RIUNIONE PREPARAZIONE 25 APRILE

anpi

lunedì 31 marzo  presso la CGIL di via crociferi 40

ore 16.00

riunione degli studenti

ore 17.30

riunione segreteria ANPI

ore 18.00

riunioni associazioni e partiti

per continuare la preparazione del 25 aprile

un caro saluto

santina sconza presidente anpi provinciale catania

Questi anni buttati dall’Europa da: il manifesto.it

Rodotà. “Andare oltre il mercato era un programma acquisito. Ormai non bastano le battute di Renzi. Bene la lista Tsipras, ma troppe gelosie in partenza. E torna La Via Maestra contro il pareggio di bilancio in Costituzione”

Stefano Rodotà alla manifestazione La Via Maestra del 12 ottobre scorso a Roma

Pro­fes­sore Ste­fano Rodotà, è anche lei pre­oc­cu­pato per il risul­tato delle ammi­ni­stra­tive francesi?

Sì, nel senso che temo possa avere un effetto di tra­sci­na­mento in altri paesi. Ma non capi­sco lo stu­pore, è un risul­tato lar­ga­mente annun­ciato che solo sbri­ga­ti­va­mente si può attri­buire alla cat­ti­ve­ria del popu­li­smo, dall’antipolitica, dall’antieuropeismo cieco. È piut­to­sto l’esito con­se­guente della poli­tica della Com­mis­sione euro­pea, che in que­sti anni ha fatto come Mar­ga­ret That­cher: «La società non esi­ste», hanno detto a Bruxelles.

Non vede qual­che segnale di cam­bia­mento di linea?

Adesso, nella fase pre­e­let­to­rale, e molto timido. Ma non è di qual­che bat­tuta del pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano che abbiamo biso­gno, quanto di met­tere al cen­tro dell’agenda ita­liana un ripen­sa­mento pro­fondo delle poli­ti­che europee.

Renzi dice di volerlo fare, ma dice anche che intende rispet­tare tutti i para­me­tri europei.

Dovrebbe bat­tere un colpo in que­sta fase, in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale. L’altra Europa non può aspet­tare che il pre­si­dente del Con­si­glio rag­giunga chissà quale risul­tato in Ita­lia. La que­stione è tanto matura da essere stata evi­den­ziata dallo stesso par­la­mento euro­peo, che in nume­rosi docu­menti ha cri­ti­cato i fal­li­menti della poli­tica della Com­mis­sione. Renzi con la pro­messa dei due tempi finirà pri­gio­niero dei vincoli.

Non trova che il ritardo delle isti­tu­zioni euro­pee sia a tal punto cro­nico che delle nuove regole fini­ranno per appro­fit­tare gli anti­euro, in cre­scita ovunque?

In poli­tica dei rischi biso­gna pren­derli. Con le nuove regole pos­siamo imma­gi­nare una cam­pa­gna elet­to­rale di dimen­sione euro­pea, in Ita­lia un discorso come quello della lista Tsi­pras non sarebbe stato altri­menti pos­si­bile. Altre volte le ele­zioni euro­pee si sono svolte in una sorta di indif­fe­renze. E a Bru­xel­les, in par­ti­co­lare dall’Italia, sono stati man­dati gli scarti della poli­tica nazionale.

Lei cita la lista Tsi­pras, ma come si può con­tra­stare il mes­sag­gio facile «no all’Europa» con il ragio­na­mento dif­fi­cile sull’altra Europa?

Io penso che sia pos­si­bile per­ché aveva comin­ciato a farlo la stessa Europa. Può darsi che que­sta mia con­vin­zione derivi dall’aver par­te­ci­pato alla scrit­tura della carta dei diritti fon­da­men­tali, ma ricordo che già nel giu­gno 1999 il Con­si­glio euro­peo di Colo­nia era arri­vato a porsi il pro­blema di supe­rare la con­ce­zione dell’Europa come sem­plice mer­cato comune. Una con­ce­zione che, si diceva già 15 anni fa, aveva dato tutto quello che poteva dare in ter­mini di costru­zione del famoso popolo euro­peo. Dopo di che solo il rico­no­sci­mento dei diritti comuni a tutti i cit­ta­dini sarebbe stata la con­di­zione di legit­ti­mità dell’Unione.

Ci vol­lero altri cin­que anni per arri­vare alla Costi­tu­zione, poi affon­data pro­prio dal refe­ren­dum fran­cese. Si può tor­nare indietro?

Non si può, ma di quello slan­cio si deve tenere conto. Senza dimen­ti­care gli errori com­piuti da una parte della sini­stra. Per­ché l’ostilità alla carta dei diritti fon­da­men­tali, o certe cri­ti­che, per quanto più fon­date, alla carta costi­tu­zio­nale euro­pea scon­ta­vano un otti­mi­smo senza fon­da­mento. Si diceva: fac­ciamo cadere quelle carte, poi faremo cose molto migliori. Non era così, la situa­zione poli­tica era molto nega­tiva e adesso paghiamo anche il prezzo di quella inconsapevolezza.

Come giu­dica l’avvio della cam­pa­gna elet­to­rale della lista Tsipras?

Ho visto qual­che inciampo, mi auguro che d’ora in poi si cam­mini in maniera spe­dita. Ma ci sono ancora molte resi­stenze, reti­cenze ed egoi­smi da parte delle forze poli­ti­che orga­niz­zate. Spero che tutto que­sto non si risolva nei disa­stri che abbiamo cono­sciuto con le liste della sini­stra arco­ba­leno e Ingroia nelle ultime ele­zioni poli­ti­che nazio­nali. Vor­rei ci fosse la con­sa­pe­vo­lezza che i patriot­ti­smi di gruppo hanno effetti distruttivi.

Prima ha cri­ti­cato il rigido rigore con­ta­bile della Com­mis­sione euro­pea, ma da due anni l’obbligo di pareg­gio di bilan­cio sta scol­pito nella nostra Costituzione.

Un grave errore com­piuto nella quasi totale una­ni­mità e assenza di dibat­tito. Io e altri facemmo appello ai par­la­men­tari per­ché con­sen­tis­sero almeno il refe­ren­dum, rice­vemmo indif­fe­renza. E così abbiamo por­tato la logica del rigore in Costi­tu­zione, senza che ci fosse richie­sto. Molti di quelli che adesso avan­zano qual­che cri­tica all’indirizzo di Bru­xel­les dovreb­bero ricor­dare le pro­prie responsabilità.

Il nuovo art. 81 si può cambiare?

È una norma costi­tu­zio­nale e non può essere oggetto di refe­ren­dum. Ma nei pros­simi giorni il gruppo pro­mo­tore della mani­fe­sta­zione del 12 otto­bre scorso, La via mae­stra, pre­sen­terà due ini­zia­tive col­le­gate. Una pro­po­sta di refe­ren­dum abro­ga­tivo di alcune parti della legge attua­tiva, stu­diata in modo tale che non sia dichia­rato inam­mis­si­bile dalla Corte Costi­tu­zio­nale e che abbia effetti sul bilan­cio pub­blico. E insieme un’iniziativa di legge popo­lare costi­tu­zio­nale per la modi­fica totale dell’articolo 81, sulla quale rac­co­glie­remo le firme. Spe­riamo di sol­le­vare quel dibat­tito pub­blico che due anni fa non c’è stato, in difesa della Costi­tu­zione e per una cri­tica all’Europa non anti­po­li­tica o anti­eu­ro­pei­sta. E lavo­riamo anche ad altre iniziative.

Quali?

Abbiamo già un testo in forma di pro­po­sta di legge per rifor­mare lo stru­mento dell’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare. Pre­vede l’obbligo del par­la­mento di pren­dere in esame le pro­po­ste entro ter­mini certi, con la pos­si­bi­lità per i pro­mo­tori di seguirne l’iter nella com­mis­sione par­la­men­tare, la diretta strea­ming della com­mis­sione e l’obbligo di pas­sare il testo all’aula. Poi tor­niamo sui beni comuni, aggiun­gendo alla cam­pa­gna per l’acqua pub­blica la que­stione della cono­scenza in rete con una pro­po­sta di legge per inse­rire nell’articolo 21 della Costi­tu­zione il diritto di accesso a inter­net come diritto fon­da­men­tale del cit­ta­dino. E infine il lavoro, su tre fronti. Ripren­de­remo le pro­po­ste di legge di ini­zia­tiva popo­lare sul red­dito di cit­ta­di­nanza; inten­si­fi­che­remo la cam­pa­gna di con­tra­sto all’articolo 8 del decreto dell’agosto 2011 che con­sente la con­trat­ta­zione azien­dale in deroga alle leggi — gra­zie alla Fiom sap­piamo che sta pro­du­cendo tutta una serie di accordi che can­cel­lano i diritti dei lavo­ra­tori; infine c’è il tema della rap­pre­sen­tanza del lavoro. Su que­sti punti vogliamo insi­stere con una logica di decen­tra­mento, anche per supe­rare dif­fi­coltà che abbiamo avuto: di cia­scuna que­stione si occu­perà un pezzo della coa­li­zione sociale che vogliamo favorire.

Dei par­titi ha par­lato solo per denun­ciarne gli egoi­smi, li con­si­dera ormai inser­vi­bili? La Costi­tu­zione affida loro un ruolo centrale.

L’articolo 49, in base al quale i par­titi sono lo stru­mento dei cit­ta­dini per con­cor­rere alla poli­tica nazio­nale, sap­piamo che fu voluto da Lelio Basso, il quale in seguito ha scritto cose molto amare sulla dege­ne­ra­zione dei par­titi. Negli ultimi anni la pro­spet­tiva costi­tu­zio­nale si è com­ple­ta­mente rove­sciata; nei par­titi si sono create delle oli­gar­chie che hanno uti­liz­zato il con­senso non per ren­dere più age­vole la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini ma per per­pe­tuare il loro ruolo e potere. Vedo con molto pia­cere il ritorno della figura di Ber­lin­guer, ma non biso­gna con­fi­nare la sua denun­cia della que­stione morale in un recinto etico. La sua era una bat­ta­glia poli­tica tutta legata alla dege­ne­ra­zione dei par­titi, che ha finito col coin­vol­gere anche il suo par­tito. E anche oggi il Pd può andare incon­tro a brutte sor­prese. Renzi non ha negato l’intenzione di met­tere il suo nome nel sim­bolo, siamo com­ple­ta­mente fuori dalla logica di recu­pe­rare i par­titi nella loro funzione.

Renzi vuole essere giu­di­cato sui fatti.

Lo fac­cio. La nuova legge elet­to­rale ha al suo interno gra­vis­simi rischi di inco­sti­tu­zio­na­lità. È in più un’iniziativa schiet­ta­mente con­ser­va­trice che vuole chiu­dere la pos­si­bi­lità di accesso al par­la­mento attorno alle due forze (oggi) mag­giori. Il cosid­detto Ita­li­cum ha una cur­va­tura mag­gio­ri­ta­ria molto pesante che fa sal­tare il sistema delle garan­zie. La pro­po­sta del senato è poi un pastic­cio inac­cet­ta­bile. Non c’è nes­suno con un minimo di peso e ragio­ne­vo­lezza che non l’abbia detto, eppure ho l’impressione che non si voglia tener conto di que­sta massa di cri­ti­che, avvian­dosi così a ripe­tere l’errore fatto con l’articolo 81. Dall’insieme di que­ste pro­po­ste si ricava l’impressione di una chiu­sura del sistema e di un accen­tra­mento di poteri che mette in discus­sione l’equilibrio costi­tu­zio­nale e le garan­zie dei diritti indi­vi­duali e col­let­tivi, dei quali non a caso Renzi non parla. Trovo poi di estrema vol­ga­rità dire «vi tolgo dai piedi il senato così rispar­miamo un miliardo». In futuro si potrebbe pro­porre di rinun­ciare a qua­lun­que altra cosa essen­ziale per la vita della repub­blica, solo per rispar­miare. Que­ste dichia­ra­zioni sono il segno evi­dente di quanto è stato pesante il con­ta­gio dell’antipolitica.

Contro le menzogne del revisionismo storico ricordiamo gli eroi di via Rasella e gli orrori dell’eccidio nazifascista delle Fosse Ardeatine Fonte: micromega | Autore: Furio Colombo

“Se i partigiani responsabili dell’attentato di via Rasella si fossero consegnati ai tedeschi avrebbero evitato la strage delle Fosse Ardeatine”. E’ la tesi con cui i post fascisti tentano di scansare l’orrore di cui i loro ispiratori sono stati causa diretta. Una menzogna. Ecco perché.

Anniversario della strage delle Fosse Ardeatine. Quel giorno, il 24 marzo del l944, 355 italiani, già prigionieri, molti di loro ebrei, sono stati massacrati, per ordine di Hitler, da ufficiali e soldati tedeschi che occupavano Roma. Era la loro “rappresaglia” per l’attentato avvenuto poche ore prima in via Rasella, nel centro di Roma. Dove tre partigiani (tra i pochissimi italiani che a Roma hanno combattuto la feroce occupazione e le torture sistematiche di tedeschi e fascisti in via Tasso), erano riusciti ad attaccare con esplosivo un reparto tedesco uccidendo 30 militari occupanti.

I tre combattenti italiani, Rosario Bentivegna, Pasquale Balsamo e Carla Capponi, pur insigniti
della medaglia d’oro al valor militare, sono stati perseguitati tutta la vita da ciò che è restato e resta del conformismo e della “zona grigia ” italiana (coloro che non si immischiano mai e si fingono sempre equidistanti ), con la seguente ragione, sostenuta con vigore dai post fascisti che tentano di scansare l’orrore di cui i loro predecessori e ispiratori sono stati causa diretta: i tre partigiani dovevano consegnarsi e avrebbero evitato la strage. Infatti, il giorno stesso della pubblicazione di un mio testo su “Il fatto quotidiano” ho ricevuto la lettera che riporto testualmente.

“Caro Furio Colombo, i tre studenti dell’attentato di via Rasella non erano soldati con le stellette ma erano tre sprovveduti. Se erano intelligenti se lo dovevano immaginare che ci poteva essere una rappresaglia. Se credevano di essere eroi come tu li hai descritti si dovevano consegnare. Un altro Salvo D’Acquisto deve ancora nascere. Giuseppe.”

La lettera, nella sua illogicità, si spiegherebbe da sola. Ma questa volta, e ogni anno e in ogni occasione in cui si parla di via Rasella o delle Fosse Arredatore, arrivano decine di lettere uguali a questa.

Supponiamo la buona fede, perché la disinformazione è una industria attivissima e coloro che
speculano su “orrende storie” della Resistenza, che hanno cominciato a ricordare decenni dopo, (una volta scoperto che con quelle storie si guadagna moltissimo,) si moltiplicano in libreria.
E rispondiamo con paziente precisione.

Primo: tutta la guerra della Resistenza italiana (che voleva dire guerra contro il fascismo, contro il razzismo, contro l’occupazione tedesca) non ha mai avuto stellette o uniformi. Era clandestina come quella francese, come tutta la Resistenza europea. Resistenza significava eliminare, sia pure in piccola parte, i militari stranieri occupanti e i loro complici fascisti, e rendere sempre più difficile la loro attività. Tale attività consisteva nella cattura e tortura degli avversari e dei resistenti politici, nel terrorizzare la popolazione civile con stragi perché non prestasse aiuto “ai banditi” , nella cattura ed eliminazione di tutti gli ebrei rintracciabili, compresi i neonati e i malati.

Secondo. Carla Cappon, Rosario Bentivegna e Pasquale Balsamo non si sentivano affatto eroi.
Si sentivano in dovere di fare, qualunque fosse il rischio, tutto il danno possibile al nemico. I tedeschi occupanti, aiutati dai fascisti che avevano abbandonato l’Italia legale, erano il nemico.
I tre di Via Rasella, in una Roma quasi senza Resistenza hanno colpito giusto. Bisognava che tedeschi e fascisti sentissero il pericolo di una vera guerra di popolo contro di loro anche se a
rischiare e a combattere, a Roma, erano in pochi.

Terzo. “Dovevano consegnarsi.” Perché? Non è mai accaduto e non deve accadere perché
renderebbe inutile quella momentanea, ma importante, battaglia vinta. Non deve accadere
perché i comandanti tedeschi sono gli stessi che hanno appena catturato e deportato tutti gli ebrei
di Roma che hanno potuto trovare, dopo averli derubati (“come garanzia di salvezza”, avevano detto) di tutto l’oro che avevano. Non deve accadere perché la principale attività tedesca e
fascista nella Roma dove il Papa tace, è la pratica ininterrotta della tortura in via Tasso.

Non può accadere perché la rappresaglia è stata decisa subito e subito è stato stabilito che
dovevano morire dieci italiani per ogni soldato tedesco, dunque più di trecento (già prigionieri a Regina Coeli) come vendetta per i trenta soldati morti nell’attentato. A Hitler importava poco, per l’azione esemplarmente crudele che aveva subito deciso, di avere o non avere tre prigionieri in più. Inoltre non avrebbero rinunciato perché stavano mandando a morte un numero molto alto di ebrei, e il punto che stava a cuore a Hitler e ai suoi ufficiali era che fossero ebrei, il reato più grave, in quel momento di follia della storia.

Chi insiste nel presunto dovere di consegnarsi dei tre mente due volte. La prima è perché non era possibile. Quando si è saputo di via Rasella il comunicato era seguito dalle parole: “La sentenza è già stata eseguita.”
La seconda è che, se lo avessero fatto, niente e nessuno avrebbe risparmiato i morti delle Ardeatine (dieci per ogni soldato tedesco, decisione immediata di Hitler). Ma i tre sarebbero morti di torture a via Tasso nel tentativo di sapere altri nomi della Resistenza a Roma.

Il nome di Salvo D’Acquisto è una provocazione con cui si usa un grande italiano, che si è offerto
(in una rappresaglia che non è affatto stata evitata) di prendere il posto, in una fucilazione collettiva, di un padre di famiglia con figli. I tedeschi hanno accettato la sostituzione di uno. Ma hanno sterminato tutti gli altri. Dunque su vicende del genere sarebbe bene non negare e non mentire e non far finta di non sapere.

Il disastro ecologico tra deforestazione e nuove catastrofi. Mari più venefici a causa del surriscaldamento | Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

L’intervento dell’uomo sulla natura è sempre più deleterio. Minacce alla biodiversità marina, alla salute stessa degli esseri umani, spreco di risorse idriche e deforestazione. Un quadro generale da film apocalittico, che invece è impietosa realtà, come evidenziato da esperti di settore nei giorni scorsi.I maggiori indiziati della tossicità che minaccia fauna ed ecosistema marino sono i cambiamenti climatici, i cui perduranti effetti nocivi ricadono anche sull’uomo, in particolare sui “soggetti più vulnerabili quali i bambini, gli individui anziani e i portatori di patologie ad esempio a carattere neuro-immunitario o nutrizionale”, ha affermato Enrico Alleva, accademico dei Lincei, in occasione del convegno sulla ‘Gestione sostenibile del Mare Mediterraneo’.
“L’evaporazione dovuta al surriscaldamento globale sta facendo aumentare in mare la concentrazione di sostanze tossiche che sono assorbite dai pesci e da questi all’uomo nella catena alimentare. Le sostanze tossiche assorbite hanno effetti neurologici sui pesci tali che questi perdono parte della capacità di difendersi dagli uccelli predatori e si rivolgono per l’alimentazione a specie animali meno mobili come ad esempio vermi, che vivono sul fondale spesso fangoso dove più alta è la concentrazione degli elementi tossici”, ha sottolineato Alleva.

Altro elemento a rischio è l’acqua. Mario Guidi, coordinatore di Agrinsieme, in occasione della XXI Giornata mondiale dell’acqua celebratasi il 22 marzo ha espresso la propria preoccupazione sulla carenza idrica non solo nei paesi del Terzo mondo, ma anche in Europa: questo fenomeno “riguarda almeno l’11% della popolazione europea e il 15% del territorio della Ue. Anche a seguito dei cambiamenti climatici, pure le nazioni più avanzate, e l’Italia, dovranno investire nell’ottimizzazione dell’uso delle risorse idriche”, ha sostenuto Guidi.
L’uso e il consumo di acqua ed energia – il tema della Giornata di quest’anno – sono strettamente collegati, dato che la produzione di energia richiede l’utilizzo di ingenti risorse idriche: circa l’8 % della produzione globale di energia è utilizzata per il pompaggio, il trattamento e il trasporto dell’acqua ai consumatori. Anche il settore agricolo se ne serve in abbondanza, ma questo non deve generare sprechi: “Occorre investire in tecnologie aziendali per l’irrigazione, oltre che per rendere più moderne le reti di adduzione e distribuzione e ridurre i consumi, i cui costi per l’utilizzo devono essere congrui”, ha concluso Guidi.
Un buon segnale in questo senso a pochi giorni dalla ricorrenza è stato l’approvazione all’unanimità della legge di iniziativa popolare del 2011 sull’acqua pubblica da parte del Consiglio regionale del Lazio.

“Ogni due secondi nel mondo un’area di foresta grande quanto un campo di calcio viene distrutta”, denuncia Greenpeace. Le foreste ospitano circa due terzi della biodiversità terrestre e si stima che da esse dipenda la sopravvivenza di più di un miliardo e mezzo di persone. Immagazzinano quasi 300 miliardi di tonnellate di carbonio, una cifra 40 volte superiore alle emissioni di gas serra prodotte dai combustibili fossili; per questo la deforestazione inquina quanto tutti i mezzi di trasporto messi insieme al mondo. Inoltre, l’intensa attività di deforestazione ha portato alla distruzione di un quinto della foresta amazzonica negli ultimi 50 anni, con danno “per tante specie animali e vegetali e per molte comunità locali che dei prodotti della foresta e nella foresta vivono”, osserva il Wwf Italia, che il 21 marzo ha celebrato la Giornata internazionale delle Foreste. “L’Amazzonia non è solo una foresta: si tratta del più grande condizionatore d’aria del mondo, capace di trasformare metà dell’energia solare totale che la raggiunge in un’enorme evaporazione di acqua, pari a 8.000 miliardi di tonnellate di vapore acqueo; l’energia assorbita dalle foreste amazzoniche si estende in tutto il mondo per mezzo di collegamenti chiamati ‘teleconnessioni’ climatiche”, precisa il rapporto.
Un report del Wwf internazionale aggiunge: “Ad ogni riduzione della foresta Amazzonica convertita si hanno influssi sulle aree produttive agricole degli Stati Uniti, del Brasile e persino in luoghi remoti come l’India, il Pacifico occidentale e l’America Centrale”. L’acqua che annualmente si riversa dal bacino amazzonico nell’Oceano Atlantico ha anch’essa “un influsso sulle gigantesche correnti oceaniche: 7-8.000 miliardi di tonnellate d’acqua, il 15-20% del deflusso fluviale totale mondiale di acque dolci riversate globalmente negli oceani”.

In base agli attuali trend il 55% della foresta Amazzonica potrebbe essere danneggiata “gravemente” entro il 2030, e il report presentato dall’Unep, l’agenzia delle Nazioni unite per il programma ambientale, prospetta che fino a oltre 800 milioni di ettari di bosco – quasi le dimensioni del Brasile – saranno rasi al suolo entro il 2050 se si continua con questo uso insostenibile e indiscriminato del suolo.
Il tema del ruolo strategico dell’Amazzonia viene affrontato anche nel V rapporto di valutazione degli scienziati Onu sui cambiamenti climatici (Ipcc), che sarà presentato a Yokohama questa settimana.

Contratti a termine, Alleva: Uno sconcio etico e incostituzionale | Fonte: Il Manifesto | Autore: Piergiovanni Alleva

Il governo non ha perso tempo con il decreto legge (n. 34, 20 Marzo) che, libe­ra­liz­zando i con­tratti a ter­mine, dive­nuti ora sem­pre “acau­sali”, con­danna al “pre­ca­riato a vita” tutti quelli che, gio­vani e vec­chi, tro­ve­ranno o cam­bie­ranno lavoro. E’ un cri­mine sociale di enorme pro­por­zioni, com­messo nell’indifferenza quasi totale di par­titi e sin­da­cati, con l’eccezione — va rico­no­sciuto — della Cgil e di Susanna Camusso, da cui è giunta una vera ripulsa, un po’ ritar­data ma almeno molto netta.

Il fatto è che il decreto si è rile­vato ancora peg­giore di quanto si temesse: non si distin­gue più tra “primo” con­tratto a ter­mine e con­tratti suc­ces­sivi tra le stesse parti, e non si richiede più nes­suna cau­sale “obiet­tiva” né per il con­tratto e nean­che per le sue pro­ro­ghe o rin­novi. Il con­tratto a ter­mine, dun­que si può fare sem­pre per tutti senza spie­gare il per­ché e senza col­le­ga­mento ad una esi­genza tem­po­ra­nea, così come sem­pre si pos­sono uti­liz­zare con­tratti di som­mi­ni­stra­zione, null’altro che con­tratti a ter­mine “indiretti”.

L’unico limite è di non pas­sare, nel com­plesso, i 36 mesi di uti­lizzo a ter­mine dello stesso lavo­ra­tore, per non far scat­tare una tra­sfor­ma­zione a tempo inde­ter­mi­nato: un limite che già esi­steva e resta, ma che ha sem­pre fatto più male che bene ai pre­cari, per­ché i datori di lavoro sono sem­pre stati attenti, e più lo saranno, a non supe­rare quella soglia tem­po­ra­nea. Vi è poi il “tetto” per­cen­tuale del 20% sul com­plesso dei lavo­ra­tori occu­pati in azienda, che rap­pre­senta anch’esso un favore per il padro­nato per­ché “alza” il tetto già pre­vi­sto dai con­tratti col­let­tivi (in media 10–15 % dell’organico), che peral­tro non ha mai fun­zio­nato, giac­ché le aziende, e soprat­tutto la P.A. (cen­tri per l’impiego) ten­gono riser­vati o nascon­dono i dati nume­rici relativi.

Dopo que­sta rea­li­stica, ter­ri­bile presa d’atto, occorre, però, rea­gire, con tre diversi ordini di rifles­sione, riguar­danti la pro­ble­ma­tica etica sot­tesa a que­sto decreto, la pro­ble­ma­tica giu­ri­dica euro­pea, e, infine la pro­ble­ma­tica del con­tra­sto e delle pos­si­bili modi­fi­che nel “iter” par­la­men­tare di con­ver­sione del decreto in legge.

La pro­ble­ma­tica etica non è un di più, ma il vero cuore del pro­blema. Si tratta di rispon­dere ad una domanda: per­ché ora viene con­sen­tito ai datori di lavoro di assu­mere a ter­mine, anche se l’esigenza lavo­ra­tiva da coprire non è a ter­mine ma ordi­na­ria e per­ma­nente? Non si dica “per pro­vare” il lavo­ra­tore, visto che nel con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato il periodo di prova c’è già, e può esservi anche nei con­tratti a ter­mine “regolari”.

La rispo­sta che ogni per­sona di buona fede e intel­let­tual­mente one­sta può dare è una sola: con il con­tratto a ter­mine il lavo­ra­tore vive e lavora sotto il ricatto per­ma­nente della man­cata pro­roga e, dun­que, mai può alzare la testa o riven­di­care alcun­ché. Ricatto che, invece, non fun­ziona con il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato, che può essere risolto solo in pre­senza di una giu­sta causa. Que­sto è il discri­mine etico: chi tra gover­nanti e uomini poli­tici, e, peg­gio ancora sin­da­ca­li­sti, pur com­pren­dendo que­sta indi­scu­ti­bile verità, non si ribella e non si oppone ( dav­vero, non solo con for­mali e fret­to­lose dichia­ra­zioni) è per­sona moral­mente spre­ge­vole ed inde­gna del suo ruolo.

La seconda con­si­de­ra­zione è che il decreto è sicu­ra­mente ille­git­timo, per evi­dente con­tra­sto con la nor­ma­tiva euro­pea sui con­tratti a ter­mine (diret­tiva 1999/70/CE), la quale fu rece­pita pro­prio con il D.Lgs. n. 368/2001 che ora que­sto decreto ha stra­volto e deva­stato. La diret­tiva euro­pea richiede infatti “ragioni obiet­tive” per la sti­pula di un con­tratto a ter­mine, o, almeno per le sue pro­ro­ghe o rin­novi, ed impe­di­sce, con una “clau­sola di non regresso” peg­gio­ra­menti della disci­plina di rece­zione della stessa diret­tiva, e quindi pro­prio del D.Lgs n. 368/2001.

La pro­ter­via, la defi­cienza etica e l’ipocrisia dei nostri gover­nanti si dimo­stra, dun­que, pari solo alla loro igno­ranza e al loro pro­vin­cia­li­smo. Il con­tra­sto con la nor­ma­tiva euro­pea non toglie che emer­gano anche evi­denti motivi di inco­sti­tu­zio­na­lità, per vio­la­zione, anzi­tutto, con gli artt.2 e 4 della Costi­tu­zione, che tute­lano i diritti fon­da­men­tali dei lavo­ra­tori, ed anche per la “irra­gio­ne­vo­lezza” che que­sto decreto induce nel sistema dei rap­porti di lavoro. Infatti, il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato viene ancora pro­cla­mato, “forma comune di rap­porto di lavoro” dalla pre­messe dello stesso D.Lgs 368/2001, ma, poi, al con­tra­rio viene incen­ti­vato al mas­simo, con la “acau­sa­lità”, pro­prio il con­tratto a ter­mine, e in simili con­trad­di­zioni all’interno di una stessa legge la Corte rav­visa, appunto, motivo di incostituzionalità.

Quanto alla pos­si­bi­lità e moda­lità di con­tra­stare e scon­giu­rare que­sta nor­ma­tiva, il discorso va arti­co­lato su diversi piani. Anzi­tutto, ove restasse que­sta disci­plina, essa ver­rebbe impu­gnata in ogni sede giu­di­zia­ria, dalla Corte di Giu­sti­zia euro­pea, alla nostra Corte Costi­tu­zio­nale, ma anche di fronte ai nor­mali giu­dici del lavoro, i quali a nostro avviso, potreb­bero addi­rit­tura disap­pli­care, sem­pli­ce­mente, que­ste norme con­tra­rie a pre­cise pre­vi­sioni del diritto europeo.

Ci ripro­met­tiamo di tor­nare espres­sa­mente (per for­mare una spe­cie di vade-mecum) su que­sta pro­ble­ma­tica dell’impugnazione, ma fin d’ora i datori di lavoro devono sapere che chi ha pro­messo loro la “onni­po­tenza” nel rap­porto con i dipen­denti, li spro­fon­derà, invece, ine­vi­ta­bil­mente, in un con­ten­zioso fitto ed acca­nito, susci­tato da nume­ro­sis­simi legali in ogni sede giu­di­zia­ria italiana.

Sul piano, invece, del con­tra­sto in sede par­la­men­tare e nell’iter di con­ver­sione, l’opzione vera è quella del ritiro di que­sto decreto sotto ogni pro­filo disa­stroso, e che ha avuto l’unico merito di mostrare di quale pasta siano dav­vero fatti i “demo­cra­tici” Mat­teo Renzi e Giu­liano Poletti, padre-padrone del sistema coo­pe­ra­ti­vi­stico, oggi ridotto pur­troppo, come ben sanno tutti gli avvo­cati giu­sla­vo­ri­sti, a ultimo girone del pre­ca­riato e dello sfrut­ta­mento. In ogni caso, però, ricor­diamo alcune misure di con­te­ni­mento “minime” da osser­vare quando si intro­du­cono rap­porti “spe­ciali” sot­to­tu­te­lati, onde evi­tarne l’abuso:

a) quando viene intro­dotto un “tetto” per­cen­tuale mas­simo di rap­porti “spe­ciali” sull’insieme degli occu­pati, occorre met­tere a punto un sistema di osser­va­zione e moni­to­rag­gio sem­plice, tra­spa­rente e acces­si­bile a tutti, come potrebbe essere “l’anagrafe pub­blica” dei rap­porti di lavoro. Potrebbe essere que­sta l’occasione buona per “aprire il sipa­rio” (che è sem­pre rima­sto chiuso, nono­stante la con­trat­ta­zione col­let­tiva) sulle vere per­cen­tuali dei rap­porti di pre­cari nelle sin­gole aziende: chissà che non si sco­pra che la mag­gio­ranza dei datori di lavoro quel 20% di lavo­ra­tori a ter­mine ce l’abbia già!

b) Intro­durre incen­ti­va­zioni nor­ma­tive alla tra­sfor­ma­zione a tempo inde­ter­mi­nato, non con­sen­tendo (se non in minima parte) di sti­pu­lare nuovi con­tratti a ter­mine a chi non ha prima tra­sfor­mato i vec­chi, e pre­miando, invece, le alte per­cen­tuali di tra­sfor­ma­zione.

c) Intro­durre incen­ti­va­zioni eco­no­mi­che, e cioè essen­zial­mente decon­tri­bu­zioni sociali, ma in regime “di sospen­sione” e non imme­diate. Per com­pren­dersi: chi assuma lavo­ra­tori nuovi a ter­mine non paga, al momento, con­tri­bu­zione, che va però, ver­sata e ripa­gata nel suo insieme se poi il lavo­ra­tore non viene sta­bi­liz­zato al ter­mine del contratto.

Altre misure pos­sono esser pen­sate e messe a punto, ma occorre volontà poli­tica: per non ren­dersi com­plici di que­sto cri­mine sociale occorre che par­titi e sin­da­cati costrui­scano imme­dia­ta­mente sedi di con­fronto ed ela­bo­ra­zioni su que­sto tema, e su quello più gene­rale della “fles­si­bi­lità in entrata”.

Un italiano su cinque teme di perdere il posto Fonte: il manifesto | Autore: An. Sci.

La ricerca Isfol. Ansia di rimanere disoccupati nei prossimi 12 mesi. Più scendono titolo di studio, tutele, retribuzione e ore lavorate, maggiore è la paura del futuro

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Il 19,2% degli occu­pati ita­liani, ossia circa 4,2 milioni di per­sone, ritiene di poter per­dere il lavoro nell’arco dei 12 mesi che ha davanti a sé. È quanto emerge dalla III inda­gine Isfol sulla qua­lità del lavoro, che affronta anche il tema della job secu­rity . Un timore che si è acuito negli ultimi sette anni: ana­liz­zando infatti l’andamento rela­tivo al periodo 2006–2010, in cui ricade l’esplodere della crisi, si riscon­tra un aumento della per­ce­zione di rischio di ben 1,5 punti.

La sta­bi­lità lavo­ra­tiva viene per­ce­pita più cri­ti­ca­mente nei con­te­sti lavo­ra­tivi in cui ci sono stati tagli di per­so­nale: si osserva, infatti, che nel 2010 circa il 34% degli occu­pati che hanno assi­stito a una ridu­zione del per­so­nale da parte dell’impresa dichiara di poter per­dere il lavoro nell’anno suc­ces­sivo. Tale quota è cre­sciuta note­vol­mente rispetto al 2006, quando si atte­stava intorno al 23%, pro­ba­bil­mente anche in con­se­guenza alla crisi stessa.

Se si stu­diano le carat­te­ri­sti­che degli occu­pati in Ita­lia, si osserva una forte diso­mo­ge­neità nella quota di quanti per­ce­pi­scono un’instabilità lavo­ra­tiva. In gene­rale, i sog­getti mag­gior­mente espo­sti al rischio di espul­sione e che hanno con­tratti pre­cari sono quelli che dichia­rano mag­giore insi­cu­rezza lavo­ra­tiva. La pre­ca­rietà del rap­porto di lavoro è la carat­te­ri­stica che più di ogni altra ha un impatto nega­tivo sulla job secu­rity . Si tratta prin­ci­pal­mente di occu­pati gio­vani, donne, per­sone che lavo­rano con orari ridotti, occu­pati in pro­fes­sioni non qua­li­fi­cate e che per­ce­pi­scono una bassa retribuzione.

Mostrano una mag­giore incer­tezza sul pro­prio futuro gli occu­pati in pos­sesso di titoli di stu­dio medio-bassi, cioè quanti hanno mag­giori pro­ba­bi­lità di rica­dere nelle pro­fes­sioni meno qua­li­fi­cate e nei bad jo bs .

La pre­ca­rietà del rap­porto di lavoro è l’aspetto che più di ogni altro incide sulla per­ce­zione di insta­bi­lità lavo­ra­tiva: ben il 60,2% dei col­la­bo­ra­tori e il 52,9% dei dipen­denti con con­tratto a ter­mine ritiene di poter per­dere il lavoro nei 12 mesi seguenti. Gli occu­pati che lavo­rano su base ora­ria ridotta e quelli che svol­gono un lavoro con basse remu­ne­ra­zioni sosten­gono, in pro­por­zioni ben supe­riori alla media, di sen­tirsi insi­curi circa il pro­prio futuro.

Chi lavora part-time, infatti, per­ce­pi­sce insi­cu­rezza nel 25,8% dei casi, men­tre chi lavora con un ora­rio full-time crede di poter per­dere il pro­prio posto di lavoro sol­tanto nel 17,7% dei casi. Ana­lo­ga­mente, chi ha una retri­bu­zione infe­riore ai 900 euro men­sili si ritiene insi­curo nel 28,3% dei casi; tale quota si riduce dra­sti­ca­mente all’aumentare del gua­da­gno per­ce­pito, rag­giun­gendo valori intorno al 12% per gli occu­pati con uno sti­pen­dio men­sile non infe­riore a 1.750 euro netti.
Insomma, più è debole la posi­zione di par­tenza, e più in pro­por­zione aumenta l’ansia.