Ilaria e Miran dovevano morire in nome dello Stato da: popoffglobalist

Ilaria e Miran dovevano morire in nome dello Stato

20 anni fa la giornalista e il cameraman venivano assassinati a Mogadiscio. Rifiuti radioattivi, armi, servizi segreti, mafia e Gladio. Una tipica storia italiana. [Franco Fracassi]


Redazione
giovedì 20 marzo 2014 13:37

La giornalista romana Ilaria Alpi e il cameraman friulano Miran Hrovatin pochi giorni prima delle loro morte, in Somalia.

La giornalista romana Ilaria Alpi e il cameraman friulano Miran Hrovatin pochi giorni prima delle loro morte, in Somalia.

di Franco Fracassi

Due colpi alla testa sparati da un Ak 47 calibro 7,62. Come due informazioni emerse oltre dieci anni dopo: un detenuto che riferisce quello che gli ha rivelato un tale conosciuto in carcere e un cablogramma in codice trasmesso dai nostri servizi segreti militari e un agente sotto copertura operativo a migliaia di chilometri di distanza. Un riassunto scarno che condensa tutto il mistero che ancora aleggia intorno a un duplice omicidio. Sono passati vent’anni dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La prima era una giornalista d’assalto del Tg3. Il secondo, un cameraman abituato alle zone di guerra. Sulla loro strada un enorme traffico di armi e di rifiuti tossici che coinvolgeva decine di Paesi, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Renderlo pubblico avrebbe significato smantellare una delle più capillari reti segrete tessute negli ultimi decenni da servizi segreti, criminalità organizzata, banche e apparati militari. Troppo grande per farla implodere, troppo grande per lasciare in vita Ilaria e Miran.

Chi vi scrive conosceva Ilaria, e per anni ha cercato ostinatamente attraverso il proprio lavoro di dare un senso a quella morte. Ho indagato su delle strane navi somale, in realtà rimaste di proprietà italiana, ho indagato su traffici di armi illegali, su politici corrotti, su militari infedeli. L’ho fatto insieme al mio collega Roberto Cavagnaro. L’ho fatto grazie all’aiuto decisivo di Giorgio e Luciana, i genitori di Ilaria. Purtroppo non è bastato. La vicenda era enormemente più grande. E solo oggi, dopo vent’anni, si iniziano a intravederne i contorni.


Ilaria Alpi lavorava per la redazione esteri del Tg3. Parlava correntemente arabo. Lingua appresa al Cairo, in Egitto.

Il fatto. Ore 15.30, Mogadiscio nord, capitale della Somalia. Ilaria e Miran escono dall’hotel Hamana a bordo di un Pk Toyota. All’auto viene tagliata la strada da una Land Rover blu con a bordo sette somali armati. Mirian viene colpito alla tempia sinistra e muore sul colpo. A Ilaria sparano a bruciapelo dietro la nuca. Morirà solo due ore dopo, abbandonata sul retro dell’auto di un altro italiano e mai soccorsa da un’equipe medica.

Dell’omicidio viene incolpato e processato un solo cittadino somalo. Nel frattempo: tre taccuini di Ilaria spariscono mentre vengono trasportati dalla italiana portaerei Garibaldi, spariscono alcune cassette girate da Miran, viene fatta un’autopsia sbagliata, i carabinieri presenti in forze a Mogadiscio non svolgono nessuna indagine sul doppio omicidio, i nostri servizi segreti e il ministero degli Esteri non offrono alcuna collaborazione alle indagini, il magistrato a cui viene affidata l’inchiesta perde tempo, indaga a singhiozzo, ignora indizi importanti.

Alcuni giornalisti indagano a fondo sulla questione, facendo emergere stranezze e il chiaro ruolo di un traffico d’armi illegale tra l’Italia e la Somalia. Come spesso accade in Italia, tali informazioni vengono ignorate e non finiscono in alcuna inchiesta ufficiale.


L’ultima intervista di Ilaria Alpi, fatta nel nord della Somalia (Bosaso) al sultano Bogor.

Torniamo alle due informazioni chiave per iniziare a svelare l’arcano dietro l’assassinio. È il 2005. L’ex ‘ndranghetista Francesco Fonti è da un po’ che parla col magistrato. Tra una rivelazione sull’organizzazione criminale e l’altra dice: «C’è un tale, conosciuto in carcere, che mi ha parlato di un traffico di rifiuti radioattivi con la Somalia».

Improvvisamente iniziano a inserirsi nelle caselle giuste una serie di elementi che erano emersi nel corso delle indagini giornalistiche, e che non avevano ancora avuto collocazione. Si era saputo che un’autostrada costruita dalla cooperazione italiana nel nord della Somalia. Quattrocentosessanta chilometri di asfalto che portavano dal nulla al nulla. C’erano state soffiate di informatori che sostenevano che sotto il bitume erano stati sotterrati fusti di rifiuti chimici. Poi, si era parlato di un fantomatico “progetto Urano”, di cui si era occupato un agente del Sismi (Vincenzo Li Causi), ucciso in Somalia il 12 novembre 1993. E ancora, le denunce di Greenpeace, che accusava diversi Paesi europei e gli Stati Uniti di aver utilizzato la Somalia come discarica per i rifiuti pericolosi.


Tecnici delle Nazioni Unite cercano di mettere in sicurezza uno delle migliaia di fusti colmi di scorie chimiche e radioattive scaricati sulle coste somale da molti Paesi occidentali.

Il quadro che inizia ad emergere è quello di uno scambio armi-rifiuti. In Somalia nel 1994 era in corso una guerra civile. E non solo. Nel Paese africano erano presenti in forze da un anno truppe internazionali, tra cui militari italiani e statunitensi. Le potenze occidentali avrebbero imposto alle fazioni somale in lotta l’accoglimento indiscriminato di ogni sorta di rifiuti in cambio della fornitura di armi (illegale) senza le quali la guerra civile non si sarebbe potuta combattere.

Il secondo indizio è contenuto in un cablogramma trasmesso il 14 marzo 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia al servizio segreto della Marina militare, organo esterno del Sismi. Sei giorni prima dell’agguato, e il giorno stesso della partenza di Ilaria e Miran per una città del nord della Somalia. Un luogo dove i due scopriranno informazioni (forse contenute nelle videocassette sparite) che li porteranno alla morte. «Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento».


Una delle navi, stivate da fusti contenenti scorie radioattive, affondate nel mare a pochi chilometri dalla costa della Calabria.

Bosaso è la città in questione. Jupiter è il nome in codice per l’agente civile Giuseppe Cammisa, membro di Stay Behind, meglio noto come Gladio. In altre parole, un agente di un’organizzazione segreta messa su dalla Cia alla fine degli anni Quaranta per costituire un primo nucleo di resistenza in caso di invasione sovietica dell’Europa occidentale. Organizzazione che negli anni si era trasformata in braccio armato della Cia e dei servizi segreti europei per eliminare personaggi scomodi, mettere in pratica la strategia della tensione (stragi, terrorismo eccetera) e depistare indagini della magistratura. Una rete di cui faceva parte anche Li Causi.

Felice Casson, senatore del Pd e magistrato che scoprì l’esistenza di Gladio ha dichiarato a proposito del cablogramma: «Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia ma posso dire che è compatibile con la struttura di Gladio».

C’è di più. Due diverse indagini della magistratura italiana arrivano da strade diverse a scoprire un’incredibile vicenda di navi affondate al largo delle coste calabre. Tutte imbarcazioni stivate di fusti pieni di rifiuti radioattivi. Le due inchieste hanno altri elementi in comune: la Somalia, la vendita di armi, Gladio, la mafia, i nostri servizi segreti.

In realtà, si scoprono anche altre cose. Come, ad esempio, il coinvolgimento di funzionari della Cia coinvolti in traffici di armi e di droga (scandalo Iran-Contras). Oppure il confluire nelle inchieste Alpi-traffico dei rifiuti-traffico di armi-navi dei veleni anche dell’inchiesta sull’omicidio del giornalista siciliano Maurizio Rostagno, reo di aver filmato qualcosa che sarebbe dovuta restare segreta: la pista aerea in disuso da oltre trent’anni di Kinisia, nei dintorni di Trapani. È da lì che partivano aerei che trasportavano scorie chimiche e radioattive in Somalia. È da lì che partivano gli agenti di Gladio diretti a Mogadiscio.

Sono passati vent’anni dall’annuncio del Tg3 della morte di Ilaria e Miran. Molti hanno pianto. In tanti però, hanno gioito. Non so come sarebbe lei adesso. Quello che so è che se fosse ancora viva noi tutti saremmo più coscienti del mondo che ci circonda.

Sogno spezzato dopo terzo attentato

http://www.tvadrano.com/2014/03/20/sogno-spezzato-dopo-terzo-attentato/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=face

i falchi e le colombe dell’Ucraina -Giulietto Chiesa -Pandora tv

http://www.pandoratv.it/?p=195

Arresti in Lombardia, indagato anche l’ufficiale della trattativa

Giuseppe De Donno, l’ex colonnello del Ros al centro di trame e misteri per la trattativa Stato-mafia 1992, è tra i dirigenti d’azienda che sono stati sospesi dalla carica nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto i vertici di Infrastrutture lombarde

di Paolo Biondani

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C’è anche Giuseppe De Donno, l’ex colonnello del Ros al centro di trame e misteri per la famosa trattativa del 1992 con il politico mafioso Vito Ciancimino, tra i dirigenti d’azienda che sono stati sospesi dalla carica, per ordine dei magistrati di Milano, nell’inchiesta che ha travolto i vertici di Infrastrutture lombarde, il braccio economico del Pirellone per le grandi opere pubbliche.

De Donno, dopo aver lasciato i carabinieri, è entrato nel settore della sicurezza privata e ora è sotto accusa come amministratore delegato della società G-Risk, che ha beneficiato di ricchi appalti da Infrastrutture lombarde, in particolare per la «rilevazione e gestione dei rischi ambientali» collegati alle opere autostradali messe in cantiere in Lombardia. Il giudice delle indagini ha considerato provati, nel suo caso, sette capi d’accusa: i dirigenti di Infrastrutture lombarde avrebbero truccato le gare d’appalto proprio per favorire la società di De Donno.

Le accuse più gravi hanno colpito Antonio Giulio Rognoni, ex direttore generale, e Pierpaolo Perez, ex responsabile degli appalti, che sono finiti in carcere per ben 66 capi d’accusa. Arresti domiciliari invece per altri sei indagati: avvocati e professionisti accusati di essersi divisi parcelle d’oro assegnate dalla società regionale aggirando le regole sui concorsi. Mentre la misura dell’interdizione da ogni carica ha colpito nove professionisti di varie aziende private, tra cui De Donno. Rognoni era considerato vicinissimo all’ex governatore lombardo Roberto Formigoni.

L’inchiesta fino a ieri segreta su Infrastrutture lombarde, condotta da due pm del dipartimento guidato dall’aggiunto Alfredo Robledo, è anche al centro del duro scontro tra quest’ultimo e il capo della procura, Edmondo Bruti Liberati, che verrà deciso dal Csm.

Giornata contro il Razzismo: lettera al Capo dello Stato da: associazione 21 luglio

Giornata contro il Razzismo

In alto, il cartello apparso sulla vetrina del panificio, a Roma.

“È severamente vietato l’ingresso agli Zingari”. Un cartello recante questa scritta è apparso nei giorni scorsi sulla vetrina di un esercizio commerciale, a Roma. Ingresso vietato. Come per gli ebrei nella Germania nazista. Come per i neri, in Sudafrica, durante l’Apartheid.

In occasione della Giornata Mondiale contro il Razzismo, che si celebra domani, l’Associazione 21 luglio ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per esprimere profonda preoccupazione per il livello di conflittualità e ostilità che si registra nei confronti delle comunità rom e sinte e per l’emergenza democratica e civile che attraversa il nostro Paese.

Il cartello anti-rom, comparso sulla vetrina di un esercizio commerciale a Roma, è stato rimosso dall’esercente grazie all’intervento diretto di alcuni attivisti. In seguito, l’area legale dell’Associazione 21 luglio ha inviato una lettera di chiarimenti all’esercente, per scoraggiare, in futuro, il ripetersi di simili gesti.

Nel 1938 a Berlino, e in seguito in Germania e in molti territori occupati, prendeva il via la cosiddetta “campagna dei cartelli” – si legge nell’appello inviato al Presidente Napolitano -. Davanti alle porte dei negozi si poteva leggere: “In questo locale gli ebrei non sono graditi”, “È vietato l’ingresso ai cani, ai mendicanti, agli ebrei”, “Per ragioni d’igiene è vietato l’accesso ai giudei”. In un altro angolo del mondo, quindici anni dopo, la politica di segregazione razziale, istituita nel dopoguerra dal governo di etnia bianca del Sudafrica, sanciva una netta separazione tra bianchi e neri nell’accesso a parchi, mezzi pubblici e magazzini. Nei negozi i bianchi dovevano tassativamente essere serviti prima dei neri e sulle porte di alcuni esercizi era esplicitamente dichiarato: “For use by white persons” .

«A Roma “è severamente vietato l’ingresso agli Zingari” come lo era a Berlino per gli ebrei e a Soweto per i neri? Oppure siamo forse così assuefatti a una certa terminologia da ritenerla innocua e non percepire più la gravità di alcune affermazioni?», si chiede l’Associazione 21 luglio, secondo la quale livelli così alti di ostilità verso rom e sinti sono la conseguenza delle politiche discriminatorie e segregative che le istituzioni italiane attuano nei confronti di tali comunità, nonostante i ripetuti richiami delle autorità europee.

«Il popolo rom e sinto rappresenta in Italia la minoranza più discriminata e meno tutelata a causa di perversi processi sociali che rischiano di avvitare le nostre città in una spirale di odio incontrollato e talvolta volutamente sottovalutato – afferma l’Associazione 21 luglio -. 40.000 rom vivono in Italia in condizioni di povertà estrema e di segregazione spaziale e sociale. Circa 140 mila rom e sinti vivono invece in abitazioni convenzionali e conducono una vita di apparente normalità, se tale può chiamarsi un’esistenza in cui spesso è necessario, al di là del proprio status giuridico, nascondere la cultura di origine perché siano garantiti i diritti fondamentali».

La costruzione e la gestione dei “campi nomadi”, spazi nei quali è stata istituzionalizzata la discriminazione e la segregazione su base etnica, le innumerevoli azioni di sgombero che non rispettano le garanzie procedurali previste dalle convenzioni internazionali, le discriminazioni che riguardano i bambini rom e sinti nell’accesso ai servizi socio sanitari o all’educazione/istruzione hanno spinto l’Associazione a promuovere da un anno la campagna denominata “Stop all’Apartheid dei Rom!”, una iniziativa di sensibilizzazione per combattere pregiudizi e stereotipi, per avvicinare la società maggioritaria al mondo rom, per conoscere e lottare contro parole e azioni di incitamento all’odio.

Questo “Stop” – conclude la lettera al Presidente della Repubblica – va gridato con forza e urgenza, soprattutto in occasione dell’imminente Giornata Mondiale contro il Razzismo. Dobbiamo farlo tutti, rappresentanti della società civile e delle istituzioni, con coraggio ma anche con la responsabilità e la consapevolezza di quanti ancora credono che un’Italia multietnica, e quindi anche un’Italia Romanì, sia non solo ineludibile ma anche auspicabile».