Sanità e crisi, crescono le esperienze degli Ambulatori sociali Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

La crisi economica e il costo sempre crescente delle cure mediche e dei farmaci hanno determinato un aumento della povertà sanitaria in Italia: dal 2007 al 2012 la povertà assoluta è cresciuta di circa il 60%, incidendo sul 6,8% della popolazione, pari a 4,8 milioni di persone, come emerso dal primo rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione Banco Farmaceutico, presentato il 14 gennaio scorso a Roma presso il Centro Frentani alla presenza tra gli altri del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il Rapporto ha evidenziato come nelle famiglie povere si spendono in media 16,34 € al mese per la sanità (pari a circa il 2% dell’intero budget familiare) rispetto ai 92,45 € spesi in media dalle famiglie italiane (pari al 3,7% dell’intero budget familiare). Complessivamente, ogni mese le famiglie povere italiane spendono 21,5 milioni di euro per acquistare farmaci, pari al 3,4% della spesa privata farmaceutica complessiva.

Le donazioni di farmaci raccolte dalla Fondazione – i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%) – hanno aiutato nel 2013 quasi 680 mila persone, di cui il 51% sono donne e il 57% sono italiani, tra cui più di un assistito su tre sono minori.

Non sorprende dunque che gli italiani senza dimora, in condizioni di grave povertà e che non possono permettersi le cure mediche chiedono assistenza agli Ambulatori Sociali, associazioni di volontariato nate a partire da fine anni ’80 inizialmente ad appannaggio quasi esclusivo degli stranieri e sparse in tutta Italia. Queste forniscono prestazioni mediche a supplire o a fare da ponte con il Servizio Sanitario Nazionale. “Quello che ci chiedono sono soprattutto farmaci da banco, il paracetamolo per esempio, perché non hanno la possibilità di acquistarlo. Davanti a un problema serio, come una cardiopatia, magari fanno il sacrificio di comprare il farmaco o fare analisi accurate, anche perché in questi casi sono sostenuti dal sistema sanitario. Ma quando la patologia non è considerata grave si tende a trascurare, e questo può creare problemi seri”, ha affermato il responsabile dell’ambulatorio medico di Sant’Egidio, Sandro Mancinelli. In più, se si aggiunge che per prendere un appuntamento in una struttura pubblica occorrono mesi, “è normale che il settore resti in mano al privato, ma è un problema per le tasche dei malati”, ha concluso.

Altro problema serio sono le cure dentali, costose ormai anche per italiani cui è un lusso potervi accedere. “Ormai la debolezza del sistema sanitario la riscontriamo sempre più spesso, nella nostra funzione di “ponte” tra il disagio e gli ospedali. Ed è fenomeno che non ha ricadute solo sugli stranieri, che sono la nostra principale utenza, ma su tutti”, ha denunciato Alberto Barbieri, responsabile dell’associazione “Il Camper Medu” dei Medici per i diritti umani.

Le patologie riscontrate sono soprattutto malattie della povertà: infezioni respiratorie acute per la vita all’addiaccio, ma anche problemi dermatologici legati a cattive condizioni igieniche.

L’ambulatorio di Anteas di Centocelle (Roma), il primo ambulatorio infermieristico sociale del Lazio, gratuito e aperto a tutti, è un’iniziativa rivolta all’assistenza di anziani e immigranti che non possono permettersi neanche le prestazioni mediche più banali. Ad assistere i pazienti, un medico in pensione e un’ex caposala.

In un’intervista di Gary Stix della rivista scientificamerican.com, Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha esternato la propria riflessione su salute e sanità nazionale: “Purtroppo negli ultimi 30 o 40 anni c’è stata una tendenza opposta, per la quale la medicina è solo un business come la vendita di automobili. Ci sono persone che vendono farmaci o cure mediche nello stesso modo. Non è una grande idea. Lo si vede oggi in Europa. Sempre più persone non possono permettersi le cure. L’Italia è un luogo di immigrazione. Inizialmente i nostri centri erano destinati agli immigrati. Poi lentamente ci siamo accorti che tra il 20 e il 25% dei pazienti sono italiani che non possono permettersi di pagare il servizio nazionale. […] In Italia, il bilancio annuale per la salute è di circa 100 miliardi di euro all’anno. Il 30 % di questa cifra va nelle tasche di investitori attraverso accordi tra istituzioni private e il sistema pubblico, i rimborsi e così via. Quindi, se cominciamo a eliminare questa quota dai costi della salute, la cifra comincia ad apparire molto più ragionevole.”

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