Stato-Mafia: l’inaccettabilità di una trattativa illegittima da: antimafia duemila

rizza-lo-bianco-webdi Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 12 marzo 2014
La replica alle tesi di Giovanni Fiancaca e Salvatore Lupo

Ci sono gli amici della musica, gli amici degli animali e ora pure gli amici della ‘’trattativa’’, ovvero gli alfieri della sostenibilita’ etica – ma soprattutto giuridica – di quel patto scellerato che, nel biennio ’92-’93, tra una bomba e l’altra, e in mezzo ai cadaveri carbonizzati di giudici, poliziotti, donne e bambini, lo Stato intavolo’ in gran segreto con il vertice di Cosa nostra per salvare la vita ad un pugno di politici finiti nella black-list dei killer mafiosi. I due amici della ‘’trattativa’’ si chiamano Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo: il primo e’ un giurista, il secondo uno storico; entrambi docenti dell’Ateneo palermitano, costituiscono il top dell’intelligentia siciliana, anche se Lupo e’ nativo di Siena. La loro tesi, riassunta nel saggio ‘’La mafia non ha vinto’’ (Laterza), appena sbarcato in libreria e prossimamente presentato in pompa magna in commissione Antimafia, ha l’ambizione di disintegrare il processo in corso nell’aula bunker di Palermo, quello sulla trattativa mafia-Stato.

 

Per Lupo e Fiandaca quel processo e’ privo di fondamenti giuridici: per loro, infatti, la trattativa fu non solo un’iniziativa legittima, ma addirittura doverosa, utile, benefica, di salvaguardia della sicurezza nazionale trattandosi dello strumento attraverso il quale lo Stato, in quel preciso momento storico, cerco’ di preservare la vita dei cittadini. Una tesi stroncata dal germanista Claudio Magris che sul Corriere ha definito ‘’disonorevole’’ per uno Stato trattare con dei fuorilegge. Se lo fa non e’ piu’ uno Stato, dice Magris, ma diventa ‘’un’accozzaglia di consorterie’’.

 

Noi siamo d’accordo con Magris. Siamo convinti che la trattativa (per parafrasare il Foglio, che con questa definizione fantozziana liquido’ il processo di Palermo, nel titolo di un articolo che anticipava le posizioni di Fiandaca) e’ ‘’una boiata pazzesca’’. E per questo motivo, i prof non ci amano. Al punto che, fin dalle prime pagine del loro saggio, si scagliano ripetutamente contro il volume ‘’Io So’’: l’intervista da noi realizzata con Antonio Ingroia e pubblicata da Chiarelettere alla fine del 2012, sulla trattativa e sulle ragioni culturali e politiche che l’hanno determinata. A Lupo e Fiandaca non e’ piaciuta. Con l’evidente intento di attaccare Ingroia, i due studiosi attaccano il  principio ispiratore del libro, che si rifa’ all’anatema civile (‘’Io so, ma non ho le prove’’) scagliato da Pasolini alla fine del ‘74 dalle colonne del Corsera. E ci accusano di non avere ‘’riflettuto sul principio generale per cui nessuno può affermare una sua verità a prescindere da prove documentarie e senza chiarire i processi cognitivi utilizzati’’.

 

Cari prof, non siamo giuristi ne’ storici, ma abbiamo riflettuto bene. E siamo sempre piu’ convinti di quello che abbiamo scritto. E cioe’ che oggi, a vent’anni dalle stragi, ‘’e’ necessario un ripensamento critico (su quanto e’ accaduto in Italia, ndr) che non debba esclusivamente tener conto delle risultanze processuali’’. Questo perche’  ‘’l’azione della giustizia, in questo ventennio, ha manifestato tutti i suoi limiti, legati all’esigenza prevista dal codice di trovare prove concrete, in ordine a reati specifici e a responsabili individuati con certezza. Ma non sempre queste prove e questi responsabili possono essere individuati, specialmente nell’ambito di indagini su episodi criminali che si iscrivono in una più ampia strategia della tensione fortemente orientata da interessi politici e da registi occulti, sulla quale sin dai primi momenti sono calate nebbie e cortine fumogene finalizzate a depistare l’accertamento della verità’’.

 

Che vuol dire? Vuol dire che se c’e’, come appare ormai acquisito, un pezzo dello Stato che rema contro l’accertamento della verita’, se depistaggi e insabbiamenti sono stati una costante della storia occulta del Paese, l’esercizio dell’ intelligenza critica e’ l’unico strumento rimasto in grado di diradare nebbie e cortine fumogene finalizzate a sviare anche una corretta ricostruzione storica. Quello che abbiamo voluto proporre, intervistando Ingroia, e’ insomma un ragionamento, una riflessione extragiudiziale, utilizzando proprio quei processi cognitivi che fanno esclusivo riferimento alla nostra intelligenza (dal latino intelligere = capire, ma soprattutto da inter lego = stabilire correlazioni tra elementi), e che prescindono dalle prove giuridiche proprio perche’ non pretendono di giungere ad una sentenza, ma ad una correlazione logica tra gli eventi che porti ad una consapevolezza lucida della realta’ che ci circonda. E’ il primato del pensiero critico, sostenuto in solitudine da Pasolini, nel suo famoso articolo del ’74: quello nel quale riconosce agli intellettuali il ruolo di sentinelle delle dinamiche perverse e delle derive criminali del potere. Certo, Pasolini era un intellettuale ‘’apocalittico’’ e aveva in mente una figura d’intellettuale altrettanto ‘’apocalittica’’, del tutto libera cioe’ da ogni conformismo ideologico. Sapeva bene che per condannare ci vogliono le prove, ma per analizzare la realta’ basta il pensiero critico. Perche’ la storia e la giustizia hanno seguito da sempre percorsi diversi: tranne che in tempi ecumenici (e pragmatici) come quelli attuali, nei quali storici e giuristi come voi, dottissimi prof, si avvinghiano su una visione univoca che appare cosi’ intrisa di perdonismo aprioristico da non accontentarsi neppure di quelli che un gip e una Corte d’assise hanno valutato come elementi di prova sufficienti a celebrare un processo.

 

Non ci resta, dunque, che la cronaca? La nostra ricostruzione, offerta ai lettori attraverso le parole di Ingroia, e’ infatti quella di cronisti, osservatori che (come insegna Pasolini) si limitano a ‘’coordinare fatti anche lontani, mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, e ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero’’. Niente di piu’. Nella terra dove tanti magistrati antimafia sono stati letteralmente fatti a pezzi da un sistema criminale protetto per oltre vent’anni dall’impostura dell’ipergarantismo, nella terra dove l’eccellenza del pensiero intellettuale appare febbrilmente impegnata ad isolare (piuttosto che a sostenere) la magistratura inquirente gia’ esposta a gravi e ripetute minacce di morte, l’inchiesta giornalistica indipendente rimane forse oggi l’esercizio piu’ libero del pensiero critico nel Paese.

Per questo, con l’umilta’ e la determinazione imposte dal nostro ruolo di cronisti, vi rivolgiamo solo una domanda: se dentro la trattativa, intesa machiavellicamente come fine che giustifica i mezzi, ci sono eventi che integrano estremi di reato, che si fa? Negli Usa, dopo l’attentato alle Torri gemelle, un governo democraticamente eletto si assunse la responsabilita’ di adottare una legge liberticida come il Patriot act, che reintroduce la tortura, in nome di un valore superiore di sicurezza nazionale. Ma in Italia non c’e’ mai stato un governo che si e’ assunto la responsabilita’ politica di individuare ipotesi legislative entro le quali ammettere la legittimita’ di un’interlocuzione dello Stato con i criminali mafiosi. Voi sostenete che il limite della procura di Palermo e’ di muovere dall’assunto che siccome una trattativa c’e’ stata, allora e’ illecita, senza provare i singoli fatti. Ma il rischio, come hanno rilevato anche pubblicamente stimati giuristi del vostro stesso Ateneo, e’ che la critica possa ritorcersi contro di voi: e cioe’ che siccome la trattativa e’ lecita, allora tutto quello che c’e’ dentro e’ lecito. Compresa la macelleria di uomini e donne che tra il ’92 e il ‘93 hanno pagato il prezzo del dialogo tra mafia e Stato. E questo per noi resta inaccettabile.

In foto: i giornalisti Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI CARLO SMURAGLIA

Visto che ho accennato anche alle votazioni europee, voglio chiarire un punto
che ritengo importante. Ci sono alcuni iscritti che si sono entusiasmati per la lista
Tsipras. E’ assolutamente legittimo che ognuno voti per chi vuole e si entusiasmi
per una lista che gli è simpatica. Madeve restare assolutamente fermo e
incontestabile il fatto che l’ANPI, comunque, non c’entra e non ci deve entrare.
Noi diremo come vorremmo la nuova Europa, lenuove istituzioni europee e i loro indirizzi,
ma non aderiremo a nessuna lista, quali che siano i nostri sentimenti pe
rsonali, perché non èil nostro compito; ed anzi, il
nostro dovere, come ANPI, è quello di tenerci rigorosamente
fuori da liste, candidature ed altro. Altrimenti, entreremmo in un campo che non è consono alle nostre finalità ed alla nostra identità

ANPI NEWS n.111-11\18 marzo 2014

 

 

APPUNTAMENTI

 

In quei giorni del marzo ’44 un milione di lavoratori incrociò le braccia”: in occasione del 70esimo della Resistenza e della Liberazione, convegno a Milano il 15 marzo promosso da ANPI Nazionale e Fondazione Di Vittorio. Interverranno, tra gli altri, Giuliano Pisapia, Carlo Smuraglia e Susanna Camusso

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

L’8 marzo ha un valore reale solo se al momento, come dire, “festoso” si aggiunge la constatazione della realtà esistente e della necessità di trasformarla. Personalmente, continuo a ritenere che bisogna agire soprattutto sulla “cultura” e sui “valori”, pretendendo il rispetto di questi ultimi e facendo in modo che essi entrino nella “normalità” corrente di ogni individuo. La mimosa non fa mai dispiacere, ma bisogna che sia accompagnata dall’impegno a cambiare questa società malata

Anche l’8 marzo è passato e riprende la vita di tutti i giorni, per gli uomini e soprattutto per le donne; perché non è un augurio, anche sincero, non è un complesso di manifestazioni e di iniziative, in un compendio di attenzioni e di promesse, che può cambiare la realtà. Avevo pensato di inviare, almeno a tutte le donne dell’ANPI, un augurio per la Festa delle donne. Ma poi ho intravisto il pericolo del formalismo, della ritualità; e soprattutto il rischio di essere confuso con quelli che sono pieni di buoni sentimenti per un giorno, ma poi – dal giorno successivo – tornano agli antichi pregiudizi, alla quotidianità che nega gran parte di quanto espresso in quella giornata. La verità è che viviamo una grande contraddizione tra l’essere e il dover essere (…).

Nuovo Governo: ancora non si è intravisto nulla che faccia ben sperare: un progetto preciso di riforma costituzionale, su cui discutere; un progetto per incrementare la crescita e creare posti di lavoro; un progetto (fattibile) per uscire dalla emergenza sociale; un disegno concreto per costruire un sistema veramente democratico (che è poi un compito imprescindibile di ogni Governo, quando è in atto una crisi anche politica ed etica). Qui si apre un’altra nota dolente: quando parlo di democrazia, parlo anche di antifascismo e di lotta contro il razzismo e la discriminazione

Che dire degli eventi politici? Nella news 108 ho parlato diffusamente della situazione politica, del nuovo Governo e degli enormi problemi sociali che il Paese deve affrontare. Esprimevo, allora, pensieri critici e perplessità. Sono passati dei giorni e non mi iscrivo alla categoria sempre più  numerosa (questo è, purtroppo, il Paese) di coloro che si esaltano agli annunci e credono alle parole. Io sto ai fatti ed esprimerò il mio pensiero con una frase semplicissima: il Comitato nazionale dell’ANPI ha approvato un documento in cui si sostiene con forza che la prima e vera riforma da attuare è quella della “politica”; non della politica in genere, ovviamente,  che è fondamentale per la stessa vita della democrazia, ma di questa politica, così come ci viene offerta da tempo nel nostro Paese e che ha finito per produrre un enorme distacco della gran parte dei cittadini(…)

Visto che ho accennato anche alle votazioni europee, voglio chiarire un punto che ritengo importante. Ci sono alcuni iscritti che si sono entusiasmati per la lista Tsipras. E’ assolutamente legittimo che ognuno voti per chi vuole e si entusiasmi per una lista che gli è simpatica. Ma deve restare assolutamente fermo e incontestabile il fatto che l’ANPI, comunque, non c’entra e non ci deve entrare

Noi diremo come vorremmo la nuova Europa, le nuove istituzioni europee e i loro indirizzi, ma non aderiremo a nessuna lista, quali che siano i nostri sentimenti personali, perché non è il nostro compito; ed anzi, il nostro dovere, come ANPI, è quello di tenerci rigorosamente fuori da liste, candidature ed altro. Altrimenti, entreremmo in un campo che non è consono alle nostre finalità ed alla nostra identità.

Voglio rendere nota – per il suo significato –  una corrispondenza intercorsa tra l’ANPI nazionale e un’Associazione veronese per la pace. Quest’ultima ci ha scritto, invitandoci ad aderire ad una manifestazione nazionale per la pace, un grande raduno, nella giornata del 25 aprile. Ci è sembrata singolare questa scelta, non della manifestazione, assolutamente lecita, ma del giorno in cui realizzarla; e ci ha sorpreso il fatto che alcuni dei firmatari dell’appello non abbiano fatto caso alla coincidenza di date. Ho risposto, con la lettera che pubblico qui di seguito, affinché tutto sia chiaro e soprattutto le nostre motivazioni siano comprensibili per tutti (…) 

“1944-2014: le Fosse Ardeatine 70 anni dopo”: cerimonia a Roma il 18 marzo nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Interverranno, tra gli altri, la Ministra della Difesa, Roberta Pinotti, il Sindaco di Roma, Ignazio Marino e Carlo Smuraglia

ANPINEWS N.111

L’ultima rivelazione di Riina: “Telecomando nel citofono”. Borsellino azionò la sua bomba da : antimafia duemila

riina-salvatore-big5di Salvo Palazzolo – 12 marzo 2014
Il capomafia ha fatto nuove confidenze al compagno di socialità. I pm di Caltanissetta indagano sul misterioso tecnico che il pentito Spatuzza dice di aver visto il giorno prima dell’attentato. E dai vecchi atti dell’inchiesta salta fuori una relazione di servizio: una telefonata anonima al 113 aveva annunciato la strage, due ore prima.

 

Sono una continua sorpresa i dialoghi di Totò Riina con il suo compagno di ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso: gli investigatori della Dia stanno finendo di trascrivere le intercettazioni proprio in questi giorni. A novembre, il capo di Cosa nostra è tornato a parlare delle stragi e al suo interlocutore ha raccontato un retroscena del tutto inedito sulla bomba che il 19 luglio 1992 scoppiò in via d’Amelio, a Palermo: Riina spiega che il telecomando della carica era stato sistemato nel citofono del palazzo dove abitava la madre del procuratore Borsellino. Il capomafia ha un tono compiaciuto quando descrive la scena a Lorusso. Paolo Borsellino, citofonando alla madre, avrebbe azionato la bomba piazzata dentro la Fiat 126, la bomba che non lasciò scampo al magistrato e ai cinque poliziotti della scorta.

 

Quest’ultima sconvolgente verità è adesso all’esame del pool coordinato dal procuratore Sergio Lari, che in questi anni non ha mai smesso di cercare la verità sui misteri di via d’Amelio. I pm di Caltanissetta stanno ripercorrendo con attenzione le parole di Totò Riina, perché ancora oggi c’è un grande mistero attorno al telecomando che attivò l’ordigno della strage di luglio. Neanche gli ultimi due pentiti di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno saputo dire chi avesse in mano il congegno elettronico. Forse, perché è proprio come dice Riina? Forse, per davvero, nessun mafioso azionò il telecomando?

 

Tranchina ha spiegato che a metà luglio, il suo capomafia, Giuseppe Graviano, cercava un appartamento in via d’Amelio: “Poi, dopo alcuni sopralluoghi, mi disse che si sarebbe accomodato nel giardino. Dopo la strage, si limitò a commentare: “Na spurugghiammu“. Ci siamo riusciti.

 

Ma Tranchina non ha mai visto un telecomando in mano a Giuseppe Graviano, che invece, dal giardino dietro via d’Amelio, potrebbe avere attivato il congegno di cui adesso parla Riina, nel citofono del condomonio a poca distanza.

 

Misteri su misteri. Ma troppo tempo è trascorso, e oggi è impossibile verificare cosa ci fosse per davvero dentro quel citofono. Però, se Riina dice la verità doveva essere opera di una mano molto esperta, chissà forse la stessa che Spatuzza vide in azione il giorno prima della strage, quando la 126 fu imbottita di esplosivo in un garage di via Villasevaglios, a un paio di chilometri da via d’Amelio. Il pentito ha detto di non sapere chi fosse quell’uomo che si aggirava attorno all’autobomba. Però, adesso, si può ipotizzare che fosse un esperto elettronico. E non era un appartenente a Cosa nostra, precisa Spatuzza.

 

LA TELEFONATA AL 113
Una cosa, invece, è certa. Alle 14,35 di quel 19 luglio 1992, una voce maschile annunciò al 113: “Tra mezz’ora esploderà una bomba sotto di voi”. Lo dice una relazione di servizio che l’agente di turno stilò qualche ora dopo l’eccidio di via d’Amelio. Scrisse: “Tanto si riferisce per doverosa notizia. Della telefonata veniva informato il funzionario di turno alla squadra mobile, dottor Soluri”. L’agente Giuseppina Candore firmò e inviò la relazione di servizio al “Signor dirigente la squadra mobile” e al “Signor dirigente l’ufficio prevenzione generale”. Repubblica ha ritrovato quel documento, è l’allegato 66 del primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage. A margine, qualcuno fece un’annotazione: “Squadra mobile, sequestrare nastro”. Ma di quel nastro oggi non c’è traccia.  E senza la voce dell’anonimo sarà impossibile fare ulteriori accertamenti su quest’altro importante tassello della verità che ancora non c’è.

 

L'ultima rivelazione di Riina: "Telecomando nel citofono" Borsellino azionò la sua bomba

 

Però, la relazione di servizio del poliziotto resta comunque un indizio importante per cercare di comprendere chi fossero gli attori che si muovevano quel pomeriggio sul palcoscenico di Palermo. Probabilmente, non erano tutti attori di un’unica compagnia, quella di Cosa nostra. E’ l’ipotesi dei magistrati di Caltanissetta Nico Gozzo, Stefano Luciani e Gabriele Paci. Anche se al momento, non è emersa alcuna presenza di uomini infedeli delle istituzioni. Solo ombre. Nel garage di via Villasevaglios, durante la preparazione dell’autobomba. In via d’Amelio, dopo la strage, quando scomparve l’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Chi fece la chiamata al 113? Difficile pensare a un mafioso che telefona alla polizia per avvertire della preparazione di un attentato. Chi era allora l’uomo che tentò di evitare un’altra strage? E perché lo fece? Forse, un rimorso dell’ultima ora? I pm di Caltanissetta e di Palermo sperano ancora che si possa aprire una breccia fra chi, dentro le istituzioni, conosce la verità su quella terribile stagione delle bombe.

Tratto da: palermo.repubblica.it

Trattativa, parla Bellini: “Io infiltrato in Cosa nostra per conto dello Stato” da: antimafia duemila

aula-bunker-rebibbia-effL’ex estremista nero, protagonista di una trattativa parallela, parla per la prima volta di un misterioso carabiniere del Ros
di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin – 11 marzo 2014
“Ero schifato dopo le stragi capivo che si doveva fare qualcosa anche perché io non sono mai stato un terrorista. Quando mi incontrai a San Benedetto del Tronto con il maresciallo Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, dissi che mi sarei potuto infiltrare dentro Cosa nostra. Lui disse che ne avrebbe parlato con il colonnello Mori. Tempo dopo ci vedemmo a Roma, in un distributore di benzina lungo il raccordo anulare. Arrivò l’ok del colonnello e io andai in Sicilia a contattare un mio vecchio compagno di cella, Antonino Gioè (boss stragista morto in carcere in circostanze poco limpide ndr). Altrimenti col cavolo che sarei andato nella tana del lupo a suicidarmi”.

 

E’ così che Paolo Bellini, ex estremista nero, dopo le stragi viene investito del ruolo di “protagonista” di una “trattativa parallela” con Cosa nostra. L’ex militante di Avanguardia Nazionale, ha deposto questa mattina innanzi ai giudici della II Corte d’Assise di Palermo, nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, nel corso dell’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Un dibattimento in cui il teste, rispondendo alle domande dei pm Tartaglia e Teresi, ha ripercorso la ‘sua’ verità in quegli anni di stragi. Il pretesto per il contatto con Cosa nostra sarebbe stato il recupero di alcune opere d’arte rubate dalla Pinacoteca di Modena. “Quando incontrai Gioé – prosegue Bellini – lui mi chiese per conto di chi arrivava questa richiesta. Addirittura mi chiese se per caso mi mandava la massoneria e che in quel caso non c’erano problemi perché aveva direttamente la possibilità di avere rapporti con la massoneria trapanese. Io risposi che interessava ai politici locali e interessava anche al Ministero dei beni culturali. Del resto avevo le foto delle opere e la cartellina con i timbri ministeriali. Tempo dopo tornò con altre foto di opere d’arte ed una busta con quattro o cinque nominativi per i quali voleva arresti ospedalieri o domiciliari. Ricordo i nomi di Pippo Calò, Brusca, Pullarà. Quell’elenco lo consegnai al maresciallo Tempesta che lo consegnò a sua volta a Mori. Quando tornò con la risposta, tempo dopo, mi disse che non si poteva fare perché ‘C’era il gotha di Cosa nostra’ ma che avrei dovuto mantenere il canale aperto con la possibilità di fare qualcosa per un paio di nominativi’. Non solo i contatti con Vito Ciancimino quindi. Il Ros avrebbe portato avanti più canali per arrivare ad un colloquio con Cosa nostra ed ovviamente i mafiosi alzarono subito il tiro.

 

Trattativa con alti piani
Non fu quello l’unico momento in cui Gioé parlò di trattativa con Bellini. “Gioè mi parlò di una trattativa in corso coi piani alti del Governo italiano ma non ne ho mai parlato perché dovevo tenermi qualche cartuccia da sparare durante i processi”. Del resto Cosa nostra negli anni delle stragi era messa a dura prova in particolare dal regime carcerario del 41 bis: “In quel periodo erano spiazzati, si lamentavano i familiari dei sottoposti al 41 bis a Pianosa. A dire di Gioè loro erano consumati, vedevano solo due strade o la morte o la galera a vita”. Bellini ha poi ripercorso come ha incontrato e conosciuto il capomafia: “Quando fui trasferito da Firenze a Sciacca, lì conobbi Gioè. Ci vedevamo tutti i giorni, lui era una persona di grande rispetto io capii che era una persona posizionata, ci fu una simpatia iniziale… Ha saputo la vera identità quando fummo trasferiti nel carcere di Palermo”. E in merito al ruolo attribuitogli di “suggeritore” delle stragi in continente Bellini ha dichiarato: “Su di me sono state dette tante cose ma io sono qui per raccontare la verità.
Fu Gioé a chiedermi ‘Che cosa accadrebbe se sparisse la Torre di Pisa?’”. Un frase sinistra che appare profetica se si pensa che nel 1993 il patrimonio artistico italiano fu colpito a Firenze, Roma e Milano. Frase che sarebbe stata riferita da Bellini al maresciallo Roberto Tempesta, il sottufficiale in servizio al Nucleo tutela patrimonio artistico. “Ma quando dissi al maresciallo Tempesta quella frase cosa fecero? Nulla di nulla” ha aggiunto Bellini.

 

“Aquila selvaggia? Sono del Ros”
L’ex militante di Avanguardia Nazionale, nome in codice “Aquila selvaggia” (nel gergo usato per le comunicazioni con il maresciallo Tempesta ndr) ha anche rivelato che nel dicembre del 1992, quando i rapporti con il militare del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri avevano avuto uno stop, era stato avvicinato da un altro ufficiale. “Una persona suonò al citofono di casa mia – ha detto – e mi chiamò col nome in codice che sapevano solo Tempesta e il colonnello del Ros Mario Mori. Si presentò come un uomo del Ros e mi disse di non cercare più Tempesta, che il contatto sarebbe stato lui e di non venire in Sicilia perché era pericoloso in quanto ci sarebbe stata un’imminente operazione. Non ho mai parlato con nessuno di questo, e loro non hanno più richiamato” conclude il collaboratore”. Bellini, che aveva comunque il contatto con Gioé anche per altri motivi, non seguì quell’indicazione. “Dovetti tornare in Sicilia per incontrare Nino a cui dovevo dei soldi. Quando mi recai nel luogo dell’incontro, nei pressi del motel Agip di Palermo, riconobbi quell’ufficiale che tempo prima mi aveva sconsigliato il viaggio in Sicilia”. E’ a quel punto che, spaventato, Bellini sarebbe andato via da Palermo mancando l’appuntamento con il capomafia.

 

La lettera di Gioé
“Dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato; mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ricercato. Supponendo che il sig. Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo. L’ultima volta che ho incontrato quest’uomo è stato presso la cava Buttitta solo per pura fatalità me lo sono fatto portare in quel posto dove ero andato per cercare di convincere il sig. Gaetano Buttitta a comprare del lubrificante da me…”. Questo il contenuto esatto della lettera rinvenuta nella cella di Gioè il 29-7-93, scritta prima del presunto suicidio. Forse è proprio per quel mancato appuntamento che il capomafia aveva capito che Bellini era davvero un infiltrato anche se il sospetto che il ruolo di Bellini, come uomo vicino ad una parte dello Stato, fosse ben chiaro ai capimafia già nel 1991 (ovvero prima delle stragi), resta.

La riunione di Enna
Nel dicembre 1991 è notorio che in un casolare di Enna si tenne una riunione della Commissione regionale con tutti i capimafia per decidere in merito alla strategia stragista che avrebbe dovuto portare all’eliminazione dei politici traditori (da Lima all’ex presidente del Consiglio Andreotti) ai nemici di sempre (Falcone e Borsellino). Tra le nuove prove che i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia c’è anche una ricevuta rilasciata da un hotel di Enna, datata 6 dicembre 1991 ed intestata proprio a Paolo Bellini. Così come aveva fatto durante gli interrogatori con i pm, anche in aula ha ribadito che all’epoca si trovava in Sicilia per affari. “Dovevo recuperare alcuni crediti a Catania e Palermo e l’unico contatto avuto con Antonino Gioé era proprio per chiedergli aiuto su questa attività. Quel pernottamento non era programmato per un motivo specifico ma del tutto casuale”. Una spiegazione che non ha convinto del tutto i pm, anche perché è quantomeno singolare che, per un recupero di crediti a Catania, lo stesso abbia scelto un hotel di una città distante quasi 90 chilometri. Così l’esame è proseguito con il pm Tartaglia che lo ha incalzato chiedendogli dei commenti di Gioé su Lima.
Rispondendo alla domanda del magistrato, che in riferimento alla morte dell’onorevole Salvo Lima ha chiesto a Bellini se Gioè gli disse mai se l’omicidio fosse servito anche per mandare un messaggio al presidente Andreotti, il collaboratore ha dichiarato: “era stato quello il senso, si…. Gioé mi parlò dell’omicidio di Lima e disse che era stato fatto per dare uno schiaffo alla Dc di Andreotti perché non aveva rispettato quello che avrebbe dovuto fare a Roma per il maxi processo”. Di seguito, l’ex trafficante di opere d’arte ha parlato di un episodio avvenuto ad Enna: “Mi ricordo… si parlò, disse così…a Enna c’era… a Enna mi ricordo di una passeggiata che ho fatto per andare alla cena, c’era la saracinesca di un negozio abbassata.. fu il momento di una risata”. L’occasione di ilarità sarebbe scaturita dall’aver visto una scritta, sulla vetrina, riferita proprio al presidente del consiglio Giulio Andreotti. Tartaglia ha rilanciato: “Scusi ha detto ‘fu motivo di una risata’, ma perché c’era anche Gioè ad Enna?”. E Bellini: “No, chi ha detto Enna?”. Si è subito giustificato il collaboratore. “La risata tra noi due mentre facevamo questo discorso… lui mi fece venire in mente un flash non che io ero a Enna con Antonino Gioè”. Bellini ha anche ricostruito la propria storia passando dagli omicidi commessi tra cui quello del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, alla sua affiliazione alla ‘Ndrangheta e la latitanza sotto falsa identità trascorsa in Brasile.
Pian piano, pur con le difficoltà dovute alla malattia da cui è affetto, che ha conseguenze sulla memoria, ha ricostruito diverse vicende, tra cui il periodo vissuto in cella quando era conosciuto con il nome di Roberto Da Silva. Nel suo racconto Bellini ha anche espresso uno sfogo nei confronti dello Stato come istituzione colpevole di averlo, a suo dire, abbandonato: “Sono un morto che cammina ma faccio il mio dovere fino in fondo. Lo Stato con me ha firmato un contratto che non ha rispettato”. Peccato che, come ha ricordato al teste lo stesso presidente Montalto, in quel contratto era previsto il dover dire tutta la verità mentre solo oggi ha raccontato la visita dell’uomo del Ros nella sua abitazione, così come soltanto nel 2013 ha raccontato della “seconda trattativa”, dopo averla aveva accennata ad un giornalista del Resto del Carlino, Marco Pratellesi, il quale aveva scritto in merito un articolo nel 1998. Il processo proseguirà domani mattina con il controesame del teste  mentre, successivamente, verrà sentito dalla corte il pentito Fabio Tranchina.

Uno per uno, i nazisti nel nuovo governo ucraino da: popoff.globalist

I nostalgici di Hitler occupano alcune delle poltrone chiave dell’esecutivo, come il ministero della Difesa e quello dell’Istruzione. Legami anche con Al Qaida. [F. Fracassi]


Redazione
venerdì 7 marzo 2014 13:08

Gli ultrà della Dynamo Kiev hanno avuto un ruolo chiave negli scontri di piazza Maidan.

Gli ultrà della Dynamo Kiev hanno avuto un ruolo chiave negli scontri di piazza Maidan.

di Franco Fracassi

Vice primo ministro, ministro della Difesa, segretario e vice segretario del Consiglio nazionale di Sicurezza e Difesa, ministro dell’Istruzione, ministro dell’Ambiente, ministro dell’Agricoltura, ministro della Gioventù e dello Sport, procuratore generale dell’Ucraina, presidente della commissione Anticorruzione. I nazisti nostalgici di Hitler hanno preso possesso del nuovo governo ucraino, occupando molti dei posti chiave. È la prima volta dalla seconda guerra mondiale che dei politici che si rifanno espressamente al Terzo Reich salgono al potere in Europa.

E non è tutto. Due di queste persone sono legate a Doku Khamatovich Umarov (conosciuto col nome islamico di Dokka Abu Usman), uno dei più feroci comandanti dei ribelli ceceni, nonché autoproclamatosi ex Emiro dell’Emirato del Caucaso. Abu Usman ha rivendicato sia l’attentato del 29 marzo 2010 alla metropolitana di Mosca (quarantuno morti), sia quelo all’aeroporto di Mosca del 2011 (trentasette morti). L’Emirato islamico del Caucaso è iscritto dalle Nazioni Unite come organizzazione appartenente alla galassia di Al Qaida. Uno di questi due politici ha anche personalmente combattuto in Cecenia contro i russi.


Guerriglieri dell’Emirato del Caucaso in posa davanti alla loro bandiera.

In Ucraina esistono diversi partiti che si rifanno alla tradizione nazista e a Stepan Bandera, capo della divisione Ss Galizien, responsabile dell’eccidio di centinaia migliaia di persone e della deportazione di un numero equivalente di ebrei, comunisti e zingari verso i campi di sterminio nazisti. In alcune zone dell’Ovest, epicentro della rivolta anti Yanukovich, alle ultime elezioni la galassia di estrema destra ha superato il quaranta per cento dei voti. Oggi, tutti questi partiti sono entrati a far parte del governo.

L’Unione Pan-Ucraina “Libertà”, meglio conosciuto come Svoboda, è il più importante partito neonazista. Nato nel 1991 col nome esplicito di Partito nazionalsocialista dell’Ucraina, oggi è guidato da Oleg Tiaghnibok, che a piazza Maidan indossava un casco e uno scudo con una croce celtica in bella evidenza, insieme al numero 1488, che è l’emblema del neonazismo suprematista bianco.


Manifestanti di Svoboda sfilano mostrando l’immagine di Stepan Bandera.

Il programma politico di Svoboda prevede l’abolizione del diritto d’aborto e la criminalizzazione di chi anche solo si dichiara a favore dell’aborto, la messa al bando di tutti i partiti comunisti, il diritto di possedere armi, l’indacazione sui passaporti dell’appartenenza etnica e religiosa, la creazione di un arsenale nucleare ucraino, l’entrata nell’Unione Europea e l’adesione alla Nato.

Il deputato di Svoboda Ihor Miroshnychenko ha dichiarato: «L’omosessualità andrà bandita da questo Paese, perché è una malattia che aiuta a diffondere l’Aids». Miroshnychenko ha scritto un libro (“Nazionalsocialismo”) per spiegare l’ideologia che è alla base del suo partito. Tra i riferimenti ideologici più ricorrenti figurano il capo delle camicie brune Ernst Röhm, il gerarca nazista Gregor Strasser e il vice di Hitler Joseph Goebbels. Lo stesso deputato, sulla sua pagina Facebook, ha definito l’attrice Mila Kunis «una scrofa», perché è nata sì in Ucraina, ma da padre russo e madre ebrea.


Un militante di Svoboda si prepara allo scontro a piazza Maidan.
Svoboda è stato definito dal Centro Simon Wiesenthal: «Uno dei cinque partiti più anti semiti del pianeta».

I camerati del Tridente (Trizub in ucraino) sono quelli che durante la battaglia di Kiev hanno occupato le caserme e i depositi d’armi. Il loro leader, Dmitrij Jarosh, viene considerata la figura più minacciosa e pericolosa tra i leader di estrema destra.

Il partito Karpatskaja Sech prende il nome da una lingua inventata dai nazisti ucraini durante la seconda guerra mondiale quando, sotto l’occupazione hitleriana, venne abolito il russo. Secondo i collaborazionisti la karpatskaja rus era la mitologica lingua che si parlava in Ucraina prima della nascita del regno russo, la Rus di Kiev.


Militanti di Una-Unso sfilano per le strade di Lviv.

Una-Unso, acronimo di Assemblea nazionale ucraina-Auto difesa del popolo ucraino, è un partito di estrama destra i cui militanti si organizzarono in brigate volontarie che andarono a combattere al fianco dei guerriglieri ceceni. La sua idealogia si basa sul fondamentalismo ortodosso, sul nazionalismo ucraino, sull’anti semitismo e sulla «necessità di un governo autoritario».

Ministro per ministro, Popoff è in grado di raccontarvi chi sono i politici che hanno preso il potere a Kiev, coloro che avranno un ruolo chiave nell’approviggionamento energetico dell’Europa e che forse in futuro siederanno nella Commissione europea.


Andriy Parubiy
Segretario del Consiglio nazionale sicurezza e difesa (corpo ombrello del ministero della Difesa e delle Forze Armate).
Cofondatore di Svoboda.


Dmitriy Jarosh
Vicesegretario del Consiglio nazionale Sicurezza e Difesa.
Capo del Trizub Stepan Bandera e di Fazione destra. Jarosh ha combattuto con
gli islamisti ceceni.


Oleksandr Sych
Vicepremier e membro di Svoboda.
Attivista antiaborto, anche in caso di stupro.


Igor Tenjukh
Ministro della Difesa. Anche se la sua adesione formale a Svoboda non è certa, ha partecipato alle sue riunioni.


Sergej Kvit
Ministro della Pubblica Istruzione.
Membro di Svoboda.


Andriy Mokhnik
Ministro dell’Ambiente. Membro di Svoboda.


Igor Shvajka
Ministro dell’Agricoltura. Membro di Svoboda.


Dmitry Bulatov
Ministro della Gioventù e dello Sport. Membro di Una-Unso.


Oleg Makhnitskiy
Procuratore generale dell’Ucraina.
Membro di Svoboda.


Tatyana Chornovol
Presidente della commissione Anticorruzione nazionale.
Membro di Una-Unso.


Un comizio di Una-Unso.

Trattativa Stato-mafia: in aula Bellini, la “Primula rossa” del terrorismo nero da: il fatto quotidiano .it

Il protagonista di mille misteri si trovava a Enna nel dicembre del 1991, proprio mentre nella setssa città i boss di Cosa nostra si riunivano per pianificare le stragi. Il suo nome collegato alla vicenda Gioè e agli albori della Falange armata

Strage di Capaci

È riemerso dal passato come uno dei tanti pezzi di un puzzle ancora tutto da comporre, collegando l’eversione nera alla strategia stragista di Cosa nostra che mise a ferro e fuoco il Paese tra il 1992 e il 1993. Tra le nuove prove raccolte dai pm che indagano sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, c’è una ricevuta rilasciata da un hotel di Enna, datata 6 dicembre 1991 e intestata a uno dei personaggi più controversi che fanno capolino sullo sfondo del patto segreto tra la piovra e le istituzioni. È solo un pezzo di carta, ma apre spiragli nerissimi e sconosciuti. Perché quella ricevuta certifica la presenza di Paolo Bellini a Enna, in quella fredda notte d’inverno, pochi mesi prima che le stragi al tritolo cambiassero per sempre la storia d’Italia.

Una presenza che gli investigatori definiscono inquietante e sulla quale l’ex esponente di Avanguardia Nazionale è chiamato a rispondere in aula, dato che da stamattina depone come teste del processo sulla trattativa, in trasferta all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia dove nei prossimi giorni sarà ascoltato anche il pentito Gaspare Spatuzza. Bellini è già stato interrogato dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ma si è limitato a spiegare che all’epoca si trovava in Sicilia per una semplice questione d’affari: doveva recuperare alcuni crediti a Catania. Giustificazione che non ha convinto gli inquirenti: perché Bellini decide di pernottare ad Enna, a novanta chilometri dalla città etnea?

Un dubbio lecito, dato che è proprio negli ultimi mesi del 1991 che Cosa Nostra decide di mettere a punto la strategia di guerra allo Stato. E lo fa in una serie di riunioni che hanno luogo proprio ad Enna nelle ultime settimane del 1991. La sentenza della Cassazione sul maxi processo è alle porte, Totò Riina sa che le coperture politiche del passato sono saltate, sa che la Piovra è giunta al giro di boa: decide dunque di convocare i principali capimafia in un casale nei pressi di Enna, dove dopo una serie di incontri viene messo a punto il piano stragi. “Ci dobbiamo pulire i piedi” dice il capo dei capi ai suoi. “La riunione è stata l’atto finale. Erano lì da circa tre mesi, nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perché si stanno spogliando anche di quelli vecchi” racconta il pentito Leonardo Messina già il 4 dicembre del 1992, davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. “Cosa nostra – continua Messina – sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro. In tutto questo Cosa nostra non è sola, ma è aiutata dalla massoneria. Ci sono forze nuove, si stanno rivolgendo. Sono formazioni nuove. Non tradizionali. Non vengono dalla Sicilia”.

Quali sono queste forze? E da dove vengono? E cosa ci fa Bellini a Enna, proprio nello stesso periodo in cui i boss sono riuniti in assise permanente per mettere in campo il piano che a suon di bombe farà tremare l’Italia per un biennio? Un passato in Avanguardia Nazionale, condito da diversi arresti mancati che gli hanno fatto conquistare sul campo il soprannome di Primula Nera, quella di Bellini è una storia da film: esperto di opere d’arte, fuggito in Brasile, noto per diversi anni come Roberto Da Silva, nel 1999 finisce in manette e decide di collaborare con la magistratura, confessando una decina di omicidi, tra cui quello dell’esponente di Lotta Continua Alceste Campanile.

Bellini racconta anche di aver conosciuto Nino Gioè e di aver intrattenuto con lui una sorta di trattativa parallela: i mafiosi avrebbero fatto ritrovare alcune opere d’arte rubate, e in cambio avrebbero ottenuto l’alleggerimento del carcere duro. Ipotesi mai andata in porto, ma una delle tante piste dietro alle stragi di Firenze, Roma e Milano, conduce proprio alla Primula Nera, che sarebbe stato l’ispiratore degli attentati mafiosi al patrimonio artistico italiano. “Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato” scrive Gioè nell’ultimo appunto trovato in carcere, prima di morire in uno strano caso di suicidio che non è mai stato chiarito del tutto. In quello stesso appunto il boss di Altofonte fa cenno a Domenico Papalia, lo ‘ndranghetista che il 27 ottobre del 1990 ordina l’assassino dell’educatore carcerario Umberto Mormile: dettaglio importante, dato che quel delitto segna la nascita della Falange Armata, che rivendica prontamente l’omicidio.

Solo che qualche mese più tardi l’oscura sigla compare in Sicilia, dove i boss vengono prontamente istruiti sul come rivendicare le stragi. “Per quanto riguarda gli obiettivi da colpire si trattava di azioni di tipo terroristico anche tradizionalmente estranee al modo di operare e alle finalità di Cosa Nostra. Queste azioni secondo una prassi che erano già in atto da tempo dovevano essere rivendicate con la sigla Falange Armata”, è il racconto del pentito Maurizio Avola. Chi dice ai picciotti che bisognava utilizzare quella sigla? E l’ordine viene dato proprio durante le riunioni di Enna? Interrogativi che al momento non hanno alcuna risposta. È un fatto però che Paolo Bellini si materializza a Enna proprio in quel periodo: una presenza esterna a Cosa nostra, a cavallo tra l’eversione nera e i servizi, presente nel cuore della Sicilia proprio durante quegli incontri preparatori che tingeranno a lutto la storia d’Italia.

Cgil, “un congresso senza regole e contro le regole”. “Il sindacato è un’altra cosa” produce il suo dossier | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Scorrettezze di ogni genere, scarsa informazione, ed anche trasgressioni palesi al regolamento. E poi ancora espulsioni e crociate contro i dissidenti. Che questo congresso della Cgil non si annunciasse come una passeggiato sul lungomare era noto, ma scorrendo il dossier messo insieme dai militanti del gruppo di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”, gli stessi che sono stati oggetti a Milano di una aggressione nel corso di una assemblea dove era presente la leader della Cgil Susanna Camusso, ci si rende conto che si è combattuta una battaglia senza esclusione di colpi. Poi i numeri ufficiali diranno un’altra cosa, ovvero che ci sono state 50mila assemblee e che la partecipazione ha raggiunto i due milioni di iscritti, ovvero un terzo del corpo della Cgil, ma la realtà è ben diversa. Il sospetto è quello di trovarsi di fronte a verbali manipolati. Così denuncia “La Cgil che vogliamo nel suo dossier”. La controprova è nel fatto che in ogni congresso dove loro erano presenti il numero dei partecipanti è stato “enormemente inferiore” a quello di altri dove non erano presenti. Nel dossier ci sono puntuali documentazioni su questo. E anche sui casi in cui si è impedito in qualche modo al relatore “di minoranza” di partecipare alle assemblee. Le tecniche sono tante, a cominciare da quella dello spostamento dell’assemblea all’ultimo minuto.

“la vicenda congressuale in corso – si legge nel dossier – mostra drammaticamente e tristemente un pesante logoramento della democrazia formale che pure lo statuto proclama e ancora di più una pratica di gestione del congresso che diffusamente, pur se non in modo generalizzato, calpesta la lettera e la sostanza di quella che fu l’ispirazione degli inventori della democrazia moderna”.

Che novità: la laurea serve, dopo 5 anni di precariato | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Università. Pubblicato il XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati: senza lavoro un giovane su quattro a un anno dal titolo, ma dopo cinque la laurea è utile per garantirsi un futuro. Nella recessione i «dottori» disoccupati sono tuttavia aumentati del 15%. L’Italia resta fanalino di coda tra i paesi Ocse per numero di laureati. Investiamo solo l’1% del Pil in istruzione

Biso­gna usare con cura i dati sulla con­di­zione occu­pa­zio­nale dei lau­reati dif­fusi ieri a Bolo­gna da Alma­lau­rea, il con­sor­zio inte­ru­ni­ver­si­ta­rio che riu­ni­sce 64 ate­nei ita­liani. Nel XVI rap­porto che ha coin­volto quasi 450 mila lau­reati post-riforma emer­gono due ele­menti fon­da­men­tali: il primo è che, rispetto al quin­quen­nio 2008–2013, la crisi ha col­pito i lau­reati trien­nali non iscritti ad un altro corso di lau­rea, tra i quali la disoc­cu­pa­zione è cre­sciuta di quasi quat­tro punti per­cen­tuali, dal 23% al 26,5%.

La reces­sione ha fatto una strage tra i neo­di­plo­mati tra i 18 e i 29 anni (+14,8% disoc­cu­pati), 5,8% tra i diplo­mati «più anziani», men­tre tra i neo­lau­reati è al 6,5% e tra i lau­reati +2,9%. Tra il 2007 e il 2013 il dif­fe­ren­ziale tra la disoc­cu­pa­zione dei neo­lau­reati e dei neo­di­plo­mati è pas­sato da 2,6 punti a favore dei primi a 11,9 punti percentuali.

Il secondo dato è che, dopo cin­que anni, la lau­rea diventa un argine con­tro la disoc­cu­pa­zione dila­gante, anche se è meno effi­cace rispetto ad altri paesi. La con­di­zione occu­pa­zio­nale dei lau­reati tende infatti a miglio­rare, la sta­bi­lità del lavoro e il red­dito regi­stra un miglio­ra­mento, pur atte­stan­dosi su 1400 euro men­sili (1358 euro per i triennali,1383 per i magi­strali), una media mode­sta ma comune ai salari ita­liani. Se invece si misura l’occupazione dopo un anno dalla lau­rea i dati sono ben più dram­ma­tici e dimo­strano l’ostilità del mer­cato del lavoro rispetto ai più gio­vani. Lo si capi­sce dalle retri­bu­zioni ad un anno dalla lau­rea che si atte­stano sui mille euro netti men­sili (1003 per il primo livello, 1038 per i magi­strali, 970 per i magi­strali a ciclo unico).

Più si è pre­cari e qua­li­fi­cati, meno si viene pagati, dun­que. La con­tra­zione sala­riale è pari al 5% tra i trien­nali, al 3% fra i magi­strali bien­nali, al 6% per il ciclo unico. Si spiega anche così l’insistenza sulla «garan­zia gio­vani» degli ultimi governi, una misura che dovrebbe soste­nere tra­mite un appren­di­stato il lavoro dei gio­vani entro 4 mesi dalla lau­rea.

Alma­lau­rea sostiene che all’inizio della «car­riera» lavo­ra­tiva la lau­rea non per­mette la coin­ci­denza tra le com­pe­tenze e il lavoro svolto, tra sala­rio e mansione.

In seguito la qua­li­fica, e even­tuali per­corsi for­ma­tivi o pro­fes­sio­nali, per­met­tono di eri­gere un argine con­tro la pre­ca­rietà e la sva­lu­ta­zione dei salari, men­tre dimi­nui­sce il diva­rio tra gli occu­pati a Nord e a Sud che resta grave: il dif­fe­ren­ziale tra i gua­da­gni è del 20% (1385 euro a Nord, 1150 a Sud). Tutto que­sto non risolve la pre­ca­rietà. I con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato sono infatti crol­lati del 15% tra i lau­reati trien­nali, 8 tra i magi­strali, 5 a ciclo unico.

Cre­sce anche il lavoro nero o infor­male che nel 2013 ha riguar­dato l’8% dei lau­reati di primo livello, il 9% dei magi­strali, il 13% a ciclo unico. Un’analisi com­pa­rata con­dotta sulle ultime sei gene­ra­zioni, per­mette di dimo­strare che con il dila­tarsi del tempo dal con­se­gui­mento del titolo, l’occupazione migliora tra i lau­reati post-riforma, men­tre peg­giora tra quelli a «ciclo unico», Giu­ri­spru­denza, Medi­cina, Vete­ri­na­ria o Archi­tet­tura, che con­ti­nuano a stu­diare, magari lavo­rano da pre­cari o gra­tis, in attesa di con­qui­stare la laurea.

La tesi di Alma­lau­rea è in con­tro­ten­denza rispetto all’enfasi delle classi domi­nanti sulla riva­lu­ta­zione della for­ma­zione pri­ma­ria con­tro quella ter­zia­ria uni­ver­si­ta­ria. Mini­stri (l’indimenticata For­nero o il suo vice Mar­tone, Gel­mini come l’attuale mini­stro dell’Istruzione Gian­nini) o impren­di­tori (il nipote di Gianni Agnelli e pre­si­dente Fiat-Fca Elkann, da ultimo) pre­mono per l’alternanza scuola-lavoro sul modello «tede­sco», for­ma­zione pro­fes­sio­nale, pre­va­lenza della «manua­lità» con­tro l’«intellettualismo» dei lau­reati «choosy», «bam­boc­cioni» e «fuo­ri­corso». In appa­renza è un invito a lasciare gli studi uni­ver­si­tari, a cui oggi si iscrive una per­cen­tuale bas­sis­sima di 19enni: solo il 30%.

Fonti uffi­ciali come l’Ocse o l’Istat, afferma il pre­si­dente Alma­lau­rea Andrea Cam­melli, sosten­gono invece che i lau­reati pre­sen­tano un tasso di occu­pa­zione di 13 punti mag­giore rispetto ai diplo­mati (75,7% con­tro il 62,6%). Fra i 25–64 anni l’occupazione è più ele­vata del 48% rispetto ai diplo­mati, in linea con la Fran­cia ma più bassa rispetto a Regno Unito e Germania.

Resta però intatta la realtà ita­liana. Basso il livello di sco­la­riz­za­zione della popo­la­zione (abbiamo i mana­ger più igno­ranti d’Europa, solo il 27,7% ha la scuola dell’obbligo, i lau­reati sono il 24% con­tro una media del 53%). l’Italia, infine, è il paese Ocse che ha tagliato 10 miliardi di euro all’anno all’istruzione. Una scelta sui­cida, che non aiu­terà ad aumen­tare il numero dei lau­reati. Il governo ita­liano ha ammesso il fal­li­mento della riforma Berlinguer-Zecchino. La com­mis­sione Ue si attende dal nostro paese il 26–27% dei lau­reati, con­tro il 40% del libro dei sogni. Pochi, mal­pa­gati ma resi­stenti i lau­reati italiani.

Governo Renzi: le risorse saranno prese da invalidi e vedove? da: controlacrisi.org

“Per chi si chiedesse dove il Governo Renzi troverà le risorse per attuare i suoi fascinanti annunci, c’è forse una prima risposta: prendendole dai disabili gravi e dalle vedove.”

Questo il commento a caldo di Pietro Barbieri – Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – agli insistenti rumors sulle imminenti intenzioni del Governo in materia di indennità di accompagnamento e pensioni di reversibilità

Un significativo e repentino contenimento della spesa pubblica deriverebbe infatti da interventi di riduzione nell’erogazione delle indennità di accompagnamento, prestazione assistenziale riservata agli invalidi totali e ai ciechi assoluti, non in grado di deambulare o non in grado di svolgere i normali atti della vita. Cioè persone con fortissime necessità di supporto che spesso contano solo sull’assistenza continua dei loro familiari.

Un altro intervento di riduzione riguarderebbe le pensioni di reversibilità, cioè quelle riservate ai familiari superstiti di lavoratori che per tutta la vita lavorativa hanno versato contributi. Un colpo violento all’equilibrio di migliaia di famiglie italiane.

“È un Governo che nasce sotto una brutta stella se questo è il primo segnale in tema di politiche sociali – prosegue Barbieri – un atto che la Federazione e l’intero movimento delle persone con disabilità non potranno accettare e a cui reagiranno con la massima determinazione. Da subito facciamo appello alle intelligenze presenti in Parlamento dalle quali vorremmo immediatamente sentire alzarsi un coro di protesta e di sdegno.”

L’indennità di accompagnamento (meno di 500 euro/mese) è – al momento – l’unico reale “livello essenziale” garantito ai disabili gravi. Lacuna ancora più significativa vista la carenza dei servizi di supporto alle persone e ai continui tagli che in questi anni si sono abbattuti sulle politiche sociali.