Un decalogo per difendersi da: il manifesto

C’è un giu­dice a Varese. Si chiama Giu­seppe Bat­ta­rino e ha dispo­sto che si pro­ceda all’imputazione di due cara­bi­nieri e sei agenti di poli­zia per omi­ci­dio pre­te­rin­ten­zio­nale e arre­sto ille­gale per la morte di Giu­seppe Uva. I fatti risal­gono all’oramai lon­tano 2008. Un altro giu­dice, Ago­stino Abate, nella sua veste di pub­blico mini­stero aveva invece chie­sto l’archiviazione del caso. Con­tro di lui l’ex mini­stro della Giu­sti­zia Anna­ma­ria Can­cel­lieri aveva avviato un’azione disci­pli­nare per come erano state con­dotte le inda­gini. Non era più chiaro infatti chi era la vit­tima, chi l’accusato, chi i testi­moni. Era stata pro­dotta una con­fu­sione di ruoli a difesa di una verità pre-esistente alla giu­sti­zia. Pro­ba­bil­mente anche nel caso Uva si riu­scirà ad andare a pro­cesso per le vio­lenze avve­nute in una camera di sicu­rezza delle forze dell’ordine.

C’è un altro giu­dice, que­sta volta a Bari. Si chiama Gio­vanni Anglana. Ha ria­perto le inda­gini sulla morte di Carlo Saturno nel car­cere di Bari avve­nuta più o meno tre anni fa. Anche in que­sto caso c’era stato un pm che aveva chie­sto l’archiviazione. Nel caso del gio­vane Carlo la sto­ria era ancora più com­plessa. Qual­che anno prima, quando da ragaz­zino era finito nel car­cere mino­rile di Lecce, aveva denun­ciato alcuni poli­ziotti peni­ten­ziari per le vio­lenze effe­rate subite. In quel caso il pub­blico mini­stero aveva pro­ce­duto. Si era arri­vati al dibat­ti­mento. Saturno si era costi­tuito corag­gio­sa­mente parte civile. Tor­nato in car­cere da mag­gio­renne a Bari pare si sia sui­ci­dato in una cella di iso­la­mento. In que­gli stesi giorni il pro­cesso per le vio­lenze subite a Lecce si estin­gue per pre­scri­zione. Ora il giu­dice chiede che si inda­ghi ancora. Alcune ferite al viso, al capo e all’orecchio destro non lo hanno con­vinto. La causa della morte torna in discus­sione. Que­ste sono due sto­rie diverse dove chi deve inda­gare sce­glie la via buro­cra­tica dell’archiviazione e chi deve giu­di­care chiede che si inda­ghi meglio. Viene da dire che qual­cosa non torna nella giu­sti­zia ita­liana. Allora pro­viamo a redi­gere un deca­logo a cui affi­darsi affin­ché nei casi di vio­lenza isti­tu­zio­nale ci si possa quanto meno appros­si­mare alla verità storica.

  1. Si intro­duca subito il delitto di tor­tura nel codice penale in modo che fatti gravi non siano trat­tati giu­di­zial­mente come mini­mali o secondari.
  2. Si pre­ve­dano tempi non brevi di pre­scri­zione. I pro­cessi per casi di que­sto genere sono dif­fi­cili, lun­ghi. Richie­dono dun­que inda­gini meti­co­lose che rom­pano il muro dell’omertà.
  3. I Mini­steri com­pe­tenti avviino pro­ce­di­menti disci­pli­nari nei con­fronti dei pre­sunti respon­sa­bili senza atten­dere gli esiti lun­ghi dei pro­cessi penali.
  4. La pre­scri­zione giu­di­zia­ria non deve mai essere valu­tata in sede disci­pli­nare quale causa giu­sti­fi­ca­tiva di una deci­sione di asso­lu­zione e di per­ma­nenza in servizio.
  5. Si approvi un codice etico di con­dotta come quello sug­ge­rito dall’Onu per chiun­que operi nei set­tori dell’ordine pub­blico e della sicurezza.
  6. Presso le Pro­cure si isti­tui­scano sezioni spe­cia­liz­zate in fatti di que­sto genere che usino nelle inda­gini per­so­nale inter-forza di poli­zia il quale a sua volta sia ade­gua­ta­mente esperto e formato.
  7. Non si uni­fi­chino i pro­cessi per le vio­lenze con quello per calun­nia nei con­fronti della per­sona che ha sporto denun­cia. L’unificazione dei pro­ce­di­menti rende indi­stin­gui­bili vit­time e carnefici.
  8. Una volta arri­vati a dibat­ti­mento lo Stato si costi­tui­sca parte civile in modo da sot­trarre le mele marce alla difesa pre­giu­di­ziale del corpo di appartenenza.
  9. Si pro­teg­gano i testi­moni che hanno il corag­gio di rac­con­tare quanto visto. Se i testi­moni sono a loro volta dete­nuti li si trat­tenga in luo­ghi del tutto sicuri dove non entrino mai in con­tatto con le per­sone sotto accusa.
  10. Lo Stato inter­rompa le rela­zioni sin­da­cali con quelle orga­niz­za­zioni che offrono tutela legale a coloro i quali si mac­chiano di delitti di que­sto genere.
  11. Si pre­veda un obbligo di visita medica.

* pre­si­dente di Antigone

Spatuzza: “Graviano disse che con Berlusconi e Dell’Utri c’avevamo il Paese nelle mani” da: antimafia duemila

aula-bunker-rebibbia-4di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin – 13 marzo 2014
Il pentito ascoltato al processo trattativa

Pochi giorni prima del fallito attentato all’Olimpico, strage che avrebbe dovuto aver luogo il 22 gennaio 1994, Gaspare Spatuzza si trovava a Roma per incontrare “Madre natura”, Giuseppe Graviano, e mettere a punto gli ultimi preparativi prima della nuova “strage in continente”. Così come gli era stato anticipato, prima di muoversi c’era da attendere l’ordine del capomafia di Brancaccio. Ed è per questo che l’ex boss si recò, accompagnato da Antonino Scarano, anche lui condannato per le stragi del 1993.

 

“Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma – racconta Spatuzza ai pm Del Bene e Di Matteo – Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – ha spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – ha continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che grazie alle sue rivelazioni ha rimesso in discussione la verità sulla strage di via d’Amelio, mostrano quella che per l’accusa del processo trattativa Stato-mafia è l’ultima parte di quella trattativa che ha avuto luogo tra il 1992 ed il 1994.
E’ stato poi lo stesso Spatuzza, durante la deposizione, a spiegare come “A giugno del 2009, durante un interrogatorio coi pm di Firenze seppi che le Procure di Palermo e Caltanissetta avevano dato parere favorevole per la concessione del programma provvisorio di protezione e allora capii che dovevo chiarire alcuni omissis come quelli relativi a Berlusconi e Dell’Utri”.
Un ragionamento, quest’ultimo, inserito all’interno di uno sfogo, alludendo alla decisione della commissione di non concedergli il programma di protezione, decisione poi bocciata dal Tar: “Se abbiamo consegnato la verità alla Storia non è certo per la Commissione pentiti presieduta da Mantovano e da chi l’ha istigata”.  L’ex boss di Brancaccio ha anche ripercorso il motivo che lo ha condotto alla collaborazione avviata a marzo del 2008. “Volevo chiudere i conti con un passato che mi stava avvelenando – ha detto – Ma c’era un problema serio con i processi chiusi di via D’Amelio e col versante politico che mi avrebbe potuto creare problemi come poi avvenne. Io ci credo alla giustizia e sono qui per la verità e per chi l’aspetta La mia collaborazione è vera e seria e lo dimostrano le sentenze”.

 

Il “colpo di grazia”
Nel corso dell’udienza che si è tenuta presso l’aula bunker di Rebibbia sono stati numerosi gli argomenti trattati a cominciare proprio dal “colpetto” da dare, nonostante l’obiettivo raggiunto. “Sentendo le parole di Graviano al bar Doney io ho provato a dire se non fosse il caso di occuparci di Totuccio Contorno, (pentito sospettato di essere il responsabile dell’omicidio di Michele Graviano, padre di Giuseppe, nonché responsabile della scomparsa di Salvatore Spatuzza, fratello di Gaspare ndr). Lo avevamo rintracciato a Roma ma Graviano disse ‘lascia stare Contorno perché l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso sia perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia sia perché per Contorno dobbiamo trovare un tipo di esplosivo diverso” da quello fino a quel momento usato per evitare che le forze dell’ordine possano mettere in collegamento quell’attentato mafioso a quegli attentati del 1993.

 

Le stragi e “le morti che non ci appartengono”
Una strategia stragista messa in atto dai capi della Cupola per indurre lo Stato a più miti consigli, ed ottenere così benefici e privilegi da loro richiesti (primo fra tutti la revoca o l’ammorbidimento del carcere duro) che ha compreso non solo omicidi eclatanti di chi stava mettendo i bastoni tra le ruote a Cosa nostra e agli apparati a lei contigui (vedi Falcone e Borsellino) ma anche il sacrificio di semplici cittadini e, in particolare, di carabinieri. “Ci siamo portati dietro morti che non ci appartengono” disse Spatuzza a Giuseppe Graviano ad un appuntamento a Campofelice di Roccella, in un periodo compreso tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94. Quel giorno il boss di Brancaccio, alla presenza dell’ex killer (successivamente reggente del mandamento) e di Cosimo Lo Nigro, genero del boss Francesco Tagliavia, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, “ci comunica che siamo lì per pianificare un attentato contro un bel po’ di carabinieri”. Un bersaglio che era già finito in precedenza nel mirino di Cosa nostra, quando si iniziò a parlare dell’attentato alle due torri di viale del Fante a Palermo, sede della Dia, “dopo l’attentato di Firenze e prima di quelli a Roma e Milano” all’interno delle quali per “conoscenze personali” si sapeva che lì “alloggiassero collaboratori di giustizia” oltre ad essere presenti esponenti della Dia e il “capitano dei Carabinieri Miranda”. “L’obiettivo indicato era quello delle torri e dei carabinieri, che poi la vicenda dell’Olimpico (il progetto dell’attentato allo Stadio Olimpico a Roma poi fallito, ndr) è un prosieguo della strategia contro i carabinieri in generale e l’occasione della presenza del capitano era un’eventualità in più da valutare, ma non era l’obiettivo” precisa Spatuzza. Quel progetto stragista a Palermo rimane ad ogni modo “allo stadio embrionale” per poi sfumare in un nulla di fatto.
A Campofelice, invece, si gettano le basi per la mancata strage allo Stadio Olimpico che il 31 ottobre 1993 fallì per il malfunzionamento dell’attivazione dell’ordigno a distanza. Ma inizialmente Spatuzza avanza qualche perplessità al boss Graviano, con il quale coltiva un’amicizia di lunga data: “Per Capaci e via D’Amelio – spiega il pentito alla Corte – per quello che mi riguarda erano nemici anche miei, anche se non li ho mai conosciuti, e in quell’ottica per me andava bene anche usare modalità terroristiche…  ma quando andiamo a mettere cento e passa chili di esplosivo in una strada abitata non è più qualcosa… stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più”. Per tutta risposta Graviano, dopo aver domandato se “ci intendevamo di politica” – ed aver ricevuto una risposta negativa –  replica che “chi si deve muovere si dà una smossa” e che “c’è una situazione che se va a buon fine avremo tutti benefici, a partire dai carcerati”. Qualcosa di grosso, intuisce Spatuzza, era effettivamente in corso. Se infatti “Graviano dice ‘c’è una cosa in piedi’ – precisa – per me è una trattativa se la trattiamo in quel filo logico di quello che si è discusso in quella riunione. Se non è trattativa questa che cos’è?”.
Successivamente, dunque, dopo che Giuseppe Graviano “ci dà l’incarico con l’autorizzazione per la fase esecutiva”, “io, Giacalone, Grigoli, Giuliano e Lo Nigro buttiamo una bozza su come pianificare l’attentato. Si decidono a Palermo le modalità, l’esplosivo…”. Spatuzza parla di alcune anomalie che contraddistinguono il fallito attentato: il fatto che “Giuseppe Graviano non ha mai presenziato agli attentati a Firenze, Roma e Milano” mentre in questo caso “ha deciso di presenziare nella fase quasi esecutiva” e “di salire su a Roma”, e la presenza di “tutto il gruppo di fuoco”, sei o sette persone che dovevano muoversi tutte insieme, quando “in tre eravamo più che sufficienti”.

 

Quegli interessi di tutte le mafie
Secondo Spatuzza c’erano anche i calabresi a spingere per una trattativa Stato-mafia ma in seguito, nel primo periodo della sua detenzione, il pentito riportò a Giuseppe Graviano (anch’egli detenuto) di alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis… all’ala stragista”. Graviano replicò: “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Per ‘padri’ il capomafia intendeva “i responsabili, i capifamiglia” che sia in Calabria che in Campania sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”. Altrimenti, aggiunge Spatuzza, “non avrebbe senso per Giuseppe dirmi che ‘i calabresi si sono mossi’…”.

 

L’omicidio di Padre Puglisi
Spatuzza, in precedenza, aveva parlato dell’omicidio di padre Pino Puglisi. “Purtroppo, e mi dispiace tantissimo, ho commesso una quarantina di omicidi assumendo vari ruoli. Tra questi vi è quello di Padre Puglisi. Lui voleva impossessarsi del nostro territorio. Prima lo controllammo, poi si decise di ucciderlo. Volevamo simulare un incidente perché sapevamo che un omicidio di un prete avrebbe avuto conseguenze, poi però optammo per un tentativo di rapina”. “Era un sacerdote che andava per conto suo – ha raccontato -. E dava fastidio. Quella della sua eliminazione era una pratica aperta da almeno due anni. In piena campagna stragista nonostante avessimo sospeso le attività ordinarie, dovemmo occuparci di don Puglisi: questo per fare capire quanto dava fastidio”.

Da via d’Amelio alle stragi del 1993
Spatuzza ha parlato anche dei preparativi per la strage di via D’Amelio in particolare sul giorno antecedente la strage in cui la Fiat 126 che lui stesso aveva rubato è stata condotta in uno scantinato alla presenza di uomini di mafia ed un personaggio misterioso: “Quando consegnai la macchina vi erano Fifetto Cannella, Antonino Mangano e Renzino Tinnirello più un’altra persona che non avevo mai visto prima. L’ho sempre descritto come un negativo sfocato di una fotografia, non era ragazzo, forse sulla cinquantina ma posso dire al cento per cento che non era persona di mia conoscenza e appartenente a Cosa Nostra. Che fosse al corrente di quel che si stava facendo ne sono sicuro perché quando, uscito dalla macchina, parlai con Fifetto Cannella non venni stoppato”. Spatuzza sostiene di non averlo più rivisto in nessun’altra occasione. “Se quella persona era estranea Tinnirello mi bloccava subito sul nascere” suppone l’ex killer, che dichiara di non essersi posto alcuna domanda in merito alla presenza del soggetto sconosciuto perchè “per me la garanzia era Giuseppe Graviano”. Filippo e Giuseppe Graviano vengono successivamente arrestati nel gennaio ’94, un arresto che a detta di Spatuzza veniva considerato “un’anomalia”. “C’era il sospetto che i fratelli Graviano fossero stati venduti”.
Rispondendo alle domande del pm Nino di Matteo il collaboratore di giustizia ha poi raccontato della riunione in un villino a Santa Flavia, dove venne progettato l’attentato di Firenze. La riunione si tenne alcune settimane prima della strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993: “I ciceroni erano Matteo Messina Denaro e Giusepppe Graviano.. per quello che ho capito già erano a conoscenza dei posti, la riunione era per far capire a noi… loro già erano stati in questi posti… Noi partimmo da Palermo con l’obiettivo già fissato, avevamo la foto e l’indirizzo del monumento da colpire”. La decisione sul momento preciso nel quale effettuare l’attentato invece venne lasciata al gruppo di fuoco:”Avevamo facoltà nostra perchè era complicato”. “Io ho solo imbottito l’auto, i ragazzi sono andati a posizionare il fiorino” ma “quando rientrano Lo Nigro mi dice che non avevano centrato l’obiettivo …il fiorino… era stato posteggiato alcuni metri prima”. Per quanto riguarda le stragi di Milano e Roma Spatuzza risponde che  a Roma, differentemente da Firenze, viene lasciata a discrezione  propria e di Lo Nigro la scelta dell’obiettivo da colpire ma viene data precisa indicazione sul quando colpire. “Già era stato consolidato anche il giorno in cui doveva avvenire il triplice attentato…era stata stabilito anche il giorno, l’ora attorno alle 23 o 24… tutto preordinato…” mentre per quanto riguarda la scelta del sito da colpire dichiara:”Quando siamo arrivati la mattina, abbiamo fatto un vasto giro… Non so se gli era stata data indicazione ma posso dire che gli obiettivi li abbiamo scelti noi..io non conoscevo Roma, lui (Lo Nigro, ndr) mi guidava.” Dietro questa guida se ci fossero ulteriori guide o indicazioni Spatuzza non sa dirlo ma dichiara che “lui andava a sensazione e dava l’idea di essere più coscente”.  Entra poi nel merito degli esplosivi utilizzati per armare le autobombe e specifica che era composta da due tipi di esplosivo, quello che procuravano loro, uomini di Brancaccio dai fondali marini, e uno di consistenza gelatinosa a lui sconosciuta sia la provenienza che i soggetti che la procuravano:”Dall’esplosivo che avevamo già preparato si teneva di conto delll’altro esplosivo che doveva arrivare da fuori, non ricordo se di Messina o Catania, esplosivo che poi ho avuto modo di utilizzare per strage di Firenze” io per la prima vota l’ho visto quando sono stati  fatti i colli che è stata preparata la spedizione a Palermo …quest’operazione è stata fatta in un magazzino in affitto di Lo Nigro Cosimo, non so chi gliel’ha dato ”.
Spatuzza racconta inoltre che per finanziare queste trasferte erano stati presi in seria considerazione i sequestri di persona, progetto successivamente accantonato: “le vittime erano un bambino parente di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio, un certo D’Agostino, e uno del giornale di Sicilia…il progetto – continua il teste – era in fase avanzata perché erano già stati valutati i luoghi dove nasconderli”. Il processo è stato rinviato a domani quando si terrà il controesame.

Governo, i sindacati dei pensionati protestano e minacciano una mobilitazione Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“E’ inaccettabile che per pensionati e anziani non ci siano sgravi fiscali. Non siamo cittadini di serie B. L’esecutivo si ravveda perche’ noi non staremo fermi e zitti”. La nota unitaria dei sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil è molto critica verso il pacchetto di interventi delineato ieri dal Consiglio dei ministri.

 

“Tra le misure annunciate ieri dal governo per loro non c’e’ niente ed e’ ormai del tutto evidente che sono considerati a tutti gli effetti dei cittadini di serie B, non meritevoli di alcuna attenzione. Non c’e’ nessuna svolta buona per i pensionati e gli anziani”, dicono Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil. “La condizione di milioni di persone a cui sono stati chiesti negli ultimi anni tanti sacrifici, non puo’ essere archiviata cosi’.Chiediamo al governo di ravvedersi”, proseguono annunciando al tempo stesso che “non staremo ne’ fermi e ne’ zitti a guardare e subire l’ennesima ingiustizia ai danni di chi ha lavorato una vita versando i contributi e pagando le tasse fino all’ultimo centesimo”. “E’ inaccettabile – concludono – che per pensionati ed anziani non ci siano sgravi fiscali come e’ inaccettabile che si pensi di agire solo sulle pensioni per fiscalizzare gli oneri a carico dei nuovi assunti”.

Anche per il presidente della commissione Lavoro della camera Cesare Damiano (Pd)”Non si puo’ pero’ non annotare l’esclusione dalla platea dei beneficiari dei pensionati tra i quali la stragrande maggioranza percepisce meno di 1000 euro”. La Cgil, infine, fa notare che per quanto riguarda l’inasprimento sulle pensioni d’oro, l’asticella non può stare a 3.000 euro: “E’ troppo bassa”, sentenzia Camusso

Berlusconi batte Renzi 4–1 | Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Villone

resizer

Renzi dice di aver vinto uno a zero la par­tita sulla legge elet­to­rale. A suo avviso, qual­cuno voleva dimo­strare che pur avendo lasciato a lui il par­tito e Palazzo Chigi, altri ave­vano i numeri. Invece – chiosa Renzi – «i numeri ce li abbiamo noi». La sag­gezza popo­lare ci dice che quando si danno i numeri biso­gna sem­pre essere cauti. Molti non l’hanno pro­prio visto il gol dell’uno a zero per Renzi, e hanno anzi con­tato qual­che pal­lone nella porta del pre­mier. Il pol­ve­rone ultimo sulle quote rosa ha fatto comodo per occul­tare una più com­ples­siva realtà.

A una parte di noi può dispia­cere che non siano pas­sati gli emen­da­menti sulla parità.

Ma la verità è che que­sta legge è pes­sima, e tale rimar­rebbe anche se fos­sero stati appro­vati. È chia­ra­mente inco­sti­tu­zio­nale e in con­tra­sto con i prin­cipi affer­mati dalla Corte costi­tu­zio­nale. Lascia intatte le distor­sioni e le pre­ca­rietà isti­tu­zio­nali che si sono tra­dotte in vent’anni di governo debole, inca­pace di cogliere i biso­gni del paese e tra­durli in indi­rizzo poli­tico. L’omaggio ver­bale al popolo sovrano come domi­nus della scelta dei governi non vale a smen­tire la tor­pida rispo­sta degli ese­cu­tivi di vario colore che si sono suc­ce­duti nel tempo.

Ancora, la legge non rispetta le pro­messe fatte, nem­meno quelle che hanno giu­sti­fi­cato il licen­zia­mento di Letta e il cam­bio a Palazzo Chigi. L’obiettivo essen­ziale della resti­tu­zione della scelta agli elet­tori non è stato rag­giunto, e nem­meno in realtà per­se­guito. Ci sono due modi per rea­liz­zarlo pie­na­mente: un sistema di col­le­gio uni­no­mi­nale, o uno di lista e pre­fe­renza. Dopo tre legi­sla­ture di par­la­men­tari nomi­nati, decenza avrebbe voluto che si sce­gliesse uno dei due. Si può capire il no alla pre­fe­renza, mec­ca­ni­smo secondo molti oggi ingo­ver­na­bile, foriero di costi ele­vati della poli­tica e per­ciò espo­sto a un alto rischio di cor­ru­zione e clien­tela. Ma per­ché non il col­le­gio, che pure lo stesso Renzi aveva ini­zial­mente spon­so­riz­zato tra le opzioni pos­si­bili? Per­ché non – almeno – un sistema misto di col­le­gio uni­no­mi­nale e liste bloc­cate par­ziali, sul modello tede­sco? Qui la rispo­sta è sem­plice e poco com­men­de­vole: per­ché alla fine il col­le­gio non piace a Ber­lu­sconi, che da sem­pre lo ritiene favo­re­vole alla sini­stra, capace di can­di­da­ture più competitive.

I cor­ret­tivi inven­tati per risol­vere il pro­blema e pre­sen­tati di volta in volta come deci­sivi in realtà non danno rispo­ste effi­caci. Tale è il caso per le liste bloc­cate brevi, con l’eventuale foglia di fico delle pri­ma­rie. Qui la domanda è una sola: l’elettore deve poter votare la per­sona, o no? Basta la cono­scenza dei (pochi) can­di­dati di una lista breve, da votare in blocco? La rispo­sta è sem­plice: se si vuole dav­vero resti­tuire la scelta all’elettore, allora la libertà di voto deve potersi eser­ci­tare indi­cando un nome per un seg­gio. Nulla cam­bia se il pac­chetto di pochi nomi da votare in blocco in una lista breve è for­mato attra­verso pri­ma­rie. Si toglie l’individuazione dei nomi all’organizzazione di par­tito, ma non la si dà all’elettore che sce­glie il suo rap­pre­sen­tante nell’urna. Per quell’elettore, il voto rimane vin­co­lato come e quanto lo sarebbe se i can­di­dati fos­sero scelti dal par­tito. Som­man­dosi le liste brevi, è ancora un par­la­mento di nominati.

E che dire delle soglie per i pic­coli par­titi e per il pre­mio di mag­gio­ranza? Qui si mostra vin­cente la stra­te­gia di Ber­lu­sconi, sia verso Alfano che per la Lega. Le regole e le per­cen­tuali si mostrano sin­go­lar­mente atte a favo­rire le stra­te­gie coa­li­zio­nali e di com­pe­ti­zione elet­to­rale del cava­liere. O pen­siamo che siano un caso le dichia­ra­zioni già messe agli atti da Alfano e Casini sul rien­tro a casa nel cen­tro­de­stra? Con il para­dosso dav­vero non banale che Renzi, lar­ga­mente privo di mag­gio­ranza al senato senza i 31 di Alfano, è affi­dato — per la pro­pria soprav­vi­venza e per il suc­cesso del pro­gramma di governo in ter­mini di costru­zione del con­senso — a chi cor­rerà con­tro di lui nel pros­simo turno elet­to­rale. È come se Mont­go­mery avesse chie­sto a Rom­mel in pre­stito i carri armati per vin­cere a El Alamein.

Rias­su­miamo tutto que­sto nell’uno a zero per Renzi, o nel tre o quat­tro a zero per Ber­lu­sconi, con­si­de­rando anche il gol ini­ziale che ha riqua­li­fi­cato il cava­liere come aspi­rante padre della patria? Forse nel ristretto campo del par­tito ha vinto dav­vero, e nem­meno di misura. Non è la bat­tuta di Ber­sani sulla movida che dimo­stra il con­tra­rio. Ma Renzi dovrebbe ricor­dare che non importa se ha la mag­gio­ranza nel par­tito, da lui costruito con, e attra­verso, le pri­ma­rie. Importa se ha una mag­gio­ranza di governo su cui con­tare fino in fondo. E quella non ce l’ha, come dimo­strano ine­qui­vo­ca­bil­mente i numeri del senato, e in sostanza anche i numeri che tra­spa­iono nella bat­ta­glia della camera.

Quindi, ci per­met­tiamo di con­si­gliare pru­denza al nostro focoso primo mini­stro, che per ora vede solo la fine del primo tempo alla camera e si avvia verso una dif­fi­cile ripresa al senato. Diver­sa­mente, affron­terà il peri­colo per lui mag­giore: che il Renzi di Crozza sia più vero del Renzi di Renzi.