ANPInews n. 110

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

APPUNTAMENTI

In quei giorni del marzo ’44 un milione di lavoratori incrociò le braccia”: in occasione del 70esimo della Resistenza e della Liberazione, convegno a Milano il 15 marzo promosso da ANPI Nazionale e Fondazione Di Vittorio. Interverranno, tra gli altri, Giuliano Pisapia, Carlo Smuraglia e Susanna Camusso

 “Uguaglianza, libertà, dignità nella Costituzione”: incontro pubblico il 7 marzo a Sesto San Giovanni (MI). Interverrà Carlo Smuraglia

ANPINEWS N. 110

No Muos Sicilia : Inizia la manifestazione. Tutto il corteo. 1 marzo 2014 Niscemi

KAPO’ (1959, REGIA DI GILLO PONTECORVO)

Ucraina: la telefonata che rivela le trame Usa -Ecco la telefonata tra Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli Affari europei, e Geoffrey Pyatt, ambasciatore americano a Kiev…Non solo “Fuck the EU”…

La Fiom si muove per contrastare “l’accordo del 10 gennaio” | Fonte: contropiano.org | Autore: redazione

 

Durissimo confronto, oggi, al Comitato Centrale della Fiom. In discussione l’atteggiamento da tenere… nei confronti della Cgil. La confederazione guidata da Susanna Camusso ha firmato il 10 gennaio un “accordo sulla rappresentanza sindacale”, pomposamente chiamato “testo unico” per far sembrare che equivalga a una legge dello Stato; e pretende che tutte le categorie l’accettino così com’è senza discuterlo. Tra le tante norme contestate – alcune delle quali addirittura incostituzionali, come le “sanzioni anche economiche” per chi sciopera – c’è tra l’altro la cancellazione dell’autonomia contrattuale delle categorie. Tradotto dal sindacalese: ogni contratto dei metalmeccanici potrebbe venir “commissriato” dalla segreteria della Cgil – insieme a Cisl e Uil – estromettendo la Fiom.Camusso – nel Direttivo Nazionale – ha imposto una consultazione-farsa della base degli iscritti, da condurre rapidamente, senza esporre posizioni contrarie alla sua e con un voto finale che deve esser limitato a un solo “sì” o “no” al parere espresso dallo stesso segretario generale su quell’accordo. Di fatto, un referendum su di lei, non sul merito del “testo unico”.

Al Comitato Centrale, nella relazione d’apertura, Maurizio Landini ha proposto – né più né meno – che “un’altra consultazione” tra i metalmeccanici. E se alla fine la categoria, i lavoratori delle fabbriche, dovessero dir di “no” la segreteria della Fiom si impegna a non rispettare il “testo unico”.

Uno strappo mai visto nella storia del sindacato italiano, che – a rigore – dovrebbe costituire un preludio a una possibile scissione. O quantomeno a un “trarre le conseguenze” della contrapposizione.

L’impressione di una “giornata storica” è confermata con altrettanta durezza dalla presenza nel Comitato Centrale della stessa Susanna Camusso. Che interviene come un delegato qualsiasi ed esordisce con un “frontale” contro la stessa “centralità” della figura dei metalmeccanici rispetto all’insieme delle categorie del lavoro. I tempi cambiano, spiega con la voce bassa di chi ha già deciso cosa fare, e quindi le “tute blu” non devono più contare come prima nella definizione delle scelte della Cgil. Una banalità analitica – il numero dei metalmeccanici è ceretamente calato molto, in questi primi sei anni di crisi, che hanno canellato il 25% della capacità produttiva esistente – per giustificare un rovesciamento totale del “modello contrattuale”, del ruolo del sindacato in questo paese e più in generale nei “tempi moderni”.

Fino a giustificare l’immondo percorso dal “31 maggio” al “10 gennaio” di quest’anno come un modo – vincente, ça và sans dire! – di uscire dall’isolamento in cui la Cgil si era venuta a trovare nel 2009, quando Cisl e Uil siglarono con Marcegaglia un “accordo separato” proprio sul modello contrattuale. Una giravolta a 360° per cui, alla fine, l’accettazione di quel modello e di tutti i peggioramenti “di regime” che hanno portato al nuovo “patto di Palazzo Vidoni” risulterebbe… un successo della Cgil!

Fino a esporre il “testo unico” come un “limite” posto alla prepotenza delle imprese nelle situazioni dove il sindacato è più debole… Fino a difendere “l’arbitrato” – un plotone di fucilazione puntato contro ogni sindacato o delegato un po’ troppo combattivo – come un organismo di “tutela”…

Fino all’affondo “argomentativo” per cui, “in democrazia”, alla fine decide la maggioranza… Ovvero la sua sugreteria. E quindi, una volta fatta “la consultazione” tra i lavoratori, quella decisione vincola tutta l’organizzazione. Fiom compresa…

Un burocratico esercizio di retorica che evoca di continuo “regole generali” – in quanto ideali, ampiamente condivisibili – per nascondere ciò che concretamente avviene al di sotto, e contro quelle regole. Come per la “consultazione” nelle modalità proposte da lei stessa: “un modo di far partecipare i lavoratori”…

E così, infine, per l’assenza del “doppio relatore” all’interno delle assemblee. Che non è mai esistito, nella storia della Cgil, perché “non si deve dare l’impressione che ci siano due idee della Cgil”. Perché un’organizzazione che ha come obiettivo la contrattazione non può presentarsi con un doppio volto, una doppia rappresentazione. L’organizzazione è insomma una sola: ed ora la sua.

A Landini, come ovvio, il compito di tirare le conclusioni. Parte dalla contestazione di ogni “abitudine al rinvio” delle discussioni interne, in nome della “superiore esigenza dell’unità”, “tanto c’è il congresso, ne parleremo lì…”. La questione è in fondo semplice: “non c’è mai stata una situazione in cui ci si è trovati davanti aun testo prendere o lasciare”. Non c’è mai stato un “uso del Direttivo come una clava per cui se sei d’accordo bene, altrimenti vedi tu quel che vuoi fare”.

E spara direttamente su chi – i “camussiani” della Fiom – “non si è presentato al precedente Comitato Centrale”, andando a rapporto dalla Camusso, “e poi viene qui a dar lezione di democrazia interna”. Contestando alnche la vecchia “arte” del Pci, per cui si accettava un contratto che avrebbe fattos tare peggio i lavoratori “tanto un giorno ci sarà il socialismo e staremo meglio”. Pragmaticamente, “quand’è che si può discuetere di come si fa a stare meglio ora?”

E ironicamente: “serve a me, come segretario Fiom, di sapere quel che pensano tutti i miei prima di prendere decisioni, perché può darsi che soltanto io abbia una certa idea e allora sbaglierei”.

Fuoco serrato sulle nuove norme infilate nel “testo unico” e non presenti nemmeno nel “28 giugno” e nel “31 maggio”. Come l’obbligo a rispettare tutti gli accordi, anche quelli cui non si è partecipato e con cui non si è d’accordo. In violazione del pluralismo sindacale sancito dall’art. 39 della Costituzione. E scopre, come evidenziato dai giuslavoristi e dai costituzionalisti, che non basta neppure essere la maggioranza se non si è anche firmato il contratto precedente e non si è “partecipato alla formulazione della piattaforma”. Un modo per rendere impossibile l’agibilità sindacale di tutte quelle organizzazioni che hanno contemporaneamente tutte e tre le caratteristiche. “Un accordo tra privati che esclude chi non è d’accordo e in barba alla Costituzione”.

Così come sulle sanzioni, che “dovranno essere definite in sede contrattuale” – non “potranno” – e quindi otterranno l’esatto opposto della “tutela per i più deboli” decantata dalla Camusso. In pratica, “là dove non siamo maggioranza, gli altri decidono per te e tu non puoi far nulla”. Un vero e proprio rovesciamento delle relazioni industriali, un cambio di segno di portata storica.

Un peggioramento persino rispetto all’art. 8 della “manovra d’estate” di Sacconi e Berlusconi (quello che introduceva “deroghe” alle leggi e ai contratti), che se non altro prevedeva ancora il voto confermativo dei lavoratori. E in quadro di relazioni tra organizzazioni sindacali per cui, in Fiat, Cisl e Uil sono pronte a ricorrere alla magistratura… se la Fiat ammetterà la Fiom alle trattative! Anzi. Fim e Uilm si rifiutano persino di fare insieme alla fiom tra i metalmeccanici, le “assemble informative” di cui parla la Camusso. Un modo chiaro di usare il “testo unico” per escludere la Fiom dalle fabbriche di tutta Italia, nello spirito autenti del “nuovo patto di Palazzo Vidoni”. Senza che al Cgil alzi un sopracciglio critico…

Paradossalmente – lo ammette – Landini è obbligato a difendere la libertà sindacale di tutte le organizzazioni, anche quelle non confederali (come Usb o Cobas), per difendere la propria.

E quindi, per la “consultazione”, Landini chiede una modalità di voto in cui si chiede a tutti i lavoratori cosa pensano dell’accordo. E se la maggioranza sarà negativa, la Fiom non lo se ne sentirà vincolata. Del resto, fa parte dell’”autonomia contrattuale” delle singole categorie, senza la quale “non si può dare confederalità”.

Per tutto questo, e dovendo porre “le nostre proposte” mentre il governo – ora, nei prossimi giorni – sta per prendere decisioni sul lavoro e non solo, le si pone con una iniziativa oppure no?

La proposta di odg finale diventa: sottoporre l’accordo alla consultazione di tutti i lavoratori, con la presenza dei due relatori per illustrare posizioni diverse; conferma i giudizi e impegna le strutture a organizzare la consultazione, che si svolgerà con voto certificato e segreto tra 26 marzo e il 2 aprile; organizza un piano di assemblee in tutti i luoghi di lavoro; convocherà per il 21 marzo un attivo nazionale dei delegati e delle strutture. In pratica una semi-manifestazione nazionale contro l’accordo, ma “all’interno” dei soli metalmeccanici.

Contrario ovviamente Venturi (membro della segreteria nazionale della Fiom in rappresentanza dei “camussiani”), che annuncia l’uscita dall’aula al momento del voto. Bellavita – rappresentante del “secondo docuento congressuale” – annuncia l’astensione sul dispositivo, riconoscendo però che “si va in una direzione importante: il contrasto dell’accordo del 10 gennaio”. Risultato: 84 a favore e 13 astenuti. Alla presenza di Camusso, rimasta in sala, impassibile, a meditare vendetta in altra sede.

In ogni caso: la rottura c’è stata. Le settimane di primavera ci diranno fin dove arriverà a spingersi.

Crimea, sul piano finanziario la guerra contro la Russia è già cominciata Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sulla crisi ucraina alcuni canali diplomatici restano ancora aperti, mentre sul piano finanziario il segnale è quello di una guerra totale. Ieri è stato un lunedi’ nero per la finanza russa. Secondo il Financial Times sono stati bruciati in borsa in Russia 58, una cifra superiore al costo complessivo per l’organizzazione dei giochi olimpici di Sochi. Il rublo ha perso il 2,9 per cento del suo valore sul dollaro per raggiungere quota 36,90 e arrivando a superare quota 37. E questo, nonostante che la Banca centrale russa sia stata costretta ad acquistare rubli in quantita’ significative, intaccando le sue riserve di valuta straniera e auree, oltre che ad alzare a sorpresa il tasso di interesse pronto contro termine dal 5,5 al 7 per cento, per arginare l’inflazione e l’instabilita’ provocate dalla volatilita’ dei mercati che l’intervento in Crimea ha accelerato. Anche il valore delle azioni russe e’ caduto, a partire dai titoli di Gazprom, Vtb e Sberbank. A Mosca l’indice Micex alle 15,50 perde il 10,79% a 1.288 punti, mentre l’Rts lascia sul terreno il 12,01% a 1.115. Diversi i titoli sospesi dalle contrattazioni, in seguito a perdite superiori al venti per cento. E’ invece salito dell’1,7 per cento il prezzo del greggio americano, a 104,32 dollari al barile (il prezzo piu’ alto negli ultimi cinque mesi e mezzo) nel timore che la crisi fra Mosca e Kiev possa influire sui rifornimenti energetici. ”Diversamente da quanto accaduto con la guerra di cinque giorni in Ossezia del Sud, siamo preoccupati che le tensioni in Ucraina dureranno significativamente piu’ a lungo, con effetti prolungati negativi sull’ambiente economico russo”, ha scritto Natalya Orlova, analista della Alfa Bank, in una nota per i suoi clienti in cui spiega che, oltre a tutto, diverse banche russe sono molto esposte sul versante ucraino

La rivolta filo-russa dilaga in molte città dell’est Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Anche se i media occidentali tengono le notizie molto “basse”, la rivolta filo-Mosca dilaga in tutto l’est e in citta’ chiave della Crimea: da Donetsk a Odessa. E questo mentre le unita’ militari ucraine nella penisola sono circondate da soldati di Mosca e il ministero della Difesa di Kiev ha paventato addirittura un ultimatum. E questo, anche se il comando della flotta russa del Mar Nero smentisce come “una totale assurdita’” il timore di un assalto. Nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale e di quella meridionale e’ comunque la piazza a muoversi in favore del Cremlino, mentre su alcuni palazzi del potere locale sventolano gia’ i colori russi. A Donetsk, importante citta’ del bacino minerario del Donbass, al confine con la Russia, migliaia di sostenitori del Cremlino sono scesi in piazza contro la nomina a governatore dell’influente oligarca Serghii Taruta decisa da Kiev e in centinaia hanno fatto irruzione nella sede del governo regionale occupandone alcuni piani. Non solo, ma il parlamento locale sembra voler seguire le orme della Crimea, dove il premier locale ha invocato ieri sera apertamente la “piena indipendenza” dall’Ucraina, annunciando di voler convocare a sua volta un referendum sullo status della regione: e intanto il potere di fatto da quelle parti appare nelle mani di Pavel Gubarev, il ‘comandante’ degli insorti locali, investito della carica di governatore due giorni fa dai filorussi.
Imponenti manifestazioni a favore della Russia si sono svolte anche a Dnipropetrovsk, nella terra d’origine della pasionaria Iulia Timoshenko, e a Odessa. Nella storica citta’ portuale sul Mar Nero centinaia di persone sono peraltro scese in piazza in favore del nuovo governo ucraino, lo stesso che il Cremlino accusa di “estremismo” e che non ritiene legittimo. Ma anche sul palazzo del Consiglio regionale di Odessa adesso sventola la bandiera russa: circa 700 manifestanti pro-Mosca hanno fatto irruzione nell’edificio mentre era in corso una riunione di emergenza, anche se li’ il Consiglio regionale si e’ rifiutato di indire un referendum autonomista.

Il ritorno della Guantanamo d’Italia | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alessandro Tricarico

Reportage. Chiuso per le condizioni estreme inflitte ai migranti, un tempo luogo d’integrazione nato sui terreni confiscati alla mafia, il Cie di Palazzo San Gervasio sta per risorgere con i milioni stanziati dal governo Monti

Quello che fa più rab­bia è che da quando ha chiuso siamo stati costretti a cam­biare il nostro modo di ope­rare, ora non pen­siamo più all’accoglienza ma sol­tanto all’emergenza». Ger­va­sio Ungolo, respon­sa­bile dell’Osservatorio Migranti Basi­li­cata, si rife­ri­sce al campo di acco­glienza di Palazzo San Ger­va­sio (Potenza) che fino al 2009 ha ospi­tato 1.500 lavo­ra­tori migranti sta­gio­nali per la rac­colta del pomo­doro. Quello che era sim­bolo di inte­gra­zione e acco­glienza, sorto tra l’altro su un bene con­fi­scato alla mafia, oggi non c’è più. Al suo posto c’è un Cie, chiuso e abban­do­nato dal giu­gno 2011 dopo un’inchiesta gior­na­li­stica. Il cen­tro di iden­ti­fi­ca­zione ed espul­sione è salito agli onori della cro­naca nazio­nale con il nome di «Guan­ta­namo d’Italia» gra­zie a un video girato dai tuni­sini reclusi al suo interno. Con­tiene imma­gini forti, tra que­ste una in par­ti­co­lare: un migrante giace a terra, immo­bile, dopo esser caduto da una recin­zione alta 5 metri. I soc­corsi tar­dano ad arri­vare. Due poli­ziotti, anche loro immo­bili, guar­dano il ragazzo non sapendo cosa fare. Dall’interno della recin­zione si sol­le­vano le urla, le uni­che com­pren­si­bili sono «per­ché» e «ter­ro­ri­sti». Fabri­zio Gatti ha para­go­nato quell’immobilità dei poli­ziotti all’immagine che «l’Italia sta dando sui suoi rap­porti con il nuovo Nord Africa».
Aperto come Cai (Cen­tro di acco­glienza e iden­ti­fi­ca­zione) cam­bia il nome in Cara (Cen­tro di acco­glienza richie­denti asilo) nel feb­braio 2011. In piena emer­genza Nord Africa diventa Cie gra­zie a un decreto dell’allora pre­si­dente del con­si­glio ema­nato il 21 aprile dello stesso anno che, con effetto retroat­tivo, ha fatto in modo che si innal­zas­sero mura di cinta e recin­zioni alte 5 metri intorno ai tuni­sini dete­nuti sbar­cati dopo il 5 aprile, e cioè dopo quella data spar­tiac­que che ha vie­tato loro il tanto discusso per­messo uma­ni­ta­rio tem­po­ra­neo. Per­messo con il quale codar­da­mente l’Italia ha fatto un passo indie­tro dinanzi agli sbar­chi e alle vit­time del mare. Pre­fe­rendo rila­sciare, invece di far fronte all’emergenza, un per­messo di libera cir­co­la­zione di sei mesi sul ter­ri­to­rio ita­liano: è la poli­tica dello “scaricabarile”.

Chi gesti­sce que­sti cen­tri spesso non ha nes­suna qua­li­fica o espe­rienza, par­te­cipa sem­pli­ce­mente a una gara di appalto dove ai dete­nuti viene asse­gnato un valore che oscilla tra i 30 e i 60 euro. La cosa strana è che nel Cie di Palazzo la gestione era stata affi­data, senza par­te­ci­pare ad alcuna gara d’appalto, alla società tra­pa­nese  Con­nec­ting Peo­ple,  tut­tora in attesa di giu­di­zio con l’accusa di asso­cia­zione a delin­quere fina­liz­zata alla truffa dello Stato e ina­dem­pienze di pub­bli­che for­ni­ture per aver “fat­tu­rato” un numero di ospiti mag­giore di quelli real­mente pre­senti nel Cie di Gra­di­sca, per un danno com­ples­sivo di quasi 1,5 milioni di euro. Un vero e pro­prio busi­ness a sca­pito degli immigrati.

Secondo la Cari­tas ogni anno la spesa pub­blica per la gestione di que­sti cen­tri è di 55 milioni di euro, ma stiamo par­lando di stime per­ché un dato uffi­ciale non è mai stato for­nito dal mini­stero della Giu­sti­zia. Stando invece al dos­sier di Luna­ria, nel periodo 2005–2011 lo stato ha speso 1 miliardo di euro per alle­stire, gestire, man­te­nere e ristrut­tu­rare i cen­tri. Un impiego di forze e di denaro non indif­fe­rente per con­tra­stare l’immigrazione irre­go­lare. I risul­tati? Ridi­coli: il totale dei trat­te­nuti rap­pre­senta lo 0,9% degli immi­grati irre­go­lari pre­senti in Ita­lia, e a oggi meno della metà dei trat­te­nuti è stato rim­pa­triato nel suo paese di ori­gine, nono­stante abbiano aumen­tato i tempi di per­ma­nenza per l’identificazione da 6 a 18 mesi di reclu­sione. Par­liamo di una deten­zione pre­ven­tiva in vere e pro­prie car­ceri spe­ciali e iso­late dal resto del mondo. Pri­gio­nia arbi­tra­ria spesso per­pe­trata ai danni di inno­centi, col­pe­voli solo di essere arri­vati in Ita­lia sprov­vi­sti di un documento.

Pro­prio come Zied, tuni­sino, che nel Cie di Palazzo San Ger­va­sio ha pas­sato un mese e un giorno: «Il tempo non pas­sava più, è come esserci stato per 3 o 4 anni», mi dice al tele­fono. «Non sono mai stato in car­cere, ero in ansia e non riu­scivo a dor­mire, ho chie­sto delle medi­cine per la testa (tran­quil­lanti,  ndr ) e mi hanno dato medi­cine per la pan­cia». Ora Zied vive in Ita­lia, ha otte­nuto l’asilo poli­tico e lavora al mer­cato, «ho la carta d’identità, la patente e la tes­sera sani­ta­ria. Tu ce l’hai la tes­sera sani­ta­ria?» mi dice ridendo. Gli chiedo com’era la per­ma­nenza nel Cie di Palazzo: «Come porci ci trat­ta­vano», e non aggiunge altro. Lo credo bene. Il Cie di Palazzo San Ger­va­sio con­si­steva in una colata di cemento di un ettaro con 18 tende della pro­te­zione civile, nelle gior­nate calde diven­tava un forno a cielo aperto senza altra pos­si­bi­lità di ombra se non quella delle stesse tende roventi. Un non-luogo dove ogni diritto civile veniva meno, dall’acqua calda alla pos­si­bi­lità di par­lare con un avvocato.

La chiu­sura di que­sto cen­tro è stata una vit­to­ria effi­mera, dato che nel novem­bre dello scorso anno si sono rego­lar­mente aperte le buste con i vin­ci­tori del bando per la ristrut­tu­ra­zione del Cie di Palazzo San Ger­va­sio e quello di Santa Maria Capua Vetere. Sono stati stan­ziati 18 milioni di euro, sbloc­cati da un’ordinanza del capo della pro­te­zione civile Franco Gabrielli che ha attinto ai fondi elar­giti dell’allora governo Monti per l’Emergenza Nord Africa.

È un caso emble­ma­tico quello di Palazzo San Ger­va­sio, che ci inter­roga sul per­ché pro­prio ora che il sistema di deten­zione dei Cie sta crol­lando ci sia ancora chi con­ti­nua ad eri­gere que­ste inu­tili e costo­sis­sime carceri.

Ancora una volta i fatti ci hanno dimo­strato che non siamo tutti uguali e che per colpa di un pas­sa­porto c’è chi è desti­nato a pas­sare la sua esi­stenza a testa bassa, chie­den­dosi il per­ché non può spe­rare di sognare una con­di­zione migliore. E poi c’è invece chi può libe­ra­mente oltre­pas­sare i con­fini senza essere arre­stato, e forse non si è mai chie­sto il per­ché di così tanta fortuna.

“M5S, chi è stato cacciato non deve dimettersi dal Senato. Ci pensino”. Intervista ad Adriano Zaccagnini | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Aspettavo questa resa dei conti da un po’. Non mi aspettavo però che esplodesse adesso”. Adriano Zaccagnini è uno di quei dissidenti che la puzza di bruciato nel Movimento Cinque Stelle l’avevano sentita da un pezzo. Ed ora si gode queste turbolenze. E, giura, “non saranno le sole”.Una dichiarazione che, se associata a quelle di Francesco Campanella, uno degli ultimi senatori espulsi, lascia intravvedere un futuro piuttosto difficile per Grillo e Casaleggio. E’ vero che i sondaggi li danno ancora in alto, ma ci sono alcune prove nel medio periodo non facili da superare, la prima è la tornata elettorale per le europee, dove Grillo appare più “provinciale”. Cosa ha detto Campanella? Alla domanda “se Pizzarotti facesse una sorta di Movimento riprendendo il meglio dei 5Stelle ma andando oltre Grillo e Casaleggio, le piacerebbe parteciparvi?” Lui ha risposto: “Diciamo…si’. Un Movimento 5Stelle senza Grillo e Casaleggio sarebbe l’ideale” (da IntelligoNews, quotidiano online). Poi ha aggiunto: “Quello che e’ accaduto a Pizzarotti non costituisce una novita’ rispetto a quello che ho detto io proprio in questi giorni. Traspare anche in questo caso e in modo chiaro la visione di Grillo del Movimento come qualcosa di proprio”.

Insomma, onorevole Zaccagnini, il Movimento Cinque Stelle sta diventando un composto chimico da studiare perché potrebbe rivelare delle sorprese…
In realtà, proprio per i calcoli che si è fatto Casaleggio con il governo Renzi vogliono essere sicuri che non accada niente di spiacevole, e quindi stanno correndo ai ripari. I quattro che sono stati espulsi sono state persone sempre critiche, che hanno fatto un ottimo lavoro parlamentare e hanno sempre dichiarato di voler avere un ruolo. Non volevano assolutamente uscire. Anzi, volevano cambiare il movimento da dentro. Non si aspettavano di essere attaccati così meschinamente all’improvviso e tutti insieme. E’ in atto una fase di inquadramento del plotone, è chiaro. Come hanno detto si considerano in guerra. Un passaggio obbligato per loro per poter continuare a fare quello che fanno, ovvero il bello e il cattivo tempo dal vertice.

Qual è il minimo comune denominatore di tutti questi parlamentari o espulsi o che se ne sono andati?
Ci può esser un pizzico di omogeneità per il fatto che si difendono i valori della democrazia e quindi di fatto ci si ritrova sempre più a sinistra. Sono valori di umanità. La questione è che c’è anche molta confusione purtroppo. Mentre, per il mio passato politico, ho avuto tutto abbastanza chiaro credo che per gli altri ci sia tanta emozione e confusione. In particolare, chi si è dimesso dal Senato. Anche se come gesto è nobilissimo, credo che sia un po’ anche un deresponsabilizzarsi.

Vabbé ma adesso cosa succederà con il gruppo misto?
C’è la necessità di creare un altro gruppo al Senato per rafforzare le individualità e dare concretezze a quella parte del movimento che possiamo chiamare di sinistra e che non si ritrova nella gestione autoritaria. Credo che con il tempo si arriverà a questo gruppo. Tre senatrici e Mastrangeli sono già fuori. Hanno maturato un’esperienza politica importante e quindi coloro che hanno dato le dimissioni dal Senato prenderanno consapevolezza dell’azione da fare quando gli altri partiti rifiuteranno le dimissioni. Allora, lì mi auguro che si coagulerà un gruppo preciso. Alla Camera la vedo più difficile perché c’è un maggiore terrorismo psicologico.

Davanti abbiamo le lezioni europee. Potrebbero cambiare il clima in Italia?
Secondo me è il momento giusto. Tsipras sta guidando in modo eccellente. Sosterrò questa lista.. E credo che dopo le europee si verifichi un processo costituente che rimetta in discussione alcuni punti della sinistra e cerchi di dire chi sta con chi su discriminanti precise. L’ambiguità di Sel va chiarita in fretta, quindi. La lista Tsipras è ben lanciata ma per il dopo non ci devono essere sorprese. E’ un modello che va sedimentato.

E per quel che rigaurda il movimento di Grillo?
Il movimento di Grillo sbandiera una soluzione sull’Europa che sul loro elettorato ancora ha molta presa. L’elettorato grillino è un po’ lontano, e lo non andrei nemmeno tanto a cercare. Parlo però con tante persone che sono abbastanza deluse dal resto. Quasi sconsolati, vanno avanti per forza di inerzia. E si vede subito la scintilla nei loro occhi quando parli di Tsipras. Tsipras è una alternativa forte a Pd e Pdl. Grillo mantiene un certo appeal perché ha una carica protestataria. L’elettore più attento che segue di più la politica e tiene a certi valori piano piano si discosterà dal Cinque stelle. Ed è importantissimo farlo adesso con la ventata nuova che sta portando Tsipras, soprattutto nel metodo.