Mai più clandestine, a Roma le donne manifestano per la legge 194 da: il manifesto

 

Diritti. L’8 marzo la manifestazione “Io decido” per la “libertà di scelta sul parto, sull’aborto, sulla nostra sessualità e sulle nostre vite

 

↳ Mai più clandestine, Roma 1 marzo

Una via cru­cis messa in scena ieri a piazza dal Popolo in occa­sione del lan­cio della cam­pa­gna #mai­più­clan­de­stine in difesa della legge 194. Con una “pupazza” tra­spor­tata tra le varie sta­zioni – far­ma­cia, con­sul­to­rio, ospe­dale, gine­co­logo – le atti­vi­ste hanno rap­pre­sen­tato gli osta­coli che una donna incon­tra in Ita­lia quando decide di inter­rom­pere una gra­vi­danza o anche sol­tanto di pren­dere la pil­lola del giorno dopo.

 

Far­ma­cie che obiet­tano, con­sul­tori chiusi per tagli, ospe­dali che non pra­ti­cano aborti, no-choice che cri­mi­na­liz­zano le scelte delle donne, gine­co­logi obiet­tori, sono solo alcuni degli esempi che oggi hanno ani­mato la piazza, met­tendo al cen­tro la riven­di­ca­zione della piena appli­ca­zione della 194.
Con manifesti-fumetto e stri­scioni, le pro­mo­trici della cam­pa­gna hanno pun­tato il dito con­tro i sei euro­de­pu­tati del Par­tito Demo­cra­tico (David Sas­soli, Sil­via Costa, Mario Pirillo, Franco Frigo, Vit­to­rio Prodi e Patri­zia Toia) che il 10 dicem­bre scorso si sono aste­nuti dal votare la Riso­lu­zione Estrela al Par­la­mento euro­peo e con­tro chi ha la respon­sa­bi­lità di garan­tire l’Ivg nel sistema sani­ta­rio nazio­nale. In par­ti­co­lare l’appello a Nicola Zin­ga­retti, Pre­si­dente della Regione Lazio, a cui chie­dono di garan­tire in tutti i pre­sidi ospe­da­lieri pub­blici e con­ven­zio­nati l’accesso all’interruzione volon­ta­ria di gra­vi­danza (Ivg).

 

Nel Lazio infatti sono sol­tanto 25 le strut­ture che pra­ti­cano l’Ivg, con l’80 per cento dei medici obiet­tori di coscienza:

 

“L’obiezione non si applica alle strut­ture sani­ta­rie – spie­gano le atti­vi­ste — tutti gli ospe­dali devono garan­tire il diritto all’interruzione volon­ta­ria di gra­vi­danza per tutte. Chi ha la respon­sa­bi­lità della piena appli­ca­zione della 194 deve essere sog­getto al giu­di­zio di tutte le donne e della cittadinanza”.

 

Alla mani­fe­sta­zione, pro­mossa da Fem­mi­ni­ste Nove e Labo­ra­to­rio Don­nae insieme ad asso­cia­zioni e realtà attive nella difesa dei diritti come BeFree, DaSud, Mario Mieli, Tea­tro Valle Occu­pato, Tilt, è inter­ve­nuta anche una delle donne spa­gnole oggi in lotta con­tro il governo Rajoy:

 

“L’attacco alle donne spa­gnole non è una que­stione nazio­nale – ha detto – l’attacco è diretto a tutte noi e tutte insieme dob­biamo com­bat­tere un fon­da­men­ta­li­smo che ha radici forti pro­prio in que­sto Paese, pro­prio in que­sta città”.

 

Non sono man­cate accuse al movi­mento per la vita, i cosid­detti pro-life:

 

“Noi li chia­miamo no-choice – sosten­gono le atti­vi­ste – per­ché qui siamo tutte per la vita, men­tre que­ste per­sone, che hanno invaso negli anni con­sul­tori e ospe­dali, sono con­tro la libertà di scelta delle donne, con­tro l’autodeterminazione femminile”.

 

Ed è pro­prio dai con­sul­tori e dagli ospe­dali che la cam­pa­gna #mai­più­clan­de­stine invita le donne di tutti i ter­ri­tori a partire:

 

“Sono neces­sa­rie per azioni e ini­zia­tive sui ter­ri­tori: nei con­sul­tori di quar­tiere, negli ospe­dali, nei cen­tri di acco­glienza, nelle piazze, nelle nostre case — spie­gano le pro­mo­trici della cam­pa­gna — La libertà e la salute delle donne sono nelle nostre mani. Pre­si­diamo, pro­te­stiamo, denun­ciamo con tutti gli stru­menti che abbiamo e in tutte le forme di cui siamo capaci”.

 

E par­tirà da un con­sul­to­rio, quello di piazza dei Con­dot­tieri al Pigneto a Roma, il cor­teo romano dell’8 marzo, orga­niz­zato dalla Rete cit­ta­dina #IoDe­cido, è a cele­brare la gior­nata inter­na­zio­nale della donna. Donne, uomini, gay, lesbi­che, trans, queer, inter­sex, migranti, chi lotta per la casa, il lavoro, il red­dito, con­tro le grandi opere e con­tro i cie.

 

“Par­tendo dalla parola d’ordine “io decido” – si legge in un comu­ni­cato — vogliamo opporci all’obiezione di coscienza che mina inter­na­mente la legge 194, vogliamo che ospe­dali pub­blici e con­sul­tori ven­gano sostan­zial­mente rifi­nan­ziati. Siamo pront* a mani­fe­stare per avere pieno accesso alla ru486 e alla pil­lola del giorno dopo, per affer­mare la libertà di scelta sul parto, sull’aborto, sulla nostra ses­sua­lità e sulle nostre vite”.

pandora tv Giulietto chiesa video 2 pericolo di guerra

https://www.streamago.tv/movie/65220/web-2014-03-02-18-54-04/

Pandora tv-Giulietto Chiesa: pericolo di guerra

https://www.streamago.tv/movie/65215/web-2014-03-02-18-12-49/

LA BORSA ROSSA. Di Laura Giammichele da: diritti distorti

LA BORSA ROSSA. Di Laura Giammichele

 

 

 

 

 

 

 

Ripercorrere con lo sguardo e con il cuore di un’adolescente gli anni della guerra, è questo che ci fa fare” La borsa rossa.” La giovane protagonista scrive un diario degli ultimi anni di guerra, i più duri, i più bui. La cittadina dove vive la protagonista è Velletri, un luogo che nella sua vivacità contadina, nell’armonia dei colori delle sue vigne, nell’eleganza dei suoi palazzi fa da contorno ad un’esistenza in cui la guerra, già in atto, appare in uno sfondo opaco e non ben percepito dalla protagonista. Dalle prime pagine del diario traspare l’amore per questo luogo che è luogo dei sogni adolescenziali, delle amicizie,del primo amore.

 

Ma Velletri è anche punto strategico tra Cassino e Roma che l’avanzare della guerra trasforma in un luogo di ansia, di attesa, di paura, di dolore,di “mostri”. Una guerra che una ragazza di sedici anni non sa comprendere e spiegare. E il diario diventa un modo per riflettere su ciò che avviene, per difendere i suoi sentimenti,la sua semplice vita, il suo piccolo mondo tranquillo, per ricordare ciò che era prima dell’inferno. Le pagine che raccontano il bombardamento del 22 gennaio del 1944, quando “le bombe cadono a grappoli ad un ritmo costante senza intervallo” sono di una tragicità essenziale. Nel suo percorso di crescita in quella difficile realtà la protagonista attraverso il diario testimonia la sua lotta affinché quello che è positivo ed essenziale nella vita non vada perduto.

 

I ricordi racchiusi nella borsa rossa sono una difesa contro la guerra e lo stravolgimento della vita e l’affermazione che anche quando tutto sembra circondato da odio e distruzione, la vita semplice, quotidiana dei “senza storia”è più forte e sa ricominciare.

 

F.T.

1 Marzo Bologna: Più di duemila contro il ricatto del permesso di soggiorno! da:Coordinamento Migranti Bologna

Più di duemila migranti e italiani, precarie, operai e lavoratori delle cooperative della logistica, e nuove generazioni in movimento invadono le strade di Bologna. Dopo lo sciopero del 2010, dopo il grande corteo del 23 marzo scorso, dopo le lotte della logistica, in tanti lavoratori e lavoratrici insieme a studenti e studentesse rivendicano la cancellazione della legge bossi-fini e la fine del ricatto del permesso di soggiorno. Di fronte a un nuovo governo che pensa di far gestire il lavoro al capo di legacoop migranti e precarie chiedono con forza la fine del ricatto del contratto di soggiorno, che vuole imporre ai migranti il silenzio per far tacere tutti i lavoratori, affermando che non esistono politiche del lavoro ma solo politiche dello sfruttamento. Lo sa bene il ministro che è alla testa del sistema delle cooperative, di cui fa parte anche Granarolo. Per questo oggi in piazza erano tanti anche i lavoratori della logistica in lotta: per dire insieme che la lotta contro il razzismo istituzionale e lo sfruttamento non si fermano. Su la testa!

Ucraina-Crimea, Obama e Putin si parlano ma la tensione sale. Rischia di saltare il G8 a Sochi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Secondo alcuni esperti la crisi ucraina fa regredire i rapporti tra Washington e Mosca allo stesso clima da guerra fredda del 1968 con l’invasione dell’allora Cecoslvacchia.
Da un lato Barack Obama condanna senza mezzi termini l’intervento armato in Crimea e parla di violazione del diritto internazionale. La minaccia è quella di far saltare i prossimi lavori del G8 a Sochi costringendo la Russia a una fase di “isolamento economico e politico”. Sul fronte opposto, Vladimir Putin sottolinea di avere il diritto di proteggere i propri interessi in Ucraina (video di Giulietto Chiesa sull’abolizione del bilinguismo da parte di Kiev in questi giorni). I due si sono anche parlati, per 90 lunghi minuti stanotte, ma la tensione resta alle stelle. E l’escalation registra episodi di ora in ora. Ieri sera miliziani armati hanno impedito l’accesso a diversi giornalisti stranieri al check-point nei pressi di Armiank, nel nord della Crimea. Tra le troupe respinte quelle di Bbc, della tv pubblica olandese Nos e di Mtv Finlandia. Ai reporter sono anche stati requisiti i giubbotti antiproiettile.
L’attività militare preparatoria va avanti senza soste. Oltre all’invio dei blindati russi, lungo la “linea di frontiera” tra Crimea ed Ucraina i miliziani scavano buche per posizionare armamenti difensivi e cecchini. Intanto vengono segnalati militari russi in una base radar e in un’accademia della Marina militare ucraina che hanno sequestrato tutte le armi leggere disponibili. Dalla base radar di Sudak sono stati portati via fucili, pistole e munizioni, caricati su un’auto. Armi sono state prelevate anche dalla struttura per l’addestramento della Marina a Sebastopoli, la citta’ sul Mar Nero che ospita una base della Flotta russa.Sul fronte internazionale vanno avanti le consultazioni. Obama nella serata di ieri serata ha sentito il presidente francese Francois Hollande e il premier canadese Stephen Harper, trovando il loro sostegno, come riferisce la Casa Bianca. In campo anche l’Unione Europea e l’Onu, che ha riunito d’urgenza il Consiglio di Sicurezza. Il segretario generale Ban ki-Moon ha chiamato lui stesso Putin, chiedendo un “dialogo” con Kiev. Il nodo, secondo Mosca, e’ quindi la tutela della minoranza di etnia russa nel Paese. Una preoccupazione a cui Obama replica spazientito: nessuno nega i legami culturali di Mosca con questa area dell’Ucraina. Tuttavia – incalza il presidente Usa – se Putin ha il timore per la sorte di questa minoranza ha il dovere di agire pacificamente e in modo appropriato chiedendo l’impegno diretto del governo ucraino e l’invio di osservatori internazionale sotto l’egida del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dell’Osce. Non manca però di sottolineare il suo appoggio al nuovo esecutivo ucraino: il popolo ucraino – ribadisce – ha il diritto di determinare il proprio futuro. La sua amministrazione, assicura, continuera’ a lavorare con urgenza, assieme ai suoi partner internazionali, per fornire supporto al governo ucraino, tra cui assistenza tecnica e finanziaria.

RODOTÀ: «RENZI È SENZA FUTURO: SI ALL’ALLENZA CIVATI-TSIPRAS» | Fonte: La Stampa | Autore: Andrea Malaguti

«Ormai il dibattito politico è schiacciato su una logica inaccettabile». Oggi sul quotidiano La Stampa un’intervista a Stefano Rodotà.

Quale, Professor Rodotà?

«Quella per cui se Renzi fallisce è tutto finito. Una descrizione catastrofista voluta per non disturbarlo».

Andrebbe disturbato?

«Per me il progetto a cui ha dato vita è già finito. Siamo passati dalle larghe alle piccole intese. Renzi è bravo dialetticamente, è veloce, ma quale visione politica ha? E soprattutto quale maggioranza? Se ne può discutere o lo si deve considerare fideisticamente il Salvatore della Patria?».

Due milioni di elettori del Pd alle primarie gli hanno dato fiducia.

«Renzi è diventato segretario del partito solo perché il Pd non c’era più da molto tempo. Ha vinto senza bisogno di combattere. E lui si è preso tutto quello che si poteva prendere in una città morta. Ma governare non sarà altrettanto semplice».

Renzi, la ricostruisce questa città morta o ne fonda una nuova con lo stesso marchio?

«Ne fonda una nuova. Lo ha già fatto. È evidente».

Eppure il Pd ha aderito al Pse. Il Capo Scout si è alleato con Schulz.

«Era una strada obbligata. Renzi è da sempre un sostenitore del bipolarismo. Con l’Ncd che guarda al Ppe non poteva restare nel limbo. Mi pare che abbia fatto una scelta più legata alla strategia che alla sensibilità».

Che cosa succederà alle europee?

«Sono pessimista nei pronostici. Ma la strada del Pd è in salita considerate le posizioni di Grillo, di Alfano, della Lega e di Forza Italia. L’Europa era stata presentata come un valore aggiunto, poi i governi che si sono alternati l’hanno sempre descritta come la matrigna che chiede sacrifici. Immagino una campagna elettorale che abbiamo come slogan: dobbiamo riscrivere la costituzione europea».

Il populismo paga?

«Forse in termini di consensi. Perciò Grillo è andato avanti con le espulsioni. Per salvaguardare la sue rendita di posizioni. Ma è ovvio che l’orizzonte deve essere diverso».

Ovvero?

«La via l’ha in parte tracciata il Presidente della Repubblica. Napolitano a Strasburgo ha detto: dobbiamo uscire dalla logica dell’autorità e rimettere in discussione non tanto il vincolo del 3%, ma una serie di parametri che hanno delegittimato l’Europa agli occhi dei cittadini. Dobbiamo rimettere la politica al centro. Apertamente. Prima del voto. Parlando con Francia e Spagna. E con la Merkel».

Noi non ce l’abbiamo un ministro per le politiche europee.

«Magari, come spero, Renzi considera questa partita decisiva e la vuole giocare in prima persona. Oppure, e io spero di no, è disinteresse».

È all’altezza di questa partita?

«Non lo so. Alla Camera il suo discorso sull’Europa, come su una serie di altri punti, mi è sembrato vago. Tra l’altro sostenere che il cambiamento è sempre positivo è una semplificazione pericolosa. Se cambia la legge elettorale, per esempio, che cosa succede?».

Non sembra un esempio a caso.

«Non lo è. La stanno rifacendo nel nome della supposta governabilità. Ma se tutto deve avere come riferimento la governabilità in sostanza si cambia la Costituzione».

Professore, c’è qualcosa che le piace di Renzi?

«Che, ad esempio sul lavoro, sembra volere riscrivere un’agenda sociale diversa da quella di Letta, tutta governativamente autoreferenziale».

Ha riportato il tema della scuola in cima all’agenda.

«Sì. Ma in questo periodo di crisi, in cui le risorse dovrebbero essere concentrate sul pubblico, che cosa farà con i 236 milioni che vengono destinatialle scuole private? Vuole una previsione? Eviterà di affrontare il problema».

Quali altri problemi eviterà?

«Questa maggioranza tratterà al ribasso tutti i temi legati ai diritti civili».

È possibile una maggioranza diversa?

«Sì, liberandosi dall’esperienza infausta delle grandi e delle piccole intese».

Tornando al voto?

«Non solo. Sel viene da un congresso travagliato, in più c’è un’area civatiana che può essere allargata dalla diaspora del Movimento Cinque Stelle. Non mi pare che siano condizioni da sottovalutare. Sarebbe un modo per liberarsi dalla sudditanza dal centrodestra ed evitare governi con questi sottosegretari. Certo, serve tempo. Ma poi si potrebbe andare avanti fino al 2018».

Il famoso partito di Rodotà immaginato da Civati? Un nuovo centrosinistra?

«Ho letto dei sondaggi che danno la lista Tsipras al 7%. Numeri che se alle europee si dovessero realizzare non avrebbero un effetto immediato sulla vita politica italiana. Ma che potrebbero accelerare un processo in atto».

È disposto a metterci la faccia?

«Certamente non mi tirerei indietro».

Alle europee voterà Tsipras?

«So che ci sono difficoltà per la lista, ma direi proprio di sì. Tsipras fa una critica molto forte all’Europa, ma senza dire: sbaracchiamo, usciamo».

Non teme che la sua scelta possa provocare una scissione nel Pd?

«Ah, non lo so. Ma alla mia età non sono proprio capace di starmene tranquillo».

«E adesso una nuova legge sulle droghe» Fonte: Il Manifesto | Autore: K. B.

«La Corte si limita a rimuo­vere le con­di­zioni di inco­sti­tu­zio­na­lità ma rico­struire spetta al legi­sla­tore». Gio­vanni Maria Flick, ex mini­stro della Giu­sti­zia e pre­si­dente eme­rito della Corte costi­tu­zio­nale asse­gna alla poli­tica la respon­sa­bi­lità di quanto la magi­stra­tura ha «distrutto» san­cendo l’illegittimità della legge Fini Giovanardi.

Per­ché se la Con­sulta ha spie­gato con chia­rezza che spetta al giu­dice ordi­na­rio deci­dere di volta in volta come muo­versi rispetto alle sen­tenze già emesse, l’unica solu­zione per uscire dal caos sem­bra essere l’intervento del legi­sla­tore che «deve porre sul piatto della bilan­cia da un lato il pro­blema con­creto di come rive­dere migliaia di pro­cessi, dall’altro la neces­sità di sal­vare il prin­ci­pio dell’intangibilità della sen­tenza pas­sata in giu­di­cato e, in terzo luogo, il prin­ci­pio con­trap­po­sto secondo cui è dif­fi­cile accet­tare l’idea che si con­ti­nui a scon­tare un pezzo di pena fon­dato su una legge incostituzionale».

Flick ha aperto la gior­nata con­clu­siva della due giorni geno­vese riba­dendo che «la Con­sulta è inter­ve­nuta su una que­stione di metodo e non di merito». La vicenda è nota: in sede di con­ver­sione del decreto sulle Olim­piadi inver­nali di Torino quello che ini­zial­mente era un arti­colo rela­tivo al trat­ta­mento socio-sanitario dei tos­si­co­di­pen­denti diventò un maci­gno di 24 arti­coli che eli­mi­nava la distin­zione a fini san­zio­na­tori tra dro­ghe leg­gere e pesanti. «Per­so­nal­mente sono più che con­vinto della irra­gio­ne­vo­lezza della man­cata dif­fe­ren­zia­zione — ha detto Flick — ma non sono certo che la legge sarebbe stata dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale nel merito per­ché la Con­sulta è sem­pre stata molto cauta nell’intervenire sulle scelte del legi­sla­tore». Per que­sto la poli­tica deve deli­neare una stra­te­gia seria che coin­volga la società civile: «Occorre lega­liz­zare il con­sumo di droga, anche di quella pesante, sep­pure pro­po­nendo molte alter­na­tive al sog­getto che ne fa uso. E’ l’unico modo pos­si­bile per com­bat­tere la cri­mi­na­lità organizzata».

«L’ampio excur­sus sto­rico di Flick un po’ pre­oc­cupa — ha com­men­tato il depu­tato di Sel Daniele Farina — per­ché ha defi­nito la legge Jervolino-Vassalli una media­zione rispetto alle nor­ma­tive pre­ce­denti. Non vor­rei che il par­la­mento oggi si accon­ten­tasse di man­te­nere quella media­zione per­ché con­tro quella legge, noi che abbiamo i capelli ormai un po’ grigi mani­fe­sta­vamo nelle strade. Se non andava bene allora, non capi­sco come potrebbe andare bene oggi».

Applausi dalla pla­tea (che sulla carta in pochi si sareb­bero aspet­tati) sono arri­vati al depu­tato ren­ziano del Pd Fede­rico Gelli, medico toscano e mem­bro della ommis­sione Affari sociali e Sanità quando ha defi­nito la Fini-Giovanardi «la legge più can­ce­ro­gena della sto­ria repub­bli­cana» e soprat­tutto quando, dopo aver bol­lato come «fazioso e di parte il Dipar­ti­mento anti­droga», ha aggiunto che l’attuale capo Gio­vanni Ser­pel­loni «deve essere cac­ciato». «Il dipar­ti­mento per le poli­ti­che sulle dipen­denze non deve più dipen­dere dalla pre­si­denza del con­si­glio — ha spie­gato Gelli — ma da uno dei mini­steri effet­ti­va­mente com­pe­tenti, il Wel­fare o la Salute. Renzi deve poi indi­care un refe­rente che rimetta in moto una poli­tica di con­cer­ta­zione che è stata com­ple­ta­mente abban­do­nata in que­sti anni».

Il pas­sag­gio suc­ces­sivo deve essere una nuova legge sulle dro­ghe: «Occorre avviare subito un con­fronto tra il governo e le parti sociali, cioè il volon­ta­riato, il pri­vato sociale e il mondo delle comu­nità per ini­ziare un per­corso che porti a una nuova legi­sla­zione nazio­nale che risenta di quello che è suc­cesso ma che guardi anche oltre, gra­zie alle evi­denze scien­ti­fi­che di cui oggi siamo in pos­sesso e alle espe­rienze inter­na­zio­nali euro­pee per creare una nuova dimen­sione legi­sla­tiva dopo tanti anni di oscurantismo».