PALAGONIA 18/2/2014: 90 anni del Partigiano Nicolò Di Salvo “Corsaro” Intervento della nipote Martina Bonaccorsi autrice della tesi “Per non dimenticare: la resistenza fra memoria e immagini”

9 luglio 1943 unnamed

 prima foto: luglio 1943

seconda foto: quando fu assegnato alla 19°esima cavalleria di Parma

La mia tesi ha inizio da quei valori quali la libertà e la democrazia che mio nonno, Nicolò Di Salvo, da sempre ha condiviso con me e con la sua famiglia ed inoltre dalla voglia di testimoniare agli altri la sua storia. Una storia fatta di tanti e tanti sacrifici ma che, nel suo caso, è a lieto fine.

In occasione della mia laurea ho girato un video in cui mio nonno racconta la sua esperienza sulle colline modenesi. La sua storia inizia quando, all’età di 19 anni, è  assegnato alla XIX cavalleria di Parma. Racconta di come si sia trovato l’8 settembre del ‘43 imprigionato nella sua stessa caserma dai tedeschi e di come poi sia scappato, rifugiandosi in un fienile con l’aiuto di una coraggiosa famiglia del posto. Raggiunge il fratello Francesco a Modena, anch’egli sfuggito ai tedeschi, che diventa per lui un punto di riferimento, e con il quale, nel maggio del ‘44, raggiunge una formazione partigiana. Lì Corsaro, questo il suo nome di battaglia, incontra una realtà completamente diversa, a cui non è abituato, vede uomini e donne armati. Immaginate agli occhi di un 19enne nel 1944 come potesse apparire quel mondo. Qui, lui racconta, scopre il vero significato della libertà, della democrazia valori che ancora giovane non capiva appieno. I mesi passati all’interno di questa formazione sono periodi di continui spostamenti, di continue lotte e difficoltà, ma animate sempre da una passione, da una grande determinazione, da una grande voglia di cambiare il Paese, che traspaiono da ogni parola e da ogni sguardo in quel video.

Chi conosce Cola Di Salvo lo sa, lui è sempre stato legato a quella sua esperienza ne ha fatto tesoro, l’ha applicata al suo mondo alle sue capacità impegnandosi giorno per giorno per ricordarle e condividerle con i ragazzi, con gli adulti, con gli anziani, con la sua comunità. Ma non l’ha mai fatto con l’intento di apparire ma con la sempre costante voglia di svegliare le anime assopite.

C’è una frase che, nel periodo in cui scrivevo la tesi, mi ha segnata e mi ha fatto riflettere. E’ una frase appartenente ad un film sulla resistenza uscito nel 1964:

 

«E’ che a volte non ne posso fare a meno di chiedermi se dopo, venti, trent’anni dopo, che tutto questo sarà finito (perché ormai è chiaro: ci si fa, chissà con quali perdite ancora ma ci si fa) se dopo ci sarà di nuovo un periodo in cui la gente si lascerà addormentare, anestetizzare da un po’ di pace e di abbondanza. L’abbondanza e la pace fanno comodo a tutti, a quei due di là, a noi due, a tutti; e magari per una questione di pane e minestra si sarà pronti a lasciar perdere tutto un’altra volta, la libertà un’altra volta. Allora c’è solo la lotta».

 

Queste parole pronunciate da uno dei protagonisti del film, oggi sono estremamente attuali, perché sembriamo avere tutto, ci muoviamo come se tutto debba essere così per sempre e diamo tutto per scontato. Le nostre menti “assopite, addormentate, anestetizzate” per usare le parole del film potrebbero non cogliere eventuali segnali di inversione di tendenza che potrebbero mettere a repentaglio la nostra libertà, la nostra democrazia, che è costata tanti sacrifici a chi ha combattuto per darcela. Per questo non bisogna mai cedere alla tentazione di essere indifferenti, ma ognuno di noi ha il dovere di impegnarsi a fare qualcosa per proteggere questa libertà che è stata conquistata a caro prezzo.

Nicolò Di Salvo è tornato a casa e ci testimonia quello che ha vissuto, ma tanti sono rimasti su quelle colline, tanti giovani che hanno dato ciò che avevano di più prezioso: la propria vita.

Ecco questa frase a mio parere riassume un po’ l’intento di mio nonno o comunque l’obiettivo per cui cerca di tenere sempre viva la memoria di quegli avvenimenti. Nel passato possiamo trovare la via per andare avanti. Non bisogna dimenticare il passato e far finta che non sia mai esistito, perché se così fosse ricadremmo facilmente negli stessi errori, ma, come si dice “sbagliando si impara”, dobbiamo fare quindi tesoro degli errori passati cercando di non ripeterli in futuro.

La nostra democrazia è un bene prezioso, ognuno di noi faccia quello che può per proteggerla.

 

 

 

 

 

PALAGONIA 18/2/2014: I 90 ANNI DEL PARTIGIANO COLA DI SALVO “CORSARO”

 

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Condannati sei ex assessori “150mila euro al Comune di Catania” da: livesiciliacatania

Martedì 18 Febbraio 2014 – 18:56 di

Grazie all’inchiesta I Vicerè di Report, trasmissione di Rai Tre di Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci, il Comune di Catania riceverà 150mila euro da sei ex assessori della Giunta Scapagnini accusati di “danno all’immagine”.

PALERMO- La Corte dei Conti ha condannato sei ex assessori catanesi a corrispondere al Comune 150mila euro per il danno all’immagine arrecato con lo scandalo dei rimborsi raccontato da Report, la trasmissione di Rai Tre condotta da Milena Gabanelli.

Orazio D’Antoni, Nino Strano, Ignazio De Mauro, Fabio Fatuzzo, Filippo Grasso e Antonino Nicotra dovranno pagare, ciascuno, 25mila euro “oltre agli interessi legali”. Tutti sono stati condannati anche al pagamento, in favore dello Stato, di 724 euro per le spese di giudizio. Ad emettere la sentenza è stata la sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti siciliana presieduta da Luciana Savagnone e composta dal consigliere relatore Vincenzo Lo Presti e dal consigliere Giuseppe Colavecchio.

A conti fatti, la puntata di Report I Vicerè, andata in onda nel marzo del 2009, ha aiutato economicamente il Comune di Catania in dissesto finanziario.

Il pubblico ministero, durante la requisitoria, ha depositato il dato di share della puntata di Report, il 14,28% con punte del 18%.

Dopo l’inchiesta di Report, è arrivata la condanna, in sede penale, dei sei assessori per la concessione, a due giorni dal voto per le amministrative del 2005, di migliaia di euro ai dipendenti comunali a titolo di rimborso Inpdap per i danni causati dalla cenere vulcanica. Un pretesto, secondo la magistratura, per orientare migliaia di potenziali elettori a poche ore dal voto.

Sigfrido Ranucci

“Le gravi condotte integranti gli estremi dell’illecito penale -scrive la Corte dei Conti- poste in essere dai suddetti convenuti, hanno avuto ampia eco nell’ambito della comunità mediante la diffusione mediatica della condotta illecita, anche a livello nazionale, essendo stata la vicenda, non solo ripresa nelle varie fasi del giudizio penale dagli organi di stampa, ma anche oggetto di una specifica puntata di “Report” , programma di RAI 3 nazionale con conseguente effetto moltiplicatore della sua lesività sul bene protetto (l’immagine ed il prestigio della P.A.)”.

Milena Gabanelli

“Proprio la trattazione -aggiunge la Corte- nella stessa puntata, della vicenda oggetto del presente giudizio unitamente ad altri gravi scandali gestionali ha certamente amplificato il disvalore della stessa percepibile dalla cittadinanza. Ciò ha certamente minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, con effetti distorsivi sull’organizzazione amministrativa e conseguenti costi aggiuntivi da quantificare in via equitativa; appare, pertanto, indubbio che nel caso di specie il danno all’immagine si sia effettivamente verificato, per la natura e le modalità di attuazione dell’illecito penale per il quale sono stati condannati i convenuti e per il “clamor fori” che la vicenda ha all’epoca provocato”.

Renzi ha sacrificato Firenze alla propria “smisurata ambizione”. L’intervento di Ornella De Zordo Fonte: altracitta.org/ | Autore: Ornella De Zordo

 

Dunque è arrivato il momento, quello che Renzi assicurava non sarebbe mai arrivato. Lasciato il “mestiere più bello del mondo”, fatto fuori un presidente del consiglio senza aprire una crisi e senza un voto in parlamento, arriva l’autoinvestitura a premier, senza alcun voto popolare, e che nessuno osa contrastare. Una guerra lampo, che ha lasciato sul campo oltre al non rimpianto Letta, anche le spoglie di una democrazia che certo non stava bene, a forza di porcellum, conflitti di interesse mai affrontati, scandali vari, e un ceto politico così impresentabile. Ma che a questo punto sembra proprio defunta. Il sindaco più assenteista d’Italia, che ha sempre snobbato il consiglio comunale ritenuto più un fastidio che altro sulla luminosa strada del leader, ora sembra progettare lo stesso destino per il parlamento: ha aperto e chiuso una crisi/non crisi, fatto fuori Letta con un intervento nella direzione di un partito, operato la sua autoinvestitura sulla base di un paio di milioni di voti presi alle primarie, senza che i 47 milioni di elettori italiani siano stati in alcun modo interpellati. Come se le primarie di un partito possano trasformarsi nella legittimazione per arrivare allo scranno di presidente del consiglio. En passant ha anche resuscitato B., con conseguenze non prevedibili ma sinistre, solo per propria convenienza. Le motivazioni di questo brusco cambio della guardia non esistono: stessa maggioranza a larghe intese, stesso parlamento, stessi metodi da vecchia politica e silenzio su un programma che dovrà comunque tenere conto delle mediazioni e dei condizionamenti di alleati imbarazzanti, espliciti e impliciti. Ma andiamo con ordine. A Firenze Renzi ha costruito una possente macchina mediatica, ha piazzato amici e sodali in ogni punto chiave dell’amministrazione e degli enti che contano, ha tessuto le relazioni necessarie alla propria smisurata ambizione. E la città, e i suoi problemi? Come abbiamo visto non era questo al centro delle attenzioni del giovane Renzi: troppo più importante la sua carriera, il suo successo. Inevitabile quindi che ai roboanti proclami di inizio mandato, buoni per riempire le pagine dei giornali, seguissero ben pochi risultati. La pedonalizzazione del Duomo, certo, con tutte le ombre che si porta dietro una decisione, diciamolo, un po’ improvvisata. Un piano strutturale “a volumi zero”, a patto che non si conteggino i volumi da realizzare che ci sono eccome. Ma anche una città con maggiori conflitti, diritti negati, crescente disagio. Una città che ha fatto grandi passi verso quella divisione in “due città” che il nuovo sindaco di New York ha denunciato in campagna elettorale e sta combattendo: la città vetrina, la città in vendita, lustrata a specchio, esibita e promossa come una merce, e la città altra, delle difficoltà di tanti a tirare avanti, a trovare una casa, a muoversi, in molti casi a sopravvivere. L’importante è che questa città non sfregi l’immagine dell’altra. Ora pare che voglia affidare a un “reggente- successore” la guida della città “tanto amata”. E meno male che l’unica cosa che veniva sbandierata in ogni occasione erano le primarie, lavacro salvifico capace di giustificare tutto, anche il vuoto. Ma si fanno quando fanno comodo, altrimenti si passa il turno, via con le nomine e le investiture. Certo, quando si comincia a fare gli apprendisti stregoni con le regole della democrazia si rischia seriamente di soffocarla e farla soccombere. Fino ad oggi era stata negata la sostanza della Costituzione italiana, di cui molti avevano invocato la reale applicazione. La scalata renziana ha sfrontatamente sancito un ulteriore passaggio, perché ha contraddetto persino la lettera di quell’art 1 che recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (L’illegittimità costituzionale delle scorciatoie istituzionali di Renzi ci portano nella direzione opposta verso la demolizione della Carta Costituzionale.)De Occorre reagire a tutto questo. Lo faremo dai territori e dalle tante realtà che dal basso si battono per la affermazione di più diritti e si rifiutano di vivere all’interno di un marketing Sappiamo che la crisi profonda che ci sta travolgendo, a parte quella economica di cui dobbiamo ringraziare i potentati economici che vedono proprio in Renzi un riferimento, è una crisi etica, di cultura politica, di statura morale della classe dirigente ma anche di una popolazione che non vuole sopportare tutto in silenzio. Sappiamo che uscire da tutto ciò, dal proseguimento del berlusconismo con altri mezzi, sarà difficile, e potrà avvenire solo voltando decisamente pagina rispetto a chi, peraltro, ha profondamente tradito una tradizione democratica e progressista che pure nel nostro paese era ben presente.

La Sardegna va a sinistra da: controlacrisi.org

 

Dopo un iniziale tetsa a testa, il candidato del centrosinistra è passato in vantaggio con un distacco significativo: nelle elezioni regionali della Sardegna Francesco Pigliaru, il candidato su cui ha puntato il centrosinistra un po’ all’ultimo momento. guida la corsa con il 43%, avanti di circa 5 punti su Cappellacci (38,5), il presidente uscente, nonostante l’appoggio (con tanto di calata sull’isola per la chiusura della campagna elettorale) di Berlusconi. Pigliaru è sostenuto da undici liste, tra le quali Pd, Sel, Sinistra Sarda (cioè l’alleanza Prc-Pdci), Idv, Psi. Al terzo posto l’indipendente Murgia stabile al 10 per cento dei voti. Staccati gli altri partecipanti che raccolgono al momento il 6 per cento (Pili al 4,9%, Devias all’1% e Sanna con lo 0,4%). Assente la lista del Movimento Cinque Stelle: a causa delle liti interne, Grillo non ha concesso l’uso del simbolo.

Elezioni che non sembrano scaldare il cuore ad una regione da tempo abbandonata a se stessa, morsa da una crisi economica che non ha eguali nel resto del paese (uno su tutti il dato della disoccupazione: 18%). E così a farla da padrone è l’astensionismo: ieri è andato al voto solo il 52,2 per cento dei sardi, con un crollo del 15 per cento rispetto a 5 anni fa. A contribuire al calo, forse anche l’assenza dei grillino che alle politiche dello scorso anno avevano preso quasi il 30% dei voti.

Il ritardo nel conteggio dei voti è stato dovuto alle procedure previste dalla legge regionale. Solitamente, infatti, vengono prima scrutinati i voti per i candidati presidente e, in un secondo momento, quelli di lista. In Sardegna questo è vietato. Di contro, c’è già qualche indicazione sui risultati delle singole liste: Forza Italia 18%; Udc 7,8%; Pd 22%; Sel 5,1%; Sinistra sarda (Prc-Pdci) 2%; Idv-Verdi 0,9% e Psi 1%.

Sanità e crisi, crescono le esperienze degli Ambulatori sociali Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

La crisi economica e il costo sempre crescente delle cure mediche e dei farmaci hanno determinato un aumento della povertà sanitaria in Italia: dal 2007 al 2012 la povertà assoluta è cresciuta di circa il 60%, incidendo sul 6,8% della popolazione, pari a 4,8 milioni di persone, come emerso dal primo rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione Banco Farmaceutico, presentato il 14 gennaio scorso a Roma presso il Centro Frentani alla presenza tra gli altri del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il Rapporto ha evidenziato come nelle famiglie povere si spendono in media 16,34 € al mese per la sanità (pari a circa il 2% dell’intero budget familiare) rispetto ai 92,45 € spesi in media dalle famiglie italiane (pari al 3,7% dell’intero budget familiare). Complessivamente, ogni mese le famiglie povere italiane spendono 21,5 milioni di euro per acquistare farmaci, pari al 3,4% della spesa privata farmaceutica complessiva.

Le donazioni di farmaci raccolte dalla Fondazione – i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%) – hanno aiutato nel 2013 quasi 680 mila persone, di cui il 51% sono donne e il 57% sono italiani, tra cui più di un assistito su tre sono minori.

Non sorprende dunque che gli italiani senza dimora, in condizioni di grave povertà e che non possono permettersi le cure mediche chiedono assistenza agli Ambulatori Sociali, associazioni di volontariato nate a partire da fine anni ’80 inizialmente ad appannaggio quasi esclusivo degli stranieri e sparse in tutta Italia. Queste forniscono prestazioni mediche a supplire o a fare da ponte con il Servizio Sanitario Nazionale. “Quello che ci chiedono sono soprattutto farmaci da banco, il paracetamolo per esempio, perché non hanno la possibilità di acquistarlo. Davanti a un problema serio, come una cardiopatia, magari fanno il sacrificio di comprare il farmaco o fare analisi accurate, anche perché in questi casi sono sostenuti dal sistema sanitario. Ma quando la patologia non è considerata grave si tende a trascurare, e questo può creare problemi seri”, ha affermato il responsabile dell’ambulatorio medico di Sant’Egidio, Sandro Mancinelli. In più, se si aggiunge che per prendere un appuntamento in una struttura pubblica occorrono mesi, “è normale che il settore resti in mano al privato, ma è un problema per le tasche dei malati”, ha concluso.

Altro problema serio sono le cure dentali, costose ormai anche per italiani cui è un lusso potervi accedere. “Ormai la debolezza del sistema sanitario la riscontriamo sempre più spesso, nella nostra funzione di “ponte” tra il disagio e gli ospedali. Ed è fenomeno che non ha ricadute solo sugli stranieri, che sono la nostra principale utenza, ma su tutti”, ha denunciato Alberto Barbieri, responsabile dell’associazione “Il Camper Medu” dei Medici per i diritti umani.

Le patologie riscontrate sono soprattutto malattie della povertà: infezioni respiratorie acute per la vita all’addiaccio, ma anche problemi dermatologici legati a cattive condizioni igieniche.

L’ambulatorio di Anteas di Centocelle (Roma), il primo ambulatorio infermieristico sociale del Lazio, gratuito e aperto a tutti, è un’iniziativa rivolta all’assistenza di anziani e immigranti che non possono permettersi neanche le prestazioni mediche più banali. Ad assistere i pazienti, un medico in pensione e un’ex caposala.

In un’intervista di Gary Stix della rivista scientificamerican.com, Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha esternato la propria riflessione su salute e sanità nazionale: “Purtroppo negli ultimi 30 o 40 anni c’è stata una tendenza opposta, per la quale la medicina è solo un business come la vendita di automobili. Ci sono persone che vendono farmaci o cure mediche nello stesso modo. Non è una grande idea. Lo si vede oggi in Europa. Sempre più persone non possono permettersi le cure. L’Italia è un luogo di immigrazione. Inizialmente i nostri centri erano destinati agli immigrati. Poi lentamente ci siamo accorti che tra il 20 e il 25% dei pazienti sono italiani che non possono permettersi di pagare il servizio nazionale. […] In Italia, il bilancio annuale per la salute è di circa 100 miliardi di euro all’anno. Il 30 % di questa cifra va nelle tasche di investitori attraverso accordi tra istituzioni private e il sistema pubblico, i rimborsi e così via. Quindi, se cominciamo a eliminare questa quota dai costi della salute, la cifra comincia ad apparire molto più ragionevole.”

200 minatori «illegali» rifiutano i soccorsi: meglio sottoterra che in galera Fonte: Il Manifesto | Autore: Rita Plantera

Rimane incerta, e inde­ter­mi­nato anche il loro numero alle luce delle ultime stime, la sorte dei circa — fino a dome­nica — 200 mina­tori abu­sivi rima­sti intrap­po­lati almeno da sabato scorso in una miniera abban­do­nata nei pressi di Johan­ne­sburg. Secondo quanto ripor­tato da un soc­cor­ri­tore della Er24, i soc­corsi si sono fer­mati dome­nica pome­rig­gio intorno alle sei quando dopo la libe­ra­zione dei primi 12 lavo­ra­tori gli altri si sono rifiu­tati di risa­lire in super­fi­cie una volta sco­perto che sareb­bero stati arrestati.

I 22 issati fuori infatti sono stati accom­pa­gnati nella vicina sta­zione di poli­zia per­ché incri­mi­nati di atti­vità ille­gali di estra­zione mineraria.

 

Uno di que­sti è stato poi calato di nuovo giù per ten­tare di con­vin­cere i com­pa­gni ad accet­tare i soc­corsi. Le ope­ra­zioni sono al momento sospese e non ripren­de­ranno se non per espressa richie­sta da parte dei mina­tori ancora sot­to­terra. Men­tre tra dome­nica e lunedì per­so­nale di una com­pa­gnia di sicu­rezza pri­vata ha moni­to­rato la zona per rispon­dere ad even­tuali richie­ste di aiuto e per pre­ve­nire ten­ta­tivi non auto­riz­zati di soc­corso. E in effetti in man­canza di scale e corde o di aiuto esterno è pra­ti­ca­mente impos­si­bile risa­lire dalle viscere auri­fere del sito. Anche le comu­ni­ca­zioni si sono almeno par­zial­mente inter­rotte, pare per volere degli stessi minatori.

 

«Il soc­corso è stato sospeso per­ché i mina­tori non vogliono venire in super­fi­cie», ha riba­dito ieri attra­verso il locale Mail & Guar­dian il por­ta­voce della Er24 inca­ri­cata delle ope­ra­zioni di sal­va­tag­gio, Rus­sel Meiring.

 

Men­tre, volan­tini uffi­ciali tra­dotti in quat­tro lin­gue sono stati reca­pi­tati all’interno della miniera per met­tere in guar­dia, più che avvi­sare, che l’ingresso del sito che li tiene pri­gio­nieri sarà sigil­lato il pros­simo 3 marzo. Chiun­que, pro­se­gue l’avviso, sarà colto nel ten­ta­tivo di entrare o di svol­gere atti­vità estrat­tiva ille­gale sarà arre­stato, con­clu­dendo con un calo­roso «Siete avver­titi di non pro­ce­dere sot­to­terra». L’estrazione abu­siva nei siti abban­do­nati o tem­po­ra­nea­mente chiusi delle miniere d’oro vicino a Johan­ne­sburg è comune, così come gli inci­denti mor­tali e gli scon­tri sot­ter­ra­nei tra gruppi rivali.

 

Molti sono immi­grati clan­de­stini pro­ve­nienti dallo Zim­ba­bwe, dal Mozam­bico e dal Leso­tho e vivono sot­to­terra in con­di­zioni angu­ste per set­ti­mane alla ricerca di non certo grandi quan­tità di oro. La miniera di pro­prietà della Gold One – com­pa­gnia acqui­sita recen­te­mente dal con­sor­zio cinese della Bcx Gold Invest­ment Hol­ding -, si trova in campo aperto, vicino alla città di Benoni, come molte altre, tutte inat­tive, se ne tro­vano nei din­torni costi­tuendo un’abbagliante attra­zione per i dan­nati di tutta la regione alla ricerca di resi­dui depo­siti in oro da ven­dere al miglior offerente.

 

Il Suda­frica pos­siede alcune delle miniere d’oro più pro­fonde al mondo, tea­tro molto spesso di inci­denti mor­tali come quelli dell’inizio di que­sto mese presso i siti dell’Harmony.

I Cobas di Pisa, solidarietà a Cremaschi e ai militanti del “Sindacato è un’altra cosa” Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Esprimiamo solidarietà a Giorgio Cremaschi e agli attivisti sindacali della minoranza il Cgil ‘Il sindacato è un’altra cosa’, ai quali è stato impedito di intervenire in un’assemblea regionale della Cgil a Milano”. Così un comunicato dei Cobas di Pisa, che parlano di espulsioni, minacce, spintonate, e aggressioni.

“Sbaglia chi etichetta questi fatti come un episodio relativo alla cosiddetta battaglia congressuale della Cgil. In gioco ci sono i diritti dei lavoratori – continua il comunicato – la loro libertà di azione, di organizzazione sindacale, di parola. L’accordo interconfederale del 10 gennaio di quest’anno, detto Testo Unico sulla rappresentanza, sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil con Confindustria, è la quintessenza della cancellazione proprio di quei diritti e di quelle libertà e non è altro che l’epilogo di decenni di affossamento della contrattazione democratica, affossamento che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante con l’accordo del gennaio 2009 tra Cisl, Uil e Confindustria, con quello del giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, con quello del maggio 2013 sempre a opera dei ‘magnifici quattro'”.
Una rappresentanza che fa fuori chi dissente, continuano i Cobas, sia come Rsu che come sindacato di base, privandolo dei diritti sindacali e sanzionandolo anche sul piano pecuniario.
“Una rappresentanza fatta a uso e consumo delle imprese, per permettere loro, con la totale complicità e il più pieno collaborazionismo dei sindacati cosiddetti “maggiori”, di imporre ai lavoratori accordi e contratti sempre più capestro£, proseguono i Cobas.
Secondo i Cobas, gli attivisti sindacali presi a botte a Milano si opponevano a questa prospettiva e reclamavano il diritto di poterlo dire in assemblea. “Ma la democrazia made in Cgil non ha voluto sentire ragioni”.
I militanti dei sindacati di base “questo lo provano da sempre sulla loro pelle, perché da sempre quella “democrazia” gli ha impedito di esercitare i diritti sindacali, li ha discriminati, li ha diffamati, li ha esposti alla repressione delle imprese. E tutto senza che nessuna anima candida gridasse allo scandalo!”
È per questo che è scattata subito in loro la spinta alla solidarietà per gli attivisti della minoranza Cgil aggrediti a Milano.

 

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