Il sacrificio dei partigiani della 7a Brigata «Matteotti» da: valle sabbia . Fra i partigiani trucidati anche Gaetano Resa nato a Caltagirone 1924 e ucciso dai fascisti a Provaglio Valsabbia 1945

di Redazione

Domenica a Provaglio Val Sabbia si terrà la commemorazione dell’eccidio dei dieci partigiani Garibaldini. Il racconto della tragica vicende che non deve essere dimenticata

 

 

Il 5 marzo 1945 si compiva una delle stragi più cruente della Resistenza Valsabbina, l’uccisione per mano fascista dei dieci partigiani della 7a Brigata «Matteotti».

 

Riportiamo di seguito il racconto della tragica vicenda tratta dal libro di  Aldo Gamba, “L’Eclissi della Ragione. L’Olocausto dei dieci giovani patrioti della 7 a Brigata «Matteotti» a Provaglio Val Sabbia il 5 marzo 1945”, (Brescia 1991).

 

 

A Prandaglio, frazione di Villanuova, e nelle cascine più alte si erano radunati frattanto nel mese di dicembre 1944 numerosi renitenti alla leva, ex militari, giovani ed alcuni ex prigionieri di guerra alleati che cercavano autonomamente, con l’aiuto del Parroco del paese don Collio, di raccogliere armi e di darsi un’organizzazione militare armata, partigiana e operativa.

 

Questo gruppo, che aveva racimolato un discreto deposito di armi celato nella cripta della Parrocchia di Prandaglio, mostra delle perplessità e contraddizioni: rimanere autonomi, unirsi alle «Fiamme Verdi» o andare coi Garibaldini. Successivi sopraluoghi di un inviato dal C.V.L. si concluderanno con l’assegnazione del gruppo di circa 30 giovani, alla 7a Brigata «Matteotti» di montagna. I partigiani saranno comandati prima da Ricci Umberto (Giorgio) poi da Amilcare Baronchelli; commissario di guerra Rino Facchetti.

 

La neo formazione partigiana avrà il compito iniziale di controllare i territori di Gavardo, Villanuova, Prandaglio, Quarena e il fondo valle.

 

Nel gennaio del ’45 si aggregò al gruppo il belga Pierre Lanoy e due polacchi ex prigioniero dei tedeschi. Questi ultimi due rimasero poco tempo col gruppo per disaccordi col belga stesso.

 

A fine gennaio vista l’abbondanza dell’armamento raccolto nella cripta della chiesa di Prandaglio, il tutto venne trasportato nottetempo in un ossario abbandonato del cimitero che si estendeva proprio ai piedi della chiesa. 

 

Una delazione di un doppiogiochista, a metà febbraio, mette in condizione una trentina di fascisti di scovare il deposito, di recuperare il contenuto e di arrestare il parroco don Collio. I partigiani della 7a «Matteotti», messi sull’avviso da notizie dei rastrellamenti in corso, erano riusciti a trasferirsi sul monte Tesio.

 

Da qui, il 18 febbraio per le Coste di S. Eusebio di trasferirono in località «Gnere» di Vallio. Poichè i rastrellamenti nazifascisti si fanno più intensi, decidono di abbandonare la località dove sostavano, superare lo spartiacque del fondo valle nei pressi di Barghe e trasferirsi nella zona di Provaglio Val Sabbia considerata più sicura e difendibile.

 

Così la notte fra il 27 e il 28 febbraio 1945 il distaccamento, con in testa una guida di Sabbio Chiese che conosceva bene i luoghi, quindici partigiani abbandonano silenziosi le alture di Vallio, dove rimane una piccola squadra e scendono a valle.

 

Essi sono: Baronchelli Amilcare comandante, Facchetti Rino, Commissario di guerra, Arnoldo Bellini, Teodoro Copponi, che raggiungerà il gruppo proprio il giorno 28, Bruno Cocca, Luigi Cocca, Gaetano Resa, Amolini Battista, Signori Domenico, Ferruccio Vignoni, il belga Pierre Lanoy, Bellini Arnoldo Walter (Bufalo), Persavalli Santo (sul quale gravava una taglia per essere stato coinvolto nell’uccisione di un milite fascista in via Monte, a Gavardo), Persavalli lsacco e Avigo Giovanni. I più giovani del gruppo sono Persavalli Santo e Copponi Teodoro: 17 anni.

 

All’alba di mercoledì 28 febbraio il distaccamento della 7a «Matteotti» – partito la sera del 27 febbraio dalla base di «Gnere» – giunge alla frazione Arveaco; in un viottolo viene prelevata una scala a pioli appoggiata ad un fienile e i giovani si rifugiano in esso.  La loro base logistica sarà per due giorni nella casa di Evaristo Bertoletti.

 

Sabato 3 marzo, parte del gruppo si rifugia in un fienile isolato alla Sacca, ultima cascina sparsa di Provaglio Alto, nella frazione Livrio, alle falde del Monte Besume. L’altro gruppo, guidato da Rino Facchetti, si dirigerà più a nord verso il crinale del Monte Besume.

 

Qui, il giorno 3 pomeriggio, giungerà trafelata per avvertire di un prossimo rastrellamento, una staffetta delle «Fiamme Verdi»,  Poli Alfredo di Vobarno, inviata dalla telefonista del centralino pubblico di Vestone, Piera Sardi, partigiana delle «Fiamme Verdi». Aveva intercettato una telefonata del comando della IV Compagnia della G.N.R., che ordinava un immediato

 

rastrellamento a Provaglio Val Sabbia, proprio alla frazione di Arveaco, dove erano stati individuati i partigiani grazie ad una delazione.

 

Frattanto, abbandona i compagni, il patriota Avigo e rientra la guida di Sabbio Chiese, che li aveva accompagnati da Vallio a Provaglio. Invece, incombendo ormai la sera, la Fiamma Verde Poli rimane con i giovani della «Matteotti», ripromettendosi di ripartire all’indomani, tanto più che aveva ritrovato tra i patrioti, Arnoldo Bellini, suo affezionato compagno d’infanzia.

 

Ma tutti avevano sottovalutato la notizia del rastrellamento, previsto secondo i loro calcoli purtroppo errati, nella tarda mattinata del giorno successivo.

 

Verso le 5 di domenica 4 marzo, ancora nell’oscurità, il partigiano Vignoni, che è incaricato della sussistenza, si avvia verso la frazione di Arveaco per ritirare il latte. A metà strada si imbatte improvvisamente nei fascisti del 40° Battaglione Mobile Camicie Nere che gli sparano una raffica di mitra, ferendolo ad una gamba e lo catturano. I colpi dei mitra fascisti rimbombano nel silenzio delle valli di quel mattino d’inverno e pongono in allarme i partigiani che, usciti dal fienile, si appostano dietro le rocce per la difesa.

 

Baronchelli impartisce un ultimo ordine alla squadra formata da Amolini, Facchetti, Bellini (Bufalo), Persavalli Santo e Persavalli Isacco: appostarsi un centinaio di metri più in alto, sotto il Besume, nascondendosi dietro alcuni grossi massi, onde contrastare un eventuale accerchiamento nemico.

 

Alle prime luci dell’alba inizia un nutrito conflitto a fuoco tra i fascisti e i partigiani della 7a «Matteotti», che sono limitatamente armati e scarseggiano di munizioni.

 

Ormai la luce è intensa e i contorni si disegnano nitidi verso la montagna. A lungo dura quella assurda battaglia, fra un pugno di patrioti e una trentina di fascisti armatissimi.

 

Infine, il gruppo dei partigiani che fronteggia il nemico, privo di munizioni, è costretto ad arrendersi. Domenico Signori che si è trincerato dietro un’alta roccia, spara gli ultimi colpi e, pur di non essere catturato, preferisce la morte gettandosi nel precipizio sottostante. Rimarrà incastrato fra le rocce, crivellato dalle raffiche dei mitra.

 

I fascisti, falsamente, promettono salva la vita agli 8 superstiti (Vignoni era già stato catturato). La squadra, comandata da Facchetti con Amolini, Bellini Walter e i due fratelli Persavalli, essendo più elevata e quindi fuori tiro dai fascisti, riesce a sganciarsi. I giovani dopo molte peripezie raggiungeranno il monte Spino, dove dei montanari li sfamano e li fanno riposare in una legnaia.

 

Ai partigiani arresi e catturati, vengono dai fascisti immediatamente legati i polsi dietro la schiena, malmenati, dileggiati e trascinati a forza di spintoni fino all’ingresso di Barghe. Qui un fascista ben conosciuto del luogo, andò incontro ai militi offrendo loro un fiasco di vino e ai ribelli assetati, un secchio d’acqua mescolata con aceto! Con un autocarro, vengono trasportati a Casto per un processo burla. Sentenza: condanna a morte.

 

Ormai sfiniti, i 9 giovani, subendo ogni sorta di violenza, vengono trascinati ad Idro, sede del comando della Compagnia, nuovamente interrogati dagli ufficiali e stipati poi in una angusta cella.

 

Sarà il cappellano militare degli sgherri fascisti – don Gildo Covilli – che avvicinerà i giovani morituri li confesserà e battezzerà, su sua richiesta, il belga Lanoy che era protestante.

 

Dopo gli ultimi estenuanti interrogatori e le sevizie, i nove giovani vengono caricati su di un autocarro la stessa notte del 4 marzo, sempre con le mani legate e fatti scendere a Barghe.

 

Inizia la «via crucis» degli eroici patrioti. Scalzi, laceri, feriti, schiaffeggiati e bastonati da una decina di militi neri, vengono spinti a piedi nudi lungo la sassosa strada che conduce a Provaglio di Val Sabbia. E’ intendimento dei torturatori fucilare i 9 giovani sul luogo della cattura, alla frazione Livrio, per giustificare – secondo gli ordini ricevuti – la loro morte come avvenuta in combattimento in quella località.

 

Ma i patrioti così martoriati e debilitati non ce la fanno più.

 

Giunti a Cesane si gettano a terra sfiniti. Ci voleva ancora un paio d’ore prima di raggiungere, in quelle condizioni, la frazione Livrio.

 

Allora i fascisti della terza Compagnia del battaglione mobile, perdono la pazienza. Li fanno alzare brutalmente coi calci dei mitra le li sospingono contro un grosso salice, in un campo vicino, chiamato «Vestér» che confina con la chiesetta della Madonna del Rocchino.

 

Ai piedi del grosso albero vengono tutti massacrati a bruciapelo.

 

Prima di abbandonare il luogo del delitto, il milite fascista Giovanni Ostini, spara il colpo di grazia alla tempia di ognuno.

 

Il plotone di questa barbara esecuzione era comandato dal tenente della G.N.R. Lucio Morana e ne facevano parte i militi: Epifani, Rotella, Giovanni Ostini, Borin Guglielmo e 3 trentini o bolzanini e due militi di Vestone.

 

Ormai è notte fonda. Alcuni fascisti raggiungono la Pieve di Cedessano a Provaglio di Sotto e bussano alla Canonica. Il parroco Don Damiani non apre. Teme che siano i partigiani, ma poi udendo gridare i fascisti che ci sono dei morti a Cesane e che devono essere sepolti in una fossa comune, senza funzione religiosa, si decide ad aprire ed accogliere in Canonica gli assassini.

 

Questo particolare viene confermato anche da suor Concetta,  la maestrina della frazione, che – essendo ospitata nella Canonica – verso le due del lunedì 5 marzo udì queste parole.

 

Gli assassini si trattengono per due ore in casa del Parroco che li ospita, offrendo loro alcune bottiglie di buon vino.

 

Se ne partono poi, sghignazzando e cantando le toro squallide canzoni, le crudeli belve fasciste, mentre per tutta Provaglio e la Val Sabbia, si propaga come un lampo la notizia, suscitando orrore e rabbia.

 

Il 5 marzo, ancora in mattinata, alcuni montanari, impauriti e scioccati dalla macabra e vile esecuzione, ricompongono i cadaveri e li trasportano, con improvvisate barelle, faticosamente, lungo la mulattiera che da Cesane sale alla Pieve di Cedessano. Qui, per disposizione del parroco i corpi vengono accatastati nella piccola carnera mortuaria (m. 3×2). Ma data la ristrettezza del locale, le povere salme vengono ammonticchiate una sull’altra.

 

Un gruppo di donne partigiane: Maria Boschi (Stella), Maresi (Wanda),  «Mercedes», accorrono per prime a Cedessano e ordinano al parroco che non vuole collaborare di aprire la camera mortuaria.

 

Le donne vogliono almeno tergere le ferite e i volti sfigurati dalle percosse e dal sangue dei giovani martiri, così barbaramente ammassati.

 

Un gruppo di bambini della vicina scuola elementare e la maestra Suor Concetta, recano dei mazzetti di bucaneve che depongono sulla porta dell’impossibile obitorio, mentre alcune donne del paese accorse, si inginocchiano a pregare, davanti a tanto orrore.

 

Intanto a Provaglio di Sopra, nel piccolo cimitero di Livrio, viene data pietosa sepoltura al partigiano Domenico Signori da Maria Bazzani, con la nonna e due montanari del luogo. La salma verrà poi riesumata nel maggio 1945, per i solenni funerali.

 

Lo stesso 5 marzo giunge un ordine del Comando del 40° Battaglione al podestà repubblichino di Provaglio V. Sabbia, Piero Pasini: «Raccogliere tutte le salme in una fossa comune nel cimitero di Cedessano, senza onoranze funebri».

 

Si consuma così l’ultimo infame atto di questo doloroso episodio.

 

La mamma della partigiana Maresi, rende noti tutti i particolari della tragica vicenda ai patrioti dei dintorni.

 

Quando conosce il modo col quale i fascisti volevano seppellire i poveri giovani, ha raccolto alcool, garza, cotone e bende, consegnandole alle donne partigiane che – con l’aiuto nascosto di alcuni garibaldini della 122a – dovevano ripulire i corpi degli uccisi e ricomporli poi nella fossa comune del cimitero.

 

Sono ancora «Stella» e «Mercedes» e questa volta Elsa Pelizzari, «Gloria», che si incontrano e pernottano in casa di «Stella», vicino al ponte di Barghe. Prendono accordi col comandante «Mosca», con alcuni garibaldini della 122a quali Massimo, Campanardi, Colombi ed altri, che attenderanno nascosti presso la Pieve, per aiutare le donne nel triste trasporto, riconoscere i cadaveri e porli nelle bare, col nome.

 

Ma, giunte il mattino del 6 marzo a Cedessano, esse non potranno far nulla perché già sono sul posto i fascisti del 40° Battaglione, con l’ordine dell’immediata inumazione delle 9 salme in una fossa comune del cimitero.

 

Le donne verranno interrogate, e, fortunatamente, grazie ad un documento che presenta «Gloria» (Pelizzari Elsa), saranno lasciate libere.

 

I fascisti precettano alcuni montanari nelle vicinanze e li obbligano a scavare una fossa appena dentro a sinistra del minuscolo cimitero e a trasportare e sistemare su due strati i corpi degli uccisi (5 sotto e 4 sopra). Intanto, dal basso erano giunte delle bare con la targhetta e i nomi dei caduti, bare che rimasero inutilizzate sino al giorno della riesumazione, custodite nella cappella-obitorio.

 

Il sacrificio dei giovani patrioti avvenne dopo meno di cinquanta giorni dalla Liberazione!

 

L’11 maggio 1945, il comandante della Brigata «Matteotti» di montagna Daniele Donzelli (Renato), ottiene la riesumazione delle salme degli eroici partigiani. Così tutte le salme vengono riesumate – compresa quella di Signori dal cimitero di Livrio – e raccolte nelle bare. Verranno portate a spalla dai partigiani, deposte poi su di un autocarro e tumulate a Prandaglio, a Villanuova e a Gavardo dove si svolgeranno solenni funerali.

 

Sul luogo del tragico fatto, nel campo Vestér, esisteva fino a qualche anno fa, il grosso tronco di salice,  trafitto dalle pallottole, muto testimone dell’orribile massacro. Oggi, dopo essere stato sdradicato è collocato nel museo della Resistenza di Forno d’Ono. Al suo posto esiste un cippo con i nomi dei caduti, inaugurato nel 1945.

 

Nel 1967 venne inaugurato l’attuale monumento ai caduti partigiani grazie alla iniziativa delle associazioni partigiane, di Enti, del senatore Albino Donati, di Leonida Tedoldi, di Amici Angelo e di numerosi antifascisti e partigiani riuniti in un Comitato.

 

L’opera dello scultore Moretti di Rezzato, in marmo di Botticino domina la Valle, a fianco della chiesetta del Ronchino.

 

Rappresenta un partigiano che impugna la fiaccola della libertà, accesa dal sacrificio dei 10 giovani patrioti caduti di cui sono riportati, nel marmo, i nomi e le fotografie.

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