Senato “delle
autonomie”, assolvendo anche le funzioni attualmente devolute alla Conferenza Stato-
Regioni; la composizione è prevista in varie forme (rappresentanza di Sindaci, oppure di
soggetti eletti in seconda istanza dalle Regioni); in alcuni casi, si prevedono integrazioni con
nomine aggiuntive da parte del Presidente della Repubblica o altri organismi. E c’è anche la
interessante proposta di un “Senato delle competenze e della cultura”, lanciata dal Sole 24
ore e sulla quale – fra gli altri – è di recente intervenuta, con un ragionamento molto serio, la
Senatrice a vita Elena Cattaneo, nota e apprezzata scienziata. Si può dunque cercare anche
di “volare alto”, anziché restare ancorati a soluzioni semplicistiche e improvvisate. Le
differenze, comunque, sono rilevanti sia per quanto riguarda la composizione, sia per ciò che
attiene ai compiti ed ai poteri. Queste rapide indicazioni intendono solo dare una prima idea
della complessità del problema e della necessità di affrontarlo con moderazione. Altrimenti si
corre il rischio di fare pasticci.
Un critico delle soluzioni proposte dal Presidente del Consiglio (il Prof. Villone), sulle colonne
di “Patria” ha scritto di recente che la proposta di Renzi andrebbe radicalmente riscritta e ha
aggiunto “se dovesse rimanere così, meglio nessun Senato che un pessimo Senato”.
Personalmente, sono un po’ meno pessimista. Penso che con un po’ di buona volontà e di
ragionevolezza e con un po’ meno di improvvisazione, si potrebbe differenziare il lavoro delle
due Camere, costruendo un Senato non troppo lontano dal modelli originario, ma aggiornato
alle esigenze della società di oggi e adeguato all’esperienza fin qui compiuta.

Di Matteo: ecco chi lo vuole uccidere e perché da: antimafia duemila

pool-trattativa-sg-c-castolo-gianniniNel mirino anche altri magistrati di Palermo, Trapani e Caltanissetta

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2014
Pietro Tagliavia, uomo d’onore di Brancaccio; Cosimo Vernengo, boss di Santa Maria di Gesù; Vito Galatolo, figlio del capomandamento dell’Acquasanta; Girolamo Biondino, fratello del braccio destro di Totò Riina, Salvatore; Tommaso Lo Presti, capomandamento di Porta Nuova; Nunzio Milano, boss di Porta Nuova; Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio. Sono questi alcuni nomi presenti nella lista degli uomini di mafia, scarcerati di recente, su cui si concentra l’attenzione delle Procure.
Chi di questi boss potrebbe essere pronto a raccogliere il mandato di morte che Totò Riina, dal carcere Opera di Milano, ha decretato nei confronti del pm Antonino Di Matteo, parlando con il capomafia della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso?

Chi tra questi uomini ha la possibilità di organizzare un attentato nei confronti dei magistrati del pool trattativa, di altri colleghi di Palermo, Caltanissetta o Trapani?
Chi, tra questi boss in circolazione, assieme a Matteo Messina Denaro ha la potenza di fuoco per armarsi di bazooka o sparare un missile terra-aria da lanciare da una delle colline di Palermo, prendendo di mira la palazzina del giudice Di Matteo così come tentarono (fallendo grazie a Dio) di uccidere l’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1995? Cosa impedirebbe ai mafiosi di colpire l’auto del magistrato con un congegno a distanza mentre viaggia con la scorta privo del bomb jammer?
Cosa nostra, l’organizzazione criminale più potente in Italia assieme alla ‘Ndrangheta, e tristemente, la più famosa del mondo, ha questa capacità militare a propria disposizione?
Ha davvero l’interesse di raccogliere l’ordine-invito del Capo dei capi, Riina?
La risposta, teoricamente, è sì. Ma nei fatti la mafia non ha alcun interesse strategico reale per mettere in atto l’ordine di Riina.
Certo, potrebbero crearsi comunque certi presupposti che non vanno presi alla leggera.
Partiamo da un assunto, ovvero che nessuno di questi capimafia tornati in libertà è uomo di “Cupola”.
Escluso Matteo Messina Denaro non ci sono nomi “eccellenti” che hanno preso parte alle riunioni della Commisione provinciale o regionale di Cosa nostra. Tuttavia sia i vecchi boss, che i giovani rampanti potrebbero rispondere all’appello di Riina decidendo di “fare il salto” ed “ergersi” come nuovi leader in Sicilia. Per i vari Settimo Mineo, Salvatore Gioeli, Nunzio Milano, Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari, Gaetano Badagliacca, Tommaso Lo Presti, Girolamo Biondino, Vito Galatolo, Nicolò Salto, Pietro Vernengo, Cosimo Vernengo, Francesco Francoforti, Giuseppe Guttadauro, Giuseppe Giuliano, Pietro Tagliavia, Giovanni Asciutto, Nicola Ribisi e Carmelo Vellini, e tanti altri figli o nipoti di boss mafiosi o nuovi capi assolutamente sconosciuti, compiere una strage sarebbe una straordinaria dimostrazione di potere.
Un attacco “delirante” che porterebbe in un batter d’occhio l’eventuale autore al centro del cuore di Riina, rispondendo alle sue direttive stragiste, e al tempo stesso scalerebbe il vertice della nuova Cosa nostra, mettendo da parte persino il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Tuttavia un tale “golpe” esporrebbe a gravi rischi i mafiosi che sentirebbero, nell’eventualità che avvenisse una nuova strage, immediatamente il fiato sul collo degli inquirenti e dello Stato che li stanerebbe, catturandoli, processandoli e condannandoli ad una vita da ergastolani.
Per questo motivo uccidere Di Matteo, o qualsiasi altro magistrato, in trincea nelle Procure a rischio in Italia sarebbe oggi sconveniente. Per questo motivo la mafia preferisce, salvo qualche regolamento di conti interno, dedicarsi ai propri affari, trafficare droga, compiere estorsioni o agganciare qualche politico compiacente che ne possa garantire la sopravvivenza. E soprattutto riscuotere quelle cambiali che lo Stato ha firmato durante la trattativa delle stragi del 1992-1993.
Tuttavia i pericoli nei confronti di Di Matteo, dei magistrati del pool trattativa, di quelli che indagano sulle stragi del 1992 e del 1993, e sulla cattura dei latitanti, restano altissimi.
E se non è la mafia ad avere l’interesse per compiere una strage ecco che l’obiettivo va spostato “oltre la mafia”, o meglio, verso la “mafia-Stato”.
Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura, parlò di “menti raffinatissime” implicate nel progetto di morte. Oggi come allora “menti raffinatissime” potrebbero avere tutto l’interesse per organizzare una nuova strage. L’alibi è già pronto e l’ha fornito proprio Salvatore Riina: “Facciamola questa cosa, facciamola grossa”. Il “parafulmine” perfetto.
Perché se da una parte c’è uno Stato che protegge Di Matteo ed i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Trapani, dando loro potere di indagare e compiere arresti nei confronti della mafia e dei collusi con essa, di processare imputati boss e complici eccellenti, dall’altra c’è uno Stato “deviato” molto potente. Uno “Stato-mafia” composto anche da figure appartenenti al mondo politico, della magistratura, della finanza, delle forze militari, dei servizi segreti, delle logge deviate che potrebbe avere tutto l’interesse di destabilizzare nuovamente il Paese tornando ad uccidere in maniera eclatante, magari servendosi dell’ambizione di vecchi e nuovi capimafia.
Il procuratore di Palermo Messineo, commentando la condanna a morte di Riina a Di Matteo, parlò di “chiamata alle armi”. Noi siamo d’accordo anche se va compreso profondamente chi risponderà alla stessa. Cosa nostra, apparentemente, starebbe “rispondendo picche” ma lo Stato deviato, lo stesso su cui stanno cercando di far luce tre Procure d’Italia (Palermo, Caltanissetta e Firenze), potrebbe avere ben altri argomenti da spendere.
Più che il processo trattativa possono essere forse proprio queste nuove inchieste a “togliere i sonni” non solo a soggetti già imputati nell’attuale procedimento sulla trattativa (con l’acquisizione di ulteriori prove a loro carico), ma anche di ignoti personaggi dal volto coperto e ancora incensurati.
Oltre a questo, esiste un intreccio perverso della potente finanza “nera”, criminale, con quella “bianca”, dello Stato. Le organizzazioni mafiose dispongono di immense quantità di capitale liquido. Solo la ‘Ndrangheta, secondo uno studio dell’istituto Demoskopika, ha un giro d’affari complessivo di 53 miliardi di euro annui, un esercito di circa 60 mila affiliati e quasi 400 ‘ndrine operative in 30 paesi, ma in totale sono 150 miliardi di euro, arrotondati per difetto, i soldi che ogni anno “fatturano” le mafie. Un costante flusso di denaro che è fondamentale per gli interessi finanziari di entrambi, lo Stato e la mafia, che continui a scorrere indisturbato. Anomalie di questo sistema, come il pm Di Matteo, sarebbero dunque da fermare prima che il processo per la trattativa Stato-mafia si spinga troppo oltre e vengano alla luce patti e segreti inconfessabili.
Ecco quindi che l’ipotesi “Stato-deviato” torna con forza.
Per quale motivo non può essere verosimile che “Servizi deviati” possano porre in essere un attentato contro i pm di Palermo e Caltanissetta pur di proteggere altri funzionari di Stato infedeli?
E’ verosimile che alcuni membri di Cosa nostra possano essere usati come pedine in un eventuale attentato?
Del resto è già accaduto in passato. Il pentito Salvatore Cancemi, oggi deceduto, mi raccontò (e soprattutto lo raccontò ai processi per le stragi del ’92-’93) che Riina nelle stragi venne “portato per la manina” mentre Spatuzza, più di recente, ha raccontato di figure a lui sconosciute, probabilmente esterne a Cosa nostra, nella preparazione dell’attentato di Via d’Amelio. Ecco perché, nuovamente, potremmo assistere ad una nuova strage con lo Stato-mafia che muove i fili, sporcandosi ancora una volta le mani di sangue, utilizzando come sempre sicari e boss.

Foto © Castolo Giannini

Elezioni europee, gran caos nel fronte liberale. Scelta civica va per la sua strada Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Le elezioni europee di maggio bussano alla porta. E le organizzazioni che compongono la geografia politica italiana vanno a posizionarsi un po’ in base ai sondaggi, un po’ seguendo l’analisi sulla crisi economica e l’austerity. C’è un gran rimescolamento di carte. E l’operazione Renzi fa parte di questo solco. L’attuale conformazione dell’europarlamento fa comunque da timone: la sinistra, coalizzatasi ne ‘L’altra europa con Tsipras’, farà riferimento al Gue; il Pd al Pse, sempre più in difficoltà; Forza Italia al Ppe, così come l’UDC e il gruppo Popolari per l’Italia, capitanato da Mario Mauro e fuoriuscito da Scelta Civica. Apparentemente non cambia nulla. Ma sotto sotto ognuno cerca in base all’arte dell’“intuito politco” di correre dietro all’andazzo dell’elettorato, già ampiamente annunciato dalla tornata elettorale francese. Il filone che sembra subire di più i colpi della crisi economica, e del relativo “buco” nella rappresentanza politica, è il liberalismo, e le sue varie versioni di destra e di centrosinistra.

I partiti italiani che fanno riferimento all’Alleanza liberal democratica europea sono svariati, la galassia liberale si era raggruppata, in un progetto unitario, svariati mesi fa: il progetto in questione era “In cammino per cambiare” e vedeva insieme il Pli (Partito Liberale Italiano), Fare per Fermare il Declino, il Partito federalista europeo, Uniti verso nord, la Federazione Liberale e la lista civica piemontese Progett’Azione.
Il progetto, poi, è venuto meno per gli attriti tra Michele Boldrin, coordinatore di FiD, e Stefano de Luca, segretario del Pli.
La lista Alde candida a Presidente della Commissione Europea l’ex premier del Belgio Guy Verhofstadt e gli incontri preparatori per la formazione dell’agglomerato liberale sono stati fermamente voluti dallo stesso ex premier che, circa un mese fa in una conferenza stampa alla Stampa estera, ha presentato la lista liberal democratica che correrà in Italia per le Europee.
Alla conferenza stampa erano presenti tutti i movimenti della galassia liberale: Fid, Centro democratico, Pri, Pli, Pfe, federazione liberale, Ali, Scelta Civica.
 La lista, dunque, avrebbe preso il nome di Scelta Europea: ci sarebbe stato il simbolo dell’Alde, il nome del politico belga e i simboli di Centro democratico e FiD.
Sarebbe stato così, ed è ancora così se non che una parte della galassia liberale, pur consistente, ha optato per una scelta diversa.

Il gruppo di Scelta Civica si è separato dalla lista Alde, proprio nella giornata di ieri. E durante una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, ha presentato il simbolo che correrà alle elezioni europee: Scelta civica per l’Europa.
 Il ramo del parlamento europeo è lo stesso, l’Alde, Andrea Romano lo ripete anche quando Edoardo Petti di ‘Formiche’ gli pone la domanda: “Sosterremo la candidatura di Guy Verhofstadt” ponendola come migliore “tra quella proposta dal Pse e dal Ppe perché rappresentano vecchie culture politiche che si sono dimostrate incapaci di rinnovare l’Europa”. 
Scelta civica va per la sua strada, dunque, e il Partito Liberale Italiano decide, a sua volta, di ritirarsi dalla lista Alde. Stefano de Luca, raggiunto da ‘Controlacrisi’, ha dichiarato che il Pli non ha più dato appoggio alla lista Alde “perché è un guazzabuglio”. “Si sono divisi anche in due liste, ieri – come Pli – abbiamo redatto un documento che invitava le due liste, cioè quella dell’Alde e quella di Scelta civica, a riunificarsi perché è l’unica possibilità per il mondo liberale di riuscire a portare un risultato”.
Quindi il Pli non appoggia né l’una né l’altra lista: “Al momento, la decisione presa ieri è questa, avendo invitato le due liste ad unificarsi”.
Lo stesso De Luca afferma che non sosterranno Guy Verhostadt: “al momento siamo fuori. Abbiamo dato un forte invito a ricomporre questa frattura perché nessuno dei due gruppi, allo stato attuale, potrà raggiungere il 4%. La nostra idea è quella di fare una lista unica che abbia possibilità di superare lo sbarramento. Questa divisione mi sembra una follia”.

Stefania Schipani, presidentessa del Pfe, in una lettera inviata a ‘Formiche’ dichiara: “La presentazione della lista Alde rappresenta un esperimento politico interessante che mira a far confluire, sotto un progetto comune, diverse forze politiche attraverso un percorso di unione e che può dar voce ad una parte rilevante dell’elettorato non appartenente alla sinistra, alla destra e alla demagogia grillina. Chi sceglie la disunione ovviamente se ne assume anche la responsabilità in questo momento storico delicatissimo per il nostro paese e per l’Europa. E’ proprio la convergenza di forze politiche diverse fra loro il valore aggiunto della nostra proposta e avremo modo di spiegarlo agli elettori”.
A ‘Controlacrisi’, la Schipani afferma: “Nella lista Alde, inizialmente, era presente anche Scelta Civica. Devo ancora mettermi in contatto con Verhofstadt per capire cosa ne pensa, ma l’azione di Scelta Civica è stata condotta in totale autonomia”.

Rifiuti in Ue, per l’Italia compostaggio e riciclo sono ancora pratiche sconosciute | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti l’Italia è sotto la media Ue solo per quanto riguarda il compostaggio e il riciclo (38%). Resta ancora molto alto nella Penisola il ricorso alle discariche, che rappresentano la modalità di trattamento più obsoleta e insostenibile e meno eco-compatibile.
E’ quanto emerge dai dati del 2012 pubblicati da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Ue. Secondo i dati, dal 1995 al 2012 c’è stato un aumento significativo, dal 18 al 42 per cento, della quota di rifiuti municipali che vengono riciclati o compostati in tutta l’Ue.L’Italia produce 529 Kg per persona di rifiuti municipali all’anno, ben sopra la media Ue di 492 Kg, e meno che la Germania (611) e la Francia (534), ma più della Gran Bretagna (472) e della Spagna (464). Il paese Ue che produce più rifiuti per persona è la Danimarca (668 Kg all’anno), seguita da Cipro (663), Lussemburgo (662) e Germania. Lo Stato membro che ne produce di meno è la Lettonia (301), ma quasi tutti i paesi dell’Est (con l’eccezione di Ungheria, Bulgaria e Lituania) sono sotto i 400 Kg per persona.
I paesi che hanno il tasso maggiore di riciclaggio sono la Germania (65%), l’Austria (62), il Belgio (57) e l’Olanda (50). Tra i grandi
paesi, ben più efficiente dell’Italia, in questo caso, è anche la Gran Bretagna (46%) mentre la Francia è quasi allo stesso livello (39%) e la Spagna resta ancora indietro con appena il 27%. Le peggiori performance sono quelle della Romania (1%), seguita da Malta e Slovacchia (13) e poi da Croazia e Lettonia (16) e Irlanda (16).
Considerando a parte il solo compostaggio, l’Italia resta ancora sotto la media Ue (24% rispetto al 27 dell’Ue), meglio della Spagna (10%) ma peggio degli altri grandi paesi: Germania e Gran Bretagna (18%), e Francia (16). Lo Stato membro con il record della percentuale di compostaggio è l’Austria (34%), seguita da Olanda (26%), Belgio (21%) e Lussemburgo (19%). I paesi che ricorrono meno al compostaggio sono la Romania (0%), Grecia, Lettonia e Lituania (2%), Bulgaria e Repubblica ceca (3%).

C’è poi il punto dolente delle discariche: vi finisce ancora il 41% dei rifiuti municipali prodotti in Italia, contro una media Ue del 34%. Fra i grandi paesi, la Germania (0%) è un esempio di virtù, avendo virtualmente eliminato le discariche, mentre la Francia è al 28%, la Gran Bretagna, con il 37%, si avvicina all’Italia, che comunque va molto meglio della Spagna (63%). I paesi peggiori sono nell’ordine la Romania (99%), Croazia (85%)
Malta (87%), Lettonia (84), Lituania (79), Slovacchia (77), Bulgaria (73%). I paesi con le migliori performance, dietro la Germania, sono il Belgio e la Svezia (1%), l’Olanda (2%), e poi Austria e Danimarca con il 3%.

Negli inceneritori finisce il 20% dei rifiuti italiani, contro il 24% della media Ue. Fra i grandi paesi, l’incenerimento è usato di più in Germania (35%) e Francia (33%), e di meno in Gran Bretagna (17%) e in Spagna (10%).
I paesi che ricorrono di più a questo metodo (il peggiore dopo le discariche) sono la Danimarca e la Svezia (52%), l’Olanda (49), il Belgio (42) e il Lussemburgo (36). L’Austria è allo stesso livello (35%) della Germania. Sette Stati membri non hanno inceneritori: Bulgaria, Grecia, Croazia, Cipro, Lettonia, Malta e Romania. In Lituania e Polonia l’incenerimento riguarda solo l’1% dei rifiuti municipali.

Direttiva Monti, «a scuola si taccia sull’omosessualità». Il diktat della Cei | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alba Sasso*

«Chi siamo noi per giu­di­care i gay». Baste­rebbe para­fra­sare il Papa per tron­care sul nascere l’ennesima stuc­che­vole discus­sione su gay e omo­fo­bia. Se non fosse per la pro­terva e a tratti pate­tica osti­na­zione di una parte del mondo cat­to­lico ad opporsi ad ogni ten­ta­tivo di intro­durre nelle scuole ele­menti di rifles­sione, argo­men­tati, seri, pacati, per attrez­zare i gio­vani ad affron­tare emer­genze sociali vere e pro­prie quali gli omi­cidi delle donne e l’omofobia, causa spesso di drammi e sui­cidi. L’oggetto di que­sta enne­sima cam­pa­gna “mora­liz­za­trice” in cui si distin­guono espo­nenti gover­na­tivi di cen­tro­de­stra ha come ber­sa­glio una diret­tiva del governo Monti che sta­bi­liva la neces­sità di corsi di aggior­na­mento per gli inse­gnanti, di for­ma­zione alla «diver­sità». Parola che ter­ro­rizza i pru­denti vescovi della Cei, anche loro in prima fila in que­sta cam­pa­gna. Cam­pioni di intol­le­ranza e paure. Men­tre oggi è sem­pre più neces­sa­rio, in un mondo com­plesso e plu­rale, con­fron­tarsi con le tante diver­sità che ci attra­ver­sano. Alle quali non pos­sono che cor­ri­spon­dere uguali diritti, soprat­tutto quello di cit­ta­di­nanza, di agi­bi­lità umana e civile.

È di que­sto abc della demo­cra­zia di cui biso­gna ragio­nare con ragazze e ragazzi , altro che «indot­tri­na­mento». Per­ché allora attar­darsi a pre­di­care la paura e il rifiuto? E soprat­tutto nel luogo più sen­si­bile, la scuola, ter­ri­to­rio di quel pro­cesso straor­di­na­rio e dif­fi­cile che è la cre­scita di ogni indi­vi­duo. La cui linfa è la cono­scenza e l’apertura al mondo nella sua com­ples­sità. Per supe­rare paure e fra­gi­lità, paura del diverso da sé, ma anche, spesso, del diverso che è in sé. Invece, per i fau­tori di una morale ipo­crita e tri­ste, il mes­sag­gio è che a scuola non se ne parla, non se ne deve par­lare. Salvo poi pian­gere lacrime tar­dive ad ogni epi­so­dio di sui­ci­dio di ragazzi per­se­gui­tati dal bul­li­smo a causa della loro, spesso solo pre­sunta, omo­ses­sua­lità, o di ragazze per­ché per­se­gui­tate da un nuovo e peri­co­loso machi­smo. Cos’altro fare, in una situa­zione così dif­fi­cile, anche se non ine­dita, se non per­met­tere ai docenti di attrez­zarsi, anche con un corso di pochi giorni, per riflet­tere su que­sti feno­meni e attrez­zarsi a gestirli?

E invece una cir­co­lare di pochi giorni fa invi­tava a bloc­care ogni ini­zia­tiva. Ma per­ché ancora tanto ter­rore per ogni cosa che attiene al sesso da una chiesa che nella sua vita di base è mille volte avanti a certe orga­niz­za­zioni, ad espo­nenti poli­tici che ad essa si richia­mano ed ai suoi vescovi, almeno a quelli delle gerar­chie orga­niz­zate? Sem­bra di risen­tire i lamenti al tempo del divor­zio, o dell’aborto. Se passa que­sta idea di accet­ta­zione della diver­sità dicono alla Cei allora tutti diven­te­ranno omo­ses­suali. Come se dopo il divor­zio le cop­pie fos­sero state costrette a sepa­rarsi, o le donne ad abor­tire per forza dopo la legge.

Il Paese è andato avanti velo­ce­mente, e la Chiesa anche, nelle sue espres­sioni di base e nella sua mas­sima, il Papa. Gli espo­nenti del governo che stre­pi­tano con­tro gli aggior­na­menti “diversi” del “depra­vato” governo Monti fareb­bero bene ad ascol­tare le voci dei ragazzi per­se­gui­tati solo per le loro pre­fe­renze ses­suali, oltrag­giati, per­se­gui­tati, offesi come le vit­time della pedo­fi­lia dei preti. Vit­time alle quali il Papa ha rico­no­sciuto un ruolo fon­da­men­tale di ascolto e di pro­ta­go­ni­smo inse­rendo una di loro nella com­mis­sione appena costi­tuita con­tro le vio­lenze sui minori.

Per for­tuna la scuola ita­liana è più avanti anche delle stesse dispo­si­zioni gover­na­tive o dei divieti. Per­ché in quei luo­ghi si ha a che fare con la respon­sa­bi­lità dell’educare, con la respon­sa­bi­lità enorme di avere a che fare col pre­sente e il futuro di per­sone in carne e ossa e col con­te­sto in cui vivono. Gli inse­gnanti sanno cosa fare, e i ragazzi sanno ascol­tarli. Men­tre pur­troppo «gli stolti si affol­lano dove gli angeli esitano».

* asses­sore al diritto allo stu­dio e alla for­ma­zione della Regione Puglia

Salvatore Usala scrive a Renzi: Non tagliare il welfare, subito piano non autosufficienze da: controlacrisi.org

Salvatore Usala, segretario del Comitato 16 novembre, scrive una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e ai Ministri del suo esecutivo: Beatrice Lorenzin, Ministra della Salute, Carlo Padoan, Ministro Economia e Finanza e Giuliano Poletti, Ministro Lavoro e Politiche Sociali.Dalla sua casa di Monserrato, bloccato dalla Sla, Tore Usala non abbassa la guardia e dopo tante battaglie rilancia la lotta in difesa dei diritti delle persone con disabilità. La lettera è schietta e chiara come è nello stile del Comitato 16 Novembre, si chiedono cose precise: la convocazione di un tavolo interministeriale da tenersi entro e non oltre il 15 aprile per la predisposizione di un Piano Nazionale per le Non Autosufficienze al fine di poter potenziare la domiciliarità indiretta, lo sblocco immediato del FNNA 2014 (Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza ) e la revisione della riforma dell’Isee, che penalizza fortemente le persone disabili e loro familiari.

Riportiamo di seguito la lettera:

Egregio Presidente del Consiglio, egregi Ministri, egregi Viceministri, egregi Sottosegretari,

nella crisi non c’è ricetta più sbagliata che tagliare le risorse destinate al welfare, dalla sanità all’assistenza sociale. Le politiche di austerity non solo rischiano di negare diritti sociali costituzionalmente garantiti, ma producono anche un avvitamento recessivo dell’economia, determinando un ulteriore aumento di disuguaglianze, disoccupazione, povertà.

Nella crisi, soprattutto nella crisi, si deve investire nel welfare, perché significa investire in un futuro socialmente più giusto, in una redistribuzione di reddito e di benessere, in un sistema di prestazioni che rispondono adeguatamente ai bisogni, vecchi e nuovi, della cittadinanza. Investire nel welfare significa anche rilanciare l’economia, perché si crea buona occupazione, che si traduce sempre in un buon servizio offerto.

Per queste ragioni il Comitato 16 Novembre è nato, per difendere i diritti di decine di migliaia di disabili gravi e gravissimi che rischiano di essere lasciati soli, abbandonati al loro destino, mentre con troppa facilità la politica decide di regalare miliardi alle banche o di acquistare inutili e costosi cacciabombardieri F35.

Da anni scendiamo in piazza e urliamo ai palazzi del potere che con la nostra vita non si scherza. Abbiamo deciso di farlo con forme di lotta estreme, perché la nostra condizione esistenziale è estrema. Abbiamo perso durante una di queste lotte il nostro amico e combattente Raffaele Pennacchio, morto dopo due giorni di presidio, morto da eroe.

Abbiamo ottenuto dei risultati importanti, ma sicuramente non sufficienti a sostenere quel modello di welfare che tutti noi desideriamo, caratterizzato da un potenziamento della domiciliarità indiretta e una piena libertà di scelta delle persone. Alla fine dell’anno scorso, dopo una serie di presidi sotto il Ministero dell’Economia e un’accesa trattativa con la commissione Bilancio del Senato, abbiamo registrato il nostro ultimo successo: aumento di 75 milioni di euro per i disabili gravi e gravissimi e l’impegno del governo ad attivare un tavolo interministeriale finalizzato alla definizione di un piano nazionale per le non autosufficienze.

Siamo nel 2014 e vogliamo raccogliere ciò che con fatica abbiamo seminato.

Chiediamo al Governo e alla maggioranza che lo sostiene tre cose, semplici e chiare:

1)Convocazione del tavolo interministeriale ENTRO E NON OLTRE IL 15 APRILE 2014 (sanità, politiche sociali, economia), allargato a regioni ed associazioni, per la predisposizione di un Piano Nazionale per le Non Autosufficienze (PNNA), principalmente finalizzato al potenziamento della domiciliarità indiretta, alla garanzia ed esigibilità del diritto di scelta tra restare a casa o entrare in RSA, al riconoscimento del lavoro di cura del caregiver.

2)Immediato sblocco del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza (FNNA) 2014 con ripartizione alle regioni mediante decreto di attuazione, rispettando criteri ed impegni assunti dal Governo: destinazione del 30% più l’aumento di 75 milioni per i disabili gravi e gravissimi.

3)Rivedere urgentemente la riforma dell’Isee, che rischia di penalizzare fortemente persone con disabilità e loro familiari. In particolare chiediamo che non vengano considerate nel calcolo reddituale anche tutte le prestazioni monetarie erogate dallo Stato o da Enti pubblici con finalità assistenziale, anche se esenti da tassazione. Se la riforma venisse applicata così com’è ridurrebbe la platea dei beneficiari delle prestazioni sociali. Infatti, quelle persone che ad oggi beneficiano di prestazioni assistenziali (pensioni, indennità e assegni) rischiano di non potervi accedere più perché paradossalmente il reddito computato risulterà più alto proprio a causa delle suddette prestazioni assistenziali.

Cordiali saluti

Monserrato, 24 marzo 2014

Il segretario
Salvatore Usala

Locatelli (Prc): Chiamparino voterebbe una cadidata “Sì Tav” del centrodestra? Di sicuro noi non votiamo lui! da: controlacrisi.org

Locatelli (Prc): Chiamparino voterebbe una cadidata “Sì Tav” del centrodestra? Di sicuro noi non votiamo lui!
Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc Torino ha dichiarato: “Siamo al massimo della spudoratezza. Sergio Chiamparino in una intervista ad un quotidiano torinese dichiara che se fosse un elettore di Susa voterebbe la candidata Si Tav del centrodestra (di Forza Italia) non certo il candidato No Tav Sergio Plano (iscritto al Pd): “Non avrei dubbi…sono coerente con le mie idee” a favore della “sperimentazione delle liste “Si Tav” al di fuori dagli schemi di appartenenza”. In sostanza per il candidato alla presidenza del Piemonte ci sono progetti e interessi che hanno l’assoluta priorità sugli schieramenti politici. Per realizzarli si deve andare al sodo, si può benissimo andare a braccetto con il miglior offerente che nel caso di Susa è rappresentato dalla lista di centrodestra. Semplicemente scandaloso! Impensabile, assurdo – lo dico in particolare alle compagne e ai compagni di Sel – far parte di uno schieramento che ha come capofila Chiamparino, una candidatura del tutto funzionale ai potentati economico finanziari. La sinistra, se vuole tornare ad essere credibile, ha un’unica possibilità: costruire anche per il Piemonte una lista unitaria di sinistra antiliberista, per un’altro Piemonte, così come è stato fatto per le elezioni europee con la lista Tsipras”