CATANIA preparazione del 25 aprile

 

anpi

APPELLO A TUTTE LE ASSOCIAZIONI E ASSOCIAZIONI STUDENTESCHE E PARTITI
Siete invitati a partecipare alla riunione di preparazione del 25 aprile
festa della Liberazione che si terrà lunedì 17 marzo alle ore 18.00 presso il salone della CGIL via Crociferi 40.

saluti
Santina Sconza presidente provinciale ANPI

Trattativa, Spatuzza: “Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio”da: il fatto quotidiano

Il collaboratore di giustizia durante l’udienza a Roma per il processo sulla trattativa Stato-mafia racconta al pm Di Matteo il movente dell’omicidio del prete antimafia ucciso nel 93 nel quartiere palermitano di Brancaccio. Poi torna sulla figura misteriosa che partecipò alla preparazione dell’attentato di via D’Amelio: “Negli anni ho provato a identificarlo, ma non ci sono riuscito”

Aula Bunker

Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”
Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.

Lo sconosciuto che partecipò alla preparazione di via D’Amelio
Spatuzza, detto u tignusu a causa della calvizia, ripercorre la sua storia criminale fino ad addentrarsi nei giorni oscuri che precedettero l’attentato di via Mariano D’Amelio, del 19 luglio 1992. Il filo nero dei ricordi viene riavvolto fino al giorno prima del “botto” in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. E arriva fino a quella figura misteriosa presente nel garage dove la Fiat 126 venne imbottita di esplosivo. “Non era un ragazzo, né un vecchio. Doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra”.

Una figura sparita nel nulla. Un fantasma. Di cui Spatuzza non riesce a ricordare altri particolari. “In questi anni – aggiunge – mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. “Non mi allarmò la presenza di quell’uomo – aggiunge – perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva”. Negli anni gli inquirenti hanno sospettato che il personaggio descritto dal pentito appartenesse ai Servi segreti o fosse l’esperto usato dalla mafia per gli aspetti tecnici dell’attentato. Spatuzza descrive poi il suo ruolo nel furto della 126 e delle targhe da sostituire e nel trasferimento della macchina da Brancaccio al garage nella zona della Fiera di Palermo, a poca distanza da via D’Amelio.

“A Firenze abbiamo sbagliato obiettivo”
Il racconto del pentito fa poi un balzo in avanti, fino a scivolare negli episodi di sangue che scandirono la stagione stragista che nel 93 portò la guerra di Cosa nostra in Continente: a Firenze, Roma e Milano. Spatuzza si sofferma sull’attentato che sventrò il capoluogo toscano e precisa che il commando mafioso sbagliò obiettivo. Incalzato dalle domande del pm Di Matteo ricostruisce l’organizzazione della strage di via dei Georgofili dove persero la vita sei persone.“Siamo partiti da Palermo con la foto del monumento da colpire a Firenze ma non lo abbiamo centrato. Non so se 100 o 200 metri da dove avvenne l’esplosione ma il fiorino si fermò prima, non so se per colpa di un vigile”.

“Dovevamo sequestrare editore Ardizzone”
Ma il piano dei corleonesi per mettere in ginocchio lo Stato non si sarebbe dovuto fermare ai morti di Firenze, Roma e Milano. “Progettammo dei sequestri di persona per finanziare la nostra attività – continua u tignusu – avevamo già scelto gli obiettivi e i nascondigli. Dovevamo rapire il nipote di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio e il proprietario del Giornale di Sicilia Ardizzone“. “Il piano, che poi fu accantonato, era in fase avanzata – ricorda -. E Graviano con una battuta mi disse: ‘affidiamo i sequestrati ai latitanti, gli diamo un po’ di lavoro’”.

“Dobbiamo portarci dietro altri morti”
 Spatuzza giunge a un altro capitolo, mai del tutto chiarito, nella storia nera delle stragi: il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma a gennaio del 94. ”Graviano mi disse ci dobbiamo portare dietro un po’ di morti – ricorda – così chi si deve muovere si dà una smossa. C’è una situazione che se va a buon fine ne avremo tutti dei benefici, anche i carcerati”. “Nel progetto che mi venne affidato – aggiunge – c’erano già le modalità esecutive. Dovevo andare a Roma e uccidere un bel po’ di carabinieri”. ”Perché – disse Graviano – ‘gli dobbiamo dare il colpo di grazia’”.

“Graviano alluse a Trattativa”
La deposizione arriva all’epilogo. Spatuzza ricorda: 
“Graviano non usò mai con me l’espressione trattativa. Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii però che alludeva a un accordo, a una trattativa”. Il pm Di Matteo gli ha contesta che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa e il pentito risponde: “Graviano non lo disse, ma se non era trattativa quella cosa lo è?”.

Interrogato dal pm Francesco Del Bene, Spatuzza racconta un episodio che sarebbe accaduto a gennaio del 1994 quando un nutrito numero di killer di Cosa nostra erano a Roma per organizzare un attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. “Con un’aria gioiosa mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza”. “Poi – spiega – aggiunse che quelle persone non erano come quei 4 crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – continua il pentito – mi fece il nome di Berlusconi e aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”.

 

Difesa di Dell’Utri: “Inattendibile”
La deposizione di Spatuzza è stata preceduta da una schermaglia processuale tra la difesa dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tra gli imputati, e i pm. Il difensore di Dell’Utri, l’avvocato Giuseppe Di Peri, ha chiesto che venga depositato agli atti del processo il verbale illustrativo della collaborazione di Gaspare Spatuzza, una mossa finalizzata a dimostrare l’inattendibilità del pentito che non ha parlato, nella dichiarazione di intenti imposta dalla legge ai collaboratori di giustizia, delle notizie apprese dal boss Giuseppe Graviano su Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Per il legale, Spatuzza ha parlato delle circostanze riferite da Graviano dopo i 180 giorni che la legge indica come termine massimo entro il quale i pentiti devono dire all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Le dichiarazioni tardive vennero bollate dalla corte d’appello di Palermo che condannò Dell’Utri nel 2010 per concorso in associazione mafiosa e che stigmatizzò il comportamento di Spatuzza dichiarandolo inattendibile.

 

La Procura ha depositato un verbale illustrativo aderendo all’istanza del legale. Ma il difensore ha sostenuto che quello prodotto dai pm non è il verbale da lui richiesto, esistendone uno precedente. La Procura ha replicato che quello a cui il legale ha alluso è solo il primo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore, non il verbale di intenti

Premio Ilaria Alpi 2014. Vent’anni per non dimenticare.da: associazione Ilaria Alpi

Premio Ilaria Alpi Ventesima Edizione

Newsletter, 13 marzo 2014

E’ Necessario ricordare. Vent’anni senza Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Tutti gli eventi promossi dall’ Associazione Ilaria Alpi per ricordare l’anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (20 marzo 1994 – 20 marzo 2014).
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Uscito il nuovo Bando del Premio Ilaria Alpi. C’è tempo fino al 31 maggio.
Pubblicato il bando della ventesima edizione del Premio televisivo “Ilaria Alpi”.
C’è tempo fino al 31 maggio per presentare i servizi e le inchieste televisive.
La premiazione a Riccione dal 4 al 7 settembre 2014.

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Associazione Ilaria Alpi
Viale delle Magnolie, 2
47838 RICCIONE (RN)
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IV edizione Premio Immagini Amiche. Istituto Vaccarini di Catania premiato da: udi catania


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L’Istituto Vaccarini di Catania premiato dalla IV° Edizione del Premio Immagini Amiche

in Sicilia 42 le scuole che hanno accompagnato votazioni e percorsi didattici

Si è tenuta a Venezia la cerimonia conclusiva del premio Immagini amiche. La città è stata scelta per il lavoro condotto in questi anni nelle scuole del territorio per promuovere tra le giovani ed i giovani, la libertà nella costruzione delle identità personali.


Obiettivo del premio, arrivato alla sua quarta edizione, è passare dalla denuncia di ciò che non va alla visibilità di pratiche ed esempi positivi. Valorizzando quella comunicazione per immagini che non abusa del corpo delle donne utilizzando stereotipi e compie uno sforzo di creatività e rispetto.

L’iniziativa promossa dall’UDI Nazionale, dal Parlamento Europeo e dalla Città di Venezia, attraverso l’Assessorato alla Cittadinanza delle Donne con il servizio Europe Direct, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.

La cerimonia di premiazione, condotta dall’attrice Giorgia Cardaci, si è svolta a Venezia presso l’Ateneo Veneto, alla presenza della giornalista e scrittrice Daniela Brancati, presidente del premio, di Vittoria Tola responsabile dell’Udi Nazionale, di Bruno Marasà dell’Ufficio italiano del Parlamento europeo, dell’assessora alle Pari opportunità del comune di Venezia Tiziana Agostini, e della senatrice Cecilia Guerra.


I premi

“San Crispino” e “Edison” per la categoria pubblicità televisiva; “Riconosci la violenza”, “Meno giallo più rosa” e “Avon Cerchi d’acqua” per le affissioni; “Novolac” e “Avon” per la pubblicità cartacea; “Rai news 24” per la televisione; “InGenere” e “Toponomastica femminile” per il web; il Comune di Formia quale città virtuosa, e infine l’istituto Venturi di Modena e l’istituto Vaccarini di Catania, tra le scuole in concorso. Il Comune di Venezia ha ricevuto la menzione speciale fuori concorso.


La selezione

La giuria ha selezionato tre finalisti per ogni categoria in base alle segnalazioni arrivate sul sito www.premioimmaginiamiche.it. La commissione è presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati e composta da Vittoria Tola – Responsabile Nazionale UDI, Clara Albani – Cofondatrice del premio, Bruno Marasà – Ufficio italiano del Parlamento Europeo, Monia Azzalini – Ricercatrice, Gioia di Cristofaro Longo – Docente Antropologia Università La Sapienza, Loredana Lipperini – scrittrice e giornalista, Valeria Monti – esperta di comunicazione d’impresa.

Italicum, peggio della Legge Acerbo voluta dal fascismo da: micromega

 

 

 

di Domenico Gallo

Adesso che la legge elettorale, concordata fra Renzi e Berlusconi ma effettivamente scritta da Verdini, è stata approvata da un ramo del Parlamento, la realtà ci dimostra quanto sia utile un sistema bicamerale come clausola di salvaguardia per garantire che le decisioni politiche più importanti non siano assunte nella fretta e con l’inganno.

Fino a quando non sarà abolita la seconda Camera i blindati del decisore politico di turno non potranno passare a passo di carica sui diritti del popolo bue, travolgere l’eguaglianza, sopraffare le minoranze politiche o sociali. Dovranno affrontare il terreno accidentato delle pause di riflessione, delle contestazioni dell’opinione pubblica e dei ripensamenti che possono allignare persino nella coscienza degli yes-men inviati dai partiti in Parlamento.

Proprio la vicenda della legge elettorale è una dimostrazione in corpore vivo della funzione di garanzia del bicameralismo che, solo qualche anno fa, tanto per fare un esempio, ci ha salvato dal ritorno di alcuni istituti tipici delle leggi razziali come l’espulsione dalle scuole italiane dei fanciulli figli di un Dio minore. (art. 45, lett. f. del pacchetto di sicurezza Maroni).

Quindi anche in questa vicenda dobbiamo confidare che le virtù del bicameralismo siano in grado di attivare un circuito decisionale meno asfittico e di consentire al popolo italiano di mettere becco in una questione che è di importanza vitale per la qualità della democrazia.

“Fra le questioni costituzionali non v’è n’è una tanto vitale per l’ordinamento delle garanzie pubbliche e che tocchi tanto da vicino la vita politica di tutto il popolo quanto la legge elettorale”, affermava Togliatti, intervenendo alla Camera nella discussione in corso sulla Legge Truffa, l’8 dicembre 1952. Del resto già duecento anni fa Gian Domenico Romagnosi aveva scritto che: “la teoria delle elezioni altro non è che la teoria della esistenza politica della Costituzione – e quindi che – è manifesto essere la materia delle elezioni l’oggetto più geloso che l’ordinamento dello Stato deve statuire”. Con parole più moderne potremmo dire che il sistema elettorale produce la “Costituzione materiale”, cioè determina l’ordinamento costituzionale vivente.

E’ fin troppo facile rilevare che questa legge elettorale darebbe vita ad un nuovo ordinamento politico, modificando radicalmente il volto della democrazia costituzionale, come prefigurata dai Costituenti. In particolare l’Italicum ripropone gli stessi vizi di incostituzionalità del porcellum, già denunciati dall’appello dei costituzionalisti pubblicato il 26 gennaio: ci sono le liste bloccate, come nel porcellum, c’è un premio di maggioranza che, combinato con le soglie d’accesso raddoppiate, distorce profondamente la volontà manifestata dal corpo elettorale, creando lo stesso risultato di disuguaglianza nel voto censurato dalla Consulta. Inoltre non viene introdotta la parità di genere, come prescritta dall’art. 51 della Costituzione.

L’Italicum nella sua impostazione si muove lungo i binari del porcellum, ma il risultato è fortemente peggiorativo. Infatti laddove il Porcellum mirava ad imporre una sorta di bipolarismo forzato, l’Italicum tende ad imporre un bipartitismo forzato, ovvero a creare una maggioranza artificiale nelle mani di un unico partito.

A questo proposito bisogna rilevare che è stato creato un meccanismo infernale per cui il premio di maggioranza effettivo non si limiterà al 15%, ma sarà molto superiore in quanto un partito potrebbe accedere al premio di maggioranza, cioè al 53% dei seggi, anche avendo il 20/25% dei voti popolari e giovandosi dei voti della coalizione che non producono seggi per i partiti minori. Questo meccanismo perverso non esisteva nella legge Calderoli. Nella tradizione italiana, pur all’interno di un sistema sostanzialmente bipolare, ci sono sempre stati governi di coalizione.

Per trovare un Governo formato da un unico partito bisogna risalire al 1924. Nella legislatura precedente il Capo del Governo si trovava a guidare una maggioranza composita formata da partiti e partitini. All’epoca si sentì l’esigenza di sbarazzarsi del ricatto dei piccoli partiti per consentire un’attività di governo più omogenea ed incisiva, in grado di realizzare le riforme di cui il Paese aveva bisogno. La soluzione trovata fu una nuova legge elettorale che correggesse quell’orribile sistema proporzionale che anche allora era considerato una sciagura da alcune parti politiche.

La legge Acerbo, attribuendo un enorme premio di maggioranza alla lista che avesse ottenuto un solo voto in più di tutte le altre liste, determinò la formazione del listone, che consentì a Mussolini di sbarazzarsi dei piccoli partiti e di catapultare alla Camera 355 deputati (più altri) da lui direttamente nominati. Un unico partito ebbe in mano le chiavi della maggioranza parlamentare e non tardò a trasformarsi in partito unico. Con la legge Acerbo fu cambiata la natura del Parlamento come istituzione rappresentativa e la Camera dei deputati fu trasformata in un bivacco di manipoli.

Tuttavia la legge Acerbo, pur mettendole nell’angolo, non riuscì ad impedire l’accesso al Parlamento delle forze d’opposizione perché non prevedeva le soglie di sbarramento per i partiti minori. Se Acerbo avesse adottato il metodo Verdini, Mussolini non avrebbe avuto bisogno di far uccidere Matteotti per sbarazzarsi dell’opposizione parlamentare; ci avrebbe pensato la legge elettorale a tenere fuori dalla Camera Matteotti e Gramsci.

La domanda è questa: è possibile dopo 90 anni, dopo la Resistenza, dopo l’avvento di una Costituzione democratica, fare una legge elettorale peggiore della legge Acerbo? Al Senato l’ardua risposta!

(12 marzo 2014)

SICILIA: SEGRETO ATOMICO UNITED STATES OF AMERICA. DOVE I BAMBINI MUOIONO DI LEUCEMIA da: terra real time

 

di Gianni Lannes
 
La più grande isola italiana è imbottita di armamenti atomici, in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Ecco un altro segreto a stelle e strisce targato Washington. La Sicilia orientale è stata contaminata da radiazioni nucleari dopo l’incendio di un aereo militare con a bordo armamenti atomici – non innescati – dell’alleato nordamericano e precipitato nei dintorni di Lentini. Il velivolo era decollato da Sigonella. 
 
Il 14 luglio 1984 alle ore 14.45 circa, si schianta in contrada Sambuci-San Demetrio a qualche chilometro da Lentini, in un agrumeto, in prossimità di una strada provinciale, il quadrigetto militare Lockeed C141B Starlifter. A bordo aveva un carico segreto. Nell’impatto muoiono sul colpo 9 militari nordamericani.
 
«I marines giunsero sul luogo del disastro pochi minuti dopo lo schianto e ostacolarono militarmente l’intervento dei mezzi di soccorso locali e l’accesso delle forze dell’ordine; l’indagine fu sottratta alla magistratura italiana» mi aveva rivelato nel 2006 Enzo Laezza, sostituto commissario della Polizia di Stato. Il signor Laezza, l’11 agosto 1987 ha perso la figlia Manuela, colpita dalla leucemia mieloide acuta. La zona dove precipitò l’aereo USA venne transennata e, per una quarantina di giorni la statale 194 che collega Catania a Ragusa, fu interdetta al traffico veicolare. Un altro aeroplano da guerra dell’aviazione USA in volo verso la base di Sigonella, perse quota su Lentini nel giugno 1985. L’area rimase impenetrabile per diversi mesi, fino a quando tutti i rottami del velivolo non furono recuperati.
 
foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 
A Lentini, Carlentini e Francofonte – luoghi famosi nel mondo per le arance – i bambini muoiono di leucemia più che in ogni altra zona d’Italia. La radioattività bellica uccide. Il 30 gennaio 2006, l’associazione “Manuela-Michele”, che dal 1991 si batte per far luce sul gran numero di bambini deceduti in loco a causa della leucemia, ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Siracusa, sollecitando un’indagine sulla «tangibile possibilità che i numerosi casi di leucemia possano essere causati dalla commistione di reati contro l’ambiente».  Il fascicolo da allora è nelle mani del pm Musco.
 
 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 
 
Vi è radioattività nel triangolo Lentini, Carlentini, Francofonte? «Non si sa che effetto avrà sul sistema immunitario dei siciliani di Lentini la radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel suolo» si legge in un passaggio del libro scritto dal professor J.W. Gofman, Radiation and Human Health (Sierra Club Books, San Francisco). Le ricerche scientifiche concordano nel ritenere l’esposizione a grandi quantità di radiazioni, il maggiore fattore di rischio per il tumore del sangue. 
 
 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 
 
«La leucemia è associata al plutonio, responsabile della perdita dell’immunità biologica che colpisce un numero crescente di persone» argomenta l’illustre scienziato Gofman.  
La Base aerea di Sigonella è un’installazione militare italiana sede del 41º Stormo AntiSom dell’Aeronautica Militare italiana ed ospita, inoltre, la Naval Air Station Sigonella (abbreviata in NAS Sigonella o NASSIG) della Marina Statunitense e dall’aeroporto.
 
Sigonella – photo by NATO
 
La base controllata e ribattezzata dagli “Alleati” addirittura “Saigonella” – come ben sanno i governanti tricolore e lo Stato Maggiore Difesa – è fornita di bombe atomiche, del tipo B 43, B 61, B 83, con potenza distruttiva variabile da 1 kiloton a 1,45 megaton nonché di mine nucleari di profondità. La U.S. Naval Computer and Telecommunication Station Sicily controlla, inoltre, la base ‘Ulmo’ di Niscemi dove si trovano 41 antenne che collegano i reparti fra Asia sud-occidentale, Oceano Indiano e Oceano Atlantico. E dove è stato allestito illegalmente il Muos.
  
Nel 2006 ho realizzato un’inchiesta giornalistica, pubblicata il 31 agosto 2007 dal settimanale LEFT. Su questa base conoscitiva i senatori Liotta, Russo Spena e Martone il 13 settembre di 7 anni fa, hanno indirizzato ai ministri dell’ambiente, della salute e della difesa l’interrogazione a risposta scritta numero 4-02645. 
 
 
 
 
 
 
Il governo Prodi, come in seguito il governo Berlusconi, il governo Monti, il governo Letta e il governo Renzi non hanno mai risposto. Mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano non si è mai interessato al caso. Se un capo dello Stato, da buon padre di famiglia, non ha a cuore la vita dei bambini, in virtù dell’articolo 32 della Costituzione, allora a che serve la sua funzione? 
 
 
 

 
 
 
 
 

“Dalla concertazione alla complicità, per la crisi del sindacato serve la rottura”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Quel terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e se i sindacati si opporranno pazienza.

Quindi secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati ci sono anche per colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli umori della destra: i sindacati hanno rovinato l’Italia e ora il presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL. In questo modo Renzi strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non essere né di destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando formalmente a sinistra.

Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.

Noi che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva qualcosa di insano. Questo scambio, il sindacato come istituzione stava meglio mentre per i lavoratori andava sempre peggio, non poteva durare all’infinito.

Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò che il suo governo, quello di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher, solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con i sindacati.

Fino alla crisi la concertazione ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla moderazione sindacale. Ora però non serve più, con le politiche di austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non piace ai signori dello spread, per i quali il sindacato è negativo in sé. Come diceva il generale Custer degli indiani, per chi guida la finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro gestione Sacconi, si chiedeva il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità con le imprese. E questa è stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti.

Renzi è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha il compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto. Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca lo scontento sacrosanto che c’ è verso la passività di CGIL CISL UIL , ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel sonno continui per sempre.

Alla crisi e alla ritirata dell’azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati.

La segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa barca. L’accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della casa che crolla, ma in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato attraverso regole autoritarie e corporative.

La risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi democratica, ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato.

Camusso, per non cambiare, si aggrappa all’intesa con CISL UIL e Confindustria, così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste sindacali.

Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.

Entrambe queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade tranne una. Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la piena autonomia di azione sociale.

Il sindacato deve cambiare e la sfida di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di austerità.

Il bellissimo film americano Fronte del porto negli anni 50 denunciava la corruzione nel sindacato. Questa c’era davvero, ma il film si collocava nella campagna maccartista per colpire la sinistra radicale e i comunisti, e in particolare il sindacalismo conflittuale educato dalle lotte degli anni della presidenza Roosvelt.

Alla fine la corruzione sindacale rimase tutta, ma il sindacato era stato epurato proprio dei suoi elementi più combattivi. Un contributo lo diede anche l’ attore e futuro Presidente Ronald Reagan, con le sue denunce contro i militanti radicali nel mondo dello spettacolo.

Sanità, il sistema nazionale non può sopportare altri tagli. “Rischio Grecia anche per l’Italia” Autore: fabio sebastiani

Tra spending review, privatizzazioni e crisi delle Regioni, nel giorno del varo delle cosiddette riforme del Governo Renzi, il timore è che a pagare sia il sistema sanitario nazionale. La senatrice Emilia De Biasi, presidente della commissione Sanita’ del Senato, a nome di tutti i componenti della stessa usa parole molto chiare:”In un momento di grave crisi economica – dichiara – le politiche sanitarie e sociali non possono essere ulteriormente penalizzate”. “Ulteriori restrizioni comporterebbero inevitabilmente una riduzione dei servizi, soprattutto a danno delle fasce piu’ deboli della popolazione”, avverte.
Un po’ di tempo fa, a proposito della situazione sanitaria in Grecia, la rivista Lancet sottolineò l’aumento del 43% della mortalita’ infantile. E incluse questa impennata fra gli effetti dei tagli lineari alla sanita’ imposti al paese. E’ lo stesso tipo di pericolo che si corre in Italia? Secondo gli esperti del think thank Action Institute, che ieri sono intervenuti a Roma durante un convegno dell’Autorita’ Antitrust, senza un ripensamento radicale del sistema sanitario italiano e uno stop alle sforbiciate indiscriminate al bilancio potremmo fare la stessa fine, e anzi in qualche regione gia’ si vedono i primi segni in questo senso.
”I tagli in Grecia hanno portato ad esempio allo stop ai programmi di fornitura di siringhe ai tossicodipendenti, e persino alle disinfestazioni nelle citta’, col risultato di far tornare la malaria – ha spiegato Walter Ricciardi dell’area Sanita’ di Action Institute e direttore dell’osservatorio sulla Salute delle Regioni -. Noi stiamo conducendo uno studio per verificare gli effetti dei tagli anche da noi, ma si puo’ gia’ dire che in alcune Regioni il processo e’ gia’ iniziato. Al contrario nei paesi del nord Europa, dove si e’ scelto invece di operare diversamente, la crisi non ha influito sulla salute”. L’aspettativa di vita di chi nasce nel Sud, hanno sottolineato gli esperti, e’ gia’ quattro anni piu’ bassa rispetto alla media.

Lavoro, nel 2013 persi 478mila occupati Fonte: rassegna

Nel 2013, l’Italia ha perso 478 mila occupati, pari a 1.311 posti di lavoro in meno al giorno, il numero dei disoccupati è aumentato di 369mila unità, pari al 13,4% in più in 1 anno, e di questi 158mila sono giovani tra 15 e 34 anni. Il drammatico bollettino di guerra del nostro mercato del lavoro è stilato da Confartigianato che, in vista della presentazione del Jobs Act da parte del governo, mette in luce anche i problemi legati all’istruzione e formazione professionale, al cuneo fiscale e agli ammortizzatori sociali.

Sull’andamento dell’occupazione pesa il costo del lavoro. Per i 4.433.093 dipendenti delle micro e piccole imprese italiane fino a 50 addetti il cuneo fiscale costa 78.502 milioni. A questo proposito, il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, avverte il governo: “Attenzione alle scelte per ridurre il carico fiscale su cittadini e imprenditori. La coperta delle risorse a disposizione è corta: servono soluzioni equilibrate capaci di rilanciare la competitività delle nostre aziende. Non vorremmo si finisse per privilegiare alcuni settori, lasciando scoperti milioni di imprese e loro dipendenti esposti alla concorrenza internazionale”.

Secondo Confartigianato, la situazione occupazionale è influenzata anche dai problemi del sistema formativo: in Italia, la percentuale di under 25 che studiano e lavorano è appena del 2,8%, a fronte della media del 13,6% dei Paesi dell’Ue a 27. Confartigianato segnala, inoltre, che i diplomati degli istituti tecnici e professionali presentano una situazione occupazionale migliore rispetto a chi ha frequentato licei o ha avuto un’istruzione magistrale e artistica. I diplomati degli Istituti tecnici, infatti, risultano occupati per oltre la metà (57,6%), con un tasso di disoccupazione pari al 22,4% e inferiore alla media dei diplomati (26,2%), mentre quelli degli istituti professionali risultano occupati per il 69%, l’incidenza maggiore tra i diplomati, a cui si accompagna il più basso tasso di disoccupazione, pari al 21,4%.

Le opportunità di trovare lavoro sono ostacolate dalla crisi ma anche da interventi normativi che hanno penalizzato un contratto a valenza formativa come l’apprendistato che, nel 2013, ha consentito l’11,5% delle assunzioni effettuate dalle imprese artigiane, a fronte dell’8,7% di apprendisti assunti dal totale delle imprese. Ma la vocazione dell’artigianato a utilizzare l’apprendistato è stata pesantemente compromessa, secondo Confartigianato, dai maggiori costi e vincoli introdotti nel 2012 dalla riforma Fornero e dalle incertezze applicative provocate dalle tre riforme dell’apprendistato succedutesi nel triennio 2011-2013. Risultato: tra il 2012 e il 2013 le assunzioni di apprendisti nell’artigianato sono crollate del 33,8%, a fronte di una diminuzione del 16% per il totale delle imprese.

Sul fronte degli ammortizzatori sociali, Confartigianato rileva il calo, tra il 2012 e il 2013, delle ore autorizzate di cassa integrazione guadagni in deroga: -22,9%. Una diminuzione ancor più apprezzabile perché, a fine 2012, il ricorso effettivo alla cig in deroga da parte delle imprese artigiane si traduce in un tasso di utilizzo del 23%, più che dimezzato rispetto alla media della cig straordinaria e in deroga rilevata nel 2012 e pari al 54,56%.

La Cassazione conferma: Fiat deve riassumere i 145 Fonte: Il Manifesto | Autore: Adriana Pollice

 

La Cas­sa­zione lo ha san­cito ieri in via defi­ni­tiva: la Fiat deve assu­mere i 145 ope­rai della fab­brica di Pomi­gliano iscritti alla Fiom. La Corte di appello di Roma nel 2012 aveva sta­bi­lito che la deci­sione del Lin­gotto di tenere fuori dalle linee tutte le tute blu Cgil con­fi­gu­rasse un com­por­ta­mento discri­mi­na­to­rio, il ver­detto della suprema corte depo­si­tato ieri pog­gia su un dato di fatto: il ricorso dell’azienda è inammissibile.

 

Gli ope­rai ave­vano un con­tratto Fga ( Fiat Group Auto­mo­bile s ) ma nel 2010 Ser­gio Mar­chionne decise di con­ver­tire il Giam­bat­ti­sta Vico in Fip (Fab­brica Ita­lia Pomi­gliano). Al momento del pas­sag­gio circa metà della forza lavoro è finita in cassa inte­gra­zione, in par­ti­co­lare tutti quelli con la tes­sera Fiom. Il piano Mar­chionne ha fatto una nuova piroetta nel 2013, con il ritorno dell’impianto a Fga. Nel mezzo i ricorsi Fiom, fino all’ultimo appello alla Cas­sa­zione pre­sen­tato dal Lin­gotto ma ancora in qua­lità di Fip.

 

Era stata la stessa Fiom a ecce­pire, con una appo­sita memo­ria, «l’inammissibilità del ricorso per soprav­ve­nuta carenza dell’interesse ad agire, stante l’avvenuta ces­sione, a far data dal primo marzo 2013, da parte della Fip e a favore della Fga, del com­plesso azien­dale sito in Pomi­gliano d’Arco». Moti­va­zione rite­nuta valida dagli ermellini.

 

Infatti, secondo la Suprema Corte, la Fip «non essendo più pro­prie­ta­ria dello sta­bi­li­mento presso il quale avreb­bero dovuto essere effet­tuate le ulte­riori assun­zioni di affi­liati alla Fiom, ovvero presso il quale già siano state effet­tuate le assun­zioni dei lavo­ra­tori nomi­na­ti­va­mente indi­cati, non ha più alcun con­creto e attuale inte­resse alla rimo­zione delle sta­tui­zioni rese nell’ordinanza impu­gnata». Le spese legali andranno divise tra le parti.

 

«Era­vamo con­vinti di essere di fronte a una discri­mi­na­zione – com­menta il segre­ta­rio gene­rale della Fiom di Napoli, Andrea Amen­dola – le sen­tenze ci hanno dato ragione e la Cas­sa­zione lo fa in maniera defi­ni­tiva. Ora si tratta solo di porre rime­dio nel più breve tempo pos­si­bile, in quanto la discri­mi­na­zione è con­ti­nuata anche dopo lo scio­gli­mento della newco, con i nostri ope­rai rima­sti sem­pre in cassa inte­gra­zione, senza essere stati chia­mati a lavo­rare nel set­tore A, quello che non è toc­cato dalla cig».

 

Da quat­tro anni i circa 1.200 ope­rai in cassa non entrano sulle linee in cui si pro­duce la Panda, tutto quello che hanno rac­cat­tato è qual­che set­ti­mana di lavoro nei set­tori B e C. Per loro la Fiat ha chie­sto un nuovo anno di cassa e ancora il rien­tro nel cer­chio magico del set­tore A si allon­tana. Secondo l’azienda gli ope­rai in cig non sono in grado di tenere gli alti stan­dard dei loro colleghi.

La Fiom però insi­ste e chiede for­ma­zione con soste­gno al red­dito, un per­corso cioè che con­senta a tutti il rien­tro in fab­brica anche nell’area riser­vata alla pro­du­zione della Panda. «Un altro anno di cassa così come è ora – spiega il respon­sa­bile del set­tore  auto­mo­tive  per la Fiom di Napoli, Fran­ce­sco Per­cuoco – non è accet­ta­bile, e lo hanno sot­to­li­neato anche gli altri sin­da­cati che ora con­di­vi­dono la nostra idea di intro­durre i con­tratti di solidarietà»