Precari per decreto e per sempre da: contropiano.org

Precari per decreto e per sempre

C’è da essere indi­gnati, cer­ta­mente e anzi­tutto, per il con­te­nuto dell’annunziato Decreto che pre­ca­rizza defi­ni­ti­va­mente il mer­cato del lavoro​.La riforma del con­tratto di lavoro a ter­mine e di appren­di­stato che Mat­teo Renzi ha annun­ciato, come unica misura con­creta e imme­diata in mezzo allo scop­piet­tio dei suoi annunci di riforma, pre­clude per il futuro l’accesso ad un lavoro sta­bile a tutti i lavo­ra­tori gio­vani e adulti. Ma indi­gna­zione anche per il modo asso­lu­ta­mente pas­sivo con cui le forze poli­ti­che “di sini­stra” e le orga­niz­za­zioni sin­da­cali hanno accolto la noti­zia, anche per­ché pro­ba­bil­mente clo­ro­for­miz­zate dall’annunzio di una non disprez­za­bile “man­cia” elar­gita ai lavo­ra­tori sotto forma di sgra­vio Irpef.

 

Salvo gli oppor­tuni appro­fon­di­menti, la sostanza è comun­que chia­ris­sima e ine­qui­vo­ca­bile. Si vuole intro­durre la pos­si­bi­lità di sti­pula di un con­tratto di lavoro a ter­mine senza indi­ca­zione di alcuna cau­sale con durata lun­ghis­sima, fino a tre anni.

 

Si dirà, ipo­cri­ta­mente, che que­sto vale solo per il “primo con­tratto” a ter­mine tra lo stesso datore di lavoro e il lavo­ra­tore, ma l’ipocrisia è evi­dente, per­ché a ben guar­dare, il primo con­tratto a ter­mine acau­sale sarà anche l’ultimo, in quanto dopo i 36 mesi di lavoro scat­te­rebbe la regola legale, già esi­stente, secondo la quale con­ti­nuando la pre­sta­zione di lavoro il con­tratto si tra­sforma a tempo indeterminato.

 

Quale è, allora, la for­mula sem­pli­cis­sima che il Decreto offre e sug­ge­ri­sce al datore? Tenere il lavo­ra­tore con con­tratto acau­sale e alla sca­denza sosti­tuirlo. Dal punto di vista del lavo­ra­tore signi­fica cer­care ogni tre anni un diverso datore di lavoro, e ciò all’infinito, con­ce­dendo a Dio la dignità, e ras­se­gnan­dosi ad una totale sot­to­mis­sione a ricatti di ogni tipo, spe­rando di essere con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato una volta o l’altra.

 

È evi­dente che così, lo stesso datore di lavoro nel suo com­plesso diven­terà una sorta di favola non tra­du­ci­bile in realtà. Rispondo subito ad una pre­ve­di­bile obie­zione: si dirà che però, secondo la bozza del Decreto, i lavo­ra­tori a con­tratto a ter­mine acau­sale non potranno supe­rare il 20% dell’occupazione azien­dale: si tratta comun­que di una per­cen­tuale assai alta (attual­mente i con­tratti pre­ve­dono il 10–15%), ed è evi­dente che quella “fascia” del 20% fun­zio­nerà come una sorta di anello esterno all’azienda, nella quale fini­ranno impri­gio­nati i nuovi assunti e dal quale usci­ranno solo per entrare in ana­logo anello di altra azienda.

 

Per i gio­vani e per i disoc­cu­pati, dun­que, vi è un solo futuro: restare per sem­pre pre­cari trien­nali, ora presso una azienda, ora presso un’altra, ma la stessa sorte attende i lavo­ra­tori già sta­bili i quali magari si sen­ti­ranno grati a Renzi per quella man­cia eco­no­mica nel caso doves­sero per qual­siasi ragione per­dere quel posto di lavoro.

 

Va poi aggiunto che il rispetto effet­tivo della per­cen­tuale mas­sima di occu­pati a ter­mine su un orga­nico è di dif­fi­cile moni­to­rag­gio: come si farà a sapere se l’azienda alfa di 100 dipen­denti o con 100 dipen­denti ha già col­mato la suo quota di 20 lavo­ra­tori a ter­mine? I dati già ci sareb­bero presso i Cen­tri per l’impiego, ma sono riser­vati. Occor­re­rebbe isti­tuire, presso i Cen­tri per l’impiego, una ana­grafe pub­blica dei rap­porti di lavoro per otte­nere l’indispensabile tra­spa­renza: sarebbe una dimo­stra­zione minima di one­stà da parte del governo e dell’azienda, ma dob­biamo con­fes­sare tutto il nostro scetticismo.

 

Resta da con­si­de­rare la con­for­mità di que­sto decreto alla nor­ma­tiva euro­pea in tema di con­tratto a ter­mine. Il peri­colo di abuso che la nor­ma­tiva Ue con­nette alla ripe­ti­zione di brevi con­tratti a ter­mine, è tutto con­den­sato nella pre­vi­sione di un lungo con­tratto a ter­mine acau­sale, dopo il quale, se il datore con­sen­tisse di con­ti­nuare la pre­sta­zione vi sarebbe la tra­sfor­ma­zione a tempo inde­ter­mi­nato, ma poi­ché non la con­sen­tirà, vi sarà una con­di­zione di disoc­cu­pa­zione e sot­toc­cu­pa­zione, per­ché il pros­simo datore di lavoro si com­por­terà nello stesso modo.

 

Il prin­ci­pio euro­peo che la bozza del Decreto con vistosa ipo­cri­sia ripete, per il quale la forma nor­male del con­tratto di lavoro è quella a tempo inde­ter­mi­nato, viene così non solo aggi­rato e vio­lato, ma ridotto ad una bur­letta e que­sto potrà essere fatto valere di fronte alla Corte di Giu­sti­zia Euro­pea. Per for­tuna, nel nostro paese fra il tanto dif­fuso con­for­mi­smo anche tra le forze poli­ti­che e sin­da­cali, esi­ste la coscienza cri­tica dei sin­goli ope­ra­tori indipendenti.

Resta da esa­mi­nare lo scem­pio del con­tratto di appren­di­stato che viene bana­liz­zato, eli­mi­nando qual­siasi severo con­trollo sulla effet­ti­vità della for­ma­zione pro­fes­sio­nale ed eli­mi­nando altresì quella ele­men­tare regola anti­frode per la quale non pote­vano essere con­clusi nuovi con­tratti di appren­di­stato dal datore di lavoro che non avesse con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato i pre­ce­denti appren­di­sti. È evi­dente che una regola di que­sto genere andrebbe intro­dotta anche per la pos­si­bile sti­pula di con­tratti a ter­mine ed, invece, la volontà di eli­mi­narla ove già esi­ste, e cioè nell’apprendistato, dimo­stra quali sono le vere inten­zioni del governo di Mat­teo Renzi

Per non dimenticare: 18 Marzo 1978 – Fausto e Iaio uccisi dai fascisti

Intervento dell’avv. Goffredo D’ntona sulle denunce presentate dall’Associazione Antimafie “Rita Atria” contro la revoca della revoca e sulla costruzione del MUOS.

Antimafia, Catania: sequestro e confisca di imprese per oltre 10 milioni di euro agli Ercolano da: ienesicule

18 marzo 2014, 9:32

giustizia

Comunicato dalla Procura…

 

“a conclusione di una lunga e complessa serie di accertamenti patrimoniali e di un processo istruito per circa due anni, il Tribunale di Prevenzione di Catania, su proposta del Direttore della D.I.A., Arturo DE FELICE, ha disposto il sequestro e la confisca di un gruppo di imprese riconducibili alla famiglia mafiosa degli ERCOLANO di Catania che da anni dirige cosa nostra catanese insieme alla famiglia SANTAPAOLA.
Si tratta della GEOTRANS S.r.l., formalmente intestata a Ercolano Vincenzo e a sua sorella Ercolano Cosima Palma, ma riconducibile al padre, oggi defunto, Ercolano Giuseppe, società che occupa un posto di rilievo nel settore degli autotrasporti su gomma e della logistica e che opera in tutta Italia. Il gruppo di imprese ricomprende anche la GEOTRANS LOGISTICA FROST che si occupa, con uno stabilimento particolarmente all’avanguardia, di deposito di surgelati per la Sicilia Orientale.
E’ in corso l’esecuzione del sequestro nei vari stabilimenti in cui opera il gruppo di imprese, delegata ad ufficiali della Direzione Investigativa Antimafia di Catania e al Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri di Catania.
Il valore del patrimonio sociale confiscato è indicativamente stimabile per un importo superiore ai dieci milioni di euro.”

Omicidio di Bruno Caccia, una pista 30 anni dopo. I familiari: “Nuovo processo” da: il fatto quotidiano.it

Il procuratore capo di Torino fu ucciso sotto casa il 18 giugno 1983. Un boss della ‘ndrangheta “nordica” è all’ergastolo come mandante, ma l’avvocato Repici ha depositato un esposto che indica il possibile killer e chiama in causa Cosa nostra e i servizi segreti

Omicidio di Bruno Caccia, una pista 30 anni dopo. I familiari: “Nuovo processo”

Il nome di un “possibile” killer e un nuovo “credibile” movente. A trent’anni dalla morte di Bruno Caccia, Procuratore capo di Torino assassinato con 17 colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983, unico omicidio eccellente attribuito alla ‘ndrangheta nel nord Italia, sono queste le indicazioni che i figli del magistrato ucciso hanno presentato alla Procura di Milano perché siano riaperte le indagini sul misterioso omicidio. L’esposto depositato dal legale Fabio Repici indica in un ex gangster del gruppo milanese di Angelo Epaminonda, tale Demetrio “Luciano” Latella, la persona su cui condurre nuove indagini alla ricerca di uno dei possibili sicari del Procuratore. E nell’inchiesta sul Casinò di Saint Vincent, che Caccia stava seguendo proprio nei mesi che hanno preceduto la sua morte, la possibile scintilla che ha fatto scattare l’ordine di uccidere.

Secondo la storia ufficiale il Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, è stato ucciso per volere del boss calabrese Domenico Belfiore, condannato nel 1992 come unico mandante del delitto. A decidere l’omicidio sarebbe stato l’odio di Belfiore per il coraggioso magistrato, uno con cui “non si poteva parlare”. In tanti anni la giustizia non è riuscita a trovare i sicari di Caccia, né altro movente al delitto che non fosse lo straordinario rigore morale del Procuratore. Per più di trent’anni il clamoroso caso ha mantenuto delle zone d’ombra mai del tutto chiarite. Ombre che oggi potrebbero trovare una risposta all’interno di uno scenario più complesso che coinvolge anche la mafia siciliana e i servizi segreti.

Nell’esposto presentato alla procura di Milano e affidato al pm Marcello Tatangelo, il movente dell’omicidio Caccia è ricondotto all’interesse mafioso gravitante attorno ai casinò italiani. Secondo le ricostruzioni dell’avvocato Repici, che completerebbero quanto già stabilito sul conto di Belfiore, rileggendo lo storico fascicolo sul delitto Caccia è possibile trovare “ben significativi elementi indizianti” che tirano in ballo persone diverse da quelle processate per l’omicidio, elementi che sono rimasti “incredibilmente del tutto trascurati” dal pm titolare dell’indagine, Francesco Di Maggio.

In questa storia servizi segreti e informatori hanno un ruolo di primissimo piano. Sono gli informatori che gravitano attorno al casinò di Saint Vincent, in contatto con il tenente colonnello della guardia di Finanza, Michele Bertella, ad indicare per primi le indagini sul casinò come la causa dell’omicidio del procuratore Caccia. Tra loro figurano un sedicente emissario del Sisde, tale Enrico Mezzani, l’allora direttore della casa da gioco aostana, Bruno Masi, l’industriale Franco Carlo Mariani e l’avvocato Rosario Pio Cattafi, strano siciliano trapiantato a Milano, il cui nome incontreremo di nuovo tra poco, indicato da diversi informatori come principale fonte di notizie sull’omicidio Caccia.

In quegli anni ruotavano attorno ai Casinò italiani fortissimi interessi criminali. Un grumo di appetiti che toccava colletti bianchi e boss, che nei casinò vedevano un efficientissimo strumento di riciclaggio del denaro sporco. Nel 1983 anche la Procura di Torino, e Caccia in persona, stava conducendo indagini sul Casinò di Saint Vincent. Non solo, perché proprio poche settimane prima del 26 giugno 1983, quando il Procuratore fu ucciso, l’indagine era giunta ad un punto di svolta con una perquisizione degli uffici della casa da gioco aostana. Pochi mesi dopo, l’11 novembre 1983, il blitz di San Martino avrebbe rivelato all’intero Paese l’esistenza di cordate politico-mafiose che si erano attivate per la scalata ai casinò italiani e a quello di Sanremo in particolare.

La vicenda Caccia trova un inquietante parallelismo con il tentato omicidio del pretore di Aosta Giovanni Selis, anche lui impegnato nelle indagini sulla casa da gioco e scampato per miracolo ad un attentato dinamitardo pochi mesi prima della morte del Procuratore di Torino. Coincidenze. Forse. Difficile stabilirlo visto che anche il misterioso attentato a Selis, morto suicida pochi anni dopo, non ha mai trovato una spiegazione.

Torniamo a Rosario Cattafi, l’avvocato indicato dai pentiti come anello di congiunzione tra mafia, massoneria e servizi segreti, oggi al 41 bis e testimone nel processo sulla Trattativa Stato-mafia. L’informatore Mezzani di aver ricevuto da Cattafi “una spiegazione dall’interno sull’omicidio del Procuratore di Torino, Caccia”. Cattafi, come riferì a Di Maggio anche il pentito Giovanni De Giorgi, avrebbe indicato come responsabili dell’omicidio il gruppo catanese “dei Ferlito”. Quanto fosse veritiera questa spiegazione, e se davvero ci sia stata, resta ancora da chiarire. Certo è che il nome di Cattafi in questa vicenda torna con una certa insistenza.

Torna del tutto inaspettato anche nel 2009, quando ormai sono passati diversi anni dalla sentenza definitiva che condanna Belfiore. Di lui parla intercettato il magistrato Olindo Canali, che a un giornalista racconta di una perquisizione effettuata a casa dell’avvocato Cattafi durante la quale, dice “trovammo la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia… fatta dalle Br”. Un ritrovamento di cui non c’è notizia nel fascicolo sulla morte di Caccia, ma di cui Canali avrebbe potuto realmente essere a conoscenza poiché era a quel tempo uditore del pm Di Maggio.

Si legge nell’esposto che proprio dalle fonti di prova che riguardano Cattafi e il mondo della scalata mafiosa ai Casinò compare il nome di uno dei possibili killer di Caccia. Le indicazioni fornite in quel contesto convergono sul nome del calabrese Demetrio Latella, detto “Luciano”, indicato come soggetto vicino ad Epaminonda il “Tebano” (a sua volta vicino al boss Santapaola). Un ex sicario legato ai catanesi di Milano, ma anche ai gruppi catanesi e calabresi di Torino, di cui esiste una foto pubblicata sui giornali del tempo. La “prova vivente della collaborazione criminale tra mafiosi calabresi e mafiosi catanesi di Torino e Milano” secondo lo stesso pm Di Maggio. Perciò un nome cui dedicare nuova attenzione investigativa, secondo l’esposto. Oggi “Luciano” Latella vive in regime di semilibertà e non è indagato: è tornato alla ribalta mediatica nel 2008 perché individuato attraverso un’impronta digitale come uno dei responsabili del sequestro e dell’assassinio, nel 1975, della giovane Cristina Mazzotti. Latella, reo confesso, ha ottenuto l’estinzione della pena poiché il reato è andato prescritto.

Della figura di Bruno Caccia e dei misteri sulla sua morte si parlerà a Torino martedì 18 marzo alle 20.30, presso il cinema Massimo, in occasione della presentazione del documentario “Bruno Caccia, Una storia ancora da scrivere”, di E. Ciccarello, D. Pecorelli e C. Nasi. Ne discuteranno con i familiari di Caccia, l’ex Procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli e il direttore de la Stampa Mario Calabresi

Call center all’estero, i sindacati: “Partono le denunce” da:corriere delle comunicazioni it

I rappresentanti di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Ui annunciano battaglia contro la delocalizzazione “selvaggia”. Esposti a Garante per la privacy, Procura generale di Roma e ministero del Lavoro: “Ripristinare la legalità. Nessuno informa i cittadiini, e i lavoratori sono senza tutele”

di Antonello Salerno
Le prime denunce partiranno nei prossimi giorni e saranno indirizzate alla Procura generale di Roma, al Garante per la privacy e al ministero del Lavoro. Poi le singole realtà territoriali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil presenteranno gli esposti, azienda per azienda, alla Procura della repubblica volta per volta competente, così come alla direzione provinciale del Lavoro di appartenenza. E’ la scelta dei sindacati che hanno deciso in questo modo di innalzare il livello dello scontro sulla delocalizzazione dei call center, chiedendo alle istituzioni e a tutte le autorità preposte ai controlli che vigilino direttamente sul rispetto della legge, in particolare di quell’articolo 24 bis del Decreto sviluppo varato nel 2012 che oggi sarebbe in gran parte disatteso dalle aziende.

Quello dei call center in outsourcing è un settore che occupa in tutto più di 75mila lavoratori, di cui 43mila “in bound” e 33.500 “out bound”, con contratti cioè di collaborazione a progetto. Il 63% dei lavoratori, secondo i dati forniti dai sindacati durante la conferenza stampa che si è svolta questa mattina in via Salaria a Roma, nella sede della Cisl Reti, è concentrato nelle aree del Sud, il 37% nel Centro Nord. L’età media delle persone occupate in questo settore è inferiore ai 30 anni.

“Vogliamo mettere in risalto il dramma delle delocalizzazione, soprattutto per i call center, che ha raggiunto un livello insopportabile – afferma Giorgio Serao, segretario generale Fistel-Cisl – E’ una vicenda che si trascina da anni, e le attività delocalizzate dalle Tlc continuano ad aumentare. Ormai il fenomeno si estende anche ad aziende di altri settori, come quello dell’energia. Con gli emendamenti al decreto sviluppo dopo il 24bis della Fornero si era riusciti a inserire alcune tutele in questo campo, ma le gare al massimo ribasso continuano, e diminuiscono salari e diritti. Avevamo più volte richiamato le aziende al rispetto delle regole, senza finora ottenere risultati. Sarà un’operazione a tappeto – prosegue Serao – non vogliamo colpire qualcuno in particolare. Non è una minaccia, né per le aziende né per i lavoratori, ci rendiamo conto che è una questione delicata e che spesso sono in gioco i lavoratori e le imprese. Ma il Paese ha bisogno di etica, ed è necessario partire dal rispetto delle leggi e delle regole”.

“Voglio citare un esempio emblematico – dice Michele Azzola, segretario generale Slc Cgil Avago technologies è un’azienda statunitense con alcune decine di dipendenti in Italia: ci ha convocato per dirci che licenziava per riportare in Usa le attività, dal momento che il governo americano incentiva questi processi. Con l’articolo 24 al Decreto sviluppo avevamo pensato a uno scenario del genere, a tutelare le imprese che decidevano di rimanere in Italia, a fare chiarezza. I primi sei commi tutelano dati sensibili e occupazione, il settimo prevede di poter utilizzare i contratti a progetto. Bene, i primi sei commi sono stati totalmente disattesi, il settimo puntualmente applicato. Siamo di fronte ad aziende pubbliche, Enel, Acea Roma, che fanno bandi di gara in cui prevedono la delocalizzazione all’estero. Vuol dire che non si vuole aiutare il nostro Paese a uscire dalla crisi. Parliamo di un settore – aggiunge Azzola – molto finanziato attraverso sgravi fiscali e incentivi, in cui negli ultimi tre anni lo Stato ha speso 480 milioni di euro, senza creare nessun posto di lavoro”.

“Quello delle Tlc è un settore che ha dato occupazione a 80mila persone, soprattutto al Sud – aggiunge Salvo Ugliarolo, segretario generale della Uilcom-Com -. Oggi circa 15mila lavoratori fanno questo lavoro fuori dal nostro Paese, lavorano fuori dall’Italia per l’Italia, dove i lavoratori guadagnano un quarto di quanto si guadagnerebbe nel nostro Paese. Sperando che il 24 bis potesse sortire qualche effetto, ma siamo stati chiamati a contenere esuberi e momenti di crisi, utilizzando anche ammortizzatori sociali. Spesso queste aziende in Italia utilizzano soldi pubblici, e intanto portano attività fuori dal nostro Paese e di fatto fanno dumping contro chi non delocalizza. Tra l’altro – conclude Ugliarolo – non si può sottovalutare il fatto che i dati sensibili di cittadini italiani, con queste delocalizzazioni, vengono spostati e gestiti in Paesi che spesso sono al di fuori anche dell’Unione europea, e che questo li sottrae da qualunque controllo, senza le garanzie che ci sarebbero in Italia. E poi i cittadini dovrebbero per legge poter scegliere di parlare con operatori che chiamano dall’Italia, ma di fatto nessuno dà loro questa possibilità”.

“Ci siamo seduti a un tavolo al Mise sui call center dove chiedevamo la riduzione dell’Irap, per un costo complessivo di 20-30 milioni di euro: ma senza risultati. Ora chiediamo la riapertura di quel tavolo per ragionare sul fatto che non possano essere accettabili gare al massimo ribasso che costano meno del costo contrattuale dei lavoratori. Chi lo fa poi delocalizza, o dichiara la crisi aziendale: un danno per tutti i cittadini, con la distribuzione non equa di risorse pubbliche. Tutte le Tlc delocalizzano, ma c’è anche una grande responsabilità delle aziende dei call center, che si sottraggono le commesse tra loro con una concorrenza selvaggia. L’unico che ha rinunciato a delocalizzare è Almaviva, e sta vivendo una gravissima crisi occupazionale su Palermo, dove sono minacciati migliaia di posti di lavoro. Se chi mantiene il lavoro in Italia deve morire siamo alla frutta”.

Via D’Amelio e le parole di Riina: quei legami sconosciuti con il Rapido 904 da: antimafia duemila

strage-rapido-904di Giovanni Spinosa e Antonella Beccaria – 17 marzo 2014
Quelle di Totò Riina al boss Alberto Lorusso della Sacra Corona Unita a proposito di via D’Amelio sono parole dettate da un tentativo di depistaggio? La risposta potrebbe essere no se si pensa che la bomba del 19 luglio 1992 di cui Riina parla si lega a un’altra strage precedente. È quella del Rapido 904 (23 dicembre 1984) e i punti di contatto sono molteplici. Tra questi la tipologia dell’esplosivo e i detonatori la cui ricorrenza potrebbe dare una nuova interpretazione alle confidenze del capo dei capi. Confidenze in base alle quali sarebbe stato proprio Paolo Borsellino, ucciso insieme alla sua scorta, a innescare l’ordigno che nell’estate di 22 anni fa sventrò via D’Amelio. Lo avrebbe fatto involontariamente suonando al citofono della madre e, al contempo, facendo saltare per aria, la Fiat 126 imbottita con 100 chili di tritolo. Vediamo perché c’è un parallelismo tra le due vicende.

I primi dubbi sulle parole di Riina
Il giorno dopo la diffusione della notizia in base alla quale Borsellino stesso innescò l’esplosione hanno suscitato scetticismo e incredulità. Leggendo la vicenda solo in relazione a via D’Amelio, in effetti ci sono tre ragioni per non credere alle parole del boss corleonese.

Infatti, se così si fossero svolti i fatti, chiunque, dal postino al panettiere, avrebbe potuto suonare al citofono della mamma di Borsellino provocando una strage a cui la vittima designata sarebbe scampata. Inoltre l’attentato avvenne alle 16.58 ed è estremamente improbabile che nelle ore precedenti qualcuno potesse manipolare l’impianto citofonico con qualche speranza di passare inosservato. Infine Gaspare Spatuzza, pentito più volte giudicato attendibile (quantomeno con riferimento ai fatti della strage di Via D’Amelio), ha riferito che il telecomando venne azionato da Giuseppe Graviano.

In base a queste considerazioni, le parole di Riina sarebbero un depistaggio. In realtà, ci si muove su un terreno scivoloso e non adeguatamente disvelato dai processi sulle stragi mafiose: quello dell’innesco delle bombe. E, come introdotto, in un solo caso le conoscenze su questo tema sono soddisfacenti: la strage del Rapido 904, avvenuta nella Grande galleria dell’Appennino, in cui persero la vita 16 persone.

Rapido 904: come si arrivò ai colpevoli
Può essere utile un veloce richiamo ad alcuni aspetti di quella indagine. La procura di Roma, indagando su altri fatti (un giro di droga e opere d’arte), rinvenne in un appartamento della capitale, in via Albricci, misteriosi marchingegni opera di un cittadino straniero, l’artificiere Friedrich Schaudinn. Poi in un casolare a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti, fra stupefacenti, armi e altri oggetti, sequestrò dell’esplosivo.

Le indagini dimostrarono che sia l’appartamento che il casolare erano riconducibili a Pippo Calò, il “cassiere di Cosa nostra”. Inoltre le perizie accertarono che l’esplosivo aveva una peculiare composizione chimica che, per qualità e quantità percentuali, lo rendeva identico a quello utilizzato per la strage del 904. A ciò si aggiunga che un esperimento documentò come gli oggetti rinvenuti di via Albricci potessero innescare l’esplosivo provocando quello specifico evento stragista. Infine un’ulteriore serie di indizi legò in modo definitivo entrambi i rinvenimenti alla strage. E infatti il 24 novembre 1992 la Cassazione ha confermato le condanne per quattro persone, fra cui Calò e Schaudinn.

Dobbiamo ora porre l’attenzione sui marchingegni rinvenuti in via Albricci, la cui concatenazione poteva innescare l’esplosione. Detto in altre parole, senza la “catena” formata da questi dispositivi non ci sarebbe stato nessuno scoppio. La “catena”, ideata da Schaudinn, si componeva di tre scatole. Una fungeva da detonatore, era in grado di ricevere due radiocomandi e di rispondere automaticamente a uno dei due. La seconda scatola trasmetteva con un radiocomando alla “scatola-detonatore” un impulso che metteva in tensione il circuito e, immediatamente dopo, riceveva un segnale che comunicava lo “stato di allerta” del circuito. La terza scatola trasmetteva alla “scatola-detonatore”, ormai “allertata” l’impulso che innescava il detonatore.

Le parole di Giovanni Brusca, l’esplosivo e il ruolo di Riina
Il sistema escogitato da Schaudinn garantiva sicurezza (un doppio impulso per attivare la bomba) e puntualità. Infatti, la bomba del 23 dicembre 1984 scoppiò “puntualmente” sotto la Grande galleria dell’Appennino così superando il contrattempo in cui 10 anni prima erano incorsi altri terroristi. Il 4 agosto 1974 la bomba piazzata sul treno Italicus era regolata da un timer e scoppiò circa 70 metri dopo l’uscita della galleria, come attesta la corte d’Assise di Bologna nella sentenza del 20 luglio 1983. Era successo che il treno, nella tratta tra Firenze e la galleria aveva recuperato 3 minuti rispetto a un maggior ritardo accumulato.

Le indagini sulla strage del Rapido 904 – indagini che ora ipotizzano per lo stesso Riina il ruolo di mandante – hanno ricevuto un nuovo impulso con le dichiarazioni rese da Giovanni Brusca, sentito l’8 giugno e il 19 luglio 2010 dai magistrati della procura di Napoli. In tale sede ha spiegato che l’esplosivo utilizzato per la strage del 904 proveniva da un deposito mafioso ritrovato nel 1996 in località Giambascio, nei pressi di San Giuseppe Jato, dove Brusca era capo mandamento. L’informazione gli veniva dallo stesso Pippo Calò che lo aveva incaricato di parlarne con Totò Riina, all’epoca latitante, affinché spostasse l’esplosivo. Nel successivo colloquio con Riina, Brusca avrebbe avuto la consapevolezza che il capo dei capi era a piena conoscenza della vicenda.

L’indagine partenopea (ora trasferita per competenza a Firenze) ha operato un importante salto di qualità con una perizia disposta dalla Procura di Napoli. Il perito Vadalà ha accertato che l’esplosivo contenuto nel deposito indicato da Brusca era identico a quello trovato nel casolare di Poggio San Lorenzo (addirittura erano identiche le modalità di confezionamento degli involucri) e in parte utilizzato per la strage del 904.

La perizia di Napoli: stessa composizione dell’esplosivo
Inoltre la perizia di Vadalà, come riportato nell’ordinanza di custodia cautelare del Gip di Napoli data 27 aprile 2011, riconduce a via D’Amelio quando afferma che le bombe avevano la stessa composizione, evidenziata dalla presenza in percentuali simili di Semtex H (pentrite e T4), nitroglicerina e tritolo.

E ancora una nota della squadra mobile di Caltanissetta (14 luglio 1997) sostiene che telecomandi simili a quelli utilizzati nell’attentato di via D’Amelio furono rinvenuti nell’arsenale di Gambascio. Erano prodotti da una società di Treviso e commercializzati da una ditta di Roma. Si trattava della stessa ditta da cui, molti anni prima, si era rifornito Schaudinn per produrre i congegni elettrici trovati nella casa di Fiorini in Via Albricci a Roma.

Il filo fra due stragi a 8 anni di distanza e le parole di Riina
Insomma, il filo che unisce la strage del 904 a quella di Via D’Amelio sarebbe di natura soggettiva (Totò Riina) e oggettiva (esplosivo e telecomandi). A questo punto, non sembra un’avventura onirica immaginare che Riina e i suoi alleati, nel 1992, abbiano utilizzato per via D’Amelio la stessa tecnologia dell’innesco del 1984.

In tale contesto le confidenze di Riina a Lorusso possono assumere una nuova chiave di lettura: il postino che avesse suonato al citofono della mamma di Borsellino, in assenza del primo comando necessario a mettere in tensione il circuito elettrico, non avrebbe determinato l’innesco del detonatore collegato all’esplosivo. E, ancora, il citofono poteva essere manomesso nel corso della notte al riparo di sguardi indiscreti.

Soprattutto assume coerenza e maggiore credibilità il racconto di Spatuzza sul ruolo di Graviano, il cui telecomando potrebbe non aver provocato l’esplosione, ma attivato il circuito poi chiuso, in ipotesi, dal citofono, così consentendogli di allontanarsi prima dell’esplosione senza riportare ferite né essere notato.

Possibile tutto ciò? Pur nella difficoltà di reperire prove a tanto tempo di distanza, va tenuto conto del fatto che sono poche le fonti di conoscenza sul tema degli inneschi degli esplosivi nelle stragi di mafia. Le stesse conoscenze sul rapido 904 discendono da un rinvenimento casuale che naviga fra personaggi e situazioni poco chiare. Si pensi a Schaudinn che, come era comparso, altrettanto misteriosamente scompare. Oggi è latitante in Germania, che avrebbe negato la cattura all’Italia e gli ultimi suoi segnali arrivano da lì, quando rivendicò la sua estraneità dagli attentati del ’93.

Anche nella strage di Via D’Amelio, vi è un personaggio misterioso: è lo sconosciuto che, secondo Spatuzza, sarebbe stato presente nel garage quando la 126 veniva imbottita di esplosivo. Come mai, la presenza di soggetti esterni a Cosa Nostra improvvisamente si manifesta a Spatuzza e soci? Ancora una coincidenza con la strage del rapido 904: il personaggio misterioso interviene nella fase di preparazione della bomba e, quindi, degli inneschi. È il momento in cui la scatola-detonatore, con i relais tarati, in ipotesi, sugli impulsi del telecomando manovrato da Graviano e sul citofono, viene collegata all’esplosivo.

Le parole di Riina potrebbero, dunque, non essere un depistaggio sin troppo facile da smentire, ma un messaggio trasversale. Lanciato a chi sa ed è in grado di capire.

Fonte: isiciliani.it

Tratto da: articolo21.org