Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia da : corriere della sera

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia

Il ministro dell’Interno incontra il potente editore di Catania Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia

di Antonio Condorelli

 

CATANIA- Due auto blindate e la scorta armata del ministro dell’Interno sabato scorso hanno atteso quasi due ore Angelino Alfano mentre incontrava il potente editore etneo Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia. Una visita di cortesia, coronata anche da un’intervista televisiva durata quasi un’ora, che è stata celebrata con tanto di fotografia a tutta pagina dal quotidiano “La Sicilia” di Ciancio.

L'incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio 'La Sicilia'
L’incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio ‘La Sicilia’

Adesso quest’incontro è finito in commissione Antimafia e Claudio Fava ha assicurato battaglia definendo “grave” quanto accaduto e aggiungendo: “Alfano scelga: o fa il leader di partito e incontra chi vuole, oppure fa il ministro dell’Interno e in tal caso evita di porgere visita a indagati per reati di mafia. Non mancheranno occasioni, durante la missione odierna della commissione antimafia a Catania, per chiarire e approfondire”.

 

 

TURBATIVA D’ASTA. Il legale di Mario Ciancio, Enzo Musco, ha sempre sottolineato la totale estraneità ad ogni accusa del proprio assistito, evidenziando che l’editore catanese è stato più volte vittima di attentati intimidatori. Mario Ciancio ha precisato con una nota di non essere indagato per “turbativa d’asta”. In realtà la sua iscrizione è stata disposta con il deposito, avvenuto il 7 febbraio 2013, delle motivazioni della sentenza d’appello del processo sulle tangenti per la costruzione dell’ospedale Garibaldi di Catania, un affare milionario in odor di mafia.
“L’imputazione -scrive la magistratura- è di turbata libertà degli incanti aggravata ai sensi dell’art 7 L 203/91”, cioè con l’aggravante del favoreggiamento alla mafia. Alla luce di quest’indagine, l’incontro tra Alfano, Castiglione e Ciancio non è stato un incontro qualunque, ma un ritorno al passato. Agli atti del processo per le tangenti nella costruzione dell’ospedale Garibaldi, che hanno visto assolto Castiglione, c’è l’incontro con il potente senatore Pino Firrarello (suocero di Castiglione), “al quale parteciparono anche -si legge nella sentenza d’Appello- Giuseppe Castiglione, Stefano Cusumano e Vincenzo Randazzo avente ad oggetto la spartizione dei due appalti in questione”. Nello stesso processo sono entrati i tabulati del super consulente Gioacchino Genchi dai quali, scrive la magistratura, “risulta chiaramente sulla base degli agganci con la cella di telefonia mobile…che nella giornata del 1 ottobre 1997 vi furono numerose telefonate tra Mario Ciancio Sanfilippo, Ursino (braccio dx di Ciancio ndr), e Firrarello”. E ancora, sulla scorta delle dichiarazioni dell’avvocato Giuseppe Cicero, componente della commissione di valutazione della gara, unico condannato perché ha rinunciato alla prescrizione, la magistratura ritiene che “alla riunione de qua prese parte tra gli altri anche Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, che tenuto anche conto di altro incontro, tenutosi presso il proprio ufficio, presso cui Ursino conduceva Sciortino e Cicero al fine di “indurli” anche con l’espressa minaccia che altrimenti sarebbero finiti in carcere e sarebbe stato lui a scegliere la pagina su cui pubblicare le loro foto”.

CONCORSO ESTERNO. La Procura di Catania aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Mario Ciancio, ma il Gip Luigi Barone ha ordinato la prosecuzione delle indagini. Agli atti ci sono numerosi episodi contestati dalla Procura tra i quali spicca la realizzazione di un imponente centro commerciale. Nel marzo del 2001 il Tribunale di Reggio Calabria intercetta l’imprenditore Antonello Giostra, in quel momento indagato per mafia, poi prosciolto e oggi indagato con l’accusa di riciclaggio insieme all’editore etneo. Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Giuliano, che la Procura non ha riscontrato in fase d’indagine, Antonello Giostra “stava riciclando -si legge nella richiesta di archiviazione non accolta dal Gip- delle somme di denaro provenienti da Cosa nostra, ossia provenienti, tra gli altri, da Alfano Michelangelo e Sparacio Luigi, in un affare relativo alla costruzione di un importante centro commerciale a Catania, in società con l’editore Mario Ciancio Sanfilippo”. Giostra, si legge nel brogliaccio delle intercettazioni, “riferiva che Ciancio gli aveva fatto vedere due terreni, uno vicino all’aeroporto di 300mila metri quadrati e l’altro, sempre della stessa dimensione, dove c’è l’autogrill”. L’imprenditore, discutendo con un intermediario del gruppo Auchan, “precisava che Ciancio avrebbe garantito tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”. Nel 2005 l’amministrazione comunale guidata da Umberto Scapagnini, ex medico di Berlusconi aveva consentito l’approvazione di due varianti sui terreni di Ciancio, uno dei quali era lo stesso di cui parlava Giostra. Reso edificabile e con tutte le concessioni edilizie, l’ex terreno agricolo di Ciancio ha portato in dote al potente editore ben 28 milioni di euro, pagati -come aveva anticipato Giostra- dal Gruppo Auchan-Rinascente.

IL FAVORE. Agli atti del procedimento a carico di Ciancio c’è un’intercettazione -svelata dal mensile siciliano “S”- che è stata determinante per la condanna in primo grado di Raffaele Lombardo a 6 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È il 28 luglio del 2008, Mario Ciancio ospita nel suo studio alcuni tra gli uomini più potenti del Meridione: Raffaele Lombardo, appena eletto alla presidenza della Regione, Vincenzo Viola, onorevole e socio di Ciancio nella vendita dei terreni e delle quote societarie del centro commerciale in questione, Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda e titolare dell’Immobiliare Europea, società che aveva acquistato nel 2007 le quote di Ciancio e soci per la realizzazione della struttura, e Carlo Ignazio Fantola, consigliere d’amministrazione dell’Ansa e vicepresidente della Immobiliare Europea.
La riunione era stata organizzata da Ciancio, unico indagato insieme a Lombardo, per risolvere un problema burocratico sorto dopo l’inizio dei lavori di costruzione del centro commerciale. La direzione Urbanistica del Comune riteneva necessaria una variante e questo provvedimento avrebbe comportato -come lamentano gli interlocutori intercettati- il blocco dei lavori e il licenziamento di numerosi dipendenti. In quel momento ad eseguire il movimento terra e a fornire il cemento era Vincenzo Basilotta, arrestato nel 2005 e condannato per concorso in associazione mafiosa. Viola, socio di Ciancio, chiede a Lombardo il favore di “ammorbidire ma non in denaro” i dirigenti comunali per evitare la variante. Lombardo assicura il proprio intervento e le problematiche saranno superate. La Procura, dopo la condanna di Lombardo, sta valutando le eventuali responsabilità a carico di Ciancio che si è detto sempre estraneo ad ogni contestazione. Il legale di Ciancio Musco, ha sottolineato che l’editore “ha fiuto per gli affari e non ha mai favorito la mafia”.

NOTA DEL PORTAVOCE DEL MINISTRO DELL’INTERNO
“Surreale e infondata la polemica di Claudio Fava contro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Il ministro era ospite di Michela Giuffrida, responsabile del Tg di Antenna Sicilia, la più importante tv regionale siciliana, per un’intervista, durata oltre quarantacinque minuti, all’interno della trasmissione “Contrappunto”, nel corso della quale aveva rilanciato la battaglia antimafia e aveva parlato di sicurezza e immigrazione. Al termine dell’intervista, il ministro è passato dalla redazione del quotidiano La Sicilia per salutare i giornalisti, il direttore e l’inviato del giornale, Tony Zermo, che il giorno prima lo aveva intervistato telefonicamente

Gli esperti lanciano l’allarme: “Muos, rischio rilevante” da: livesiciliacaltanissetta

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NISCEMI (CALTANISSETTA)-  “Il rischio Muos è rilevante” per gli abitanti di Niscemi ”dal punto di vista dei campi elettromagnetici. Ne sconsigliamo l’installazione”. Lo ha affermato Massimo Zucchetti, professore di protezione delle radiazioni del Politecnico di Torino, presentando un rapporto di oltre 170 pagine elaborato da un gruppo di scienziati di cui fa parte. Vi sono ”rischi di esposizione cronica degli abitanti e di disturbo della navigazione aerea”. Lo ha detto in audizione nelle commissioni riunite Sanità e Ambiente.

Illustrando la relazione relativa al Muos, l’impianto di comunicazioni satellitari ad alta frequenza composta da quattro satelliti e la cui installazione è prevista a Niscemi, Zucchetti ha sottolineato come sulla base delle rilevazioni fatte dal gruppo di dieci scienziati indipendenti che ha redatto il rapporto, “i valori dei campi elettromagnetici stimati per effetto del Muos superano i limiti di sicurezza in relazione ad effetti acuti già ad una distanza di 17 chilometri”. Dunque, ha sottolineato, “il rischio Muos è rilevante: vi sono rischi a breve termine e lungo termine per esposizione cronica ai campi elettromagnetici da parte dei cittadini, ma anche rischi di interferenze con apparecchiature elettromedicali e disturbi per la navigazione aerea”.

In relazione alla presenza di campi elettromagnetici, a Niscemi e zone limitrofe, ha avvertito Zucchetti, “ci sono già valori prossimi o superiori ai livelli di attenzione previsti dalla legge. Abbiamo dati per cui già le antenne attuali superano i valori previsti”. L’esperto ha quindi rilevato come “per poter autorizzare l’installazione di un apparato come il Muos, la legge prevede la messa a punto di un modello previsionale per i campi elettromagnetici, ma questo non è mai stato fatto. Non avendo tale modello – ha puntualizzato – non è possibile nè dare un parere nè autorizzare l’impianto Muos in mancanza di quanto la legge prescrive”.

Il rapporto di conformità redatto dalla Us Navy in merito all’installazione del Muos, l’impianto di comunicazioni satellitari, a Niscemi, ”è di una superficialità che ho trovato imbarazzante”. Lo ha affermato Marcello D’Amore, professore emerito presso la facoltà di Ingegneria e ordinario di elettrotecnica all’università La Sapienza di Roma, in audizione alle commissioni riunite Sanità e Ambiente al Senato. Non si tiene conto, ha detto, della sismicità dell’area e della vicinanza di tre aeroporti.La relazione della Us navy, ha sottolineato D’Amore, ”non considera le caratteristiche altamente sismiche del territorio”, che avrebbero un impatto sull’installazione Muos. Inoltre, il Muos sorge in prossimità di tre aeroporti: ”Gli aerei in atterraggio a Comiso ad esempio – ha affermato l’esperto – possono essere investiti dal fascio satellitare”, con prevedibili effetti, ”ma di questo non si parla”. Ancora: ”C’è un calcolo di campo elettromagnetico – ha rilevato D’Amore – per una zona lontana, mentre interessa sapere cosa avviene nelle aree vicine, ad un massimo di 20 km dalla stazione”. Tra le altre ”carenze” indicate anche il fatto che il rapporto indica che l’antenna Muos ”punta verso il cielo”, ma l’assenza di effetti a terra non è certa. Infine, ha rilevato l’esperto, i rilevamenti elettromagnetici per l’impianto già esistente risultano già ”alti”.

Il parere dell’Ispra
”In nessun caso le emissioni elettromagnetiche superano i limiti di legge”. Lo ha affermato il direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Stefano Laporta, in audizione alle commissioni riunite Sanità e Ambiente al Senato in relazione all’installazione del Muos, l’impianto di comunicazioni satellitari ad alta frequenza, a Niscemi.Tali condizioni, ha detto, sono rilevate anche in postazioni ”più critiche perchè più vicine all’impianto”. Riferendosi quindi ai dati dell’Arpa Sicilia, che rilevano invece emissioni oltre i limiti, Laporta ha sottolineato che ciò si spiega per un errore nella metodologia di calcolo. Nell’ambito dell’impianto Muos, ha quindi precisato Laporta, ”le antenne attive, a bassa ed alta frequenza, sono 21 ed i trasmettitori attivi per alta frequenza sono 22. Le altre 23 antenne in alta frequenza – ha affermato l’esperto – sono inutilizzate e verranno dismesse appena ci saranno i necessari fondi economici da parte degli Usa”. Le misurazioni fatte dall’Ispra nel 2013 avevano proprio l’obiettivo di ”verificare l’impatto delle 21 antenne” sul territorio e l’indagine ha interessato 17 siti: ”Le misurazioni – ha detto Laporta – hanno consentito di quantificare l’impatto elettromagnetico” nella zona di Niscemi.

Diritto allo studio minato dagli abbandoni scolastici. Anief: alzare l’età dell’obbligo | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Nel 2013, sono stati ben 160 mila gli studenti che hanno abbandonato la scuola secondaria superiore statale. Una cifra considerevole, già rintracciabile nelle statistiche dell’Istat, che l’Anief, l’associazione nazionale dei presidi, torna a sottolineare per formulare una sua proposta: anticipare la primaria quando gli alunni hanno ancora 5 anni anziché 6 ed estendere l’obbligo scolastico dagli attuali 16 fino ai 18 anni di età.A conti fatti a ritirarsi e’ stato il 27% di chi aveva iniziato il ciclo formativo dei cinque anni. Un piccolo miglioramento rispetto alla precedente rilevazione con 20mila drop out in piu’, pari al 29,7%. Ma resta intatto l’allarme per una emergenza formativa che colloca l’Italia in fondo alla media Ue, con ben due milioni e 900 mila studenti – piu’ degli abitanti di Roma – che negli ultimi 15 anni hanno lasciato istituti tecnici e licei senza diploma in tasca. Solo Grecia e Bulgaria stanno peggio di noi. I calcoli di questa emorragia che “indebolisce il sistema Paese” vengono confermati anche da ‘Tuttoscuola’, che ha elaborato i dati del Miur.

Solo una parte dei dispersi – osserva il report – ha continuato gli studi nella scuola non statale o nei corsi di istruzione e formazione professionale (IeFP). Se i Neet in Italia nella fascia di eta’ 15-29 anni (proprio 15 classi di eta’) sono stimati in 2,2 milioni (pari al 22,7%), allora solo circa 700 mila di quei 2,9 milioni di ragazzi (cioe’ 1 su 4) ha continuato gli studi fuori dalla scuola statale o ha trovato lavoro. Complessivamente negli ultimi quindici anni, non e’ arrivato nemmeno alla soglia dell’esame di maturita’ il numero colossale di 2.868.394 studenti.

In Italia la quota di Neet e’ molto superiore a quella della media europea (22,7 e 15,4 per cento rispettivamente). E cresce significativamente se rapportata a Germania (9,7%), Francia (14,5%) e Regno Unito (15,5%) per avvicinarsi a quella della Spagna (21,1%). Dopo le Isole (tasso medio di dispersione 35,4%) sia il Nord Ovest con un tasso del 29,1% ad avere la maglia nera. Tra le regioni virtuose, l’Umbria con una dispersione del 18,2%, seguita da Marche, Friuli e Molise con il 21,1%. Fanalino di coda la Sardegna (36,2%), seguita da Sicilia (35,2%) e Campania (31,6%). Le regioni del Nord Ovest, piuttosto omogenee, sono tutte sopra la media nazionale, con la Lombardia che sfiora il 30%. La media dell’area e’ del 29,1% con oltre 39mila studenti dispersi nel quinquennio. Nel Nord Est la situazione e’ buona, come peraltro e’ quasi sempre avvenuto. La media e’ del 24,5% con quasi 23mila dispersi dal 2009 al 2014.
Discrasie al Centro, con tre regioni, Umbria, Marche e Lazio, ampiamente sotto la media nazionale e l’altra, la Toscana, sopra il 27%. La media dell’area e’ del 24,8%: oltre 28mila gli abbandoni. Buona infine la situazione nel Sud. Cinque regioni su sei (Campania esclusa) si posizionano sotto la media nazionale del 27%. Complessivamente l’area, con una dispersione di 47.674 studenti, registra un tasso di abbandoni del 27,5%.

Armadio della vergogna. La procura militare di Roma apre un’inchiesta sui crimini fascisti in Grecia, Jugoslavia e Albania Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Un’inchiesta sui crimini compiuti dai militari italiani nei territori occupati durante la seconda guerra mondiale, dalla Grecia alla Jugoslavia, all’Albania. L’ha aperta il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, che ha ricevuto un esposto da parte di alcuni cittadini.
De Paolis si limita a dire per il momento che e’ partito un “accertamento conoscitivo” e che e’ stato aperto un fascicolo ‘modello 45′, cioe’ “atti relativi a”, senza indagati. L’esposto, secondo quanto si e appreso, prende in particolare le mosse da due articoli di Franco Giustolisi, il giornalista che per primo svelo’ all’opinione pubblica lo scandalo del cosiddetto “armadio della vergogna”, dove furono chiusi e “provvisoriamente archiviati” nel dopoguerra – per una sorta di “patto segreto” tra Italia e Germania – 695 fascicoli di crimini nazifascisti, riemersi solo negli anni scorsi, quando fu possibile riaprire le indagini e svolgere una serie di processi finiti con decine di ergastoli.
“Dimenticato” in un angolo della procura, non lontano dall’armadio, svela Giustolisi, c’era anche un “carrello della vergogna”. Un carrello stipato di incartamenti relativi alle tante stragi commesse, durante l’ultima guerra, dai soldati italiani. Di questi eccidi si occupo’ una commissione istituita il 6 maggio 1946 dall’allora ministero della Guerra. La relazione finale, del 30 giugno 1951, e’ firmata dal senatore Luigi Gasparotto. Oltre 300 i militari italiani accusati di crimini di guerra dalle varie nazioni aggredite dal fascismo.
Eccidi che sarebbero stati commessi in varie localita’ della Jugoslavia, della Grecia, dell’Unione Sovietica, della Francia, dell’Albania. Solo poco piu’ di una trentina, secondo la relazione Gasparotto, quelli perseguibili da parte “dell’autorita’ competente”. Ma nessuno fu processato.
Solo per una di queste stragi – quella di Domenikon, in Grecia, dove furono trucidati 150 civili – il procuratore De Paolis, dopo aver raccolto la denuncia del rappresentante dei familiari delle vittime, gia’ da tempo ha riaperto un’inchiesta che in precedenza era stata archiviata. Le indagini della procura militare di Roma avrebbero consentito, secondo quanto si e’ appreso, di risalire ai responsabili della strage, che verranno ora iscritti nel registro degli indagati, anche se sarebbero tutti morti. Inevitabile, dunque, la successiva archiviazione.

L’attaccante… del lavoro Fonte: Micro Mega | Autore: Giacomo Russo Spena

Intervista a Michele De Palma , esponente della Fiom, che boccia le misure di Renzi: “Nel provvedimento manca una vera politica di redistribuzione delle ricchezze, intenzione del governo è dividere ulteriormente il già frammentato mondo del lavoro”. E anche sulla Cgil, i toni sono duri: “Rischia di subire l’unilateralismo aziendale finendo soltanto per erogare dei servizi”

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“Nessuna svolta, anzi”. La spending review ? “Senza un aumento della tassazione sulle ricchezze è in discussione il diritto stesso di cittadinanza”. E sulla Cgil, la critica è dura: “Ormai si va verso un sindacato unico”. Michele De Palma, esponente di spicco della Fiom, boccia il Jobs Act di Matteo Renzi senza mezzi termini. Per lui il vero cambiamento nel mondo del lavoro sarebbe “la riduzione delle tipologie contrattuali, non la sua moltiplicazione”.

De Palma, il suo giudizio è netto. Molti hanno definito il piano di Matteo Renzi come una forma di social-liberismo. Lei non intravede un cambio di marcia rispetto al passato, soprattutto se pensiamo alla riforma Fornero?
Nel Jobs Act si rende acausale il contratto a termine e si tolgono i vincoli all’assunzione a tempo indeterminato per l’apprendistato, il che significa rendere eterno il precariato. Negli anni si è radicato nella classe dirigente un convincimento infondato sulla frammentazione del lavoro: per loro più aumenta la tipologia dei contratti disponibili, più sale il numero degli occupati. È falso. Le imprese chiudono e si perdono posti perché mancano politiche che incentivano gli investimenti sul prodotto e sul processo, e questo ha indotto a competere abbassando il costo del lavoro e peggiorando l’impatto ambientale. Ovvero, azzeramento dei diritti e della stessa democrazia.

Il tema dell’occupazione è una spada di Damocle per ogni governo. Lei quali misure propone?
Bisognerebbe redistribuire il lavoro esistente disincentivando gli straordinari e riducendo (con i contratti di solidarietà difensivi e attivi) l’orario di lavoro. Invece andiamo in un’altra direzione, verso un generale peggioramento della condizione dei lavoratori. Siamo assistendo ad un’intensificazione dei ritmi e ad un aumento dei carichi che non ha precedenti nella storia: in una linea di montaggio, come in un subappalto senza regole, come in una cooperativa della logistica in deroga al contratto nazionale, le imprese guadagnano una rendita maggiore rispetto al passato.

Torniamo al Jobs Act. Tra la varie misure ipotizzate, sono previsti mille euro in più all’anno per chi ne guadagna meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica?
Trovarsi in busta paga 80 euro in più è chiaramente una svolta. A maggior ragione se parliamo di lavoratori dipendenti, i quali hanno in Italia un salario che è fra i più bassi d’Europa e negli ultimi anni hanno visto diminuire esponenzialmente il proprio potere d’acquisto tra contratti nazionali bloccati, deroghe agli stessi e aumento della pressione fiscale, dalla tassazione comunale a quella regionale. Ma non si tratterebbe di una svolta redistributiva perché senza la patrimoniale e una tassazione sulle ricchezze non si livella la diseguaglianza sociale nel Paese. È necessaria una nuova fiscalità generale volta a redistribuire le risorse, a finanziare i servizi sociali e a garantire un reddito per giovani e disoccupati. Misure che porterebbero veramente l’Italia in Europa.

Nel Jobs Act non viene minimamente menzionato il cosiddetto Quinto Stato: partite Iva, lavoratori autonomi, precari intermittenti, occasionali… Non la trova una grave mancanza?
Renzi ha puntato su una cifra (mille euro in un anno) e su una determinata categoria (i lavoratori dipendenti), sicuro di poter mantenere la promessa. Vuole far passare l’idea del premier che dall’alto mette i soldi in tasca ai cittadini, senza alcuna trattativa con sindacati o associazioni di imprese. Come gli imprenditori che impediscono la nascita del sindacato nelle proprie aziende perché al primo tentativo di contrattazione collettiva elargiscono 20 euro di superminimo o 300 euro come liberalità unilaterale. Un rapporto diretto uno a uno con un mondo, quello del lavoro dipendente, che non è ancora frammentato e diviso come il Quinto Stato. Non è quindi una “grave mancanza” ma una precisa scelta politica: il tentativo di costruire su interessi contrapposti il proprio consenso.

Sta dicendo che in questo modo si favorisce una guerra tra poveri?
In tempo di crisi sono sufficienti 80 euro in più al lavoratore dipendente per far sentire discriminato il precario: a loro sì, a noi no. È una logica immediata. Così si alimenta una contrapposizione di interessi all’interno dello stesso mondo del lavoro. Magari la prossima volta Renzi per dare risorse ai giovani si inventerà che sarà necessario l’ulteriore aumento dell’età pensionabile, mettendo padri e figli gli uni contro gli altri. Risultato? Mentre il presidente del Consiglio aumenta il proprio consenso, l’unità fra lavoratori, precari e disoccupati è sempre più lontana.

Intanto si intravede una nuova spending review con tagli drastici nella pubblica amministrazione e nel trasporto locale e ferroviario…
Senza una vera tassazione sulle ricchezze il diritto stesso di cittadinanza è in discussione: in Italia l’aumento della povertà coincide con la riduzione progressiva della copertura sanitaria, scolastica e universitaria, del trasporto locale, dell’accesso alla cultura e ai saperi. Si decide di cambiare direzione di marcia, ma si sceglie quella sbagliata. I tagli al personale della pubblica amministrazione, agli ospedali e alle scuole sono resi possibili dal ricorso massiccio al precariato, al lavoro degli specializzandi, alle privatizzazioni e agli appalti selvaggi.

La Cgil in un primo momento si è espressa a favore del Jobs Act. Successivamente ha corretto il tiro e ora Susanna Camusso promette battaglia. Si tratta di schizofrenia o semplicemente di una lettura sbagliata degli eventi?
È l’assenza di un proprio punto di vista autonomo. È finito il tempo in cui il riconoscimento come soggetto negoziale era garantito dalla tua lunga storia, è stato superato dalle controparti. L’essere sindacato è ricomporre e riorganizzare le condizioni di lavoro e non; si deve rischiare ogni giorno come del resto fanno quotidianamente le persone, solo così si ricostruisce un elemento di fiducia. E tale passaggio non è possibile senza un nuova legge sulla democrazia sindacale: il recente accordo sulla rappresentanza sottoscritto dalle varie organizzazioni non colma il vuoto di legittimità e di partecipazione, piuttosto lo amplifica. Siamo al paradosso. Ci avviamo verso un processo irreversibile di sindacato unico che subisce l’unilateralismo aziendale finendo soltanto per erogare dei servizi, senza alcuna forma conflittuale o di tutela dei lavoratori. La Fiom si sta opponendo: negli stabilimenti di FCA (Fiat) pensavano che, tramite un sistema di regole, sanzioni, discriminazioni ed esclusioni, avrebbero potuto cancellare il sindacato; non ci sono riusciti, perché noi siamo ancora lì con i nostri attivisti e delegati.

“Renzi, il modello sindacale resta quello forgiato da Marchionne”. Intervento di Giorgio Cremaschi Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Già prima delle ultime elezioni politiche, di fronte alle contestazioni sulla passività della CGIL da quando si era insediato il governo Monti, Susanna Camusso aveva risposto che il sindacato da solo non avrebbe potuto farcela. Per questo era indispensabile una sponda politica, che tutto il gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano identificava nella vittoria di Bersani. Si sa come è andata.

Allontanatasi la sponda politica, per non essere travolta dalla piena del torrente della crisi, la CGIL ha cercato di aggrapparsi a CISL UIL e Confindustria. La dottrina delle “parti sociali” che nasce nella CISL e nel mondo democristiano, è stata immediatamente adottata. Si sono sottoscritti appelli sul fisco assieme alle associazioni delle imprese, appelli che cancellavano la diversità degli interessi sociali sul tema centrale della riduzione delle tasse. Si è pronunciata quasi simultaneamente alle imprese la sfiducia verso il nullismo del governo Letta. E soprattutto si è sottoscritto l’accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza, un patto corporativo dove le principali organizzazioni dei lavoratori e delle imprese decidono di escludere dal sistema contrattuale chi non é d’accordo con loro.

Ora è proprio il ruolo delle parti sociali che viene aggredito dal governo e quando Susanna Camusso, per difendersi dagli attacchi di Renzi, deve dichiarare che non è vero che sia d’accordo con Squinzi, ammette un doppio fallimento, quello della ricerca della sponda politica e quello del ruolo lobbistico delle “parti sociali”.

Il governo Renzi é il tentativo forse estremo da parte di banche finanza e poteri forti,italiani ed europei, di continuare e persino radicalizzare la politica di austerità con un pò di consenso in più. Per questo fa proprio il populismo liberista, sperando così di trovare quel sostegno nell’opinione pubblica che Monti e Letta hanno rapidamente perduto.

Così si annuncia la lotta alla precarietà del lavoro, ma poi la si estende con i provvedimenti concreti. Si promettono soldi in busta paga, ma si lasciano a secco pensionati e disoccupati, per questi ultimi ci sarà il lavoro se il sindacato non si oppone. E infine si annunciano privatizzazioni e tagli di lavoro pubblico. Insomma il programma di Renzi è una combinazione tra i diktat della Troika e le rivendicazioni dei Tea party, il movimento populista di destra estrema negli Usa.

L’ attacco alla casta sindacale è parte integrante di questa operazione consenso verso politiche economiche liberiste, ed è possibile anche perché la CGIL in questi anni ha perso enormemente in credibilità. Il suo gruppo dirigente, quando ha rinunciato a lottare contro la riforma Fornero delle pensioni e la manomissione dell’articolo18, ha segato la pianta che lo sosteneva. E Renzi ora attacca da destra.

Il congresso avrebbe potuto essere una occasione di vera riflessione sulla crisi della CGIL, invece è stato un percorso di autotutela burocratica, sanzionato da un 97% a favore della lista Camusso che non solo è politicamente ridicolo e numericamente falso, ma è soprattutto la fotografia di una organizzazione che si dice bugie su sé stessa.

L’attacco di Renzi non solo mette in crisi la strana coppia Camusso Squinzi, ma anche quella della rottamazione tra il Presidente del consiglio e Landini. Il modello sindacale del governo, esaltato dal ministro Poletti ex capo di quelle coop licenziatrici di migranti, è quello di Marchionne. Gli operai di Melfi che ballano sulle musichette del terribile spot della Fiat, potrebbero fare la stessa danza per la campagna elettorale del presidente del consiglio. Il modello e la cultura sono le stesse.

È difficile dunque che rimanga in piedi il fronte degli innovatori contro quello dei conservatori, visto che Landini è stato conosciuto dal grande pubblico proprio per il suo scontro con Marchionne.

Le strane coppie sono quindi destinate alla implosione, ma non basta questo per far si che il sindacato riesca a trovare una via credibile di ricostruzione del proprio ruolo.

Perché questo avvenga ci vogliono atti costituenti che richiedono rotture di linea politica e di pratiche abitudinarie.

Si deve rompere con l’Europa delle banche e del fiscal compact, e costruire un’azione sindacale di contrasto continuo e diffuso alle politiche di austerità.

Si deve rompere con il sindacalismo burocratico e ricostruire la grande funzione del sindacato come organizzatore sociale.

Si deve rompere con i palazzi e dunque oggi con il collateralismo con il partito democratico.

Una CGIL che praticasse queste tre rotture nella sua azione quotidiana diventerebbe un eccezionale punto di riferimento per chi oggi paga tutti costi della crisi.

Ma i gruppi dirigenti e gli apparati del più grande sindacato italiano hanno paura dei costi politici e organizzativi di questa scelta, preferiscono la sponda dell’autoconservazione anche con gli insulti di Renzi, piuttosto che rischiare il mare aperto. E così affondano.